AL BAR VIRTUALE
INTERVISTA CON PAOLO AGARAFFL’incontro è avvenuto nelle fitte maglie della rete, all’altezza del secondo router a destra dopo un server di una zona poco raccomandabile. Era lì che spacciava figurine. Appena lo vedo, gli faccio un cenno da lontano e a quel punto Paolo Agaraff, armeggiando frettolosamente con le tasche dell’impermeabile, si volta e fa finta di essere felice di vedermi.
C’è un bar lì vicino, frequentato dalle peggiori razze della galassia, ma conosco Paolo e so già che si sentirà a suo agio. Attraversiamo insieme la strada lastricata di bit ed entriamo nel locale. La luce è soffusa, l’aria è satura di fumo e del fetore che emanano certe creature provenienti da una luna di Saturno. Comincio a dubitare di voler andare fino in fondo alla questione, ma Paolo si inoltra tra i tavoli gremiti di alieni e io sono costretto a seguirlo.
Ci sediamo proprio di fianco a una coppia di quelle creature maleodoranti e quando finalmente mi decido a dare inizio all’intervista, Paolo scatta in piedi e prende a urlare come un matto. Dopo un po’ si avvicina un uomo, sulla cinquantina. Barcolla e non appena apre la bocca mi rendo conto che deve essersi scolato un’intera distilleria di scotch. Si presenta, è lo psichiatra di Paolo. Mi viene quasi voglia di abbracciarlo, pover uomo! Gli chiedo se vuole sedersi ma mi dice che oltre a Paolo deve badare a tre bambini e quindi deve tornare a casa.
Paolo intanto si allontana in direzione del bancone e così io e lo psichiatra restiamo soli. Gli dico che sono lì per fare un’intervista a Paolo. Lo psichiatra a quel punto si fa vicino e mi sussurra qualcosa dritto in faccia: è una botta, un pugno in pieno viso. La testa prende a girarmi per via di quel suo alito a quaranta gradi. Gli indico con una mano la sedia. Ci sediamo. Lo psichiatra riprende a parlare, stavolta a voce un po’ più alta e a distanza di sicurezza, e assumendo un tono professionale mi dice che Paolo Agaraff, il suo assistito, ha rilevanti problemi di schizofrenia, con personalità multiple raramente concordanti e tutte affette dalla sindrome di Peter Pan. Pertanto è inutile cercare un filo di coerenza nelle interviste che rilascia. Forse potrei avere maggiore fortuna, aggiunge, leggendo i suoi racconti che, per qualche strana alchimia, tendono a convergere ad una struttura uniforme.
Gli faccio segno di aver capito – i racconti di Paolo li ho letti e concordo – e a quel punto l’uomo si alza e sparisce nella nebbia del locale. Intanto la mia testa non ha smesso affatto di girare. Anzi, con quelle due puzzole aliene al fianco, mi sento braccato e comincio a pensare di essere spacciato. Finalmente Paolo è di ritorno, stringe in mano due enormi boccali colmi di un liquido verde. Gli chiedo se si tratta di menta, lui ride e mi fa segno di no con la testa. Amen, penso io. Lo psichiatra aveva ragione.
Gli dico che lo psichiatra è dovuto andare via e non faccio cenno alle parole del pover uomo. L’intervista ha inizio e dopo un tempo ragionevole riesco pure a concluderla. La riporto qui di seguito, così che potrete anche voi farvi un’idea di chi sia Paolo Agaraff.
Com’è andata a finire quella sera? Ricordate le creature aliene puzzolenti? Erano femminucce. E ricordate i bicchieroni che Paolo portò al tavolo? Erano alcol puro. Ecco, appunto…E ora l’intervista.
• Quando hai iniziato a scrivere?
In prima elementare. Però ero molto disordinato. Ogni parte di me tendeva a perdere o aggiungere casualmente qualche lettera, qualche parola. Rileggo in un vecchio quaderno odoroso di muffa, ripescato in cantina: “Guardo Filipo che fa schiffo e gli smociola il naso perche a il rafredorre.” La maestra stigmatizzava i miei errori con un quattro spigoloso ed un suggerimento costruttivo: “devi fare meno sbagli!”
Già a quei tempi, dalla mia risposta emergeva il pessimo carattere e l’implicita condanna alla didattica della scuola italiana: “Io o fato cuelo che sapevo!”. Da allora non sono cambiato, ho solo ritrovato qualche pezzo di me stesso, continuando a mettere nero su bianco la pura realtà, così come la vedo.• Quanto spazio ha la lettura nel tuo essere scrittore, e chi sono i tuoi autori preferiti?
