Le Interviste di L.S.

IO TI CERCO, EDITORE
MAURIZIO LANTERI CI RACCONTA LA SUA ESPERIENZA

È la mattina di Capodanno, ma a Garlenda sembra primavera. Cielo blu, aria tersa, sotto di noi giocatori di golf in pullover di shetland e laggiù in fondo il mare. Camminiamo con Maurizio Lanteri sul sentiero che conduce al castello diroccato in cui ha ambientato una parte del suo romanzo d'esordio, Io ti cerco edito da Le Streghe.
«Venivo qui a scrivere», mi dice.
«Di che anni stiamo parlando?».
«Ho iniziato nell'ottobre del 1998 e ho terminato la prima stesura nel settembre successivo. Con due mesi di stasi tra febbraio e marzo perché mi ero arenato. Non sapevo come proseguire».
Siccome so quanti anni ha, il conto è presto fatto. La domanda è ovvia, ma solo fino ad un certo punto. Si è inventato scrittore dopo i 40 anni, con alle spalle non una carriera da scribacchino o pseudo letterato ma da medico pediatra. «Da dove viene la voglia di scrivere?».
Sorride. Se l'aspettava. «Ce l'ho sempre avuta. A 17-18 anni ho scritto un paio di racconti ma non volevo scrivere racconti. D'altro canto non avevo un'idea che reggesse un romanzo. E quando l'ho avuta ci ho provato, ma io ho bisogno di scrivere e correggere, e poi correggere ancora. Tu comprendi come, scrivendo a mano, correzione dopo correzione non capivo più nulla. Il PC mi ha portato entrambe le cose: la videoscrittura e l'idea giusta».
Già, la storia di un uomo che si perde sulle chat line. Maurizio ha fatto parte delle prime comunità di pionieri, ai tempi in cui collegarsi a Internet era affare di pochi e anche economicamente dispendioso. «Spendevo mezzo milione al mese», confessa ridacchiando.
«Quindi ti è venuta l'idea, ti sei seduto davanti al foglio di Word e via».
«No, frena. Tra l'idea e l'inizio della stesura sono trascorsi circa dieci mesi».
«Ricerche sul mondo di Internet e sulle storie esoteriche che fanno da contorno, immagino».
«Non solo. Ho anche studiato per capire come si scrivesse un libro: volevo essere certo di saper usare la scrittura per immagini. Ho comprato libri, fatto esercizi... mi sono messo a studiare, in pratica. E mi sono chiarito le idee».
«Il tuo primo lettore chi è stato? Tua moglie?».
«No, lei aveva vissuto troppo da vicino la nascita del libro, a volte gliene avevo letto delle parti… per lei non era una novità. Ho mandato in lettura le prime 100 pagine, quando ci sono arrivato. Volevo sapere se stessi perdendo del tempo oppure no. Ho scelto una mia collega, una persona molto colta, che legge tantissimo». Si interrompe. Vuoi vedere che? «Ti ha detto di lasciar perdere?», lo incalzo.
Scuote la testa. «No. Mi ha detto "Grazie di esserti aperto con me" perché pensava fosse la confessione di un adulterio».
Scoppiamo a ridere: io stessa, prima di conoscerlo, l'ho identificato con il protagonista del suo libro – uno di cui non fidarsi - e lui lo sa. Chissà perché quando tu scrivi un libro, la prima cosa che chiunque pensa è che si tratti di una storia autobiografica.
«Comunque la mia collega l'ha riletto alla fine, insieme ad altre due donne», conclude.
«Hai fatto molta fatica a mettere la parola fine, vero?».
«Ho avuto un senso di mancamento ogni volta che un personaggio usciva definitivamente dal libro. Una prima crisi l'ho avuta quando è uscita Lorenza. Poi, violenta e inattesa, quando è uscita Elena e una terza quando ho finito. Sapevo da tempo l'ultima frase del romanzo, ma ho fatto come King in Mucchio d'ossa: l'ho fatta scrivere a mia moglie».
Intanto siamo arrivati al Castello, o meglio a quello che è rimasto: i segni dell'antico perimetro sul terreno. Mi racconta della rivolta popolare, con la folla inferocita che il 18 ottobre 1543 salì fin qui e gli diede fuoco con tutto quello che conteneva. Proprio come narra in Io ti cerco. La cappella invece è stata ricostruita e il 28 aprile di ogni anno, in occasione della festa di Santa Caterina (a cui è dedicata), il paese ricorda quell'antica vicenda con una rappresentazione in costume.
«Quindi ti sedevi qui e scrivevi», gli dico. «E pensavi già di pubblicarlo?».
«No, mentre scrivevo no. Non ho mai pensato di scrivere solo per me, però non ho affrontato il problema fintantoché non l'ho finito. Non sapevo nulla nemmeno di editori. Quindi ho comprato un libro su come si fa a pubblicare un libro, vale a dire L'autore in cerca di editore, di Maria Grazia Cocchetti. Il primo concetto che ho imparato è stato che per avere una minima speranza di pubblicare occorre scrivere su un argomento che abbia un mercato. Io ero a posto: non c'erano romanzi ambientati nel mondo delle chat, non ancora».
