AL CAFFE' -LIBRERIA
 
  IN PRIMO PIANO: SCOPERTE E RISCOPERTE IN PRIMO PIANO: SCOPERTE E RISCOPERTE
 


Mi fido di te

 

F. Abate e M. Carlotto,

Einaudi  

pagg. 175 € 14,00.

 

Titolo strafottente, considerate le relazioni tra i personaggi del libro. Strafottente come il suo protagonista. E soprattutto titolo di un ottimo libro a quattro mani di Massimo Carlotto e Francesco Abate. Un quattro mani che mi pare realmente tale. Perchè Carlotto si sente eccome, nella scelta del soggetto, nello stile narrativo impietoso. Però c’è anche altro e diverso e il tutto quadra, quadra assai.

La vicenda si concede un paio di flashback (soprattutto il primo) che nel mio flusso di lettura son risultati un po’ troppo interrompenti, ma poi alla fine tutto ha quadrato, come nelle migliori ricette letterarie, e tanto di chapeau.

Narrazione in prima cinica e strafottente, appunto, persona caratterizzata anche da un paio di intercalare che si ripetono numerose volte nel libro, ma che invece di risultare fastidiosi, si dimostrano accorgimenti narrativi in grado di fornire un carattere tutto suo al narrato; li ho trovati piuttosto efficaci e ben riusciti.

Altri principali elementi a (mio) favore ... il tema trattato, il protagonista e l’ambientazione.

Il tema prescelto: le sofisticazioni alimentari, che tratteggia una quadro agghiacciante della situazione alimentare mondiale, tanto agghiacciante da esser tale anche per il protagonista.

Protagonista cattivo, di quelli difficili da rendere così bene, di quelli che, mentre una parte di te lo vorrebbe vedere cadere e soffrire, dall’altra si scopre intenta a tifare per lui e sperare che riesca a rialzarsi una volta ancora.

Forse anche complice una Cagliari “che si lascia scivolare anche il peggio addosso” (citazione approssimativa di un bel passaggio iniziale) in cui trovano posto in molti... e, inaspettatamente, molto peggio del protagonista. Per dirla con le sue parole, se lui ha la laurea in malvagità e cinismo, intorno si trova parecchie persone, tutte rispettabili, borghesi, inquadrate e normali, che di quella specialità hanno il master. (M.F.)

 


Kafka sulla spiaggia

Haruki Murakami

Einaudi

Pagine 522, Euro 20,00

 

Un ragazzo fugge da casa. Ha solo quindici anni, ma pensa e si esprime come un uomo. Ha preparato meticolosamente questo momento, in cui si allontana finalmente dal padre, uno scultore geniale e satanico, e dalla sua profezia, che riecheggia quella di Edipo. Assume il nome fittizio di Kafka e si dirige, quasi “chiamato”, verso Taka-matsu, nel sud del Giappone.

Lui non lo sa, ma nel suo stesso quartiere di Tokyo vive un vecchio, Nakata. Non sa leggere né scrivere e la sua mente è quella di un bambino, però conversa con i gatti. Il suo lavoro infatti è ritrovare i gatti scomparsi, e proprio durante una di queste indagini si trova coinvolto in un efferato omicidio. Fugge anche lui, e anche lui, come chiamato, si dirige verso Taka-matsu. Le due vicende proseguono parallele, senza incontrarsi sui binari del reale ma solo in quelli del sogno.

Una terza storia – un oscuro episodio che alla fine della seconda guerra mondiale coinvolge una maestra e un gruppo di bambini – rivela  a sua volta legami misteriosi con quella  dei protagonisti.

A fianco a loro appaiono personaggi indimenticabili: Sakura (una tenera amica, o la sorella perduta, non lo sapremo mai), il camionista Hoshino che si fa domande sul proprio futuro; l'affascinante signora Saeki, ferma nel ricordo di un amore lontano; Òshima, l'androgino custode di una biblioteca; una fantastica prostituta che studia Hegel.

Appaiono luoghi indimenticabili, come le montagne e i boschi  in cui Kafka si rifugia quando teme che la polizia sia sulle sue tracce. I gatti e gli uccelli, animali totemici nella scrittura di questo autore, hanno qui come in altre sue storie un ruolo fondamentale. Molto altro accade, in questo magmatico romanzo, troppo anche per un semplice accenno, e tuttavia il lettore vi si immerge fiducioso e affascinato.

