SABBIA E CAPRE

 testo e fotografie di Maria Paradies

(le foto si possono ingrandire cliccandoci sopra)

 

Repubblica del Niger, Africa Occidentale

 

Niamey, 23 Ottobre 2007

 

La luce delle tre mi acceca e negli occhi si specchia un paesaggio color ocra.

Il caldo africano mi salta addosso e mi abbraccia come un amico caro che rivedi dopo anni.

Rimetto piede in un pezzo di Africa Occidentale che non si chiama Senegal, dopo quattro estati; dopo quattro ore di sonno. Mi sembra tutto familiare...

Atterro per la prima volta in Niger, che non è la Nigeria,  con una compagna di viaggio del tutto speciale: Liliana, che oggi lavora per una onlus piemontese con cui stiamo realizzando un progetto di risanamento ambientale e creazione di micro-imprese. L'ho conosciuta quattro estati fa in un altro pezzetto di questa immensa Africa Occidentale: ero in Senegal e ricordo con lucidità il momento in cui è arrivata con suo figlio a casa di un amico comune. Ricordo quella cena con connazionali a Dakar: le grigliate di ottimo pesce e le risate all'italiana. Dopo alcuni anni le nostre vite si sono incrociate in Piemonte per motivi professionali: la Liliana che ho rincontrato a Torino è la stessa donna vulcanica e professionale che ho sentito ridere a Dakar e la stessa con la quale oggi inizio questa missione di monitoraggio. Oggi siamo insieme a Niamey per valutare l'andamento di un progetto di cooperazione allo sviluppo.

La vita riserva davvero tante sorprese.

Siamo in fila per i controlli, in fila per un timbro. Nell'attesa guardo il pavimento a mosaico marrone e crema stile anni Sessanta e il vecchio ventilatore che fatica a muovere l'aria calda.

Ho passato i controlli: ho un altro timbro sul passaporto, passpartout per entrare nel Paese e a Niamey.

Niamey: trentotto gradi sopra lo zero,

Sono felice ed entusiasta: l'aeroporto è alle mie spalle, davanti a me sabbia e capre.

 

 

Sono felice ed entusiasta: guardo l'umanità che si muove a piedi, il ciondolare africano lungo le strade; le auto e i mezzi pubblici sgarruppati e sovraccarichi; e di nuovo sabbia e capre...

Mi sembra tutto familiare... e sono curiosa di vedere se, come quando vivevo a Dakar, le mattine inizieranno dando il buongiorno al montone che ozia sotto la finestra, cornice di un quadro ocra e bianco e nero, di sabbia e capre.

 

Niamey, 24 ottobre 2007

 

Prima alba a Niamey: l'aria delle sette è fresca.

I ventilatori sono già a lavoro per muovere l'aria e mescolarla all'odore del caffè italiano. Una baguette calda e della marmellata prodotta in Francia: prima colazione a Niamey.

Liliana al mattino è un vulcano in piena eruzione, mentre Paolo è silenzioso e assonnato e pare burbero. Mi diverto a guardarli e ad ascoltarli. Di nuovo in Italia mi mancheranno quelle colazioni; quanto mi hanno arricchito Paolo e Liliana con i loro discorsi sullo sviluppo, sull'Africa Occidentale, discorsi fatti da chi l'Africa l'ha vissuta e la vive ogni giorno... con le barzellette di Paolo e le riflessioni amare dal retrogusto dolce sull'autosviluppo e sulla cooperazione, gli aiuti internazionali e le teorie degli esperti che l'Africa la vedono da Ginevra o da Bruxelles.

Il guardiano tuareg ha il capo avvolto in un turbante viola, gli occhi rossi e la pelle segnata dal tempo che passa lento sotto il mango. Mi saluta sorridendo e apre il cancello bianco che incornicia la strada: sabbia e capre.

 

 

Il sole è già caldo e alto. Il mento nella mano sinistra, la macchina fotografica nella mano destra. Scivoliamo per le strade della capitale nigerina con un fuoristrada bianco. Non bisogna alzare gli occhi al cielo terso per vedere com'è fatta questa città: sono pochi gli edifici a più piani, per lo più ministeri e hotel anni '50-'60.

Il resto, piccole baracche, case e negozietti in equilibrio precario.

 

 

Le strade non sono affollate come di norma nelle capitali. Tranne nell'ora di punta, Niamey non è una metropoli o almeno non lo dà a vedere. Sembra piuttosto una grande città tranquilla e un po' provinciale. A differenza di altre città dell'Africa Occidentale ai semafori non ci sono frotte di bambini di strada, e nemmeno talibés (1).

Giovani venditori ambulanti al passo con lo sviluppo delle nuove tecnologie invece sì: vagano tra le macchine in fila in attesa del verde con ventagli di carte ricaricabili per telefoni cellulari.

Niamey è la capitale di uno dei Paesi più poveri al mondo. 

