Le Interviste di L.S.


QUADERNI E APPUNTI  DI REMO BASSINI

 

Borgolavezzaro, Lomellina, sabato 10 maggio. Un pomeriggio caldo, un paese che conta 1900 anime e una bellissima biblioteca. Remo Bassini e io dobbiamo incontrarci qui per la presentazione del suo ultimo libro, La donna che parlava con i morti (Newton e Compton).

La sala - denominata Sala delle colonne - è di quelle antiche, dai muri spessi. Sul soffitto, decorazioni in blu che rimandano al passato, Amanda, la volontaria che cura la biblioteca m accompagna al piano superiore. Mi spiega che ha pochi utenti ma molto fedeli. Tra i libri in primo piano, su un tavolo centrale, ne spicca qualcuno che ho amato molto.

Anche Bassini arriva un po' in anticipo, e ne approfittiamo per scambiare quelle "due parole per il sito, ma informali" che ci siamo promessi da mesi.

 

Parlami di Remo. Toscano e piemontese, giornalista e scrittore, operaio e studente e mille altre cose. Che bambino sei stato, uno che si raccontava storie, uno con quelle fantasie smaglianti?

Ascoltavo i racconti di mio padre, e li ascolto ancora adesso. L'ultimo mio libro inizia con una storia, che sembra una leggenda, ambientata in Toscana. Bene, me l'ha raccontata lui anni fa. Poi ascoltavo la radio e leggevo Salgari, fumetti come Tex e Robin Hood. E inventavo storie, che raccontavo agli altri ragazzi. Dicevo che avevo visto un film, era un film che avevo girato io, nella mia fantasia. Ci restai male quando, successe una sola volta, un ragazzo mi disse Non so mica se l'hai visto quel film. Lo odiai.

 

La prima cosa di narrativa che hai mai scritto? Che fine ha fatto?

Avevo vent'anni, mi ero appena sposato e la mia ex moglie era incinta. Io mi ero iscitto a Lettere e lavoravo in fabbrica. Successe che ebbi dei problemi di salute e che per giorni e giorni dovetti stare in casa. Impazzivo. Per non impazzire mi misi a scrivere. Una ventina di pagine di un romanzo, ambientato in fabbrica, che, a differenza di tante altre cose, ho tenuto per ricordo. Ma che non ho mai riletto: credo d'aver paura di leggere una scrittura indecisa, non bella.

 

Viene un momento in cui scrivi un romanzo. Il primo.  Come nasce, cosa capita?

Deve scattare qualcosa di diverso, credo, anzi no, ne sono convinto. Una sera dissi a me stesso: Raccontami una storia. Sembra stupido, ma non lo è. Raccontarmi una storia significava allontanarmi da me, dal mio ombelico.

 

Lo finisci. Che cosa fai,  come ti muovi per pubblicarlo?

Guarda, volevo evitare di diventare patetico, di dire Pubblicano solo i raccomandati e io che non lo sono non riuscirò mai a vedere un mio libro pubblicato. Prima di fare questo ragionamento volevo capire: sono davvero uno scrittore? Ho scritto qualcosa di valido per davvero? Non mi bastavano i pareri di chi, avendomi letto, diceva che ero bravo. Mai fidarsi di parenti e amici. Così mandai il manoscritto a una scrittrice-editor. Con una lettera. Le chiesi di dare una valutazione del mio libro così che io potessi capire. Ricordo che più o meno scrissi, Mi dica se questo manoscritto può diventare un libro o se invece farei meglio a buttarlo nel primo cassonetto della spazzatura che incontro. Insomma, volevo capire. E la risposta, che mi arrivò dopo otto mesi, fu incoraggiante, molto.

 

 

Com’è stata la prima esperienza di pubblicazione?

