IL
MAESTRO RACCONTA
Due
ore a due passi da Andrea Camilleri

Luino, senza
neanche impegnarsi troppo, sa essere umida, fredda, grigia.
Ma ieri, 1° maggio 2010, ci si è messa proprio di buzzo
buono. Il cielo era di quelli che fanno venir voglia di
rintanarsi sotto le coperte e il lago aveva le acque cineree
d'ordinanza.
Ma io ero lì, infreddolita, un'ora prima dell'apertura dei
cancelli, e con me c'era tantissima gente.
Al mondo esistono tre-quattro persone per cui lo farei, e
una di queste è Andrea Camilleri.
Sì, ieri Andrea Camilleri era a Luino per ricevere il Premio
Chiara alla carriera. E ad accoglierlo centinaia di
persone, che quando è entrato in teatro – dall'ingresso
principale, attraversando la platea fino al palco – si sono
alzate in piedi a tributargli il trionfo.
Andrea Camilleri è un grande uomo. Un uomo che ha
attraversato il secolo scorso vivendo e respirando.
Coadiuvato dalle domande di Luca Crovi e Mauro Novelli, ci
ha ridato una vita, un'epoca, le nostre radici.
La sua
narrazione è partita dal 1° maggio 1947. Una giornata calda,
giù dalle parti di Porto Empedocle, e il giovane Andrea la
passa con i contadini bevendo il vino siciliano, quello
forte. Ne beve tanto, forse troppo. Verso sera, torna a
casa. Ma qualcuno bussa alla porta, un amico, agitatissimo.
– Hanno ammazzato i nostri compagni, su a Portella delle
Ginestre – gli dice.
Andrea di quel momento ricorda lo stordimento, il suo
raggiungere il bagno e vomitare. Il vino, e il dolore, che
però non si lascia espellere, mai più. E difatti non ha mai
più bevuto vino: non è astemio, tutt'altro, sostiene che il
whisky e le sigarette lo hanno aiutato ad arrivare a 84
anni. Ma vino mai, legato com'è in maniera indissolubile al
dolore.
Poi, ha narrato del giorno in cui la sua vita è stata lì lì
per finire, e proprio per colpa di un bicchiere di whisky.
Un pomeriggio di un giorno da cani, lui che entra in un bar
e del "prima" ricorda solo una bellissima ragazza, di quelle
– dice lui – che ai suoi tempi non ce n'erano di così belle.
Gli è passata davanti abbracciata a un ragazzo ed è rimasta
lì, impressione fugace.
Ordina il whisky e – nella frazione di un nanosecondo – vede
tutte le bottiglie dietro al bancone esplodere. Una
sparatoria infernale, raffiche di mitre, e lì, sul pavimento
insanguinato, restano sei cadaveri. Pochi secondi è durata,
ma nella sua percezione sono stati 365 giorni tutti interi,
a uno a uno. Dopo, nel silenzio rotto dalle grida, il suo
primo sentimento è stato la vergogna. Il secondo, la rabbia.
Tra vergogna e rabbia ha trascorso le quattro ore
successive.
Dopo, è arrivata la paura.
Violenta, sconvolgente, da battere i denti. Arriva sempre,
la paura, dice Andrea.
E di questa storia ha portato un segno misterioso: pochi
giorni dopo, presentandosi al metal detector dell'aeroporto,
questo si è illuminato come un albero di Natale. Non aveva
addosso niente, e nessun medico è mai riuscito a spiegare il
fenomeno, ma per un anno Andrea Camilleri, sopravvissuto a
una strage di mafia, ha fatto accendere i metal detector di
tutti gli aeroporti.
Ci ha portati anche nel mondo di una televisione che non
esiste più, quella in bianco e nero dei grandi sceneggiati
televisivi. Ricordate la lentezza meticolosa con cui Gino
Cervi accendeva la pipa? Ecco, ci metteva tanto perché –
siccome non imparava mai la parte – doveva leggere le
battute sul "gobbo", che allora era a mano e manovella. E il
giorno in cui ad Andrea Camilleri toccò in sorte di
sostituire il regista, gli toccò proprio la scena di Maigret
che interrogava un portiere.
Il portiere era il grande Cesco Baseggio, che in quanto a
memoria stava peggio di Gino Cervi.
Così, se li ritrovò uno di fronte all'altro, entrambi che
leggevano il gobbo. – Uno guardava a Cristo, l'altro a San
Giovanni, insomma – ha riso ieri Andrea.
Come potete ben immaginare, io a questo punto avevo da tempo
virtualmente lasciato la poltroncina rosso velluto e stavo
seduta ai piedi di Camilleri, incantata come una bambina.
Mentre parlava, nella mia mente scorrevano vigneti siciliani
assolati, strade bianche battute dal vento, l'odore del
mare, poi l'Italia degli anni cinquanta e sessanta, i vecchi
televisori in bianco e nero, le lambrette e le seicento.
Questo per dirvi la magia della voce di quest'uomo, voce non
solo nel senso di timbro vocale – pure bellissimo, con quel
retrogusto di accento siciliano che è lì ma si manifesta
solo quando lui vuole - ma di "voce dello scrittore", di
autentico cantore di un'epoca.
Ha parlato di
se stesso scrittore e della moglie Rosetta, che gli dice
–Tu non sei uno scrittore, sei un corrispondente di guerra –
perché scrive solo quando in casa c'è vita, casino. Il
silenzio, la torre d'avorio, gli mette voglia di suicidarsi.
Esattamente come a me, e potendo sarei corsa ad
abbracciarlo. E se accade qualche volta che le sue nipoti
fanno chiasso, e non riesce a concentrarsi per scrivere …
che problema c'è se smette?
