FESTIVALETTERATURA
Mantova,
8 Settembre 2007
Quando
arrivo (con Valeria, mia moglie) Mantova è ancora addormentata,
nonostante siano le nove passate. Le facce che incontro per strada sono
quasi tutti di mattinieri del Festivaletteratura, (quelli che sono a
Mantova da ieri o da prima ancora e non vogliono perdere niente):turisti
della lettura, qualche mestierante della parola scritta (borsa a tracolla
piena di… libri? e fascio di giornali sotto il braccio), qualche
intellettuale furbetto pronto a “dare battaglia” non sa
bene neanche lui a chi ma comunque pronto. Per fortuna la maggioranza
sono facce che hanno dipinto tra gli occhi e le labbra il raro gusto
del superfluo intelligente.
A quest’ora, gli unici luoghi affollati sono i bar e soprattutto
i bar-pasticceria: “risino” e cappuccino, poi in piazza
Sordello, splendida signora né sdolcinata né arrogante,
familiare e signorile. Qui finalmente si ha la sensazione che qualcosa
stia per comunicare.
Un solo stand è già aperto, oltre a quello delle informazioni
sul Festival: è dell’Associazione Calligrafica Italiana.
Scopo: risvegliare l’interesse per la calligrafia (una volta si
diceva “la bella scrittura”). Mi piace; parlo con le due
ragazze che presidiano questo mattiniero avamposto del buon gusto: sul
tavolo un A4 con scritto a mano, di fresco, con una calligrafia che
mi scioglie dentro: “Buon Giorno”.
Mi informo dov’è il Chiostro del Museo e mi dirigo, gustando
la tranquillità e i miei passi (Valeria è già partita
per Piazza Castello). Non ho fretta. Ho scelto un dibattito “particolare”,
su “la debolezza di Dio” e sono convinto che saremo in pochi
a sentire Paolo De Benedetti (ultraottantenne docente di Giudaismo che
sostiene la necessità di essere “con o contro ma non senza
Dio”). Mi rendo conto di aver sbagliato previsione quando, ancora
lontano, vedo una fila davanti a un portone. Mi accodo ma, per essere
sicuro di non sbagliare, chiedo se quella è la fila giusta e
un ragazzo dell’organizzazione mi assicura: “si, è
qui che si fa il biglietto.”. Quando entro nel chiostro le sedie
(sicuramente più di quattrocento) sono per metà occupate;
prendo posto e dopo dieci minuti c’è già la caccia
al posto a sedere. Non pochi resteranno in piedi.
Cosa dicono De Benedetti e Stefano Levi dalla Torre che si confronta
con lui è articolato e complesso: impossibile sintetizzare. Stefano
Levi della Torre parla anche, con sorprendente competenza, dell’Infinito
di Leopardi e quando De Benedetti parla di Elia che cerca Dio mi sento
stranamente coinvolto come “scrittore”. Elia –racconta
De Benedetti- va nel deserto a cercare Dio e sente il vento forte e
il tuono e molti altri rumori e ogni volta si chiede se là dentro
ci sia Dio ma la risposta è sempre “no”; finchè
sente una “voce di silenzio sottile” e capisce che là
dentro c’è Dio. Chi sa perché ma mi sembra che questa
voce di silenzio sottile sia come la piccola-grande emozione che sta
ad ogni inizio di scrittura e che chiede di darle vita e fisionomia
e forza.
Torno alla Piazza Sordello e lì c’è Valeria che
ha appena finito di sentire Piero Dorfles con Jonathan Coe e sta ora
ascoltando Frank McCourt che legge, in lingua ovviamente, un brano di
“Le ceneri di Angela”. Alla lettura segue una spassosa intervista
in cui capisco quanto sia romantica e tardo ottocentesca la mia concezione
dello scrivere. In ognuna delle risposte, con leggerezza e grazia e
altrettanta insistenza, il veramente simpatico McCourt ricorda al pubblico
che il suo libro è in libreria e che si può acquistare
e anche regalare a figli e nipoti, a Natale o per il compleanno, e che
se non si hanno figli o nipoti basta guardarsi attorno e ci sono di
certo amici e conoscenti e vicini di casa e questi hanno di sicuro anche
figli e nipoti…Insomma: vendere è, non può non essere,
a parere di Mcourt, una parte costitutiva della faticosa operazione
di scrivere…
Il
primo pomeriggio a “Radio Fahreneith”. Situazione fresca,
non formale: dà quasi l’idea di improvvisazione tanto il
meccanismo è oliato e tanto affiatati sono i protagonisti. Ho
guadagnato una posizione invidiabile: sono a un metro di distanza da
Marino Sinibaldi (non l’ho mai visto ma me lo fa “conoscere”
la mia vicina che, appena tra tante teste lo vede spuntare, si commuove
e incomincia a battere le mani, illuminata in volto) e da Susanna Tartaro,
factotum discreta efficiente onnipresente.
Commozione generale: a sorpresa arriva Orhan Pamuk. È un tripudio
che non lo sorprende e che, si vede, gli fa molto piacere: fotografa
chi lo fotografa. Poi parla e dice cose molto sensate e molto belle.
Senti che tutto quello che fa è frutto di una tenace e tranquilla
conquista dentro sé stesso. Dice: a me interessa solo scavare
dentro me stesso; la politica mi ha tirato dentro ai suoi giochi e io
ci sto con disagio: voglio tornare a dire solo me stesso. Gli ho stretto
la mano mentre se ne andava. Floscia, anonima, senza nerbo: mi aspettavo
una stretta vigorosa, personale (ma un’amica olandese mi ha poi
detto che è tipico dei turchi…meglio così: quella
stretta era stata per me una delusione).