È cominciata così per Maurizio, ancora aspirante scrittore, il valzer delle illusioni e delle disillusioni. Mi racconta come insieme alla moglie abbia identificato – come suggerito dal libro della Cocchetti – le case editrici, le collane potenzialmente idonee e i relativi direttori a cui inviare la sinossi e alcuni brani tratti dal libro. «Semplice identificare i brani, molto più complicato scrivere la sinossi», dice. «Ho girato per Internet come un pazzo per trovare degli esempi di sinossi: trovai un tale che ne faceva di stupende, con immagini eccetera. Insomma, alla fine preparai delle belle buste con una trentina di pagine e le spedii a 8-10 case editrici, le maggiori».
Le risposte, tutte negative naturalmente, arrivarono nel giro di un anno: la prima, di Mondadori, un mese e mezzo dopo la spedizione. E a questo punto, Maurizio ammette candidamente che non avrebbe più saputo che cosa fare se…
«… se quell'anno non fossero accadute due cose molto importanti. Su Internet mi ero imbattuto nel sito Il Rifugio degli esordienti, dove avevo trovato l'elenco di tutte le altre case editrici d'Italia. La seconda, era uscito On writing: e quindi avevo fatto una revisione completa del libro seguendo i dettami di King, con il risultato di tagliare circa 90 pagine».
Ne consegue una seconda spedizione: solo la sinossi, stavolta, a 80-85 case editrici minori. E dopo un paio di settimane accade qualcosa di incredibile. «Mi telefona un'editrice svizzera. Mi dice che loro hanno una collana di gialli ambientati in città italiane e mi invita a inviarglielo. Vado a visitare il sito, la casa editrice è OK, ne ho comprati un paio… purtroppo pubblicano polizieschi puri e il mio libro non lo è. Infatti mi richiama, mi fa i complimenti ma tutto si risolve in nulla».
Grande delusione, tanto più che cominciavano a piovere i primi rifiuti e le prime richieste di soldi.
«Ecco, parliamo di questo. Quanto ti hanno chiesto?».
«Il massimo è stato 800.000 lire ogni 16 pagine. Un totale di circa 20 milioni. Il minimo, sugli 8 milioni».
«Cosa consiglieresti a un esordiente? Accettare o rifiutare?».
«Io ho rifiutato. Ritengo che se è l'autore a pagare, la casa editrice non farà mai nulla per vendere il libro perché non ha nulla da guadagnare, né un investimento da coprire. Ma tutto dipende dalla consistenza del conto in banca: lo si può anche fare, a patto di non dover rinunciare a nulla. É un investimento sempre in perdita, con un riscontro tutto da verificare. Non si diventa famosi, si appaga soltanto il proprio ego: puoi dire ho pubblicato un libro. Tutto qui. Però c'è un'altra possibilità. Che ti chiedano, come è accaduto a me, di acquistare un centinaio di copie. A quel punto conviene accettare, perché cento copie ti servono comunque, per le presentazioni, gli omaggi. Però senza farsi illusioni. Ristampe non ne fa nessuno. E nel caso in cui la casa editrice non si appoggia a un distributore nazionale, ma fornisce direttamente alcune librerie, mettersi in testa che il libro non andrà mai in altre librerie. E se non vai in libreria, ai fini pratici è come se non avessi pubblicato».
L'editore Le Streghe, di Roma, l'ha trovato poco dopo. Un giorno ricevette una e-mail con la quale gli veniva richiesto in lettura il manoscritto. Un'attesa di 40 giorni e poi il verdetto: erano interessati. Dopo una conversazione telefonica, ricevette la proposta di contratto e quindi si recò a Roma per la firma. «Il contratto, che sottoposi al mio avvocato, prevedeva la stampa di 1000 copie, di cui io ne dovevo acquistare appunto 100 con il 20% di sconto sul prezzo di copertina. Prevedeva la possibilità di ristampa e la distribuzione, oltre che su IBS, nelle librerie perché la casa editrice si appoggiava a un distributore nazionale».
La fortuna lo abbandonò subito. «La editor che avrebbe dovuto rivedere il mio romanzo se n'era andata dalla casa editrice, quindi mi arrivò la bozza senza editing. Lo rividi io, togliendo un'altra trentina di pagine. Il distributore è fallito un mese dopo l'uscita del libro. Non solo ha smesso di distribuirlo, ma aveva le copie nei magazzini sottoposti a sequestro giudiziario ed è stato difficile riaverle per dirottarle alla vendita su Interet. E qui, su IBS e sul mio sito, ha venduto bene. La prima edizione è andata pressoché esaurita. Ma nel frattempo la casa editrice era tornata al suo core business, vale a dire la grafica, le dispense universitarie, concludendo l'esperimento come editore di romanzi. E così è saltata anche la ristampa».
