Mi fido di te

F. Abate e M. Carlotto,
Einaudi
pagg. 175
€ 14,00.
Titolo strafottente,
considerate le relazioni tra i personaggi del libro. Strafottente come il
suo protagonista. E soprattutto titolo di un ottimo libro a quattro mani di
Massimo Carlotto e Francesco Abate. Un quattro mani che mi pare realmente
tale.
Perchè Carlotto si sente eccome, nella scelta del soggetto, nello stile
narrativo impietoso. Però c’è anche altro e diverso e il tutto quadra,
quadra assai.
La
vicenda si concede un paio di flashback (soprattutto il
primo) che nel mio flusso di lettura son risultati un po’
troppo interrompenti, ma poi alla fine tutto ha quadrato,
come nelle migliori ricette letterarie, e tanto di chapeau.
Narrazione in prima cinica e strafottente, appunto, persona
caratterizzata anche da un paio di intercalare che si
ripetono numerose volte nel libro, ma che invece di
risultare fastidiosi, si dimostrano accorgimenti narrativi
in grado di fornire un carattere tutto suo al narrato; li ho
trovati piuttosto efficaci e ben riusciti.
Altri
principali elementi a (mio) favore ... il tema trattato, il
protagonista e l’ambientazione.
Il
tema prescelto: le sofisticazioni alimentari, che tratteggia
una quadro agghiacciante della situazione alimentare
mondiale, tanto agghiacciante da esser tale anche per il
protagonista.
Protagonista cattivo, di quelli difficili da rendere così
bene, di quelli che, mentre una parte di te lo vorrebbe
vedere cadere e soffrire, dall’altra si scopre intenta a
tifare per lui e sperare che riesca a rialzarsi una volta
ancora.
Forse
anche complice una Cagliari “che si lascia scivolare anche
il peggio addosso” (citazione approssimativa di un bel
passaggio iniziale) in cui trovano posto in molti... e,
inaspettatamente, molto peggio del protagonista. Per dirla
con le sue parole, se lui ha la laurea in malvagità e
cinismo, intorno si trova parecchie persone, tutte
rispettabili, borghesi, inquadrate e normali, che di quella
specialità hanno il master. (M.F.)
Kafka sulla spiaggia
Haruki
Murakami
Einaudi
Pagine 522, Euro 20,00
Un ragazzo fugge da casa. Ha solo quindici anni, ma pensa e
si esprime come un uomo. Ha preparato meticolosamente questo
momento, in cui si allontana finalmente
dal padre, uno scultore geniale e satanico, e dalla sua
profezia, che riecheggia quella di Edipo.
Assume il nome fittizio di Kafka e si dirige, quasi
“chiamato”, verso Taka-matsu, nel sud del Giappone.
Lui non lo sa, ma nel suo stesso quartiere di Tokyo vive un
vecchio, Nakata. Non sa leggere né scrivere e la sua mente è
quella di un bambino, però conversa con i gatti. Il suo
lavoro infatti è ritrovare i gatti scomparsi, e proprio
durante una di queste indagini si trova coinvolto in un
efferato omicidio. Fugge anche lui, e anche lui, come
chiamato, si dirige verso Taka-matsu. Le due vicende
proseguono parallele, senza incontrarsi sui binari del reale
ma solo in quelli del sogno.
Una terza storia – un oscuro episodio che alla fine della
seconda guerra mondiale coinvolge una maestra e un gruppo di
bambini – rivela a sua volta legami misteriosi con quella
dei protagonisti.
A fianco a loro appaiono personaggi indimenticabili: Sakura
(una tenera amica, o la sorella perduta, non lo sapremo
mai), il camionista
Hoshino che si fa domande sul proprio futuro; l'affascinante
signora Saeki, ferma nel ricordo di un amore lontano; Òshima,
l'androgino custode di una biblioteca; una fantastica
prostituta che studia Hegel.
Appaiono luoghi indimenticabili, come le montagne e i
boschi in cui Kafka si rifugia quando teme che la polizia
sia sulle sue tracce. I gatti e gli uccelli, animali
totemici nella scrittura di questo autore, hanno qui come in
altre sue storie un ruolo fondamentale. Molto altro accade,
in questo magmatico romanzo, troppo anche per un semplice
accenno, e tuttavia il lettore vi si immerge fiducioso e
affascinato.