Terz'ultimo posto della classifica sullo sviluppo umano redatta dalle Nazioni Unite. Il mio sguardo, però, non viene assalito dalla miseria nera, né dall'angoscia di chi si trova in un vicolo cieco; al contrario, sono felice ed entusiasta di esser qui e più mi guardo intorno e più tutto mi sembra familiare...

Scivoliamo per le strade impolverate di questa città per arrivare al Ministero dello Sviluppo Comunitario. Stamattina abbiamo in agenda incontri istituzionali.

Mi ritrovo di fronte a un edificio anni '60, buio e fatiscente, con molte porte staccate e appoggiate ai muri invece che sui loro cardini. I condizionatori montati all'interno rinfrescano gli uffici e surriscaldano i corridoi. Si aprono le porte foderate in pelle dei ministri e degli assistenti. I soffitti sono bassi e il buio riempie le scale.

Regna il silenzio, nonostante la tanta umanità che sale e scende, in abito istituzionale, tradizionale e anche qualche tuareg con il turbante.

 

Lasciamo il Ministero, e di nuovo sabbia e capre. La prima giornata di lavoro non è terminata e ho già molte diapositive da mostrare: nigerini timidi, ma cordiali; i venditori ai semafori; le bottiglie di olio sotto il sole; le bottiglie vuote di Campari riempite di arachidi da sgranocchiare. E poi, di nuovo, sabbia e capre.

Riguardo le donne avvolte da stoffe colorate, le bandierine “bière niger” o “flag” e dell'onnipresente “coca cola” che colorano le buvettes agli angoli e lungo le strade.

 

 

Il sole cuoce: l'aria brucia la pelle. Andiamo verso casa e scivoliamo lungo le  strade e le sue poche ombre: i dromedari carichi, i misteriosi tuareg diventati stanziali e urbani. Guardo incantata i loro lunghi turbanti attorcigliati intorno al capo secondo chissà quali antiche regole e segrete tradizioni.

 

 

Siamo di nuovo a casa. Ci sono più di quaranta gradi all'ombra. Il caldo di mezzogiorno immobilizza la città, avvolta dalla polvere sollevata dal rovente Harmattan, il vento del deserto.

La penna non scrive più; la sabbia si insinua ovunque.

Ci sono già stata qui, in una vita precedente. Devo solo rivedere per ricordare e raccontare non solo di sabbia e capre. Raccontare ai miei cari, a quelli che il mio amico Man chiama “Care Presenze”, quelle ombre discrete che mi seguono e non mi fanno sentire sola ovunque io sia.

 

 

Niamey, 25 Ottobre 2007

 L'Harmattan spira forte: riscalda la città.

Avvolge tutto con un velo di sabbia e polvere.

Il ventilatore sposta aria calda, lentamente. Faticosamente.

Il ventilatore sposta sabbia e polvere, e sposta colori e sguardi visti stamane a Losso Goungou.

Eravamo alla periferia del comune n.1 di Niamey.

Neanche nella brousse, lontano dalla città, le donne rinunciano all'eleganza e si avvolgono  nei loro pagne (ampie stoffe colorate e/o stampate) variopinti. Donne dignitose ma senza diritto alla proprietà, senza diritti.


 

 

Incontriamo alcune rappresentanti dell'associazione delle donne, beneficiarie dell'intervento di sviluppo che stiamo realizzando con il nostro partner nigerino Reseda.

Srotolano due stuoie per farci accomodare. Ci sediamo sotto un albero per ripararci dal sole che brucia. Intorno a noi il Sahel, che in arabo significa “sponda, riva” del Sahara: il sahel, zona di transizione tra il deserto e la savana.

Distese di miglio ancora da raccogliere.

 

 

Intorno a noi, le acacie alzano i rami al cielo in un abbraccio commovente che lega la terra al cielo. Le case di terra, i granai, i fusti di miglio che si estendono a perdita d'occhio come nella mia terra, gli ulivi.

 

 

 Gli uomini seduti sotto le acacie: immobili come in una foto a colori senza sbavature.

Le donne e i bambini sullo sfondo si muovono, lavorano, giocano lavorando.

Vorrei essere capace di descrivere quello che vedo, quello che è immobile e quello che si muove.

Vorrei essere capace di descrivere tutto quello che i miei occhi cercano di catturare da quest'auto in corsa che non dà tregua alla mia colonna vertebrale e mi ricorda di essere in Africa.

 

 

Niamey, 30 Ottobre 2007

 

È l'alba: i muezzin richiamano alla preghiera i fedeli assonnati. Li immagino ciondolare spostando la sabbia verso la moschea con il tappeto sotto il braccio. Si godono le prime e poche ore fresche del giorno. Comincia così la mia giornata anche se decido di rigirarmi nel letto e dormire ancora un po'. Rimando la colazione di un paio di ore, poi dirò bonjour a Pierre e buongiorno a Liliana e Paolo. Una baguette calda e caffè italiano a colazione, marmellata e latte Président rigorosamente francesi.

