IL RACCONTO DELLA SETTIMANA - DA COMMENTARE IN FORUM -
 

 


 

 

13 agosto 1408, territorio di Colle Valdelsa, giurisdizione fiorentina.

 

La ruota destra della vettura cede quando siamo già in vista del borgo e pensiamo che il più sia fatto. Simone balza giù tirando una bestemmia e io fingo di non sentirla. È un omone grande e grosso, con certe mani che sono il triplo delle mie e il viso che pare sbozzato in un tronco di quercia. Lo conosco da anni. È più mansueto di un agnello ma quando si arrabbia è meglio non contraddirlo e ora è davvero arrabbiato: pregustava già l'arrivo e il riposo.

«Ho bisogno d'aiuto, da solo non riesco a sollevare il carretto e a rimettere a posto la ruota.».

Scendo e gli vado vicino; non credo faccia conto su di me ma cerco di dargli partecipazione silenziosa.

La ragazza che mi ha procurato per accompagnarmi nel viaggio (mica potevo passare così tante ore sola con un uomo) continua a lamentarsi. Non ha mai smesso da quando siamo partiti da Siena, come se venisse per fare un piacere e non fosse ben pagata per l'incomodo. Un fiorino mi è costato tutto quanto, vettura, cavallo, Simone e ragazza. Certo, di questi tempi è difficile trovare qualcuno in fretta e con abbastanza fegato da affrontare strade dissestate, banditi, fuoriusciti e sbandati di varia natura però qualche diritto lo avrò anche io che pago, no? Almeno una compagnia non dico piacevole ma sopportabile.

Simone guarda in su e in giù speranzoso. Abbiamo incontrato molta gente per la strada: c'è una fiera importante a Colle e i viandanti sono stati frequenti per tutto il tragitto. Solo adesso non si vede nessuno, proprio quando farebbe comodo.

La lagna dal carro arriva fino a qui:

«Chissà che altre disgrazie ci capiteranno. Povera me disgraziata. Ma c'era proprio bisogno di viaggiare così tanto?».

C'era sì, e che mi diverto io? Stavo proprio bene nella mia casina coi miei figlioli a Siena, tranquilla e beata, ma come potevo ignorare la lettera colma d'angoscia arrivata da mia sorella?

Mia carissima Bartolomea, diceva, ti supplico, ti scongiuro, vieni da me: il tempo sta per scadere e mi trovo sola in questa terra sconosciuta e nemica. La levatrice nega, ma io lo so che questa volta sarà l'ultima, non sopravviverò al parto. Fa' almeno che muoia stringendo una mano amica, la mano della mia sorella amatissima. Ho bisogno di te.

Ora, è risaputo che Caterina ama i drammi e le scene lacrimevoli, le piace colorare in tinte fosche sensazioni e sentimenti, però così da lontano, vai mai a sapere che abbia ragione. Potevo lasciar correre un richiamo così accorato? No, e infatti eccomi qui, a poche miglia da un borgo per di più fiorentino, il carro inclinato da un lato, un gigante buono in preda all'ira o all'agitazione il che è lo stesso, e una prefica che sta già profetizzando disgrazie immani. Che allegria.

Un uomo compare da un viottolo, la vanga in spalla. Simone lo intercetta subito, lo ingaggia (che dite Monna Bartolomea? Tre soldi vanno bene? Certo, Monna Bartolomea è d'accordo, anche perché non c'è altra scelta).

L'uomo si rivela un chiacchierone: cosa ci facciamo ancora in strada a quest'ora, manca davvero poco al tramonto, le porte vengono chiuse e non si può più andare in giro dopo il terzo suono della campana del comune, zone pericolose di questi tempi, proprio oggi dei lestofanti hanno depredato dei poderi poco più avanti, presso il ponte della Steccaia, così vicino al borgo, così di pieno giorno nel periodo della fiera, non c'è più rispetto o ritegno per nulla, i berrovari del comune, le guardie armate, sono arrivati tardi, solo per constatare il danno, ladro e beffatore quel Guido Spezzalosso, dicono sia uno dei Franzesi di Staggia, bella razza anche quella.

«Monna Bartolomea, non vi allontanate.» vocia Simone vedendomi prendere un sentiero. Lo tranquillizzo con un cenno, faccio solo due passi, cerco un po' d'ombra, sarà anche vicino il tramonto ma qui non si respira  e tutto trasuda umidità bollente.

Ecco un boschetto di cerri: che frescura qui, si rinasce. Senza neanche rendermene conto i due passi sono diventati quattro e poi otto e poi non si contano più. La voce degli uomini arriva distinta e mi dà tranquillità.

Ho fatto davvero bene a partire?

