
Milano, 10 dicembre 2009. Libreria Feltrinelli di Piazza
Piemonte. Terzo piano.
Immaginatevi una vetrata, e laggiù scorre Milano. Una Milano
con le luci delle auto, dei lampioni e delle luminarie
natalizie, ma anche la Milano che tra due giorni ricorderà i
quarant’anni da piazza Fontana.
Quassù, si parla di un giallo milanese. Lo definisce così
Giulio Mozzi, scrittore e scopritore di scrittori, che è qui
a tenere a battesimo il secondo libro di Massimo Cassani,
edito da Sironi. Con loro, C’è il sostituto procuratore
della Repubblica Luca Poniz, che lavora a Milano e di questa
città conosce il lato grigio, per non dire nero.
Cominciamo
dal romanzo. Si intitola Pioggia battente, e il protagonista
è ancora una volta il commissario Sandro Micuzzi. Ha
conquistato tutti, questo commissario un po’ particolare,
che non cerca le donne ma ne è circondato, che agisce spesso
fuori dalle regole. Nel primo libro – Sottotraccia, uscito
lo scorso anno – Massimo Cassani ci raccontava luoghi di una
Milano d’altri tempi, un po’ alla Scerbanenco. Qui, invece,
la Milano è quella dei ricchi, dei professionisti, e la
storia è quella di poteri corrotti, che si contrappongono
fra di loro, una storia complessa in cui Micuzzi si chiede
per chi stia in realtà lavorando, chi sia a manovrare.
Al suo fianco, il solito gruppo di personaggi minori
particolarmente indovinati, tra i quali spicca – come già in
Sottotraccia - l’agente Rosaria Dalla Vedova. È tale, dice
Mozzi, la personalità di questi comprimari che potrebbero
benissimo reggere un romanzo da soli, con un commissario
magari in ferie.
Un magistrato lettore di gialli, chiede Mozzi a Luca Poniz,
da che parte sta? «È facile» risponde Poniz. «Dalla parte
dell’investigatore letterario. Scatta molto spesso un
meccanismo di identificazione, a patto che il personaggio
corrisponda al proprio modello. Solo di rado, con criminali
particolarmente affascinanti, si riesca anche ad evadere e
per una volta tifare per l’altra parte». Ancora il
magistrato, sempre a proposito dei gialli italiani, rileva
come i magistrati siano spesso dipinti come degli ottusi
burocrati, che vanificano le indagini dei poliziotti. Questa
visione dei fatti, che non corrisponde al reale, ha molto a
che vedere con l’insofferenza alle regole così tipica nel
nostro paese. Un’indagine fuori dall’ufficialità e dalle
regole – quali spesso sono quelle raccontate nei gialli, tra
cui anche Pioggia battente - può accadere, ed è accaduta, ma
pone il problema dell’ammissibilità delle prove così
acquisite.
Sandro Micuzzi è un commissario vecchia maniera, uno che
agisce
seguendo un intuito, e che pare ignorare tutte le tecniche
scientifiche tanto sbandierate dalla cronaca nera. Mozzi si
chiede se sia credibile, e la risposta, come spesso capita,
sta nella misura. Le tecniche scientifiche, spiega Poniz,
sono di supporto all’indagine tradizionale. In realtà i
media scelgono i casi di cui parlare in base al taglio
sensazionalistico che caratterizza l’attuale informazione.
Esistono migliaia di altri casi, in cui gli inquirenti
seguono le piste, parlano con gli informatori, usano
l’intuito. Poi, le tecniche scientifiche, danno il risconto
a volte decisivo. I due metodi, classico e scientifico,
devono insomma compenetrarsi perché l’indagine abbia
successo.
Mozzi si rivolge a Cassani: «Ma perché uno dei dedicare
parte della sua vita a raccontare di persone che uccidono
altre persone?».
«Nelle mie storie – risponde Cassani – l’omicidio è solo un
pretesto narrativo per far apparire personaggi e caratteri.
In questo libro i miei temi sono l’invidia, la
superficialità, la mancanza di memoria. Milano ha tanti
misteri ancora da chiarire. Io non credo che lo scrittore di
gialli e noir sia l’unico testimone della nostra attuale
realtà. Penso a Coe, a Paul Auster, che pur non scrivendo
gialli rappresentano benissimo la nostra società. Ma
certamente chi scrive gialli e noir è costretto a collegarsi
con il clima, con il contesto territoriale. Le mie storie
cominciano da un’idea che colgo dalla realtà.
Qui,
è stato un trafiletto su un giornale».
Ma
perchè si uccide, si chiede Mozzi? Poniz risponde che si
uccide sempre per le stesse ragioni, sesso, potere e
denaro. Le statistiche dicono che si uccide meno che in
passato, se si escludono i delitti della criminalità
organizzata. In realtà oggi c’è una frequenza impressionante
di reati non gravi, determinati da frustrazioni crescenti e,
nel caso di furti e rapine, dalla diffusione abnorme e in
costante crescita della cocaina. Droga in inclusione e non
di esclusione, la definisce Poniz, identificando in questo
la sua straordinaria pericolosità, che non può essere
combattuta solo con mezzi giudiziari e penitenziari.
E su questa nota inquietante si chiude l'incontro.
(a cura di Lilli Luini)