Paolo vive da trent'anni in Africa. Dall'Italia porta solo il caffè, l'unico suo vizio. Paolo, un ruspante piemontese che è partito dalle valli del Canavese nel 1973: uno dei primi obiettori di coscienza. Non aveva compiuto 21 anni quando partì da  Cascinette d'Ivrea per la sconosciuta Africa, alla volta... dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso. Adesso vive in Niger ed è più africano che italiano. Lo ascolto con grande curiosità, mentre mi mostra fiero la sua libreria piena di Tex che mi ricorda una delle mie care Presenze.

 

Niamey mi ricorda Dakar per certi versi, ma meno inquinata, meno trafficata; una Dakar senza mare, ma con un grande fiume: il fiume Niger che le dà il nome, la disseta, dà la terra ai coltivatori burkinabè e mossi che hanno occupato le rive del fiume.

Calpesto la terra sabbiosa che diventa brousse non appena ci si allontana dal centro: miglio e sorgo nelle diapositive che scatto con gli occhi pieni di sabbia e polvere.

 

Siamo arrivati a Boubon: in piena brousse. Acacie, miglio e sorgo.
Ogni passo fatto è un concerto di cavallette che saltano. Spuntano tre bambini tra gli alti fusti di miglio: arrivano correndo, curiosi e sorridenti.
Mamadou cattura una cavalletta per darmela e si mette a fare l'equilibrista su uno dei pozzi che abbiamo fatto riparare; poi mi guarda con un sorriso timido. È bellissimo e quando lo guardo cerco di immaginare la sua vita.

Ha l'età di mio nipote Andrea, cui non vedo l'ora di raccontare e mostrare le foto scattate. Spiegargli dove va la zia che non è mai lì a giocare con lui.

Guardo il fratello minore di Mamadou: ha gli occhi fissi sulla linea immaginaria dell'orizzonte eclissata dagli alti steli di miglio. Abbraccia un bidone verde e ruggine.

Scatto un'altra diapositiva da lontano, di nascosto. Fatouma è una donna di una certa età: difficile capire quante stagioni delle piogge abbia vissuto. Il viso chiuso in un velo bianco, la pelle nera: le si vedono solo gli occhi e il bastoncino di legno che tiene tra le labbra.

Sovente lo stringe tra pollice e indice per pulirsi i denti, mentre parliamo del terreno su cui stanno coltivando verdure e frutta da vendere al mercato e del corso di formazione per imparare a fabbricare il compost e a non usare più i pesticidi.

 

Ho visto tante donne in questi giorni.

 

Quando ripenso ai miei giorni in Africa ripenso alle donne: le donne che coltivano la terra dei loro mariti o parenti maschi, le donne che lavorano piegate a raccogliere il miglio sotto il sole;

le donne che usano il mortaio all'ombra di un'acacia saheliana, segnando il ritmo di una danza faticosa per la sopravvivenza familiare; le donne avvolte da lunghi veli con in testa recipienti di ogni tipo colmi di ogni cosa;

le donne che camminano ai bordi delle strade o verso i tanti villaggi della brousse;

 

le donne che fanno chilometri per prendere l'acqua;

le donne che, nonostante la fatica, mantengono viva questa società.         

Niamey, 1 novembre 2007

 

“Maria, ma sei triste di andar via?” mi chiede Paolo.

Lo guardo mentre ci dirigiamo all'aeroporto e capisco che è ormai arrivata l'ora di andare.

Paolo scorge nel mio sguardo un po' di tristezza mista a una neonata nostalgia di quest'altro pezzo di Africa saheliana. È ora di andare e vedo sabbia e capre in una delle strade del mio cuore.

 

Il sole scende su questa città come in un sogno. Tutto è offuscato, dietro un velo di polvere e crepuscolo. Tramonta dietro la grande moschea di Niamey mentre noi scivoliamo sulla striscia di asfalto che taglia in due il paesaggio ocra.

Guardo i bambini ai bordi delle strade fare l'autostop, mentre il buio cala velocemente e nasconde tutto: cose e persone.

Davanti a noi motorini e bici senza fanali: ricominciamo con i discorsi sui morti che la strada fagocita ogni giorno in questo Paese.

Siamo arrivati all'aeroporto di Niamey: il parcheggio è pieno di ragazzi seduti per terra. Non sono mendicanti. “Sono studenti” dice Paolo.

Non smette di stupirmi, di insegnarmi e di farmi riflettere.

Li guardo di nascosto e con un poco di pudore: i libri aperti sulle gambe. Studiano sotto i lampioni perché non hanno la luce a casa. Studiano perché l'istruzione è un diritto, è un'opportunità. È libertà di scegliere che vita vivere. L'istruzione può segnare la svolta nelle loro vite e nella vita di questo Paese.

 

 

(1) I talibés sono studenti delle scuole coraniche che spesso si aggirano in strada per chiedere qualche moneta da portare al loro ”maestro”, oppure qualcosa da mangiare e, il venerdì, qualche zolletta di zucchero, come vuole la tradizione.

 

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