AUTOEDITING
1.
L'atteggiamento mentale.
Primo comandamento: "Leggilo come se l'avesse scritto un altro".
Ogni scarrafone è bello a mamma sua, si sa, ma occorre dimenticarsi
che è nostro. Non
che sembri facile, si sa benissimo che non lo è.
Però c'è un intoppo ancora più subdolo. Il cervello
non registra ciò che gli occhi leggono, ma mantiene la registrazione
dell'intenzione originaria.
Esempio (mi perdonino tutti gli autori, userò esempi autentici):
il personaggio era in auto e si era perso. Ad un certo punto riflette:
"Doveva proseguire o continuare?".
Evidenziai la frase all'autore. Non poteva crederci. La sua intenzione
era scrivere "Doveva proseguire o tornare indietro?". Probabilmente
durante la prima stesura si stava chiedendo se utilizzare il verbo
proseguire o il verbo continuare e li scrisse entrambi. E poi la sua
mente continuò a leggere dentro di sé, non sullo schermo.
Ci sono un sacco di cose che non vediamo perché la nostra mente
registra l'intenzione: e le probabilità di vedere errori e
ripetizioni si diradano con l'accumularsi delle riletture.
2.
La primissima rilettura.
Quindi è fondamentale rileggere quando si è finito un
capitolo. Subito, appena fuori dalla furia creativa, o il giorno dopo.
Insomma, quando siamo tornati nella realtà.
Occorre leggere sgranando le parole. Ci vuole un sacco di tempo perché
leggi la prima frase, a una velocità inferiore al solito. Poi
leggi la seconda e ti tocca legarla con la prima, non che ci sia qualche
ripetizione. E via così.
Bisogna dare per scontato che:
ci sia qualche
aggettivo superfluo
(esempio subdolo: "Cavalcava un piccolo
pony".
Com'è un grande pony?)
abbiamo piazzato
un avverbio, o un aggettivo che suonano bene ma che con il sostantivo
a cui si riferiscono non hanno nulla a che spartire. Esempio:
"Il
ragazzo era completamente pallido".
Avete mai sentito
dire di un viso parzialmente pallido?
ci siano ripetizioni di parole, o pari
pari o comunque con la stessa radice. Esempio:
Si chiese per l'ennesima volta
"Ma cosa ci faccio qui?".
Era lì per lui: le aveva chiesto di accompagnarlo, di
stargli vicino e non se l'era sentita di ignorare una richiesta
così accorata.
“Ci conosciamo?", le chiese una voce di donna all'improvviso.
ci sia qualche problema di tempi verbali:
ci sono delle regole e vanno seguite. Si può anche scrivere passando
dal passato al futuro al presente, ma occorre saperlo fare. La cosa
migliore è di scegliere un registro verbale e attenersi. Attenzione:
l'imperfetto è difficilissimo da utilizzare in maniera narrativa.
Causa non solo molti errori ma delle brutte assonanze, per cui è
preferibile evitarlo.
3.
La struttura della frase.
Domande da farsi:
Questa
frase ha un senso? Significa qualcosa o sono solo parole messe l'una
dietro l'altra?
A questa domanda occorre rispondere con estrema sincerità, dimenticando
quanto ci sia piaciuto scriverla e quanto ci piaccia leggerla. Se la
risposta è NO, la scelta se tagliarla, variarla o mantenerla
deve essere consapevole.
Quello che ho scelto
è il modo più semplice, chiaro, scorrevole per dirlo?
La risposta è quasi sempre NO. Bisogna darlo per scontato.
Esempi.
Dopo dieci minuti
di attesa, in cui il portone del garage continuò ostinatamente
a rimanere posizionato sul chiuso, cominciai a pensare che Chiara potesse
essere stata bloccata da qualche imprevisto e decisi che sarei andata
a controllare.
(37 parole)
Limitiamoci
a renderla scorrevole senza stravolgerla.
Dopo
dieci minuti di vana attesa, cominciai a temere che Chiara avesse avuto
qualche imprevisto e scesi a controllare.
(19
parole)
Oppure
Dopo dieci minuti, il garage era ancora
chiuso: forse Chiara aveva avuto qualche imprevisto, pensai, e andai
a controllare.
