NON SI PUO' FARE A
MENO DI NULLA
incontro con Luigi Bernardi
Editore, ideatore e direttore di
collane, scrittore. Luigi Bernardi non si è fatto mancare niente.
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Una vita passata nel settore
editoriale, a partire dal 1978, anno del suo esordio. Fonda la sua prima
casa editrice – L’sola trovata – che manda in edicola album di fumetti
fino a che, nel 1982, sforna una rivista di cult, Orient Express.
L’esperienza termina nell’84, ma nell’85 nasce la Glenat Italia, che
rilancia nel nostro paese il Lupo Alberto. La Granata Press – sua terza
e ultima casa editrice – nasce nel 1989 e comincia anche l’esperienza
con il noir. Moltissimo sono gli scrittori lanciati o tradotti dalla
Granata Press (Lucarelli, Fois, Malet, manchette, per dirne alcuni.
L’esperienza editoriale finisce nel 1996, e ritroviamo Bernardi progettatore di collane (la più famosa Stil Noir, di Einaudi), per
passare a Flaccovio e infine a Perdisa per cui lavora tuttora. In tutto
questo ha trovato anche il tempo, l’energia e la voglia di passare
dall’atra parte della barricata e diventare scrittore. Perché appunto
"non possiamo fare a meno di nulla", citazione di McCormack che ha messo
come epigrafe al suo primo libro di racconti.
Navigando sul tuo sito, mi sono impadronita di
alcune affermazioni che trovo molto interessanti. Cominciamo dalla
fulminante definizione di noir. “Il Noir è il racconto della deriva
umana e sociale di un uomo, raccontata dal punto di vista della vittima:
niente di più, niente di meno”. Oggi invece tutto pare sia noir,
anche quello che secondo me è un giallo con la solita indagine e il
solito commissario dalla vita privata incasinata. E’ un’estensione del
concetto di vittima o una moda?
È una etichetta editoriale ormai appiccicata a caso,
secondo la convenienza del fenomeno di moda, che i giornalisti replicano
con entusiasmo fanciullesco. Ma non bisogna dare retta agli editori e
neppure ai critici. Un noir, direi quasi per definizione, non può avere
un lieto fine. E, di sicuro, non può essere mai un’indagine coronata dal
successo. Insomma, il noir non ha niente a che vedere con il giallo.
Ho scoperto, leggendo un’intervista, che hai
orrore della parola contaminazione. A me fa venire l’orticaria, perché
non credo ai generi, tanto meno ai generi contaminati. Così come mi fa
venire l’orticaria la parola mainstream. Sembra non si possa fare a meno
di definire esattamente, incasellare e, appena qualcosa sfugge ai
paletti, eccoci a cercare una spiegazione. Ragioni di vendita,
promozione o solo mania?
I generi sono esistiti e hanno avuto una importanza
notevole nella diffusione della lettura. Così come il mainstream ha
scritto pagine letterarie fondamentali. Quello che non funziona ora è
che tutto pare essere confluito nell’intrattenimento, un pentolone che
bolle in continuazione togliendo sapore e sostanza. La contaminazione è
perdita di identità, peraltro perfettamente confacente ai nostri tempi,
che di identità ne hanno davvero pochina.
“Non vedo nessun rischio nella cronaca
romanzata, quello che manca a gran parte della narrativa contemporanea è
la storia, ovvero il condurre i personaggi a muoversi dentro una
situazione eccezionale, che li metta alla prova. La cronaca offre
situazioni di questo tipo, fuori della norma. Raccontarle, oltre che un
piacere, è una necessità letteraria. Farlo bene, è un’altra questione”.
Più rileggo questa affermazione, più mi sembra disegni un’epoca senza
più fantasia né capacità di figurarsi mondi e persone possibili che
siano al di là e al di fuori dal sé.
Nessuno è al di là e al di fuori di sé. La cronaca è
una bella cartina al tornasole per scoprire di cosa è capace l’uomo. Una
volta scopertolo, la narrazione deve procedere lungo altri percorsi.
Deve inventare personaggi, metterli a confronto con le situazione che la
vita propone loro. Certo, potrei mettermi a scrivere anche di
principesse e unicorni, di vampiri che vestono Armani, di mostri che
strisciano fuori dalle grate di aerazione. Potrei farlo però non mi
interessa.
“Come
si fa a fare l’editore con dei lettori come voi?”
Questa tua riflessione su Facebook non l’ho più dimenticata. A quali
lettori ti riferivi? Quelli che prediligono la biografia del calciatore
o quelli che leggono sempre le stesse cose oppure coloro che tutto
sommato amano ancora un modo di narrare tradizionale?