Sì, certo, non ci sono dubbi. Anche se non è così grave Caterina non deve essere in uno spirito d'animo molto piacevole. Sono anni ormai che è stata sposata a quel proprietario di cartiere e lanifici, Cristofano di Bindo, ma adattarsi a vivere in un piccolo centro come Colle, venendo da Siena, non deve essere mica piacevole. E lui. Per carità, un brav'uomo (non ha mai alzato un dito su di lei, e la cosa non è sempre scontata) e ricco in maniera vergognosa. Però certo non è quello che una ragazza sogna in fanciullezza.

E da Caterina e dalla sua vita il pensiero scivola su di me, sulla mia, di vita, e su Gerolamo di Domenico. È morto ormai da due anni, mio marito, e se devo essere sincera fino in fondo piangere e mostrarmi disperata al funerale è stato faticoso assai. Come pure lottare poi con mio cognato per la tutela dei figli e, cosa a cui lui teneva ben di più, per l'amministrazione del loro patrimonio. Ma la legge per una volta è dalla mia. A Siena una donna rimasta vedova con figli minorenni può prenderne la tutela; almeno questo può ottenerlo, una donna. Lui non si è dato per vinto: ha tentato in tutti i modi con lusinghe e con minacce di convincermi a risposarmi, mi ha presentato innumerevoli e improponibili candidati, sperando così che me ne andassi lasciandogli figli e denari. Abbandonare i figli: che assurdità! E in mano sua, per giunta. Quattro sono, i miei quattro cucciolotti e il maggiore non ha ancora otto anni. Ahi, dovevo lasciare i dieci soldi per il maestro Domenico di San Martino che insegna a leggere a Giovanni e Checco, ecco cosa ho dimenticato. Be', aspetterà il mio ritorno. Tornando a Jacopo mio cognato mai, mai avrà i miei figli. Risposarmi, poi, e ricominciare tutta la trafila: doveri coniugali, altri parti, non poter più decidere nulla, sottomessa e proprietà di un uomo, ma siamo matti, una volta basta e avanza.

Povero Jacopo, una cognata colta gli è toccato. Se non avessi saputo né scrivere né leggere come sua moglie era tutto risolto, per lui: mai sarei stata in grado di gestire un patrimonio da sola. Ma, disgrazia, mio padre mi ha fatto studiare e sono davvero brava, non faccio per vantarmene, con abaco, calligrafia, scrittura e nel convertire le valute. Addirittura il latino leggevo a suo tempo, ora chissà. E scrivevo versi raffinati. Che sciocca che ero. Ragazzetta piena di parole d'amore, di poesie struggenti e stupide. Sognavo ad occhi aperti non so neanche io quali fantasticherie sentimentali. E dove sono finita? Nel letto di Gerolamo di Domenico, ricco, grasso, lanaiolo di Siena. Belle, utili davvero le poesie.

Mi accorgo d'un tratto che non arrivano più voci, solo canti di uccello e frinire di fronde. Gli alberi si interrompono, l'aria si apre su rovine e muretti e grandi vasche piene d'acqua. Tife ondeggiano al tocco della brezza, ninfee danzano nei riverberi d'argento, libellule ronzano nell'oro del tramonto.

Mi scappa un gridolino di meraviglia. Il posto è di una bellezza ammaliatrice eppure a rigor di logica dovrei trovarlo orrendo (acqua stagnante, erbe morte, vago odore di decomposizione), c'è qualcosa di affascinante, sarà l'oro e l'argento che si mischiano, qualcosa che non riesco ad identificare che mi parla di infanzia, di nostalgia, di felicità perduta o mai avuta. Forse sono solo i pensieri con cui sono arrivata qui ma in un lampo mi rendo conto che questo è il posto giusto e unico per leggere versi, poesie di poeti che un tempo amavo e che ora non voglio neanche più sentire.

«Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira,

che fa tremar di chiaritate l'âre

e mena seco Amor, sì che parlare

null'omo pote, ma ciascun sospira?».

Sobbalzo. Trattengo un urlo. Indietreggio,

Un gentiluomo è seduto su un masso alla mia sinistra, quasi indistinto nelle ombre della macchia. Modi affabili, sorriso e sguardo amichevoli. Amichevoli in maniera pericolosa è uno scampolo di pensiero che guizza ribelle. Una parte di me, nascosta e compressa, ha un brivido di gioia.

«Non abbiate paura, Madonna, siete così bella e sorgete come in un sogno. Ma siete reale davvero o vi ho evocato dal fondo del mio cuore?».

Mamma mia quanto è bello lui, invece. I tratti regolari, nobili, la fronte ampia, il naso deciso, le labbra sottili dischiuse in un sorriso come mai ne ho visto uno. Gli occhi verdi inchiodano i miei mentre si avvicina flessuoso come un gatto. Il corpo è sodo, giovane, scattante. Perché d'improvviso rapida mi appare l'immagine del ventre straripante e flaccido di Gerolamo quando la prima notte di nozze mi è montato addosso?