(18 parole)
Per
quello che volevamo dire, bastano la metà delle parole. Ma soprattutto
è importante notare i due errori che rendono la frase originale
pesantissima:
L'uso
del passivo da evitare il più possibile.
L'uso di
locuzioni verbali: cominciai a pensare, ma soprattutto
– usatissima da tutti gli aspiranti scrittori – decisi
che avrei fatto qlc, decisi di fare qlc.
Questa locuzione va usata solo in caso di necessità effettiva:
cioè quando il soggetto effettivamente sta ragionando per prendere
una decisione:
"Ci pensai a lungo e alla fine decisi di
partire con Maria".
Ma non ha alcun senso dire "decisi di scendere
in garage"
quando l'azione che si sta compiendo in quel
preciso istante è di scendere in garage. Ottiene solo di appesantire
la scrittura e renderla scolastica.
4.
La punteggiatura.
Premessa: per chi non la sa mettere in automatico, l'esercizio si presenta
complesso. Un buon sistema è leggere con attenzione e dove ci
si accorge di fare una pausa naturale… ecco, lì ci andrà
un segno d'interpunzione. È opportuno tenere presente alcune
regole.
Le frasi troppo
lunghe e arzigogolate fanno scemare l'attenzione, per cui un bel punto
fermo risolve moltissimi problemi.
L'uso delle
virgole deve essere ragionato.
Ecco un esempio classico – tipicamente un discorso diretto:
“So che stai andando in pausa, ma
sei l'unico che può fare questo lavoro, c'è bisogno di
uno in gamba, capisco che anche tu voglia fare in fretta e poi andare
a mangiare, stavo ordinando qualche panino al bar qui di fronte, vuoi
qualcosa anche tu?"
Oltre a errori eclatanti - il cambio di soggetto all'interno dello stesso
periodo e i tempi verbali scorretti - quel virgolare continuo dà
un'intonazione monocorde al discorso. Provate a recitarlo correttamente,
leggendo cioé la punteggiatura. Viene una lagna.
Il punto e virgola
va usato con parsimonia: in molti casi - leggi quando si cambia argomento
- è meglio un bel punto fermo. In ogni caso, non esagerare nello
stesso periodo: uno, al massimo due.
I due punti
sono esplicativi. "Guarda qui: due coppie di orme identiche".
Va utilizzato una sola volta nello stesso periodo.
Il punto di
domanda, laddove si fa una domanda, è obbligatorio. Bella scoperta,
direte. Già: peccato che non c'è nell'85% dei casi. Uno
solo, non tre, quattro o cinque.
Il punto esclamativo
connota un'esclamazione, provocata da un ventaglio di reazioni emozionali.
Proprio per questo deve essere usato a ragion veduta. Esempio: in un
dialogo Anna dice a Paolo "Dai, andiamo". Messa così
, cioè "Dai, andiamo", è un invito, una proposta.
Può essere detto a mezza voce, a voce normale, può esserci
rabbia contenuta a fatica oppure complicità di amanti…
dipende da quello che sta accadendo nella storia in quel momento. Scritto
"Dai, andiamo!" connota o un ordine secco oppure un sollecito
a qualcuno che non si sta dando la giusta mossa, o un'invocazione per
lo stesso motivo. Comunque sia, un solo punto esclamativo è sufficiente.
Due tre quattro è da fumetto e dà un'intonazione fanatica.
5.
La verosimiglianza.
Sulla verosimiglianza
esterna non ci sono santi: occorre fare ricerca. L'esempio classico
è il giallo, poliziesco, investigativo o come vogliate chiamarlo.
Esistono cose da cui non si può prescindere e sono:
1. le procedure di procura, polizia, carabinieri eccetera
2. il codice penale
3. la medicina legale
Non si può pensare di scrivere un giallo senza averne idea. Il
lettore non deve farsi domande strane durante la lettura.
Esempio: in un poliziesco che editai qualche anno fa, in un
mercoledì pomeriggio d'estate "il commissario prese i suoi
ragazzi (tutti, li nominava un a uno) e andarono a pesca con il motoscafo".