Poi arriva Hamid Mohsim con il suo “Fondamentalista riluttante”:
timido, quasi impacciato (sono dietro di lui, sempre a un metro di distanza,
e osservo i suoi piedi: li tiene raccolti, uno sull’altro, indietro,
quello sopra sembra la coda di un cane, in continuo movimento…)
e parla del suo fondamentalista in crisi e dell’America vista
con gli occhi di un pachistano e dei fondamentalismi che sono –lui
dice- letture nostalgiche del mondo (da quello di Bin Laden a quella
di Bush e di Ratzinger). Sinibaldi accenna alle tante letture possibili
del suo romanzo, compresa quella in chiave di giallo, e gli chiede “Ma
insomma, l’americano, nel finale del libro, muore o non muore?”.
Hamid sorride e la sua risposta è gentile e intelligente e comprensiva
ma, sul punto, lascia Marino e tutti gli altri a bocca asciutta.
Mi
allontano malvolentieri e di corsa dalla postazione di Radio3 –
Fahrenheit e corro di nuovo al Chiostro del Museo dove mi attende un
dibattito che doveva essere “con” ma purtroppo sarà
“su” Luigi Meneghello.
Ci sono quattro gatti, e un tecnico del suono che armeggia su un portatile
e intanto chiama al cellulare, agitato anche se professionale. Poi si
rivolge ai quattro gatti e si scusa e dice che neppure lui lo sapeva
e che comunque l’evento è saltato, rinviato al giorno dopo.
Ma se neanche lui lo sapeva e se in nessuna parte questa variazione
di programma era segnalata, com’è che ci sono, a un quarto
d’ora dall’inizio, solo 4 gatti? Questo mi chiedo e allora
capisco cos’è questo Festival. Capisco allora che a Mantova
si viene perché si cerca lo scrittore, fisicamente. Si vuole
sentire la voce, vedere come sorride, come muove le mani, quanto è
alto, come sta seduto: si cerca un’immagine fisica da portarsi
poi dentro quando a casa o in treno si scorrono parole di carta che
dicono di lui, che sono sicuramente lui, ma in concreto sono solo segni
neri su carta bianca. A Mantova si vuole toccare, inseguire l’autore,
dare un libro o un foglio qualunque ad un uomo o una donna e che questi
lo prenda tra le sue mani, ci appoggi sopra la penna che tiene tra le
dita e ci scriva, lui/lei non una stampante, qualcosa. A quel punto
non interessa cosa, purchè sia un segno “vivo”, “reale”,
impresso sulla carta da una mano, la sua. A Mantova non si viene per
commemorare chi purtroppo non c’è più.
Peccato per Meneghello, per la sua voce, la sua faccia severa che ci
avrebbe ricordato, come era previsto, come “lo scopo delle scritture
oneste è di arrivare più vicino possibile alla realtà
delle cose. Della quale non sappiamo niente –avrebbe detto come
aveva scritto- finchè non s’avvia il congegno delle parole
che la rappresentano, rotelle che girano sui perni filiformi.”
Chiamo al cellulare Valeria che sta facendo la fila per andare a sentire
Cristina Comencini (una fila enorme, mi dice) e le chiedo di prendere
un biglietto anche per me. Nel Cortile della Cavallerizza ci sono parecchie
centinaia di persone (800, 900? e tante restano fuori!) e un giornalista
di Repubblica ( E. Franceschini) che snocciola domande (mamma mia, che
domande scontate!) alla Comencini, sul suo romanzo (“L’illusione
del bene”) e sulla sinistra italiana, alias il PCI, dagli anni
70 alla caduta del Muro, e su come eravamo illusi e su quanti errori
abbiamo fatto e su quante cose non abbiamo visto e via di seguito. In
nessun momento quello che viene detto riesce a prendermi: troppa confusione
tra scrittura e politica e vita (di cosa si parla?), troppo intimismo
mascherato di socialismo, troppa troppa nostalgia fine a se stessa.
Le domande del pubblico -parecchie- ci fanno scivolare ancora più
giù. Non ho nessuna voglia di dire la mia.
Trovo sicuramente più interessante il nostro piccolo dibattito
privato, prima di lasciare il Cortile, con due coppie bolognesi, perplesse
come e forse più di noi, dove comunque mi accorgo che si fatica
a capirci (è evidente che con le stesse parole indichiamo cose
diverse e quindi per capirci veramente –non dico per trovarci
d’accordo!- la strada sarebbe molto lunga). Ci accomuna il fatto
che nessuno è preso da particolari nostalgie e che, se qualche
problema del tipo di quelli sollevati lo avevamo, lo abbiamo anche superato,
già da parecchi anni. Il romanzo della Comencini in ritardo?
Possibile. (rischio di ogni lavoro troppo legato al reale?)
Ci si saluta con i bolognesi, facciamo ancora quattro passi tra la gente
che affolla questo centro città che fatico ad afferrare ma che
trovo famigliarmente magico, e andiamo alla macchina.
Il parcheggio è accanto ad uno dei laghi; faccio un salto sulla
riva: verde, coppiette, idilliaca tranquillità, e un gruppo di
germani reali che dall’acqua…stanno a guardare.
PS: “La poesia salva la vita” è
un cartellone appoggiato ad un muro e abbandonato all’entrata
di Piazza Sordello. Mi accorgo più tardi che è il “manifesto”
di un “barbone” che, seduto a fianco del cartello, vende
foglietti con poesie naif. Vorrei fotografarlo ma non ne ho la forza:
è troppo “vero” e mi sembra, fotografandolo, di trasformarlo
in un fenomeno.