Via via subito questi pensieri, calma, dignità e presenza: sei una vedova rispettabile che si avvia alla matura età di venticinque primavere. Calma. Hai partorito quattro volte e anche se non hai allattato il tuo corpo non è più quello che era. Ma lui mi ha detto bella, mi guarda come se vedesse la cosa più affascinante del mondo, mi riempie di qualcosa che ho paura di scoprire. Ma che discorsi, ma che pensieri, ma cosa faccio qui, ma cosa dico, ma è così vicino, ma mamma mia e ora?

La voce che riesco a recuperare in fondo al battito del cuore è un po' roca:

«Messere, mi avete spaventata. Che scherzo stupido sbucare dall'ombra all'improvviso.».

Sarò abbastanza disinvolta? Gli sembrerò ridicola?

«Vedervi in questo posto così incantevole è il miglior dono che io abbia mai ricevuto. Serberò sempre nel cuore la memoria di questo tramonto.».

È vicino, troppo vicino.

«Chi siete?».

«Il mio nome e la mia frequentazione non sono molto consigliabili in queste terre. Non datevi pensiero per esso. Andate a Colle per la fiera di Sant'Alberto?»,

In questo momento non so neanche dove e cosa vado a fare, figuriamoci rispondergli a tono. Non provo neanche a farlo e lui continua:

«Io ci sarò, alla festa, e vi cercherò fra la folla per un saluto soltanto. Forse un bacio. Come questo.».

Prima che possa muovermi, ragionare o altro il suo odore forte di uomo mi avvolge e le sue labbra sfiorano le mie.

Da lontano il richiamo di Simone taglia l'aria.

Resto immobile, mentre lui, gli occhi fissi nei miei arretra verso gli alberi. Un attimo dopo non c'è più e appare Simone trafelato, in ansia per me, per il ritardo, perché ora tutto è pronto, il sole è già tramontato e occorre muoversi, correre, frustare il cavallo per arrivare prima che i funzionari chiudano le porte di Colle.

Sì, il sole è tramontato, l'oro, l'argento sono scomparsi. L'aria è fredda e scura, adesso.

 

 

16 agosto 1408, Colle Valdelsa, giurisdizione fiorentina
 

Le nipoti di Caterina mi strattonano da una parte e dall'altra:

«Forza Monna Bartolomea, facciamo tardi al corteo, non riusciamo a vederlo partire.».

Loro hanno dodici o tredici anni io circa il doppio e non ho tutta questa voglia di correre. Le coroncine in testa scivolano di lato e se le raddrizzano a vicenda ridendo senza fermarsi. Io arranco appresso a loro.

Caterina è ferma a letto ma secondo la levatrice, e per quanto ne posso capire anche io, la sua è solo melanconia. Certo, il pancione aiuta, in questi casi. I giorni passati insieme mi pare le abbiano fatto bene: abbiamo spettegolato, riso, pianto, chiacchierato, raccontato e ci siamo confidate tutto quanto mancava in anni di lontananza.

Questo pomeriggio non posso stare con lei: è la vigilia di Sant'Alberto e tutti coloro che si trovano nella Terra di Colle devono partecipare ai festeggiamenti, a meno che non siano infermi o in qualche modo indesiderati. E poi io voglio partecipare. Non ho parlato a nessuno del mio incontro accanto alle rovine, neanche a mia sorella, e per fortuna lei è troppo concentrata su se stessa e la sua sorte per badare ai miei comportamenti. Se fosse stata anche solo un poco più intuitiva si sarebbe accorta del tarlo invisibile e onnipresente che mi rimbalza nella mente, che si insinua nelle pieghe del pensiero. Sono due occhi verdi che zac, quando meno me lo aspetto, quando magari sto parlando delle ciambelle dolci che la fantesca Maria ci faceva quando eravamo bambine, sbucano traditori. Non riesco a dimenticarli e anzi è come se una parte di me non volesse proprio dimenticarli. Persino a messa, Dio mi perdoni, ho riconosciuto nel profilo del santo dipinto secoli fa un altro uomo ben più attuale.

Una parte di me ha atteso questo giorno di festa con trepidazione, l'altra mi deride come stupida ingenua, ma entrambe, ora, spiano ogni volto, ogni figura cercando un riscontro e un ricordo. Nulla.