E’ meraviglioso il modo in cui Murakami ritma la vicenda, che non cala mai di tensione. Il ragazzo racconta in prima persona presente, Nakata invece ci arriva narrato al passato, attraverso gli occhi del giovane Hoshino. In forma epistolare – inoltre - conosceremo il poco che ci viene rivelato sugli eventi degli anni ‘40.

Realtà e sogno si intersecano, in una tela mirabile che accoglie, affascina, consola il lettore. Eppure il percorso che gli fa compiere è dei più complessi e dolorosi, è il percorso della memoria, della conciliazione tra presente, passato e futuro. Di questo libro si possono dare interpretazioni molto diverse: romanzo di formazione, metafora dello scontro tra il passato e il presente o tra il bene e il male, riscrittura del mito di Edipo, certamente; o infine goderlo come si godono i romanzi del realismo magico, senza chiedersi troppe cose, lasciandosi guidare dalla potenza della scrittura. A questo proposito non si può non far cenno della traduzione spettacolare di Giorgio Amitrano.

Un libro che tremano i polsi a consigliare,  di cui il New York Times Book Review ha scritto «Tutti possono raccontare una storia che assomiglia a un sogno, ma rari sono gli artisti che come Murakami ci danno l'illusione di sognarla».

 


il commissario incantato

Maurizio Matrone

Marcos y Marcos

Pagine 214, Euro 14,50

 

L’autore definisce questo romanzo una cover di La vita intensa di Massimo Bontempelli. É certamente un romanzo particolare, molto legato alla tradizione italiana del XX secolo, lontanissimo dagli stereotipi gialli. Lontanissimo anche dal giallo, e il titolo non tragga in inganno. Che sia oppure no un commissario di polizia il protagonista, non ha importanza alcuna. Non ci racconta indagini serrate né cadaveri eccellenti ma ci racconta se stesso, in episodi ambientati nel prima e nel dopo l’approdo in polizia, sempre rivolgendosi a un’interlocutrice nell’aldilà, Wilma, notissima libraia bolognese prematuramente scomparsa a cui è dedicato il libro.

Ambientato nella Bologna che Guccini ha definito “Parigi minore”, nella prima parte ci narra dei suoi trascorsi di cantante, di gigolò, di addestratore di gatti e molto altro ancora. A tratti esilarante, a tratti straordinariamente acuto, come nella descrizione del gatto che è una delle punte di diamante del romanzo.

Nella seconda parte, l’io narrante è ormai entrato in polizia ma il tono non cambia. Leggero, irriverente, sorprendente in molte parti e le avventure narrate, sempre in episodi in qualche modo slegati, appaiono molto affini a un certo surrealismo.  Superata qualche ripetitività, il romanzo approda in quella che, a parere di chi scrive, è il vero culmine letterario dell’opera, quando cioè l’io narrante si trasforma ancora una volta e ci dona la figura indimenticabile dello zio pasticcere, capace di mettere la poesia nei cioccolatini.

Scritto benissimo, con quell’ironia mai urlata e mai vantata dei narratori del secolo scorso (vengono in mente Guareschi e Campanile), piacerà moltissimo a chi ama il Malussène di Pennac, con cui condivide quel tocco di follia condito da magia pura.

 


 

Non tornare a Mameson

Maurizio Lanteri e Lilli Luini

Fratelli Frilli Editori

Pagine 308 , € 12,90

 

Tanto di cappello al coraggio degli autori, che  scelgono e portano conseguentemente fino alla fine un eroe quanto mai scomodo, uno che non brilla per virtù morali, senza essere un classico anti eroe: nemmeno un simpatico gaglioffo,  insomma. Un sopravvissuto della prima Repubblica, sembrerebbe, usato e poi gettato da parte dai poteri "veri", questo politico senza passione politica che arriva confuso al giro di boa dei cinquant'anni, senza un progetto di vita, un affetto a cui tornare nel momento in cui la sua "professione" gli dà un colpo mortale.

E invece, un po' alla volta, ci si affeziona a quest'uomo, alla naturalezza quasi ingenua  con cui vive, lotta, quasi cade e risorge infine nello scontro con una realtà (la follia, la violenza, una brutale e vitalistica crudeltà) alle quali la vita non ha preparato lui né la maggior parte di noi. 

Certo, molto del miracolo è dovuto al controcanto del coro di donne che gli girano attorno.

E se la moglie ricca e viziata e manipolatrice non gliela perdoniamo facilmente, né ci piace la  penultima amante (ma come sceglieva le donne costui, ma si voleva un po' di bene?) si scopre un po' alla volta che quest'uomo è importante per Beatrice, e Beatrice è una bella persona.