Domanda immediata: e al commissariato chi ci resta? Nessuno. Infatti
capita un bel delitto e lo chiamano sul telefonino. Chi lo chiama? L'autore
non lo dice, in evidente impasse.
Se ambientate
il vostro racconto in un contesto storico o geografico preciso, con
riferimenti precisi, allora dovete essere precisi.
Esempio:
un racconto
ambientato la mattina dei funerali di Lady Diana. in cui troviamo un
io narrante bambino che non comprende ciò che vede in TV. Dice
di essere li, davanti alla TV, perché ha saltato la scuola causa
influenza. E' contento perché in tal modo ha saltato il compito
in classe di matematica.
Ora
io ho smontato tutto questo punto per punto:
1. il funerale di Lady D fu il 6 settembre 1997, ed era sabato
2. presumibilmente le scuole non erano ancora cominciate
3. al massimo erano iniziate due giorni prima e quindi supporre un compito
di matematica era poco credibile
4. ma anche ammettendo che fossero iniziate, un bambino come quello
descritto andrebbe al massimo in seconda elementare e quindi al sabato
sarebbe stato comunque a casa
5. anche ammettendo che frequenti l'unica elementare con le lezioni
di sabato, in seconda non ha senso parlare di compito in classe.
Due gli errori-base: non aver considerato le implicazioni della data
e scrivere di bambini senza averne alcuna esperienza diretta. È
chiaro che intendeva parlare di un bambino in età prescolare.
Però c'è un terzo errore, che è comunissimo –
oserei dire generale: voler spiegare al lettore a tutti i costi
quello che al lettore non serve.
Mi spiego meglio: sapere perché fosse a casa il bambino non aveva
nessuna importanza. Parafrasando King, dirò che se l'avessero
letto quattro milioni di persone nessuno avrebbe chiesto all'autore
"Ma perché quella mattina era a casa da scuola?".
C'è un altro errore possibile: intervenire per paura di lasciare
dei buchi, con il risultato di crearli, questi buchi. .
Esempio: in un romanzo letto di recente, la protagonista
era un'americana appena trasferita in Italia. Per 100 pagine, chiacchiera
con tutto il paese. E a me non viene nemmeno in testa di chiedermi come
fa a sapere così bene l'italiano: lo do per scontato. A pagina
100, più o meno, l'autore mi informa che l'italiano l'aveva studiato
un poco negli anni della scuola. E a questo punto io dico no, non è
possibile che lo sappia così
bene allora!
Veniamo ora alla verosimiglianza delle situazione
Controllate sempre che una determinata scena sia credibile. Controllate
di non esservi contraddetti all'interno dello stesso paragrafo. Che
non capiti qualcosa di assurdo: non avete idea come sia facile che ciò
accada.
Esempio.
Due agenti di polizia a Palermo si recano in un
noto locale notturno per incontrare una prostituta informatrice di uno
dei due. Sono naturalmente in borghese e tra l'altro fanno parte di
una di quelle squadre della DIA per cui le loro facce non sono note.
Entrando uno dice all'altro "Qui anche i muri hanno orecchie".
E infatti, al bancone notano che il barman indugia ad asciugare bicchieri
e tazze allungando le orecchie su quello che dicono. Tutto regolare.
Arriva l'informatrice al bancone, saluta quello che conosce come se
fosse un vecchio amico e questi dice "Ti presento il mio collega,
l'agente Fontana".
Ecco: come morire in due secondi.
La verosimiglianza interna, ora.
Questo è un discorso molto complesso e molto soggettivo.
Posso dirvi poche cose, al di là delle solite trite
e ritrite.
Per quanto ovvio, in un romanzo fantasy o comunque fuori
dalla realtà empirica, la verosimiglianza è
solo interna. Deve essere logico e filare quello che accade
in quel mondo.
Ma c'è un concetto molto sottile, che si applica
invece nei romanzi ambientati in questo mondo e riguarda
la verosimiglianza interna dei personaggi e delle loro
azioni. E questo controllo può essere fatto soltanto
alla fine, una volta concluso il romanzo.
Lo dirò ancora rubando l'esempio a King: all'inizio,
la vostra protagonista – Anna – non la conoscete.
Dirà delle cose, farà delle cose.
