Di natura, arte, storia, letteratura e d'altro
ancora
Incontro con Carlo
Grande

Vuoi intervistare Carlo Grande?, mi ha chiesto qualche
giorno fa l'amico Alberto. Pezzini.
E me lo domandi?, gli ho risposto. Uno scrittore che è
anche giornalista, o un giornalista che è anche scrittore, l'uomo in
prima fila da sempre per la salvaguardia del nostro patrimonio artistico
e ambientale, che ha diretto Italia Nostra per sette anni, e che trova
il tempo per amare anche la Storia e scovare fatti e personaggi dal
passato remoto e recente e farne romanzo.
Come in tutte le persone
di grande intelligenza umana, la sua disponibilità e la sua cortesia
sono totali da subito.
Carlo vive a Torino, dove
lavora a La Stampa.
1. Premessa. Correggimi se
sbaglio, confesso di non avere (ancora) letto tutto di te. Hai scritto
due romanzi, La cavalcata selvaggia e La via dei lupi, basati su
fatti storici realmente accaduti. Due raccolte di racconti, Cattivi
elementi e Padri. Avventure di maschi perplessi, e un saggio, Terre
alte. Dico bene?
Esatto, questo per la
narrativa. Negli Anni Novanta, prima di iniziare a scrivere di
narrativa, avevo scritto per l’Arciere “Torino verde. Gli alberi e la
città” e per Priuli e Verlucca due libri storici e fotografici, uno
sulla provincia di Torino e l’altro sulla città di Torino.
2. Leggendoti, a un certo
punto ho avuto un pensiero. Quante passioni ha quest’uomo. Io
credo che non possa esistere uno scrittore senza passioni, e credo che
le sue passioni entrino sempre in ciò che scrive.
Ma le tue sono vaste: il
nostro pianeta, la montagna, la storia. Nella stesura di un romanzo,
come di una raccolta di racconti o di un saggio, occorre il controllo.
Occorre operare una scelta, tagliare rami che ci interessano magari
moltissimo ma ci porterebbero da un’altra parte.
Ecco, come domini la
materia da scrivere? Come scegli il “cosa” scrivere?
Lo sceglie la storia che
vogliamo narrare, se siamo coerenti e concreti, lo scelgono i
personaggi. Sì, ho tante passioni, ho un carattere abbastanza inquieto,
curioso. E tutto ciò si riflette in quello che scrivo. Però è vero, una
storia va organizzata in modo lineare, con ritmo, senza troppe e lunghe
digressioni. A parte che rileggo parecchie volte, ma già in fase stesura
curo molto la musicalità della frase e della pagina. Quello che esula,
che rallenta, che appesantisce, lo tengo da parte per altri contesti,
per altre storie. Si soffre un po’, si taglia una parte di sé ma è
meglio per il lettore, e per noi stessi. Mica si può dire tutto e
subito, anche raccontando a una persona. Ogni cosa deve agglomerarsi
attorno a una storia, a una serie di personaggi, deve fluire in modo
naturale, come se fosse vita vissuta. A volte (spesso) c’è molta vita
vissuta, in quello che scrivo. E qui torniamo al presupposto: per
scrivere bisogna vivere…. Primum vivere, deinde filosofare…
2. La via dei lupi è un
coraggioso romanzo storico scritto senza cedimenti allo stile fiction
mediaset, e che ciononostante ha venduto. Miracolo? No, a me fa venire
in mente ciò che accadde alle Olimpiadi di Torino: milioni di spettatori
davanti al pattinaggio artistico e i media a stupirsene negli articoli
di fondo. Tu in un giornale lavori: ma la popolazione è così ignorante
e superficiale come ci vogliono far credere? Non è che veda L’isola dei
famosi o legga gialletti sconcertanti perché l’offerta è quella,
prendere o lasciare?
Esiste una minoranza in
Italia che continua eroicamente a usare il cervello, che legge, guarda
film, cerca di parlare, di stare insieme… di tirare fuori la parte
migliore di se stessa. E una massa di persone, la maggioranza, che per
disperazione o stupidità (esiste anche quella) continua a ingurgitare
tutto quello che passa il convento. Certo che se l’offerta cambiasse, se
si educasse anche un poco la gente, il livello medio crescerebbe. Ma
temo che si voglia una massa stupida, manipolabile, di consumatori. Fa
più comodo. Così avanzano i “morti di fama”, gli “scriventi”, senza
talento e col fiato corto. Pochi come gli italiani sono specialisti nel
“correre in soccorso del vincitore”, come diceva Flaiano. A scoprire i
già famosi, a vendere il collaudato sono capaci tutti. Finché non
cambieranno le teste sarà così. Spesso (non sempre) i primi ignoranti e
arroganti sono proprio quelli che hanno il potere, che prendono le
decisioni. Compito di chi scrive, di un giornalista o di uno scrittore,
è essere onesto, preparato, non annoiare, fare gli interessi – come mi
disse Igor Man - del suo padrone, cioè il lettore. Chi ci pensa più,
oggi? Si pensa piuttosto allo stipendio, alla piccola gloria da stronzi,
come diceva Guccini, dell’essere riconosciuti dalla panettiera o da un
gruppetto di amici, magari perché si è apparsi in tv. Gli altri crepino
pure.
