Sono
curiosa, Bruno. Io credo ci sia un giorno, un'ora in cui Bacci Pagano
è venuto al mondo. Vale a dire, ti si è presentato e
ha preso a esistere. E' così? Me lo racconti?
«Ci sarà, ma sta ben nascosta nell’inconscio. Nel
1998 ho iniziato la seconda analisi e dopo qualche mese ho sentito
il desiderio (bisogno?) di scrivere. Ho scelto il giallo-noir perché
sapevo di avere più chanches di essere pubblicato ed è
nato Maccaia, scritto in circa tre mesi. Se pensi che il primo libro
uscito, Una storia da carruggi, è stato pubblicato nel febbraio
2004, ti fai un’idea di quanta acqua nel frattempo sia passata
sotto i ponti. In quei quattro anni ho scritto mezza Creuza degli
ulivi e il terzo libro, che è stato subito edito da Frilli.
Questo significa qualcosa: che comunque ero determinato a scrivere
di Bacci Pagano, nonostante il fatto che due case editrici non abbiano
preso in considerazione il mio romanzo. E vuol dire anche che a Frilli
va il merito di averci creduto e di avermi promosso. Il personaggio
è cresciuto strada facendo, anche se nei tratti essenziali
era già delineato nella prima stesura di Maccaia.»
Io sono al servizio di un sito di aspiranti
scrittori. Questa è la domanda banale ma obbligatoria. Finisci
il primo romanzo e... che fai?
«Invii agli editori e aspetti. Spesso, come è accaduto
a me con Einaudi e Sellerio, non ricevi nemmeno risposta. I piccoli
editori sono più educati e rispondono. Sì o no. Il problema
è che in Italia ci sono più persone che scrivono che
lettori e le case editrici, per quanto grandi, stentano a tirare avanti
e risparmiano sul personale. Perciò non rispondono. Il mercato
è asfittico e questo ha le sue ricadute negative: per esempio
sull’editing dei libri, dato in appalto a esterni pagati “a
cottimo”, e perciò spesso molto scadente. Uno dei grandi
meriti della Frilli è stato quello di costituire un comitato
di redazione (giovane) che lavora come una squadra e che fa editing
di livello normalmente superiore alla media. Per tornare alla domanda,
che fai? Se hai qualcosa da dire, ne scrivi un secondo, e poi un terzo.
Ti affidi all’incoraggiamento di amici e conoscenti, cercando
di fare le domande giuste. Per esempio, se hai scritto un giallo,
agli amici non chiedere se gli è piaciuto perché sicuramente
ti diranno di sì; chiedi piuttosto in quanto tempo l’hanno
letto. E’ inevitabile cercare riscontri, uno scrittore non può
autoalimentarsi di quello che scrive. La scrittura è sì
una attività narcisistica per eccellenza, quasi “autoerotica”,
ma per funzionare deve fare godere gli altri.»
Fratelli Frilli, dunque. Tu sei l'unico
autore di cui abbiamo notizia che ha venduto diverse decine di migliaia
di copie pubblicando con una casa editrice di recente costituzione,
indipendente, non legata a grandi gruppi. Sfati un mito, in qualche
modo, perché sappiamo tutti che la bellezza di un libro è
fondamentale per il suo successo ma da sola non basta. Ci vuole anche
qualcuno che ci creda, che faccia sapere in giro quanto è bello.
Com'è accaduto? Quale lavoro c'è stato con Frilli, quale
alchimia si è creata?
«Molto lavoro, da parte di entrambi. L’alchimia è
stata ottima, indubbiamente la Frilli conta su un team di qualità
e di buona professionalità. Ragazze e ragazzi che mettono il
cuore in quello che fanno. Naturalmente coi piccoli editori c’è
il problema del denaro. Ho sempre trovato correttezza e puntualità,
ma è ovvio che il piccolo editore ha più difficoltà
a pagare le trasferte e non può anticipare cifre grandi. Il
problema del denaro non va trascurato. E’ alla base del meccanismo
di selezione dei talenti. I piccoli editori scoprono gli scrittori
e i grandi li cooptano quando sono certi che funzioneranno.»
Poi, approdi a Garzanti. Che cambiamento
senti? Di più: c'è davvero questo favoleggiato cambiamento
entrando in una casa editrice "storica"?
Quanto all’atmosfera, ai rapporti umani e alla motivazione delle
persone in Garzanti ho trovato caratteristiche analoghe a quelle della
Frilli. Non mi sono sentito “uno fra tanti”, e anche loro
ci hanno creduto e hanno rischiato. Non si poteva sapere se fuori
da Genova Bacci piacesse. L’incognita in parte è ancora
aperta. Un libro solo non è un test sufficiente.»
Hai un agente letterario di primissimo piano, Grandi e Associati.
Viene prima del successo o dopo? Perché, secondo te, a uno
scrittore serve un agente?
«In ambito ligure e genovese è venuto prima il successo.
L’approdo a Garzanti è stato opera dell’agente,
Stefano Tettamanti. Per uno scrittore è indispensabile contare
su un agente, perché è la garanzia che i suoi prodotti
si diffondano sul mercato (traduzioni, fiction, cinema). L’agente
propone e promuove nelle sedi idonee l’opera dello scrittore,
mantiene i contatti che fanno nascere nuove proposte.»
Tu scrivi di un personaggio seriale.
Molti pensano che sia più facile. Io non lo credo affatto,
credo sia anzi più complesso mantenere la distanza e anche
inventarsi intrecci e situazioni coinvolgenti senza ripetersi né
diventare inverosimili. Sbaglio?
«Non so. Fino ad oggi io ho scritto solo di Bacci Pagano. Ho
in testa alcuni racconti e un romanzo che lo vedono come protagonista,
ma per la prima volta ho cominciato a pensare a un romanzo senza di
lui, scritto in terza persona. Forse la differenza non è così
eclatante come sembra. In fondo, anche quando adotti un personaggio
seriale, il nucleo della vicenda che racconti è un dramma “terzo”,
che riguarda altri personaggi.»
Adesso, scusa ma vorrei che tu passassi
il microfono a Bacci Pagano. Come sta? Cosa combina? Quando torna?
«Torno probabilmente in autunno, con un romanzo in cui mi è
toccato fare l’infermiere. Su insistenza di Mara, ho preso “a
tutela” il suo maestro, un vecchio psicoanalista in crisi che
ha smesso di lavorare, si è dato all’alcol e ha tentato
due volte il suicidio. Lo avevo conosciuto vent’anni fa: un
suo giovane paziente era stato ucciso a Bangkok e i genitori mi avevano
spedito là per capire cosa fosse successo. Sono tornato con
un pugno di mosche e un senso di fallimento che mi ha fatto male.
Per aiutare lo psicoanalista, dovrò rimettere le mani in quella
vecchia storia, in un certo senso analizzare il suo passato, mentre
lui si farà in quattro per analizzare il mio. Nel frattempo,
scoprirò che è tornata Jasmìne, la giovane
prostituta nera che era stata rispedita in Costa d’Avorio in
“Bacci Pagano. Una storia da carruggi”.»
Grazie,
Bruno, e alla prossima.
Recensione
di Con la morte non si tratta di Bruno Morchio, Garzanti Editore
Recensione
di Maccaia di Bruno Morchio, Frilli Editore
(Intervista, recensioni e testo a cura di Lilli Luini).