E che si comporta  da gentiluomo con Ophelia (faticosamente, ma è un essere umano) e Ophelia è un personaggio poetico e sventurato, che non si dimentica.

Si scopre che è riuscito a conquistarsi perfino la cameratesca solidarietà di un altro bel personaggio, quella Marika che per lui è stata poco più che un placebo, una salutare compagna di sesso in un momento scorbutico.

E  sapremo infine che il cinico a tutto tondo è lo stesso uomo  che ha spiegato al figlio di Beatrice che il mare è bilù "perché bilù è il colore preferito dei pesci". L'uomo, del resto,  dal quale lei corre nel momento del dolore, l'uomo che  lotterà per salvare, alla guida di una piccola squadra di donne speciali. E mentre lo salva, combatte i suoi personali demoni e chiude il suo conto personale con la morte e con al paura di soffrire. E non è poco.

Un romanzo di personaggi, tutti riusciti e indimenticabili e insieme una storia gialla molto tesa in cui l'emozione, i colpi di scena, la tensione, trascinano  avanti il lettore "come se" l'unico scopo fosse vedere come va a finire, ma intanto gli lasciano scene, parole, persone che non si dimenticano. E non è poco. (Patrizia Castaldi)

 

Leggi incipit e commenti

 


 

DELITTO IN CASA GOLDONI

 

Stelvio Mestrovich

Carabba Editore

Pagg. 326 Euro 16

 

Istriano trapiantato a Lucca, appassionato musicologo e innamorato di Venezia, Stelvio Mestrovich ha inventato un ispettore di polizia molto particolare. A cominciare dalle discendenze: l’autore infatti, con una licenza poetica, lo ha voluto discendente del violinista Guseppe Tartini. Egli stesso musicista, suona però il violoncello e ha una fortuna straordinaria con le donne.

Nella sua terza avventura – le prime due sono state pubblicate da Flaccovio – si trova alle prese con un rompicapo che da Venezia lo porta fino a Castelbuono, in Sicilia. Un uomo, siciliano di nascita, viene ritrovato ucciso proprio nella casa museo di Carlo Goldoni, a Venezia. Nello stesso tempo, un’oscura minaccia di sequestro pesa sul capo della figlia di un armatore, che però ha una sosia a sua volta con un vissuto complicato...  Insomma un vero rompicapo, una trama gialla a tutti gli effetti, ma narrata nella tradizione del poliziesco italiano, con stile ed eleganza, senza orrore e splatter.

L’autore ama molto anche la Sicilia di Camilleri e ne dà un ritratto appassionato, così come naturalmente della Venezia d’agosto assoluta primadonna di queste pagine, nelle sue calli poco frequentate così come nei vaporetti invasi da turisti chiassosi.  Un poliziesco un po’ fuori dagli schemi, insomma, incentrato su figure di grande umanità, che può piacere anche a chi di solito non frequenta il genere.

 


 

 

La solitudine dei numeri primi

 

Paolo Giordano

Mondadori

Pagine 312 , € 18

 

Lei una mattina si è persa nella neve, per sfuggire a un destino di campionessa di sci che interessava molto a suo padre e nulla a lei.  Lui un pomeriggio, per “essere all’altezza” dei suoi compagni, ha perduto nella nebbia la sorellina gemella ritardata.

Le storie di Alice e Mattia sono due favole nere che a un certo punto si intersecano. Lei piomba nell’adolescenza, in mezzo a crudeli ragazzine in fiore con una gamba rigida e un bagaglio di inadeguatezza e rancore. Lui si è chiuso una volta per tutte in un mondo autistico fatto di numeri e di ordine.

Già feriti nell’età in cui è più facile essere vittime, si spalleggiano, si separano, si cercano, si ritrovano da adulti. Apparentati solo dall’essere diversi da chiunque: come i numeri del titolo sono vicini e tuttavia separati, mai vicini al punto da toccarsi davvero.

Quella narrata è la somma delle loro storie, per la parte che è di ognuno, e per la parte che le accomuna: due vicende, una, se si vuole, apparentemente così eccezionali da non poter essere usate come paradigma. A voler leggere, tuttavia, nell’essere così estrema questa storia dice molto sulla solitudine dei ragazzi in un mondo che pretende da loro altro da quello per cui sono al mondo. Vivere, crescere, amare ed essere amati.