Alla fine, quando rileggete con una conoscenza approfondita
di Anna, vi capiterà di dirvi: Questo Anna non
lo farebbe mai, non lo direbbe mai.
Non lasciate stare per pigrizia o per paura di creare
un buco: il lettore se ne accorge, percepisce la stonatura.
Il personaggi psicologicamente e caratterialmente deve
filare.
6.
Il punto di vista.
Spesso in prima stesura, quando si scrive di getto, capita
di seguire l'interazione tra due personaggi da entrambi
i punti di vista. Si entra e si esce dalle teste, cioè.
Esempio.
"Dove sei stato ieri
sera?", chiese Anna. Gli occhi di lui la sfuggivano:
era sicura che qualsiasi cosa dicesse non sarebbe stata
la verità.
"Ho fatto compagnia a Paolo. È troppo giù,
cerca di capire", rispose. Non gli avrebbe creduto,
lo sapeva già. Marco era sfiduciato. Quella gelosia
ossessiva non la sopportava più.
Anna
scosse la testa. Non si sognava nemmeno di farsi fregare
così, ma non avrebbe iniziato una discussione.
"Abbiamo da lavorare, dai".
Marco provò
a concentrarsi: chissà, forse il lavoro l'avrebbe
aiutato.
Non
so voi, ma a me gira la testa. Oltretutto questo è
un esempio di botta e risposta, cavato fuori e snellito,
ma in genere ci sono capitoli interi, romanzi interi così.
Attenzione: non sto dicendo che il punto di vista debba
essere unico. Ma deve essere disciplinato da qualche regola.
Riprendiamo l'esempio sopra (ovviamente è troppo
corto, ma solo per dimostrazione):
“Dove
sei stato ieri?“, chiese Anna.
Gli occhi di lui la sfuggivano: era sicura che qualsiasi
cosa dicesse non sarebbe stata la verità.
"Ho fatto compagnia a Paolo. È troppo giù,
cerca di capire", rispose.
Anna scosse la testa. Non si sognava nemmeno di farsi
fregare così, ma non avrebbe iniziato una discussione.
"Abbiamo da lavorare, dai".
(Salto di righe e cambio di paragrafo)
Marco provò a concentrarsi:
chissà, forse il lavoro l'avrebbe aiutato. Non
gli aveva creduto, lo sapeva già. Marco era sfiduciato.
Quella gelosia ossessiva non la sopportava più
7.
I cadaveri sul terreno
.
Che cosa tagliare? Risposta facilissima: il superfluo.
Cominciamo dalle frasi inutili e ampollose.
Esempio:
Lorena non si mosse, non respirò, non pensò, per quel tempo brevissimo
che sembra infinito. Quel tempo in cui non riconosci il posto dove sei,
né le tue scarpe, né le tue mani, né il tuo respiro. Quel tempo scandito
solo dal battito furioso del
tuo cuore,
che rimbomba come una batteria in un amplificatore.
Come è facile intuire, questa frase viene in un
momento di pathos, in cui è appena successo qualcosa.
E diminuisce l'impatto emotivo sul lettore, anziché
amplificarlo.
Continuiamo con le frasi che sembrano tanto letterarie
a chi le scrive ma che alla fine non significano niente.
Sua madre, una sera, una
delle tante di quei giorni uguali a prima, ma che ora
sembravano sempre uguali a se stessi.
Che cavolo vuol dire? Nulla. Manca pure il verbo principale:
attenzione a queste trovate. Il più delle volte
una frase così, senza verbo, non è poetica,
bensì semplicemente e orrendamente monca.
Ora facciamo attenzione massima ai siparietti. Che cosa
sono?
Esempio:
Uscì dalla
palestra. Appena in macchina, accese il cellulare e chiamò
sua madre.
“Sto arrivando. Marco é già lì?”
“Sì. Chiara, passa in farmacia. È
aperta quella vicino all’ipermercato. Tuo padre
ha male a un dente e non c’é Aulin”
“Va bene. A dopo”
Questa è cortissima, ma ce ne sono certe di questo
tono che tengono anche quindici-venti righe.
Non è detto che vadano tagliate. Dipende.
