Le Interviste di L.S.


INVESTIGATOR
NON PORTA ...MUTANDE
Intervista a Bruno Morchio

 

Bruno Morchio è un caso unico nel panorama italiano. Debutta nel 2004 con Bacci Pagano, Una storia da Caruggi, Fratelli Frilli Editore. Una tiratura piccola, una distribuzione regionale, ma è subito il successo, decretato direttamente dal pubblico. Le ristampe si susseguono e ad oggi siamo all'XI edizione. Altrettanta fortuna i due romanzi successivi - Maccaia e La Creuza degli ulivi - e le vendite sono tali che nel 2006 Garzanti mette sotto contratto l'autore e il suo investigatore che ama Mozart, la buona cucina, il buon vino, le belle donne e... non porta mutande.

Sono curiosa, Bruno. Io credo ci sia un giorno, un'ora in cui Bacci Pagano è venuto al mondo. Vale a dire, ti si è presentato e ha preso a esistere. E' così? Me lo racconti?
«Ci sarà, ma sta ben nascosta nell’inconscio. Nel 1998 ho iniziato la seconda analisi e dopo qualche mese ho sentito il desiderio (bisogno?) di scrivere. Ho scelto il giallo-noir perché sapevo di avere più chanches di essere pubblicato ed è nato Maccaia, scritto in circa tre mesi. Se pensi che il primo libro uscito, Una storia da carruggi, è stato pubblicato nel febbraio 2004, ti fai un’idea di quanta acqua nel frattempo sia passata sotto i ponti. In quei quattro anni ho scritto mezza Creuza degli ulivi e il terzo libro, che è stato subito edito da Frilli. Questo significa qualcosa: che comunque ero determinato a scrivere di Bacci Pagano, nonostante il fatto che due case editrici non abbiano preso in considerazione il mio romanzo. E vuol dire anche che a Frilli va il merito di averci creduto e di avermi promosso. Il personaggio è cresciuto strada facendo, anche se nei tratti essenziali era già delineato nella prima stesura di Maccaia.»
Io sono al servizio di un sito di aspiranti scrittori. Questa è la domanda banale ma obbligatoria. Finisci il primo romanzo e... che fai?
«Invii agli editori e aspetti. Spesso, come è accaduto a me con Einaudi e Sellerio, non ricevi nemmeno risposta. I piccoli editori sono più educati e rispondono. Sì o no. Il problema è che in Italia ci sono più persone che scrivono che lettori e le case editrici, per quanto grandi, stentano a tirare avanti e risparmiano sul personale. Perciò non rispondono. Il mercato è asfittico e questo ha le sue ricadute negative: per esempio sull’editing dei libri, dato in appalto a esterni pagati “a cottimo”, e perciò spesso molto scadente. Uno dei grandi meriti della Frilli è stato quello di costituire un comitato di redazione (giovane) che lavora come una squadra e che fa editing di livello normalmente superiore alla media. Per tornare alla domanda, che fai? Se hai qualcosa da dire, ne scrivi un secondo, e poi un terzo. Ti affidi all’incoraggiamento di amici e conoscenti, cercando di fare le domande giuste. Per esempio, se hai scritto un giallo, agli amici non chiedere se gli è piaciuto perché sicuramente ti diranno di sì; chiedi piuttosto in quanto tempo l’hanno letto. E’ inevitabile cercare riscontri, uno scrittore non può autoalimentarsi di quello che scrive. La scrittura è sì una attività narcisistica per eccellenza, quasi “autoerotica”, ma per funzionare deve fare godere gli altri.»
Fratelli Frilli, dunque. Tu sei l'unico autore di cui abbiamo notizia che ha venduto diverse decine di migliaia di copie pubblicando con una casa editrice di recente costituzione, indipendente, non legata a grandi gruppi. Sfati un mito, in qualche modo, perché sappiamo tutti che la bellezza di un libro è fondamentale per il suo successo ma da sola non basta. Ci vuole anche qualcuno che ci creda, che faccia sapere in giro quanto è bello. Com'è accaduto? Quale lavoro c'è stato con Frilli, quale alchimia si è creata?