3. Una domanda sulla tua
storia, adesso. Banale, temo, ma il nostro è un magazine seguito
soprattutto da aspiranti (scrittori, giornalisti eccetera). Tu inizi
come giornalista. Raccontaci i tuoi inizi.
Sul come è iniziata
potrei scriverci un romanzo, per dire quanto ho dovuto faticare e quanti
colpi di scena si sono verificati. E per dire che bisogna insistere il
più possibile, seguire i sogni e le vocazioni. Sono figlio della piccola
borghesia, non avevo santi in paradiso. Il giornalista è un mestiere nel
quale in Italia è difficile entrare. Io ho collaborato per molti anni
con La Stampa, mentre insegnavo per guadagnarmi il pane (ma in molti
casi mi piaceva, avevo classi molto belle e poi parlare con i giovani,
quelli che hanno un po’ di sale in zucca e non sono troppo piallati, è
bello).
Il direttore Gaetano
Scardocchia a un certo punto aveva indetto un concorso pubblico, uno dei
pochi mai fatti per i quotidiani, se non l’unico. L’ho fatto, ho
partecipato a un corso selezionatissimo (tre giorni di test e colloqui)
e dopo sei mesi di stage finalmente sono stato assunto. Devo molto a
Ennio Caretto, ex direttore di Stampa Sera, che ha creduto in me. A
Giorgio Calcagno, il capo della cultura della Stampa, a Piero Bianucci,
allora responsabile dell’informazione scientifica. Ci sono giornalisti
bravissimi, persone degne. Sono un po’ in via di estinzione… alle nuove
leve il compito di non farli rimpiangere, di essere degni di loro.
4. Se non erro, ha
cominciato a pubblicare di narrativa con I cattivi elementi, casa
editrice la ravennate Fernandel. Ecco, per molti di noi la prima
esperienza di pubblicazione è da dimenticare, spesso anche la seconda e
la terza. Non credo sia il tuo caso. Come è stata?
E’ stata una bella
esperienza, quando Giorgio Pozzi mi ha telefonato dicendo che avrebbe
pubblicato i miei racconti. Erano tratti dalla realtà, basati su persone
e fatti che avevo vissuto nella mia esperienza giornalistica. Erano
stati letti da Oreste del Buono, un altro “grande”, che mi aveva
incoraggiato: “Sono riusciti”, mi aveva detto. Mi sono fatto coraggio,
ho cominciato la trafila, inviandoli ad alcuni piccoli editori. La
tiratura di Fernandel era discreta, sono stati venduti tutti, per quanto
ne so. Ma nelle piccole case editrici, per quanto siano di qualità, il
problema è la distribuzione e la visibilità. Poi dopo quella tiratura
che io sappia non ci sono state ristampe. Però avevo cominciato. In
quella raccolta c'era un racconto che aveva vinto il Premio Teramo per
in editi, quando il presidente della giuria era Pontiggia.
In genere posso
consigliare di essere umili, sempre disposti a imparare e rivedere i
propri scritti. Di leggere molto, moltissimo, imparare dai grandi, dai
classici. E di non affidarsi ad editori a pagamento.
5.
Stephen King sostiene che l’arte del racconto negli USA è in via di
estinzione, sia per colpa di editori incapaci di vedere al di là del
dato di vendita, sia per la chiusura di riviste letterarie storiche. Mi
vien da pensare: figurarsi da noi, dove gli editori lottano con vendite
molto minori e dove le riviste hanno avuto vita breve e difficile. Tu,
che ami i racconti e ne scrivi, che futuro vedi?
Mica tanto roseo. I
racconti possono essere capolavori (da Boccaccio a Carver, che belle
storie) ma in Italia sono negletti. Il fatto che Ponte alle Grazie mi
abbia pubblicato la raccolta “Padri, avventure di maschi perplessi” mi
inorgoglisce, ma il risultato economico non è mai pari al romanzo. Non
so che dire. Sono generi diversi, d’accordo, ma considerando la quantità
di romanzi sbrodolati e improbabili, scombiccherati, per quanto concerne
i personaggi e le trame, (e anche lo stile), sarebbe meglio fare
piuttosto dei bei racconti serrati. I modelli non mancano. Ma Stephen
King (un altro grande: pensiamo al racconto “The body”, da cui hanno
tratto il bellissimo film “Stand by me”) ha ragione. Basta ascoltare
come parla la gente, spesso: logorroica, stucchevole, imprecisa,
compiaciuta, nemmeno sta ad ascoltare, vuole solo sentire il suono della
propria voce. Mai pensare che quello che ci è successo, o che pensiamo,
debba per forza interessare gli altri. Meglio cominciare con cose che
riguardano terzi, che conosciamo bene ma che ci permettono di essere più
oggettivi.