La domanda che occorre farsi è la seguente: ha
attinenza con la narrazione? Ha o avrà una rilevanza
sullo sviluppo della storia?
Cioè, nel caso specifico: Il fatto che telefoni
e che la madre le chieda di andare in farmacia ha una
rilevanza sulla mia storia?
In questo caso, la risposta è sì, perché
Chiara a quella farmacia non ci arriverà mai e
quindi quella telefonata sarà un punto di partenza
per le indagini: gli inquirenti sapranno che è
sparita tra la palestra e la farmacia e a che ora.
Ma il più delle volte la risposta è no.
Attenzione: qui non si tratta di incisi, di una storia
nella storia.
Gli incisi sono un'altra cosa. Ci sono autori che riescono
a dirci la vita di un personaggio in trenta righe, quelle
cose del tipo
"è stato
come se sparisse la luce… come quella mattina del
'43. Sì, quando sono arrivati gli americani. Io
abitavo ad Anzio, signor commissario. Ero una bambina
e ricordo come se fosse ora che quella mattina sembrava
buio e…"
eccetera). Queste cose magari
non hanno attinenza stretta con la narrazione ma dicono
tanto sul personaggio e se scritte bene sono validissime.
Quello a cui mi riferisco è il tirare in lungo,
dicendo banalità che nella vita quotidiana si dicono
ma che un lettore magari non ha voglia di sorbirsi anche
in un romanzo.
Va sempre valutato con estrema attenzione tutto ciò
che è "di passaggio".
Paolo si alza e va in cucina a far colazione? Non è
necessario spiegare che ha attraversato la stanza, la
porta era sulla destra, è uscito in corridoio,
ha fatto tre metri, è entrato in cucina e ha acceso
il caffè guardando i piatti sporchi.
Si dice: "Si alzò alle nove. Mise la caffettiera
sul fuoco mentre guardava i piatti sporchi ancora nel
lavello".
E' la stessa cosa che abbiamo chiarito sopra: chi legge
non si dice "ma qui ha saltato un pezzo, era in camera
e ora è in cucina".
Assolutamente no: c'è un processo mentale inconscio
per cui il lettore si proietta in automatico il percorso,
i gesti abituali che tutti fanno. Il passaggio nel corridoio
lo si inserisce solo se quel corridoio, ciò che
incontra passando abbia attinenza con la narrazione o
ci dica qualcosa sulla storia e il personaggio. Per esempio,
se il corridoio fosse disseminato di vestiti, o di calzini
e questo ci dicesse o di una serata molto incasinata o
di un personaggio disordinatissimo.
Altrimenti si taglia. Ogni informazione superflua - e
fastidiosa - per chi legge va a discapito dell'attenzione.
Conclusione.
La
ristesura non è una passeggiata. Anche perchè tutte
queste considerazioni vanno fatte in simultanea, o quasi. Infatti
non basta quasi mai una sola revisione.
Ci sarebbero altri punti, in particolare le sequenze temporali.
Ma per ora fermiamoci qui. Avremo tempo.
Buon lavoro a tutti.
Che
cosa si intende per formattazione?
Il
modo in cui il vostro lavoro viene presentato, sotto forma di
file.
Riferendoci all'editor di testi più diffuso (Word di
Microsoft), noi consigliamo di:
- impostare la pagina in
formato A5. È
quello
del libro in edizione cartacea, e anche a video risulta il migliore
perché contiene un numero limitato di righe e non costringe
il lettore a scorrere con la barra.
-
scegliere un carattere leggibile
e riposante per la vista (Times New Roman, Book Antiqua), a
punti 12. Se il lettore preferisce altre impostazioni potrà
modificarle a piacimento sul suo PC,
- impostare il
paragrafo con: giustificazione,
sillabazione automatica a fine riga, interlinea
singola, rientro automatico ad inizio paragrafo.
... vale a dire ciò che normalmente trovate in un libro
cartaceo.
Se non avete dimestichezza con questi termini, forniremo spiegazioni
dettagliate caso per caso. Evitate le avventure. Una bella presentazione
ha il suo valore.
Come faccio a formattare una pagina di 60 righe
da 30 battute ciascuna?