E’ meraviglioso il modo in cui Murakami ritma la vicenda,
che non cala mai di tensione. Il ragazzo racconta in prima
persona presente, Nakata invece ci arriva narrato al
passato, attraverso gli occhi del giovane Hoshino. In forma
epistolare – inoltre - conosceremo il poco che ci viene
rivelato sugli eventi degli anni ‘40.
Realtà e sogno si intersecano, in una tela mirabile che
accoglie, affascina, consola il lettore. Eppure il percorso
che gli fa compiere è dei più complessi e dolorosi, è il
percorso della memoria, della conciliazione tra presente,
passato e futuro. Di questo libro si possono dare
interpretazioni molto diverse: romanzo di formazione,
metafora dello scontro tra il passato e il presente o tra il
bene e il male, riscrittura del mito di Edipo, certamente; o
infine goderlo come si godono i romanzi del realismo magico,
senza chiedersi troppe cose, lasciandosi guidare dalla
potenza della scrittura. A questo proposito non si può non
far cenno della traduzione spettacolare di Giorgio Amitrano.
Un libro che tremano i polsi a consigliare, di cui il New
York Times Book Review ha scritto «Tutti possono raccontare
una storia che assomiglia a un sogno, ma rari sono gli
artisti che come Murakami ci danno l'illusione di sognarla».
il commissario incantato
Maurizio
Matrone
Marcos y Marcos
Pagine 214, Euro 14,50
L’autore definisce questo
romanzo una cover di La vita intensa di Massimo
Bontempelli. É certamente un romanzo particolare, molto
legato alla tradizione italiana del XX secolo, lontanissimo
dagli stereotipi gialli. Lontanissimo anche dal giallo, e il
titolo non tragga in inganno.
Che sia oppure
no un commissario di polizia il protagonista, non ha
importanza alcuna. Non ci racconta indagini serrate né
cadaveri eccellenti ma ci racconta se stesso, in episodi
ambientati nel prima e nel dopo l’approdo in polizia, sempre
rivolgendosi a un’interlocutrice nell’aldilà, Wilma,
notissima libraia bolognese prematuramente scomparsa a cui è
dedicato il libro.
Ambientato nella Bologna che
Guccini ha definito “Parigi minore”, nella prima parte ci
narra dei suoi trascorsi di cantante, di gigolò, di
addestratore di gatti e molto altro ancora. A tratti
esilarante, a tratti straordinariamente acuto, come nella
descrizione del gatto che è una delle punte di diamante del
romanzo.
Nella seconda parte, l’io
narrante è ormai entrato in polizia ma il tono non cambia.
Leggero, irriverente, sorprendente in molte parti e le
avventure narrate, sempre in episodi in qualche modo
slegati, appaiono molto affini a un certo surrealismo.
Superata qualche ripetitività, il romanzo approda in quella
che, a parere di chi scrive, è il vero culmine letterario
dell’opera, quando cioè l’io narrante si trasforma ancora
una volta e ci dona la figura indimenticabile dello zio
pasticcere, capace di mettere la poesia nei cioccolatini.
Scritto benissimo, con
quell’ironia mai urlata e mai vantata dei narratori del
secolo scorso (vengono in mente Guareschi e Campanile),
piacerà moltissimo a chi ama il Malussène di Pennac, con cui
condivide quel tocco di follia condito da magia pura.
Non
tornare a Mameson
Maurizio
Lanteri e Lilli Luini
Fratelli Frilli Editori
Pagine 308 , € 12,90
Tanto di cappello al coraggio
degli autori, che scelgono e portano conseguentemente fino
alla fine un eroe quanto mai scomodo, uno che non brilla per
virtù morali, senza essere un classico anti eroe: nemmeno un
simpatico gaglioffo, insomma. Un sopravvissuto della prima
Repubblica, sembrerebbe, usato e poi gettato da parte dai
poteri "veri", questo politico senza passione politica che
arriva confuso al giro di boa dei cinquant'anni, senza un
progetto di vita, un affetto a cui tornare nel momento in
cui la sua "professione" gli dà un colpo mortale.
