BIANCA
PITZORNO E PAUL COLLINS
LEGGENDOSCRIVENDO
AL FESTIVAL DELLA LETTERATURA DI MANTOVA
Non
era la prima volta che varcavo quel ponte, ma era la prima volta
che lo facevo da sola, a piedi, in una delle giornate più
belle di questa fine estate.
Il Festivaletteratura alla sua decima edizione è iniziato
mercoledì 6 settembre per terminare domenica 10 settembre.
Una macchina organizzativa perfetta: consulti il programma comodamente
da casa tua, se internet lo permette, oppure telefonando al numero
che appare nella pubblicità della manifestazione visibile
su molti quotidiani nazionali degli ultimi giorni. Scegli l’evento
in base alle tue preferenze e ritirando il biglietto due ore prima
dell’inizio, viene assicurato il tuo posto a sedere in uno
delle tante location messe a disposizione da una città
incantevole.
M ???q?antova è bellissima. Ho parcheggiato alle porte
della città e ho percorso a piedi il ponte – Via
Legnago - al di là del quale mi aspettava cordiale e generoso
un diadema di monumenti da farti dimenticare la lunghezza del
viaggio e la calura del giorno. Accompagnata dall’acqua,
il Lago di Mezzo da una parte e il Lago Inferiore dall’altra,
di fronte a me potevo ammirare, come perle incastonate nel tempo,
il Castello di S.Giorgio, la cupola della Basilica di Sant’Andrea
e le torri massicce e squadrate, ultime testimoni del periodo
romanico. È bastato questo approccio visivo per farmi dichiarare
a gran voce che se il Festivaletteratura mi avesse deluso, a rincuorarmi
sarebbe bastata la visita della città. E invece è
stata una progressiva scoperta all’insegna del piacere.
259 eventi si sono svolti da mercoledì mattina a domenica
sera in questa cornice rinascimentale alternando incontri con
scrittori italiani, stranieri, artisti della musica, della pittura,
della danza, del teatro senza dimenticare i più piccoli,
coinvolti in laboratori assolutamente originali. Si respira un
grande fermento tra gli appassionati accorsi da ogni dove per
assistere all’incontro con l’autore preferito.
A
me, costretta a scegliere un solo evento nel primo pomeriggio
di giovedì 7 settembre, è capitato di partecipare
all’incontro con lo scrittore americano Paul Collins, intervistato
dalla scrittrice italiana Bianca Pitzorno. Molto onestamente non
conoscevo né l’uno né l’altra. Prima
di presentarmi al Chiostro del Museo Diocesano, luogo dell’evento,
avevo visitato una libreria all’aperto, sorta per l’occasione
in Piazza delle Erbe. Ho potuto scoprire così che Bianca
Pitzorno è autrice di numerosissime pubblicazioni per bambini,
mentre Paul Collins di due romanzi pubblicati per l’Adelphi:
“La follia di Banvard” e “Né giusto né
sbagliato”. Com’è mia abitudine ho sfogliato
le prime pagine ed è stato amore a prima vista. Prosa scorrevole
su tematiche decisamente interessanti. Nel primo, “La follia
di Banvard”, l’autore si cimenta nella biografia di
tredici personaggi vissuti a cavallo della seconda metà
del XIX secolo, all’epoca divenuti famosi spesso per delle
intuizioni geniali, ma poi caduti nel totale oblio. Il secondo,
intitolato “Né giusto, né sbagliato”
parte da una vicenda personale dell’autore: racconta del
suo rapporto con il figlio di tre anni autistico. Ciò che
traspare fin dalle prime righe è l’assoluta mancanza
di autocommiserazione o pietismo.
Mi dirigo all’appuntamento sfidando il caldo delle due del
pomeriggio. Manca un’ora eppure siamo tutti in fila che
aspettiamo pazienti e ordinati di varcare l’ingresso. Un
gruppo di ragazzi con la polo blu ci segue, pronto a cogliere
anche il più piccolo sospiro. Sono cordiali, entusiasti,
premurosi: sono i ragazzi volontari del Festival che girano per
la città a disposizione del pubblico. Dieci minuti alle
tre ci fanno entrare. Un centinaio di sedie è disposto
sotto un largo tendone sull’erba appena tagliata del Chiostro.
Pochi istanti e tutte le sedie vengono occupate. Sul palco siede
il traduttore e una donna sulla sessantina con la faccia sorridente,
lenti rotonde e capelli raccolti in tanti ciuffi che mi ricordano
una pettinatura molto infantile su un volto da professoressa.
Frotte di bambine tra gli 8 e i 12 anni corrono da lei per farsi
autografare un libro. Lei non smette di sorridere e di emozionarsi
davanti a tanto entusiasmo. Poi guarda l’orologio e con
una battuta simpatica ci fa capire che l’ospite è
Paul Collins, non lei. Mi unisco all’applauso che nasce
spontaneo tra il pubblico ammaliato da tanta modestia. È
la prima volta che vedo e sento parlare Bianca Pitzorno, però
è così divertente che riesco a perdonarle quel look
da scolaretta.
Arriva infine un ragazzone, dal viso tondo, il ciuffo quasi rosso,
vestito sobriamente con delle scarpe troppo grosse per appartenere
al guardaroba di un italiano. È Paul Collins. Bianca Pitzorno
aiutata dal traduttore presenta il suo collega. Ha poco più
che trent’anni ma nella sua giovane esistenza ha già
fatto così tante cose che solo sentirne una parte verrebbe
da alzarsi e andarsene via senza far rumore. Invece è difficile
provare rabbia o invidia perché Paul Collins, scrittore,
editore, libraio, studioso, ecc., è di una semplicità
che ti mette subito a tuo agio. Attento alle domande sia da parte
della Pitzorno che del pubblico, preciso nelle risposte, non ostenta
mai una qualsivoglia superiorità. Si evince una profonda
cultura confermata anche da alcune sue affermazioni, ma resta
tangibile quella sua innata voglia di condividere parole, sensazioni,
emozioni con chiunque lo richieda. I suoi libri – quelli
giunti a noi perché tradotti – ne sono una testimonianza.
Per la stesura di “La follia di Banvard” Paul Collins
ha speso giornate intere nelle biblioteche alla ricerca di tutto
ciò che
poteva
riguardare i suoi tredici personaggi. E grazie al suo minuzioso
lavorio è riuscito a far rivivere 13 figure che l’umanità
aveva cancellato. Nel l’altro suo libro, “Né
giusto, né sbagliato”, ha voluto dar voce a chi per
una bizzarria del genoma umano, voce non ha. In entrambi i casi,
secondo il mio punto di vista, Paul Collins ha dimostrato una
grande umanità e un grande coraggio.
L’incontro è terminato con una fila interminabile
di persone che chiedevano una dedica su uno dei suoi libri. Io
ho atteso il mio turno e quando è toccato a me con voce
tremante per l’emozione gli ho chiesto di dedicare quel
libro alla mia speranza di ricevere, un giorno non lontano, la
lettera da parte di un editore italiano. Lui ha atteso paziente
che le mie parole in un inglese stentato si trasformassero in
frasi e poi con il volto sorridente mi ha dedicato un bellissimo
pensiero, il cui finale mi riportava all’inizio di questa
incantevole giornata: …the bridge can be crossed!
dalla
nostra inviata Simonetta Pozzati