Mi riferivo ai lettori pigri, quelli che leggono
sempre gli stessi autori, i quali peraltro riscrivono sempre lo stesso
libro. A quelli che amano i personaggi più degli autori. A quelli che
non passano mezza giornata a curiosare fra le bandelle e le copertine. A
quelli che non hanno la curiosità di sapere che si scrive anche altro,
che si potrebbe leggere anche altro.
D’altro canto sei sempre tu ad affermare
“Si vendono sempre più libri commerciali e sempre meno libri di qualità.
Anche perché i cosiddetti libri di qualità che si pubblicano spesso sono
solo dei buoni esercizi di scrittura, liofilizzati da un editing che
tende ad appiattirli”. Verissimo. E a volte nemmeno dei buoni
esercizi di scrittura. Senza contare che, come dicevamo poco sopra,
quello che manca troppo spesso è la storia. E allora a me, lettore
deluso e annoiato, vien da dire “come pretendete che faccia il lettore
con degli editori come voi?”
Hai ragione. Però esistono anche editori che
scommettono su libri diversi. Basta cercarli. In libreria, magari un po’
nascosti ci sono.
Editing che tende ad appiattire, dici. In
che senso? Spesso ho la strana sensazione che gli autori moderni
scrivano in modo molto simile tra loro, e lo attribuivo a un loro
conformarsi, o se preferisci a una “voce dell’epoca”. Invece sono scelte
delle case editrici?
C’è stato un periodo nel quale l’editing era diventato
un esercizio di pura pulizia formale. Adesso mi pare che qualche nota
dissonante sia tornata a far capolino fra i romanzi. Così come si
ritornano a vedere scrittori che non vestono necessariamente giacca e
cravatta. Io amo quelle scritture che sembrano fasci di nervi, per
fortuna ci sono ancora. Del resto, come si fa a raccontare la nostra
contemporaneità se non attraverso fasci di nervi?
Veniamo a te scrittore. Leggo: “La guerra, la
piazza e la sequenza che prepara e segue un omicidio sono tre filoni
entro i quali ho sviluppato la maggioranza dei miei racconti”. La
guerra, mi par di capire, è quella moderna, con le bombe che piovono
proditoriamente dal cielo. La piazza, invece?
La piazza era in luogo dove le persone si
incontravano, dove si diffondevano le notizie, dove si scatenavano
discussioni infinite. Era il luogo fisico dell’incontro. La piazza, il
bar, il mercatino rionale… Sono luoghi di cui ho nostalgia e che a volte
cerco di riproporre, anche se del tutto anacronisticamente, visto che
vanno pian piano scomparendo.
Da dove è cominciato Senza luce? Un’idea,
una notizia, un caso...
In un paese un tipo si era messo a sparare sulla
gente, aveva ucciso due o tre persone. La polizia cercava di stanarlo ma
non ci riusciva. Così hanno chiesto all’Enel di togliere la luce
all’intero paese. Quando ho saputo la notizia, mi sono detto che quella
era una storia da raccontare, raccontare quelle persone che, all’inizio
di una serata che si presupponeva come le altre, rimanevano al buio,
senza sapere perché né per quanto tempo.
A me è sembrato il canto dell’inquietudine del
nostro tempo. Un teatro che mette in scena una normalità anormale,
pronta a esplodere, che una volta avremmo potuto liquidare con “roba da
romanzo” ma che ora mi è parsa di una verosimiglianza da brivido.
Per questo ti dicevo dell’importanza di studiare la
cronaca. La verosimiglianza nasce da qui, dal conoscere lo spettro
psicologico delle persone. La cronaca è di grande utilità per questa
conoscenza.
Guardando le tue pubblicazioni e il tuo
curriculum, vien da dire che il fumetto e il noir siano le tue due
passioni. Quali sono gli orizzonti futuri dell’uno e dell’altro secondo
te?
Brutti orizzonti. Il noir (cioè il giallo) è il genere
di narrativa che ha conquistato il primato delle vendite, e sta gestendo
questa supremazia sfornando romanzi a getto continuo, uno meno
interessante dell’altro. Al fumetto è successo invece il contrario: da
linguaggio principe dell’immaginario si è fatto scavalcare da cinema,
televisione e videogiochi. Adesso annaspa in retroguardia, dandosi
traguardi minimi come l’impegno civile o la letterarietà. Entrambi, il
noir e il fumetto, hanno bisogno di uno scossone. Io provo a darglielo.
Grazie e alla prossima.
(Intervista a cura di Lilli Luini)
Per saperne di più:
| Estratto
promozionale di Senza Luce |
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 |
| La recensione
di L.S. |
 |
http://www.luigibernardi.com/agenda.asp