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UNA
SERATA CON DARWIN PASTORIN
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LeggendoScrivendo
a Ferrara con il giornalista italo-brasiliano
Ferrara
accoglie Darwin Pastorin in una fredda sera di metà dicembre.
Il luogo destinato alla presentazione dell’ultimo libro del
giornalista italo-brasiliano è la Biblioteca del Liceo Classico
Ariosto, più precisamente la sobria ed accogliente Sala di
lettura. Pastorin, classe 1955, inizia a parlare dopo una breve
introduzione della prof. Calabrese e si intuisce subito che sarà
una serata speciale. Le parole sembrano uscirgli direttamente dal
cuore e il tono solenne, quasi sofferto, ottiene l’effetto
di ipnotizzare la platea, meno numerosa del solito. Questa volta
più che mai gli assenti avranno torto.
“Mi hanno sempre affascinato le storie dei deboli,
degli sconfitti. Il personaggio di cui ho voluto parlare
questa volta rappresenta, io spero, un caso limite; quello
di un uomo che per un solo episodio avverso è stato
condannato a qualcosa di peggio della morte: l’altrui
indifferenza ed emarginazione.”
Pastorin è un poeta prestato al giornalismo, alla narrativa,
allo sport e quant’altro. “L’ultima parata di
Moacyr Barbosa”, questo il titolo del suo libro, è
una lunga melodia triste che l’autore ha voluto dedicare a
un personaggio che, suo malgrado, ha fatto la storia.
“L’episodio è noto. Il 16 luglio 1950 si disputa,
al Maracanà di Rio de Janeiro, l’ultima partita della
Coppa del Mondo. Non si tratta di una vera e propria finale, bensì
dello scontro decisivo per l’assegnazione del trofeo. Di fronte
Brasile e Uruguay; sugli spalti duecentoventimila spettatori in
casacca verde-oro, pronti per la festa.”
Pastorin chiude gli occhi per un attimo, quasi a voler ricordare
quei momenti nonostante non fosse ancora nato.
“Non ci sono dubbi che vincerà il Brasile. Questo è
ciò che pensano tutti; questo è ciò che pensa
un intero paese. Nelle partite precedenti la squadra di casa ha
strapazzato le avversarie con risultati incredibili (6-1 e 7-1,
ndr) e pure l’Uruguay sembra destinato a finire sotto una
valanga di reti. Insomma, una formalità.”
Lo scrittore annuisce lentamente, prima di ripartire.
“Negli spogliatoi, prima di scendere in campo, i dirigenti
della “celeste”, così viene chiamata
la nazionale uruguayana, si raccomandano con gli atleti
di limitare i danni. In poche parole, cercate di prenderne
il meno possibile. Ma c’è un uomo che si ribella
a un destino che sembra segnato: quell’uomo è
Obdulio Varela, il capitano. Fissa negli occhi i compagni,
uno ad uno, e dice loro: l’unica cosa che dovete evitare
è guardare in alto. Non fatevi intimorire dal pubblico!”
Sarà perché si parla di calcio vero, il calcio delle
maglie senza sponsor e con i numeri dall’uno all’undici,
il calcio che molti dei presenti rischiano di dimenticare mentre
gli altri, vale a dire i rappresentanti degli studenti che domattina
incontreranno Pastorin, non hanno mai vissuto; sarà forse
perché lo sgomento e l’amarezza accompagnano la narrazione
di Pastorin, sta di fatto che l’atmosfera è carica
di emozione.
“Il Brasile fa gol, come da pronostico, e a quel punto Obdulio
Varela compie uno dei più straordinari gesti di psicologia
sportiva mai visti su un campo di calcio: prende il pallone in fondo
alla rete e se lo tiene ben stretto in grembo, avviandosi verso
il centro del campo. Poi si mette a parlare con l’arbitro,
che è inglese e non capisce, e si rifiuta di riprendere subito
il gioco. La sua intenzione è di far passare il momento,
impedire che i brasiliani sulle ali dell’entusiasmo possano
travolgere la sua squadra. E ci riesce.”
A questo punto l’autore si concede un attimo di pausa, quasi
avesse bisogno di trovare la forza per continuare. Ma è solo
un’impressione sbagliata.
“L’Uruguay
pareggia con Schiaffino e, a undici minuti dalla fine, segna il
2-1 con Alcides Ghiggia. Quello di Ghiggia non è un vero
e proprio tiro in porta, piuttosto un cross fuori misura o un maldestro
tentativo di passaggio. Difficile capirlo. Molto più facile
intuire il significato di quel gol: vittoria e Coppa Rimet all’Uruguay,
lacrime e disperazione per il Brasile. Una sconfitta che si trasforma
in dramma collettivo e, vicenda nella vicenda, segna per sempre
l’esistenza di Moacyr Barbosa, che di quel Brasile era il
portiere.”
Il libro di Pastorin, per ammissione dello stesso narratore, ha
lo scopo di redimere Barbosa, falso peccatore senza colpa, e si
avvale di testimonianze in bilico tra realtà e fantasia per
ricordare quel momento, quel fatidico gol e rivederlo dalle angolazioni
più suggestive e inconsuete.
“Mi è rimasto un solo desiderio per quel che riguarda
il calcio: che lo stadio Maracanà di Rio de Janeiro venga
intitolato a Moacyr Barbosa. Sarebbe un gesto, l’unico gesto
degno di chiudere una vicenda così triste. Come ebbe a dire
lo stesso Moacyr nel 1993, quando i dirigenti della nazionale gli
impedirono di andare a salutare i calciatori in ritiro perché
temevano potesse portare sfortuna, ‘in Brasile la pena più
lunga per un crimine è trent’anni di carcere, io da
quarantatrè anni pago per un crimine che non ho commesso’”.
Darwin Pastorin conclude in un sussurro e, forse, quello
che sembra di scorgere nel suo sguardo è una punta
di commozione.
“Ho riflettuto a lungo prima di scrivere queste righe. E’
un atto dovuto ad un uomo che ha sofferto ingiustamente”.
Se il ricordo può aiutare, riposa in pace, Moacyr. Ora quaggiù
hai tanti amici in più.
Remo Borgatti
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