I miei sogni e i miei incubi cominciano dove finiscono le fantasie generate da tutto ciò che ho letto. Però, se mi chiedi i nomi degli autori che ho amato, la questione diventa complessa: quando devono rispondere a questa domanda, le mie pretenziose personalità entrano sempre in conflitto. Prendi Lovecraft: piace molto a un terzo di me stesso, abbastanza ad una seconda parte e poco all’ultima. Idem per i russi (Gogol' e Dosto'evskij). Ma tutte le tre parti che mi compongono amano la narrativa fantastica. Che fantastica risposta, eh?
Per entrare nel dettaglio, mi sono “formato” su un calderone che comprende Edgar Allan Poe e Robert Louis Stevenson, i grandi della letteratura italiana (Svevo, Pirandello), ma anche la comicità tutta inglese di Woodhouse (conservo ancora tutta la serie di Jeeves, in un'edizione del 1930). Poi sono passato a Pennac, Benni, Camilleri, Bukowski, Pasolini, Durrenmatt, Simenon, Voltaire, Kafka, Mann, Proust, Joyce, Borges (una folgorazione). Per la fantascienza, basti dire che nella mia libreria riposano enormi quantità di edizioni Nord, Mondadori, Fanucci, Libra e minutaglie varie. Qualche nome? Heinlein, Asimov, Harrison, gli autori della new wave e della fantascienza sociologica: Vonnegut, Farmer, Sheckley, Dick, Zelazny, Kornbluth, Pohl, che mi hanno aperto un mondo nuovo, fatto di dubbi ed ipotesi affascinanti. E poi non potrò mai dimenticare Orwell, le ombre di Ambra di Zelazny e le realtà "squagliate" e pirandelliane di Philip Dick.
Più recentemente mi sono accostato a quel sincretismo di horror, fantascienza e fantasy creato dal genio di Valerio Evangelisti, l'autore italiano che ha rivitalizzato la narrativa fantastica in Italia, contaminandola con altri generi ed iniettandole nuove energie.
E poi seguo con interesse i nuovi autori, quelli in grado di dare contributi veramente innovativi: Giuseppe Genna e i Wu Ming in Italia, Masterson in Australia, Palahniuk in America… c’è troppo poco tempo…• Hai già pubblicato un romanzo con Pequod, ma puoi tornare un po’ ai tuoi inizi?
Prima di ricompormi in un’unica entità, i vari pezzi che costituiscono la mia molteplice personalità hanno scritto e pubblicato un po’ di tutto: scenari per giochi di ruolo horror e fantasy, articoli scientifici (alcuni descrivevano sistemi informatici, altri trattavano ameni smembramenti di animali vivi), racconti brevi a tema fantastico-grottesco, e altro ancora. Tra l’altro, tutti i pezzi di Agaraff hanno curato per la casa editrice Nexus la rivista multimediale Entropia, dedicata al mondo del fantastico e del gioco. [Nota dello psichiatra: ecco che torna la sindrome di Peter Pan]
Poi sono approdato alla casa editrice Pequod, con la quale ho pubblicato il mio primo libro, un romanzo breve (o racconto lungo) intitolato “Le rane di Ko Samui”. La storia, che combina horror lovecraftiano e umorismo, ha per protagonisti tre anziani investigatori dell’occulto, cinici e malridotti, coinvolti in vicende terribili e orrorifiche; tre vecchi tronchi trascinati da fiumi in piena in tetre gallerie degli orrori da luna park.• Come è stata questa esperienza?
Esaltante, soprattutto quando l’editore mi ha fatto firmare il contratto con il sangue e mi ha chiesto di baciare l’ano al capro nero.
La casa editrice Pequod è specializzata in esordienti. Riceve ogni giorno tre o quattro manoscritti, che si ammucchiano davanti allo sguardo allucinato dei postini. I romanzi che sopravvivono alla brutale selezione dei lettori di fiducia, devono sottostare all’ordalia dei due proprietari. Sangue, sudore, e polvere da sparo.• Quale è il tuo metodo? Cioè, usi scalette, schede per i personaggi, oppure ti affidi unicamente all'istinto e lasci che siano le parole a guidarti?
Quando tutte le parti che mi compongono hanno concordato un canovaccio ragionevolmente stabile, cerco di definire nei dettagli l'ambientazione, rovistando in librerie polverose e navigando su internet (almeno, con questo giustifico le bollette del telefono con le mie mogli).