Il romanzo non dà tregua al lettore, trascinato in avanti tra collera e tenerezza, fino a una conclusione non scontata: non "e vissero felici e contenti" ma, forse, "e vissero".

 


Rosa elettrica

Giampaolo Simi
Einaudi Stile Libero
pagg.302, euro 12,50

Rosa, giovane agente di polizia, viene improvvisamente chiamata a un incarico delicato. Nonostante la sua scarsa esperienza, si vede assegnare la protezione di un boss diciottenne della camorra, che ha deciso di collaborare. O almeno sembra. Rosa si trova stretta tra una situazione che non comprende, la determinazione a compiere il suo dovere e una situazione familiare che sta diventando ingestibile.
Ne esce una storia dai contorni indeterminati, in cui non si sa dove sia il bene e dove sia il male, quale sia la verità e quale la menzogna. E ne esce un libro bellissimo, poetico e sconvolgente al tempo stesso, ricco di tutto quel che c’è in una vita. Daniele Mastronero, detto Cociss, è un personaggio indimenticabile perché tale è reso da una scrittura maiuscola, con dialoghi che ne riportano con verosimiglianza assoluta il linguaggio e tratteggi che ci rimandano in pieno la personalità. Non è un eroe, è tutt’altro che un santo, è accusato di un omicidio efferato, di quelli che scuotono le nostre coscienze fino in fondo: eppure la pietas dell’autore diventa la nostra, non lo assolviamo ma nemmeno lo odiamo di quell’odio senza perdono del nostro tempo.
Da leggere assolutamente.


 

Gomorra

 

Roberto Saviano

Mondadori

Pagg. 331 Euro 15,50

 

Di questo libro è già stato detto molto, a volte troppo. A volte pro, a volte contro. Specchio di un paese senza serenità. Mi sono chiesta cosa dire di nuovo, e non l’ho trovato. Cosa dire di diverso, e invece qui qualcosa c’è. Gomorra è, letterariamente parlando, un grandissimo libro.  “Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell'aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l'uno sull'altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai”.

Comincia così, su una banchina del porto di Napoli, e continua in un viaggio nell’oscurità, nel girone infernale della vita e dell’anima e fai una gran fatica a ricordarti che è tutto vero, che Pasquale il sarto più bravo del mondo non è un’invenzione letteraria, così come non lo è il cadavere cappottato dalla scarica di Kalashnikov, non lo è quell’altro cadavere bruciato e che si scoprirà appartenere a una ragazza, un’innocente, così come è realtà e non fantasia quel cellulare che squilla su una bara, ultimo sconvolgente saluto della amiche a una quattordicenne uccisa da quel buio che tutto avvolge e nulla vede.

Il libro ti prende, ti porta via, e ti entra dentro. Un saggio, un documentario Tv non può fare altrettanto: ti informa, ti indigna, ti fa ribellare. Gomorra, fa di più. Gomorra ti cambia. Perchè Roberto Saviano non è solo un giornalista di denuncia, è un grande scrittore.

 


LE COSE CHE NON TI HO DETTO

Bruno Morchio –
Garzanti– pag 277 - € 16,60

Mi piace pensare al mondo di un autore come a un cerchio. E viene sempre un momento, ossia un libro, in cui ho la sensazione di essermi avvicinata al centro. Con Bruno Morchio l’ho provata qui, nel suo quinto romanzo, sempre con l’investigatore Bacci Pagano protagonista sul palcoscenico di una Genova che puzza di pioggia e di mare, contorta, fascinosa.

Morchio oltre che uno scrittore (o forse prima?) è uno psicoterapeuta. E in questo romanzo incontra, tramite il suo personaggio, la psicoterapia, le sue contraddizioni, soprattutto il suo essere strada a doppio senso di marcia. Non per caso ha dedicato il romanzo ai suoi pazienti, quelli che hanno cercato con lui qualche verità nascosta. La storia inizia quando Bacci Pagano viene chiamato dalla sua ex fidanzata Mara a casa del dottor Ingroia, detto il Gigante, uno psicoanalista di gran fama che quella notte ha tentato il suicidio. A tutta prima, né Bacci né noi che leggiamo comprendiamo bene perché - anziché un infermiere-  sia il dottore che la moglie Carolina vogliano un investigatore privato. In realtà vogliono proprio Bacci, perché una qualche verità è rimasta sepolta nel loro passato e si intreccia con la morte di un ragazzo a Bangkok, vent’anni prima. Un caso che Bacci Pagano è stato chiamato a risolvere e non ha risolto, e i cui miasmi si sono trascinati fino al presente.  Ma la loro è una ricerca quasi inconscia, un bisogno di verità che pare animato di vita propria e che colpisce soprattutto nel dottore, il Gigante, colui che dovrebbe non temere la verità e invece la elude.  Bacci Pagano si guarda attorno, tra vecchie fotografie e curatissime rose,  alla ricerca di un bandolo che lo porti alla comprensione. E intanto continua a vivere la sua vita di “analfabeta dei sentimenti”, fatta anch’essa di molte questioni irrisolte, forse irrisolvibili.