La prima vera esperienza di pubblicazione è stata con Dicono di Clelia. Spedii una sinossi e un capitolo a Mursia che dopo 15 giorni mi contattò: erano interessati a leggere tutto. Spedii, lessero, dissero che l'avrebbero pubblicato. E in effetti Dicono di Clelia è uscito per Mursia ma con tempi lunghissimi: praticamente tre anni dopo aver spedito il manoscritto. Con gli altri libri, invece, ho aspettato meno di un anno. Quell'attesa fu snervante. A un certo punto pensai che il libro non uscisse più. Poi, col passare del tempo, mi sono dato una spiegazione a tanto ritardo. Pubblicarono libri che magari erano stati scelti e valutati dopo il mio perché io non avevo un agente che faceva pressioni. O perché io stesso, che non ho la faccia tosta, non insistevo, bombardando di telefonate. So che altri autori, invece, fanno così.

 

I tuoi personaggi nascono da incontri scatenanti oppure sono tutto frutto di fantasia? Nascono prima i personaggi o la storia?

Nasce prima la storia, sempre. Poi arrivano i personaggi. Mentre per “disegnare” la storia ho bisogno di spunti veri, traggo cioè spunto dalla realtà, i miei personaggi sono come visioni, arrivano e io, poco a poco, imparo a conoscerli. Così facendo finisce che ci si innamora, poi, dei personaggio che si creano.

 

Scrivi sempre o hai periodi più o meno lunghi di pausa?

Ho lunghi periodi in cui mi sento vuoto come una campana, incapace di scrivere storie. E ho, allo stesso tempo, due paure: di non riuscire a scrivere più nulla, ma questo può accadere, oppure ho paura di scrivere storie fasulle, prive di vita. Mi spiego meglio. Uno scrittore, si sa, deve leggere tanto. Ma deve, anche, andare a teatro, al cinema, leggere i giornali. Va bene tutto, ma non per me. Per me uno scrittore deve leggere i libri e i giornali, in primo luogo, e leggere anche la vita: andare nei bar, nelle birrerie, nelle sale d'aspetto di un ospedale e leggere anche la vita.

 

Hai un blog frequentatissimo, in cui sei presente quotidianamente. Qual è stata la molla per incominciare?

Uno scherzo. Volevo un sito, perché stavano per uscire due miei libri. Chi doveva realizzarlo mi disse Intanto divertiti con questa cosa qua. Conosceva già il mondo dei blog, ero un assiduo frequentare di Giulio Mozzi e Loredana Lipperini. Intervenivo lì, mi bastava. Poi, quando mi sono ritrovato il giocattolo in mano, ho continuato a giocare, ecco.

 

Internet ha cambiato il mondo della scrittura, secondo te? C’è maggior confronto con gli altri, e quindi maggiore consapevolezza, oppure dando possibilità di visibilità prima inesistenti alla fin fine ha solo moltiplicato le cose illeggibili?

Per quanto riguarda la letteratura, direi che internet depista. Ci sono libri che vendono tanto e di cui nessuno dice nulla. Ci sono libri che hanno una tiratura di mille copie e che, per esempio su Anobii, hanno più commenti di Céline. Però internet è prezioso. Vedi di tutto. Gente che non sa scrivere e che lancia anatemi contro l'editoria, gente che invece sa scrivere bene e che scrive storie più belle di quelle che arrivano alla pubblicazione. Ma soprattutto internet è prezioso per chi vuole pubblicare. In rete si trovano indicazioni di editorie piccoli, seri e coraggiosi. Sono pochi, ma è a loro che un esordiente deve rivolgersi.

 

Ultima domanda. Che lettore sei?

Insoddisfatto. Non leggo mai abbastanza. Cerco comunque di leggere almeno un libro ogni quindici giorni. Ma, ultimamente, tra manoscritti che mi arrivano da leggere, il blog, la scrittura e altro non sempre ci riesco. Poi c'è da considerare un altro aspetto: invece di leggere sempre più in fretta col passare degli anni ho capito che per capire, captare l'anima di un libro, bisogna leggerlo al ralenty. Ovvio: quelli che meritano. I libri commerciali vanno sfogliati e basta, fan perdere tempo. Meglio certe storie in rete.

 

La sala intanto si è popolata di spettatori. Le 18 si stanno avvicinando, si va a incominciare.  Ci sediamo, è la mia prima volta da relatore, sono molto preoccupata. Ringrazio gli organizzatori  e gli domando "Remo Bassini, toscano di nascita e piemontese di adozione...." e lui parte e raccontare e raccontarsi. Meno male...

(Intervista a cura di Lilli Luini).

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