Si
tratta della famosa "cartella" di 1800 caratteri in formato
A4, indispensabile per presentare un lavoro ai concorsi letterari. Vi
forniamo un modello già pronto, cliccate qui per il download.
I dialoghi si possono lasciare nel corpo del testo
o è meglio andare a capo?
Gli
a capo rendono il testo più leggibile, lo alleggeriscono
e facilitano la lettura.
Il modo migliore per segnalare un dialogo prevede l'uso dei
simboli speciali « e »
oppure
–
(Su Word:Inserisci-Simbolo
- Punteggiatura generale)
Attenzione: non usare MAI come trattino quello presente nella
tastiera, in quanto sformatta gravemente il testo. Il trattino
da usare è nel menù Simboli, e si può chiamare Trattino oppure
En Dash.
Quando è indispensabile andare a capo e
iniziare un nuovo paragrafo?
Dipende
dallo svolgimento dei fatti. È consigliabile iniziare
un nuovo paragrafo quando si intende sottolineare con forza
ciò che si sta scrivendo, quando si vuole focalizzare
al massimo l'attenzione del lettore. Sempre quando l'azione
varia.
Se invece a cambiare è lo scenario, o il punto di vista
da cui si narra la storia (ad esempio, si stava guardando dal
punto di vista del criminale e si passa alla stazione di polizia)
è consigliabile lasciare una doppia spaziatura.
Automaticamente, il lettore si focalizza, si sposta da un'altra
parte.
STESURE
Che
cosa si intende con la frase "la prima stesura va fatta con il
cuore, la seconda con il cervello?"
Nella prima stesura in genere l'autore scrive
sulle pagine ciò che ha nella testa, nell'immaginazione, direttamente
e senza filtri. Nella seconda – che avviene qualche settimana
dopo la conclusione della prima – l'autore dovrà leggere
il proprio manoscritto con distacco allo scopo di vedere le falle nell'impianto
narrativo, le ingenuità stilistiche eccetera.
Ho in mente un romanzo: ma davvero devo tenere
in mente dall'inizio tutta la trama e le schede dei personaggi?
Ognuno deve seguire le proprie inclinazioni.
Ci sono scrittori che decidono a tavolino che cosa scriveranno. Altri
che fanno schede e griglie precise, da cui non usciranno. Altri ancora
– ad esempio Stephen King, che l'ha detto pubblicamente –
partono da una situazione e iniziano a scrivere, scoprendo la storia
loro stessi riga dopo riga. Se tu sei di questa terza specie, non preoccuparti:
scrivi. Ci sono le stesure successive per sistemare ciò che non
va.
Sto scrivendo la prima stesura di un romanzo e
mi accorgo che spesso esco dalla mia trama di base: devo cancellare
e attenermi alle mie schede iniziali?
In prima stesura la nostra risposta è
NO. Non cancellare. Può darsi che la storia prenda pieghe inimmaginabili
e interessanti. Esistono le stesure successive per valutare ed eventualmente
cancellare.
Nelle stesure successive ci si deve limitare a
rivedere lo stile e il linguaggio o è possibile variare la trama?
Generalmente i difetti maggiori che
si scoprono facendo le ristesure sono proprio falle e incongruenze nell'impianto
narrativo. Conoscendo ormai i personaggi, ci si accorge che –
per esempio – mai avrebbero potuto agire in quel determinato modo
nelle prime pagine. Questo non significa stravolgere il romanzo completamente,
perché in tal caso non si tratterebbe di una ristesura ma di
un altro romanzo. Ciò che in genere si fa è cercare il
tema, cioè ciò che si voleva dire con quella storia, e
aggiungere episodi che consolidino quel tema. E ovviamente togliere
le divagazioni, i retroscena spesso molto noiosi.
Quante stesure occorrono prima che un romanzo
possa considerarsi concluso?
Non esiste una risposta certa all'interrogativo.
Ci sono autori che scrivono e riscrivono lo stesso romanzo per tutta
la vita altri che ci lavorano per un decennio, altri che fanno in pratica
una sola stesura globale, scrivendo e riscrivendo pagina per pagina
finchè non sono soddisfatti. La logica suggerirebbe una prima
stesura e un paio di revisioni, ma ognuno deve trovare la propria misura.