La narrazione che ne risulta per i lettori è un noir d’atmosfera, che percorre i vicoli (e anche i tetti) della città vecchia,  ripercorre le strade notturne e il fiume della Bangkok anni Ottanta ma soprattutto cammina in mezzo alle elusioni sulle quali le persone finiscono troppo spesso per costruire le loro vite. In più, chi non è digiuno delle tematiche della psicoterapia, ne esce con una consapevolezza quasi dolorosa che io ho visualizzato in un caleidoscopio, o un mosaico astratto che si compone e scompone: unica immagine possibile per le mille facce, le mille ragioni (inafferabili?) delle nostre verità interiori. 

Un libro profondo, al di là della vcenda noir, a cui ho continuato a pensare dopo averlo terminato. Un libro da regalare a chi non cerca il sensazionalismo ma il senso.

 


LA DONNA CHE PARLAVA CON I MORTI

Remo Bassini
Newton Compton Editori – pag 238 - € 9,90

Strano romanzo, denso di un’atmosfera umida e pesante come la nebbia di certi giorni di novembre.

Apre su un’antica leggenda contadina, la storia di Nunzia dei boschi e dei castagni, condannata per colpe d’amore, umiliata, offesa e infine uccisa nel 1942, quando la morte era troppo quotidiana perché la sua muovesse a compassione qualcuno. La donna che parla con i morti del titolo invece è Marta, personaggio che non incontriamo mai direttamente, perché non lo incontra Anna, la vera voce narrante del romanzo.

Personaggio forte e sanguigno, tutt’altro che amabile, Anna è orfana nel cuore e nella carne di un padre adorato, e che tanto l’ha amata anche se forse non più dell’anarchia e della bottiglia. Anna soffre crudamente, si sente sola, inedeguata, abbandonata e allora urla, strepita, bestemmia, offende, senza curarsi di luoghi e persone.  Quando si innamora di Fabrizio, ispettore di polizia, ancora troppo legato al ricordo della moglie per poterla ricambiare, si fa fatica a provare pena per lei, che pare fare di tutto per rendersi insopportabile. Quando lui scompare, la storia diventa un giallo, e Anna caparbiamente comincerà a cercarlo e a scavare nel passato suo e dei suoi amici. E qui troviamo il filo del romanzo: il passato che non se ne va, i lutti che non si elaborano, le ferite che non si rimarginano. I protagonisti principali hanno perso tutti la persona più amata al mondo: Anna il padre, Fabrizio la moglie, Mario il figlio prediletto, suicida a dieci anni, Roberto la moglie, che non è morta ma è come se lo fosse, perché se n’è andata, esasperata. Personaggi che si incontano, si sfiorano, si perdono in una storia di fatica del vivere in cui forse l’unico raggio di luce sarebbe proprio lei, la donna che parla con i morti, potesse veramente creare un ponte che ci ricongiungesse al nostro passato. Una scrittura matura e complessa, un libro per lettori professionisti, che lascia dentro qualcosa che rimane inesplicabile. Come lo è la morte, in fondo.

 


 