E invece, un po' alla volta,
ci si affeziona a quest'uomo, alla naturalezza quasi
ingenua con cui vive, lotta, quasi cade e risorge infine
nello scontro con una realtà (la follia, la violenza, una
brutale e vitalistica crudeltà) alle quali la vita non ha
preparato lui né la maggior parte di noi.
Certo, molto del miracolo è
dovuto al controcanto del coro di donne che gli girano
attorno.
E se la moglie ricca e
viziata e manipolatrice non gliela perdoniamo facilmente, né
ci piace la penultima amante (ma come sceglieva le donne
costui, ma si voleva un po' di bene?) si scopre un po' alla
volta che quest'uomo è importante per Beatrice, e Beatrice è
una bella persona.
E che si comporta da
gentiluomo con Ophelia (faticosamente, ma è un essere
umano) e Ophelia è un personaggio poetico e sventurato, che
non si dimentica.
Si scopre che è riuscito a
conquistarsi perfino la cameratesca solidarietà di un altro
bel personaggio, quella Marika che per lui è stata poco più
che un placebo, una salutare compagna di sesso in un momento
scorbutico.
E
sapremo infine che il cinico a tutto tondo è lo stesso uomo
che ha spiegato al figlio di Beatrice che il mare è bilù
"perché bilù
è il colore preferito dei pesci". L'uomo,
del resto, dal quale lei corre nel momento del dolore,
l'uomo che lotterà per salvare, alla guida di una piccola
squadra di donne speciali. E mentre lo salva, combatte i
suoi personali demoni e chiude il suo conto personale con la
morte e con al paura di soffrire. E non è poco.
Un romanzo di personaggi,
tutti riusciti e indimenticabili e insieme una storia gialla
molto tesa in cui l'emozione, i colpi di scena, la tensione,
trascinano avanti il lettore "come se" l'unico scopo fosse
vedere come va a finire, ma intanto gli lasciano scene,
parole, persone che non si dimenticano. E non è poco.
(Patrizia Castaldi)
Leggi incipit e commenti
DELITTO IN CASA
GOLDONI
Stelvio
Mestrovich
Carabba Editore
Pagg. 326 Euro 16
Istriano trapiantato a Lucca,
appassionato musicologo e innamorato di Venezia, Stelvio
Mestrovich ha inventato un ispettore di polizia molto
particolare. A cominciare dalle discendenze: l’autore
infatti, con una licenza poetica, lo ha voluto discendente
del violinista Guseppe Tartini. Egli stesso musicista, suona
però il violoncello e ha una fortuna straordinaria con le
donne.
Nella sua terza avventura –
le prime due sono state pubblicate da Flaccovio – si trova
alle prese con un rompicapo che da Venezia lo porta fino a
Castelbuono, in Sicilia. Un uomo, siciliano di nascita,
viene ritrovato ucciso proprio nella casa museo di Carlo
Goldoni, a Venezia. Nello stesso tempo, un’oscura minaccia
di sequestro pesa sul capo della figlia di un armatore, che
però ha una sosia a sua volta con un vissuto complicato...
Insomma un vero rompicapo, una trama gialla a tutti gli
effetti, ma narrata nella tradizione del poliziesco
italiano, con stile ed eleganza, senza orrore e splatter.
L’autore ama molto anche la
Sicilia di Camilleri e ne dà un ritratto appassionato, così
come naturalmente della Venezia d’agosto assoluta primadonna
di queste pagine, nelle sue calli poco frequentate così come
nei vaporetti invasi da turisti chiassosi. Un poliziesco un
po’ fuori dagli schemi, insomma, incentrato su figure di
grande umanità, che può piacere anche a chi di solito non
frequenta il genere.
La solitudine dei numeri primi
Paolo
Giordano
Mondadori
Pagine 312 , € 18
Lei una mattina si è persa nella neve,
per sfuggire a un destino di campionessa di sci che
interessava molto a suo padre e nulla a lei. Lui un
pomeriggio, per “essere all’altezza” dei suoi compagni, ha
perduto nella nebbia la sorellina gemella ritardata.
Le storie di Alice e Mattia sono due
favole nere che a un certo punto si intersecano. Lei piomba nell’adolescenza, in mezzo
a crudeli ragazzine in fiore con una gamba rigida e un
bagaglio di inadeguatezza e rancore. Lui si è chiuso una
volta per tutte in un mondo autistico fatto di numeri e di
ordine.