– Primum vivere, deinde philosophare – ha detto, strappando
un applauso e forse qualcosa di più, forse una riflessione
profonda.
Ci ha narrato dei suoi inizi da poeta, lui che a Porto
Empedocle negli anni '40 scopre incredibilmente un concorso
letterario di Lugano e si ritrova in finale con Pasolini.
– Se avessi continuato come poeta, fino a 40 anni sarei
stato una giovane promessa, dai 40 ai 60 il solito coglione
che scrive e dai 60 agli 80 il Venerabile Maestro – ha
scherzato.
Ha parlato di Montalbano come figlio di Maigret, e dei
vecchi racconti di un mezzadro di suo nonno, che gli sono
rimasti dentro per decenni per poi uscire in storie che noi
abbiamo amato. Ha parlato del futuro, dei tre libri che
stanno per uscire. L'Abbecedario della sua lingua, per
incominciare. Lo hanno convinto, ha detto. Poi, un nuovo
Montalbano, molto cupo e noir, la cui idea l'ha avuta
guardando un programma a notte fonda sulle bambole
gonfiabili e sul progresso tecnico delle medesime. Ci ha
anche rassicurati, ma non troppo: la Sellerio ha i cassetti
pieni di Montalbano inediti, ma esiste anche l'ultimo,
quello definitivo, da cui non c'è ritorno e l'autore ogni
tanto minaccia il personaggio di dare proprio quello alle
stampe.
Poi, una notizia fantastica per tutti ma per me che scrivo a
quattro mani in particolare: il terzo libro in uscita è un
quattro mani di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli. Ragazzi,
posso dire che non vedo l'ora? Si sono divertiti moltissimo,
e su questo non avevo dubbi.
Pensate che sia finita qui?
No, aveva ancora una cosa da raccontare, e questa data 1935.
Siamo a Porto Empedocle, nel giorno dell'inaugurazione del
nuovo edificio scolastico misto, masculi e fimmine,
finalmente.
Nel 1911 Luigi Pirandello aveva dettato una lapide da
apporre tra i due edifici scolastici separati. Stavolta si è
rifiutato di dettarne un altro – Spostate quello – ha
detto, giustamente. Solo che lo obbligano a essere presente,
erano tempi in cui dire no era un problema. I rapporti di
Pirandello con il fascismo sono molto compromessi, ma è
impensabile che possa presentarsi alla cerimonia senza la
camicia nera. Non per niente Pirandello è un genio: pur di
non mettersela, indossa l'alta uniforme di accademico
d'Italia forse per la prima e unica volta nella sua vita. E
vestito così, percorre non la via principale di Porto
Empedocle, ma una parallela. Quella in cui c'è la casa di
Andrea Camilleri, che ha dieci anni e mentre nonna e
genitori stanno facendo il riposino pomeridiano, lui gioca
al piccolo chimico. Bussano alla porta. Apre e si trova di
fronte quello che a lui pare un ammiraglio. La scena che si
svolge è più o meno questa, vista da Andrea.
– C'è in casa Caterina Camilleri?– domanda l'ammiraglio.
– Sì, è mia nonna – risponde Andrea.
– Bene, vai a dirle che c'è Luigino Pirandello che la vuole
salutare.
Andrea corre, sveglia la nonna. – C'è l'ammiraglio Luigino
Pirandello che ti vuole salutare.
In casa scoppia il finimondo, la nonna che scatta in piedi,
i genitori che s'abbracciano. Andrea li guarda stravolto e
da regista, fino a oltre i 45 anni, non si risolverà a
mettere in scena Pirandello.
– Questa è una storia vera – conclude – nessuno ci ha mai
creduto ma io non so cosa farci. È successo, ed è successo
proprio così.
Dopo, è la
premiazione. Molti sono i paralleli tra Piero Chiara e
Andrea Camilleri, oltre l'arte di un raccontare meraviglioso
e antico, Il primo, che Chiara era siciliano per parte di
padre, e ogni anno tornava delle Madonie. L'ultimo
esilarante: Camilleri ha scritto Il nipote del Negus, Chiara
un racconto intitolato Il cugino del Negus, che la
fondazione che si occupa dell'eredità del grande scrittore
ha rilegato e regalato a un Andrea commosso.
– Quando mi avete invitato, mi sono detto devo mantenermi
in salute, perché io qui ci voglio andare – ha detto
ancora Camilleri, rivelando tutta la fragilità dei suoi anni
e io, potendo, sarei corsa ad abbracciarlo.
Ho citato Luca
Crovi e Mauro Novelli, ma non chiuderò senza citare la
lettrice Sarah Maestri, brava attrice luinese che ha avuto
il coraggio di leggere in siciliano, e la sobria Laura
Balduzzi che ha introdotto l'evento. E infine ringrazio
l'organizzazione, gli Amici di Piero Chiara, che ci ha dato
questa grandiosa serata, la loro "anima" Bambi Lazzati e
personalmente ringrazio Ambretta Sampietro che mi ha
invitata e mi ha dato l'impagabile dritta di presentarmi due
ore prime, per conquistarmi un posto nelle prime file.
Sono uscita da
questa serata con una nuova forza, un nuovo entusiasmo.
Spero di essere riuscita a comunicarvi un po' di
quell'emozione.
E se volete
leggere una bellissima intervista eccola qui:
http://ambrettasampietro.wordpress.com/2010/05/01/intervista-a-andrea-camilleri-la-prealpina-10-4-2010-pagg-1-e-31/
Lilli Luini