CHESIL BEACH

Ian McEwan­
Einaudi - pp.144 - euro 15,50

Siamo nel 1962. Di lì a un anno sarebbe finito il bando a “L’amante di lady Chatterley”, di lì a poco sarebbe cominciata la rivoluzione sessuale. Ma a Chesil Beach, insieme a Edward e Florance, i due sventurati giovani protagonisti, ci andiamo nel 1962. E’ la loro prima notte di nozze, hanno 22 anni. Di amano, e vogliono finalmente entrare nel mondo degli adulti. Ma non basta volere per potere. Sono entrambi vergini: per lui fino ad allora il sesso consisteva nella masturbazione, per lei non consisteva proprio. Un po’ per le paranoie dell’epoca, un po’ per sua sensibilità personale. Florence ha schifo del sesso, l’idea le fa montare la nausea, vorrebbe vivere con il suo Edward per sempre scambiandosi solo tenerezze e baci a fior di labbra. Oltre non sa andare, non vuole andare. Già durante il fidanzamento non sopportava i baci con la lingua in bocca (chi ha già letto McEwann, si immagini la cifra di perfezione che raggiunge scrivendo le evoluzioni della lingua di Florence per non incontrare quella del fidanzato).
Però oltre andrebbe, suo malgrado, se avesse a che fare con un uomo che conosce l’amore, non un ragazzo ignaro, che si prepara alla prima notte di nozze rinunciando masturbarsi per una settimana. E qui, mio malgrado, confesso di aver ricordato una famosissima battuta del film “Tutti pazzi per Mary”: non vorrai andare all’appuntamento così, come un fucile carico? Subito mi son resa conto che questa associazione non era poi così stupida: è un amico a dire questo al protagonista del film. Perché adesso se ne parla, e come tutti i problemi, si risolvono parlando.
Ed è questo il vero nocciolo del romanzo: l’incomunicabilità. Florence non riesce nemmeno a concepire che ci possano essere delle parole per dire il suo disagio. Edward neppure. Così, dopo una scena in camera da letto tra le più devastanti che io ricordi in letteratura, il dialogo che segue – giù in riva al mare, a Chesil Beach, con il rumore sordo e costante della risacca come colonna sonora – è un capolavoro di non comunicazione. Non si può dire l’indicibile e allora si dice altro, cose che nessuno pensa, dette per nascondersi e colpire come animali braccati.
Basterebbe una parola, una sola, per cambiare il corso di due vite. Quella parola non viene detta e la possibile felicità è perduta per sempre. Il canto di Ian McEwan li accompagna malinconico per il resto della loro vita.
Una scrittura fulgida e precisa, anche se non ossessiva come in Sabato, con un registro di narratore onnisciente e nascosto dominato in maniera assoluta. Un gran bel romanzo, di quelli che restano dentro.
 


LA DONNA DELLE UOVA

Linda Cirino ­
Neri Pozza - pp.158- euro 7,70

 Siamo in Germania, nel 1936. In tanti hanno scritto ormai di quegli anni, ma nessuno così. Perché qui non siamo a Berlino, o laddove agivano le SS e la Gestapo: siamo in campagna, in una fattoria ai margini del mondo. Qui una donna vive con il marito e i suoi due figli adolescenti. E’ “la donna delle uova”: un paio di volte la settimana va al mercato a vendere appunto l’ottima produzione del suo pollaio.
E’ lei stessa, Eva, in prima persona, a narrarci la sua storia: ed è la storia di una ragazza divenuta donna conoscendo bene il proprio destino. Figlia di contadino, sposa di contadino, il mondo fuori qualcosa di molto lontano, l’amore una parola da libri o cinema. Un giorno, nel suo pollaio, trova nascosto un ragazzo. E’ uno studente universitario perseguitato perché ebreo, ma lei nulla sa di quel che accade nel Paese, meno che mai della persecuzione agli ebrei. Ma per un istinto, lo nasconde anche al marito. E quando questi partirà, richiamato nell’esercito, continuerà a nasconderlo, pur sapendo ormai di rischiare la propria vita.
Vicenda umana magistralmente narrata, che narra della scoperta dell’amore e del sesso da parte di una donna adulta e di un rapporto sospeso nell’incertezza di ogni domani, ma quel che colpisce profondamente è il clima che l’autrice riesca a ricreare, il clima claustrofobico di ogni totalitarismo. Due passaggi mi hanno colpito profondamente. Laddove Eva comincia a temere anche i figli – che non esisterebbero a denunciarla perché prima dell’amore familiare viene la fedeltà al Fuhrer – e laddove viene “invitata” a iscriversi all’Associazione Femminile Rurale. Con un linguaggio semplice, candido, disarmante direi, Eva ci racconta della sua scoperta dell’inverosimile, degli ordini grotteschi a cui sono sottoposti i contadini, del fanatismo che viene inculcato ai suoi figli dalle organizzazioni giovanili, di un mondo governato da persone “che hanno deciso di essere autorizzati a dirmi con chi posso fare l’amore”. E’ un occhio innocente, quello di Eva, un occhio pieno di stupore via via che inizia vedere quel che la circonda, e mentre leggevo mi piaceva pensare che dovrebbe essere il nostro stesso stupore, di fronte a ogni follia. Invece, sembriamo assuefatti a tutto e il lutto si accorcia un poco ad ogni tragedia.
 


 


 

LIBRERIA