6. Il romanzo, ora. Ne hai
scritti due, romanzi veri, quelli in cui Storia e fantasia si
intrecciano, si sposano e alla fine fanno innamorare il lettore,
avvincendolo. Anche il Romanzo, quello con la R maiuscola, ogni tanto
dicono che vada morendo. Tu che ne pensi? Il puro narrare di fantasia
sta davvero sparendo?
Il romanzo richiede molta
empatia e sguardo acuto, per riprodurre la psicologia, la vita reale,
per far sì che chi legge si emozioni con i personaggi. Non è necessario
“inventare”, ci si può benissimo riferire a persone e vicende reali,
magari trasposte in altri contesti. Spesso le storie tratte dalla realtà
sono più efficaci di altre astratte, frutto di pura fantasia e
intelligenza. Diventano simboliche e memorabili – il massimo dei
risultati - se lo scrittore ha grandi mezzi espressivi ed emotivi.
Anzi, direi che la realtà è spesso più varia e convincente e
sorprendente dell’invenzione. Basterebbe osservare e ascoltare, spesso,
senza sforzarsi di inventare “plot” velleitari e strappacore, o
stucchevoli, cerebrali. Moltissimi capolavori sono semplici. Il narrare
spero non muoia mai, è una zattera contro il caos, una delle poche
risorse per dare un significato alla vita, contro il mistero che ci
attende. Come bambini prima di addormentarci, prima del buio, chiediamo
“raccontatemi una storia”, per dare un senso alla nostra giornata. Così
è per la vita. Le parole sono vento, è vero, ma spesso, se sono quelle
giuste, e sincere, aiutano a spingere la barca dell’esistenza. Oggi è
vero che questo gusto si perde. E’ drammatico. Ecco perché c’è così
tanta solitudine, e infelicità. Nella civiltà (civiltà?) dell’immagine
pochi sanno intrattenere, appassionare, provare empatia. Solo imbonire,
manipolare! Leggiamo “Il colosso di Marussi”, di Henry Miller: ha brani
splendidi sul saper parlare tra esseri umani.
7. Un’ultimissima domanda.
Sei un appassionato difensore di questo pianeta, hai diretto Italia
Nostra. Spesso sul forum del nostro sito ci raccontiamo scossi qualche
disastro che abbiamo incontrato viaggiando. Io, che sono una camperista,
a volte vedo cose allucinanti. Natura violata, ma anche colpevoli
abbandoni di siti storici e artistici. Kennedy diceva “non chiederti
cosa il tuo Paese può fare per te ma cosa tu puoi fare per il tuo
Paese”. Ecco, lo chiedo a te che hai un’esperienza notevole: noi comuni
cittadini, noi gente oscura, cosa possiamo fare? Oltre a raccogliere le
cicche altrui, le bottiglie di plastica e le cartacce da spiagge e
boschi, come ci possiamo organizzare invece di puntare il dito e
lagnarci?
Iscrivendosi a qualche
associazione ambientalista (Italia Nostra, Wwf, Legambiente),
telefonando e scrivendo ai giornali, votando con oculatezza, prima di
tutto… al supermercato. Scegliendo i prodotti, da consumatori
consapevoli. Leggendo notizie su siti e giornali attendibili,
esercitando sempre il nostro giudizio critico. E’ così anche nei libri:
basta col principio dell’”ipse dixit”, l’ha detto la tv, o tizio o caio,
morti di fama. Coltiviamo il dubbio, la curiosità. Spegniamo la
televisione, se il caso anche il computer, e incontriamo gente reale,
parliamoci, spendiamoci, mettiamoci in gioco senza arroganza e con
intelligenza. Questo si chiede a uno scrittore. Che ci diverta, ci
faccia riflettere, che ci nutra senza appesantirci… come il Kinder Bueno.
Tenendo presente che la bellezza è legata all’etica, come pensavano gli
antichi greci. E che quindi occorre avere rispetto delle persone, non
vendergli paccottiglia. Esigiamolo, in ogni situazione, con coraggio.
Con Carlo ci rivediamo
alla prossima uscita. Intanto, regaliamo -a quei lettori che ancora non
lo hanno letto - un assaggio di ciascuno dei suoi libri, cliccando sulle
copertine.
(Intervista
a cura di Lilli Luini).