«Molto lavoro, da parte di entrambi. L’alchimia è stata ottima, indubbiamente la Frilli conta su un team di qualità e di buona professionalità. Ragazze e ragazzi che mettono il cuore in quello che fanno. Naturalmente coi piccoli editori c’è il problema del denaro. Ho sempre trovato correttezza e puntualità, ma è ovvio che il piccolo editore ha più difficoltà a pagare le trasferte e non può anticipare cifre grandi. Il problema del denaro non va trascurato. E’ alla base del meccanismo di selezione dei talenti. I piccoli editori scoprono gli scrittori e i grandi li cooptano quando sono certi che funzioneranno.»
Poi, approdi a Garzanti. Che cambiamento senti? Di più: c'è davvero questo favoleggiato cambiamento entrando in una casa editrice "storica"?
Quanto all’atmosfera, ai rapporti umani e alla motivazione delle persone in Garzanti ho trovato caratteristiche analoghe a quelle della Frilli. Non mi sono sentito “uno fra tanti”, e anche loro ci hanno creduto e hanno rischiato. Non si poteva sapere se fuori da Genova Bacci piacesse. L’incognita in parte è ancora aperta. Un libro solo non è un test sufficiente.»
Hai un agente letterario di primissimo piano, Grandi e Associati. Viene prima del successo o dopo? Perché, secondo te, a uno scrittore serve un agente?
«In ambito ligure e genovese è venuto prima il successo. L’approdo a Garzanti è stato opera dell’agente, Stefano Tettamanti. Per uno scrittore è indispensabile contare su un agente, perché è la garanzia che i suoi prodotti si diffondano sul mercato (traduzioni, fiction, cinema). L’agente propone e promuove nelle sedi idonee l’opera dello scrittore, mantiene i contatti che fanno nascere nuove proposte.»
Tu scrivi di un personaggio seriale. Molti pensano che sia più facile. Io non lo credo affatto, credo sia anzi più complesso mantenere la distanza e anche inventarsi intrecci e situazioni coinvolgenti senza ripetersi né diventare inverosimili. Sbaglio?
«Non so. Fino ad oggi io ho scritto solo di Bacci Pagano. Ho in testa alcuni racconti e un romanzo che lo vedono come protagonista, ma per la prima volta ho cominciato a pensare a un romanzo senza di lui, scritto in terza persona. Forse la differenza non è così eclatante come sembra. In fondo, anche quando adotti un personaggio seriale, il nucleo della vicenda che racconti è un dramma “terzo”, che riguarda altri personaggi.»
Adesso, scusa ma vorrei che tu passassi il microfono a Bacci Pagano. Come sta? Cosa combina? Quando torna?
«Torno probabilmente in autunno, con un romanzo in cui mi è toccato fare l’infermiere. Su insistenza di Mara, ho preso “a tutela” il suo maestro, un vecchio psicoanalista in crisi che ha smesso di lavorare, si è dato all’alcol e ha tentato due volte il suicidio. Lo avevo conosciuto vent’anni fa: un suo giovane paziente era stato ucciso a Bangkok e i genitori mi avevano spedito là per capire cosa fosse successo. Sono tornato con un pugno di mosche e un senso di fallimento che mi ha fatto male. Per aiutare lo psicoanalista, dovrò rimettere le mani in quella vecchia storia, in un certo senso analizzare il suo passato, mentre lui si farà in quattro per analizzare il mio. Nel frattempo, scoprirò che è tornata Jasmìne, la giovane prostituta nera che era stata rispedita in Costa d’Avorio in “Bacci Pagano. Una storia da carruggi”.»

Grazie, Bruno, e alla prossima.

Recensione di Con la morte non si tratta di Bruno Morchio, Garzanti Editore
Recensione di Maccaia di Bruno Morchio, Frilli Editore

(Intervista, recensioni e testo a cura di Lilli Luini).