Per quanto riguarda i personaggi, protagonisti e comprimari, preparo schede descrittive simili a quelle che usano i giocatori di ruolo. Dettaglio tutto, per ottenere coerenza e introdurre sottotrame che spingano i personaggi ad agire, piuttosto che a subire passivamente la propria sorte, trascinati dagli eventi [Nota dello psichiatra: altra fuga dalla realtà, è proprio la passiva accettazione della sua miserevole esistenza che spinge Agaraff a credere che i “personaggi reali” riescano a non farsi trascinare dagli eventi.]
Finalmente, dopo questa mole di lavoro, comincio a scrivere sul serio.
Ogni parte di me stesso contribuisce come e quando può, da ciascuno secondo le proprie possibilità…
In molti casi trama e personaggi cambiano molto rispetto al loro profilo iniziale. Un personaggio acquisisce carattere, una sottotrama acquista importanza, mentre un’altra tende a scomparire. Poco per volta, i protagonisti cominciano a prendere una vita propria. Alcuni comprimari vanno alla ribalta, alcune primedonne finiscono nell’oblio.• Dove nascono le idee per le tue storie?
Dal quotidiano e dalla sua banale assurdità. E’ impossibile non vedere quanto la nostra esistenza sia pazzesca: ammassi di cellule pensanti costretti a roteare nel nulla su una palla di fango, occupati a mangiare fino all'obesità mentre alla tv passano le immagini di gente che crepa di fame, circondati da idioti che si sparano, si ammazzano, si bombardano e si suicidano in nome di varie presunte divinità. La mia visione del fantastico nasce così: si tratta solo di guardarsi attorno, usare gli occhiali del Candido di Voltaire, miscelare il risultato ottenuto con gli orrori di Lovecraft e trasportarlo nella galassia di Star Wars.• Quanto è importante l'autoediting per te?
E’ fondamentale.
A volte, sono capace di intestardirmi per settimane su di una singola parola e di lasciare interi capitoli vuoti con la nota “qui non mi viene l'ispirazione”. In altri momenti, sono posseduto dal demone di Penelope: non rilascerei mai la versione finale del prodotto delle mie fatiche, preferirei lasciare l'opera lì a distillare e sedimentare, forse per sempre, mentre mi dedico ad altre attività, con l'inespresso desiderio di riscrivere tutto da capo. Quando poi mi decido a dire "va be', facciamo finta che è finita", estenuato dalle lamentele delle altre parti di me stesso, non vorrei veder più toccata nemmeno una virgola. Infine, c'è una parte di me che si fa travolgere dal fiume del caos, sforna a raffica parole con risultati estremamente discontinui, e trascina l'intero multiplo soggetto in progetti ed eventi entropici, spesso contraddittori e votati al più glorioso fallimento.
Insomma, ogni parte di me ha delle abitudini aborrite dalle altre due. Qualche pezzo di me aggiunge avverbi che una seconda toglie per aggiungere metafore che una terza toglie per mettere gerundi.
Una sofferenza.
Un parto.• Progetti per il futuro?
Innanzi tutto, dopo due anni di stesura e revisioni, è quasi arrivato in porto il nuovo romanzo. Si tratta di un’anomala miscela di horror, grottesco, noir, romanzo storico, e giallo tradizionale. Il titolo, dopo varie ipotesi che si contendevano celacanti, riferimenti ematici e demoni sardi, è stato decretato essere “Il sangue non è acqua”. Probabilmente in uscita il prossimo novembre.
Poi, c'è in cantiere anche un'antologia, alla quale collaborano vari personaggi del mondo della letteratura e del gioco (per citarne alcuni, Stefano Marcelli, Lorenzo Trenti e Andrea Angiolino). Perché vogliano accompagnarsi ad un cattivo soggetto come me è ancora da chiarire…
Altri progetti sono ancora allo stato di larva: li lascio quindi strisciare nel buio, la luce potrebbe ucciderli.• Che consigli ti senti di dare a un esordiente?
Visto che mi sento ancora un esordiente, parlo sostanzialmente a me stesso. Il mio faro è una frase del bisnonno macellaio: “Potrai dir tutto meno che non te l’ho chiesta”. Ovvero, meglio avere rimorsi che rimpianti. Bisogna provarci, sempre, ricordando però che è necessario innamorarsi dei propri sogni e che gli innamoramenti sono energivori. Costano sempre fatica, e solo qualche volta sono corrisposti.
Infine, un consiglio pratico: scegliete sempre gli editori che non pretendono contributi per pubblicare il vostro romanzo, anche se vi chiedono di apportare qualche modifica. I suggerimenti di un editore professionale sono spesso azzeccati e bisogna ascoltarli. Quindi, mantenete vivo il senso critico verso ciò che scrivete: non c’è niente di peggio di un innamoramento con rimbecillimento acritico.dal nostro inviato Antonio Luca Consoli