Riguardo all'impegno profuso dalla casa editrice, Maurizio non nega che abbia lavorato bene a Roma – la presentazione è stata fatta a Castel Sant'Angelo nella cornice di una manifestazione culturale – ma tutto finì lì. L'unica altra presentazione se la organizzò da solo. «Laggiù, vedi? Nel Castello di Garlenda Ma nessuno è profeta in patria, gli amici non compreranno mai il tuo libro o magari lo comprano per criticare, sperando che faccia schifo», commenta.
Maurizio ha anche un'interessante esperienza di concorsi letterari. Il suo primo riconoscimento lo ottenne al concorso Io, l'autore, abbinato ad una casa editrice: Io ti cerco – ancora inedito - non fu premiato ma arrivò nella rosa dei finalisti. Partecipò poi, sempre come inedito, a uno dei più importanti concorsi nazionali, quello del Club Letterario Italiano, senza però entrare nei finalisti. «L'anno dopo però lo inviai nella sezione editi. E arrivai terzo», racconta. «È difficile capire come funzionino. Ho un'esperienza ancora più interessante. Gordiano Lupi aveva un racconto a un concorso in cui, oltre alla giuria, c'era una votazione su Internet. Votai per lui e l'anno dopo mi arrivò l'invito a partecipare. Avevo scritto La Notte del Caprano, in pratica l'unico racconto che io abbia mai scritto. Provai a ridurlo dalle 30 cartelle originali alle 20 che il regolamento imponeva tassativamente come massimo. Venne bene e lo inviai».
Superata la preselezione, entrò nei 10 finalisti, con diritto di pubblicazione nell'antologia del concorso e partecipazione alle due votazioni, della Giuria e del pubblico di Internet. A Maurizio il risultato bastava, ma si impegnò a farsi pubblicità presso gli utenti dei forum e delle chat line. «Su Internet mi classificai secondo. Ottenni uno sproposito di voti, più del doppio del terzo classificato, ma uno in meno del primo».
«Uno? Uno solo?».
«Sì, uno. La graduatoria di Internet andava a integrarsi con i voti della giuria però la vittoria su Internet portava al premio monetario (allora un milione di lire) e alla presenza nella premiazione. Mi sembra chiaro, no?»
«Direi di sì. E fu lui a vincere il concorso?»
«No, perché era solo quarto nella graduatoria della giuria. Vinse un racconto di oltre quaranta cartelle. Più del doppio del consentito».
«E non solo non è stato squalificato ma ha pure vinto?».
«Non stupirti. L'autore aveva un nome molto noto. Non in campo letterario, ma noto. E comunque... succede. L'anno scorso ho fatto il giurato. La prima indicazione che mi hanno dato riguardava un partecipante che doveva avere un punteggio alto. Io non gli ho attribuito un voto alto ma ha vinto ugualmente».
Attraversiamo il piccolo borgo sotto al castello, tra vecchi portici e piante di limone piene di frutti. Un posto molto tranquillo, quasi fuori dal mondo. Lui abita poco più avanti, da quando (una decina d'anni fa) si è trasferito da Albenga. È suo il balconcino più alto, sopra i tetti. Intanto il discorso è scivolato sulle scuole di scrittura. «Lo scorso anno sono stato invitato a raccontare la mia esperienza alla giornata inaugurale di un corso di una scrittura creativa. Un modesto agriturismo della Toscana, una trentina di iscritti, costo sui 250 euro più ovviamente il prezzo del soggiorno. Ho seguito la prima giornata».
«Impressioni?», gli chiedo e lui allarga le braccia in maniera eloquente.
«Il primo esercizio è stato: create un incipit in due minuti. Due minuti d'orologio, che il docente ha calcolato e al termine dei quali ha detto stop, buttate giù la penna. Ho partecipato, utilizzandone a memoria uno che avevo già scritto. Ovviamente tutti hanno partorito delle cose orripilanti. In due minuti neppure Hemingway sarebbe stato in grado di scrivere un incipit. Poi il docente ha parlato della legge di Cooleridge, del complesso di Tolstoj, della necessità di fare la griglia dei personaggi… Insomma, si rifaceva a una scuola di pensiero esattamente opposta a quella di Stephen King».
Siamo ormai davanti a casa sua. Olga, il suo cane che ha avuto l'onore della foto sulla controcopertina del libro, ci ha sentiti e abbaia da dietro la porta. «Abbiamo parlato di tutto?», mi chiede.
«Ci mancano le agenzie letterarie».
«Su quelle per ora non posso dirti nulla. Mi appoggio a un'agenzia, in effetti, ma non ho ancora modo di esprimere un giudizio. Hanno il mio secondo romanzo in questo momento».
Ho il tempo per un'ultima domanda a bruciapelo, che mi sono tenuta da parte.
«Che cosa è cambiato per te? Ne è valsa la pena?».
«Non lo so che cosa sia cambiato. Ora c'è un considerevole numero di persone che sa che scrivo, ho sentito l'odore dell'ambiente e soprattutto i riscontri che ho avuto mi spingono a continuare. Ma nella mia vita quotidiana non è cambiato niente. Però questo non significa che non ne sia valsa la pena. Io credo che non abbia senso non mettersi mai in discussione, non provare. Se non credi tu in te stesso, chi ci crede?».

(Lilli B.LU.)