Già feriti nell’età in cui è più
facile essere vittime, si spalleggiano, si separano, si
cercano, si ritrovano da adulti. Apparentati solo
dall’essere diversi da chiunque: come i numeri del titolo
sono vicini e tuttavia separati, mai vicini al punto da
toccarsi davvero.
Quella narrata è la somma delle loro
storie, per la parte che è di ognuno, e per la parte che le
accomuna: due vicende, una, se si vuole, apparentemente così
eccezionali da non poter essere usate come paradigma. A
voler leggere, tuttavia, nell’essere così estrema questa
storia dice molto sulla solitudine dei ragazzi in un mondo
che pretende da loro altro da quello per cui sono al mondo.
Vivere, crescere, amare ed essere amati.
Il romanzo non dà tregua al lettore,
trascinato in avanti tra collera e tenerezza, fino a una
conclusione non scontata: non "e vissero felici e contenti"
ma, forse, "e vissero".
Rosa elettrica
Giampaolo
Simi
Einaudi Stile Libero
pagg.302, euro 12,50
Rosa, giovane
agente di polizia, viene improvvisamente chiamata a un
incarico delicato. Nonostante la sua scarsa esperienza, si
vede assegnare la protezione di un boss diciottenne della
camorra, che ha deciso di collaborare. O almeno sembra. Rosa
si trova stretta tra una situazione che non comprende, la
determinazione a compiere il suo dovere e una situazione
familiare che sta diventando ingestibile.
Ne esce una storia dai contorni indeterminati, in cui non si
sa dove sia il bene e dove sia il male, quale sia la verità
e quale la menzogna. E ne esce un libro bellissimo, poetico
e sconvolgente al tempo stesso, ricco di tutto quel che c’è
in una vita. Daniele Mastronero, detto Cociss, è un
personaggio indimenticabile perché tale è reso da una
scrittura maiuscola, con dialoghi che ne riportano con
verosimiglianza assoluta il linguaggio e tratteggi che ci
rimandano in pieno la personalità. Non è un eroe, è
tutt’altro che un santo, è accusato di un omicidio efferato,
di quelli che scuotono le nostre coscienze fino in fondo:
eppure la pietas dell’autore diventa la nostra, non lo
assolviamo ma nemmeno lo odiamo di quell’odio senza perdono
del nostro tempo.
Da leggere assolutamente.
Gomorra
Roberto
Saviano
Mondadori
Pagg. 331 Euro 15,50
Di questo
libro è già stato detto molto, a volte troppo. A volte pro,
a volte contro. Specchio di un paese senza serenità. Mi
sono chiesta cosa dire di nuovo, e non l’ho trovato. Cosa
dire di diverso, e invece qui qualcosa c’è. Gomorra è,
letterariamente parlando, un grandissimo libro. “Il
container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave.
Come se stesse galleggiando nell'aria, lo sprider, il
meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva
a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono
di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano
manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero
crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e
donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti
raccolti, l'uno sull'altro. In fila, stipati come aringhe in
scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai”.
Comincia così, su una banchina del porto di
Napoli, e continua in un viaggio nell’oscurità, nel girone
infernale della vita e dell’anima e fai una gran fatica a
ricordarti che è tutto vero, che Pasquale il sarto più bravo
del mondo non è un’invenzione letteraria, così come non lo è
il cadavere cappottato dalla scarica di Kalashnikov, non lo
è quell’altro cadavere bruciato e che si scoprirà
appartenere a una ragazza, un’innocente, così come è realtà
e non fantasia quel cellulare che squilla su una bara,
ultimo sconvolgente saluto della amiche a una quattordicenne
uccisa da quel buio che tutto avvolge e nulla vede.
Il libro ti prende, ti porta via, e ti entra
dentro. Un saggio, un documentario Tv non può fare
altrettanto: ti informa, ti indigna, ti fa ribellare.
Gomorra, fa di più. Gomorra ti cambia. Perchè Roberto Saviano non è solo un giornalista di
denuncia, è un grande scrittore.
LE COSE
CHE NON TI HO DETTO
Bruno Morchio
–
Garzanti– pag 277 - € 16,60