Trascinata dalle due ragazzine rischio nell'impeto di cadere nella gora a cielo aperto che costeggia quello che qui chiamano Piazza, cioè il largo spazio che collega due delle porte del Terzo di Piano dove si stanno radunando tutti gli appartenenti al Terzo a cui appartiene anche mio cognato. Lui, Cristofano di Bindo, non è qui: per questo semestre è uno dei Priori e quindi, mi hanno detto, sfila  con le alte magistrature in un altro percorso. A far le veci del capofamiglia e a depositare sull'altare l'offerta del cero oggi è suo fratello Corrado. Lo distinguo a stento fra gli altri, tutti con il mantello nero, la berretta e la posa solenne già pronti a muoversi ostentando i ceri più o meno grossi a seconda del reddito. È fra i primi: le sue quattro once testimoniano che la famiglia discesa da Bindo di Martino è fra le più ricche della comunità.

La gente si dispone a gruppi ma io non conosco le insegne e non distinguo le une dalle altre Associazioni, Confraternite e Arti; per fortuna le mie due accompagnatrici sanno tutto e mi sistemano al mio posto, fra le vedove del giusto censo, anche se come forestiera (e per di più senese) dovrei avere un'altra collocazione con ogni probabilità meno prestigiosa. L'essere parente sia pure acquisita di un attuale Priore e del Gonfaloniere di Terziere, anche lui cugino di Cristofano, ha permesso questa sfumatura sociale che non ho voglia di indagare a fondo.

Accanto a me c'è una donna anziana e arcigna che mi viene presentata come Maddalena, vedova di un socio di Cristofano, tale Piero di Bartolomeo. Tutta compunta sgrana in continuazione un grosso rosario ma non sono preghiere quelle che mi biascica all'orecchio sottovoce: sono pettegolezzi su chiunque le capiti sotto gli occhi. È chiaro che si è fatta un punto d'onore nel rendermi partecipe di ogni storiella piccante della comunità.

Finalmente il Gonfaloniere di Compagnia issa lo stendardo, dà il segnale e la lunga fila inizia a muoversi. Mentre aspetto che tocchi anche a noi provo a chiedere:

«Madonna, voi che siete così ben informata forse potete togliermi una sciocca curiosità che mi accompagna da giorni. Mi hanno parlato per caso di un fuorilegge dagli occhi verdi, forse lo stesso che qualche giorno fa ha assalito certi poderi oltre il Ponte della Steccaia.»

Non ho bisogno di chiedere altro, si fa il segno della croce due volte e con gli occhi che brillano racconta:

«Ho capito di chi parlate. È bello come il demonio e pure malvagio come lui. Lo chiamano  Guido Spezzalosso. Una storia scellerata e infausta, la sua. Dicono che la madre fosse una dei Da Picchena, monaca, e suo padre quel tal Alberto dei Franzesi di Staggia che capeggiava una masnada di infami tanti anni fa scorrazzando nel territorio colligiano, vietando di coltivare le terre e infastidendo i cittadini. Ha dato anche grossi problemi al padre di vostro cognato, a Bindo Dio l'abbia in gloria. Si dice che in una di queste scorrerie sia entrato a forza nel convento e abbia giaciuto con la badessa. Sono dicerie, ripeto, ma anche lui aveva degli occhi verdi che nessuno poteva dimenticare. Tutto a un tratto è comparso il bambino nella casa di Monaldo da Picchena, e vi sto parlando di un gran signore badate bene, che l'ha cresciuto proprio come uno dei suoi nipoti. Ma ahimè, la gramigna tale è e tale rimane, non importa l'educazione o l'amore che le viene data: il giovane si è rivelato un attaccabrighe, un traditore e uno spergiuro. Congiurava con Siena, pensate un po' voi.»

Qui la donna si blocca: deve essersi resa conto della mia provenienza. Farfuglia un paio di frasi fatte sulla politica che non è cosa da donne.

«Quindi a Colle non può farsi vedere.»

«Certo che no: è proscritto, condannato a morte. Qui siamo al sicuro da lui e da quella sua bellezza infame che, quando ancora non aveva rivelato la sua malvagità, aveva già contaminato molte dame portandole a peccare. Piuttosto, vedete quella donna davanti a noi con la sopravveste azzurra? Mi hanno detto che...»

Dunque non verrà, non può venire: la sua era solo una promessa gettata là per farmi illudere e prendersi gioco di me.

La fila si snoda lenta come la litania che recita. Su per la strada in salita fino alla Porta del Pozzo, quella da cui siamo entrati qualche giorno fa proprio all'ultimo minuto prima che venisse chiusa per la notte, e poi su su verso il Castello dove arriviamo che è già il tramonto.

Qui è tutto un tripudio di luci e colori: è il Terzo dove si concentrano i palazzi del potere civile e religioso, mi spiega Maddalena, quelli dei Priori, del Podestà, del Capitano del Popolo, del Castellano, dell'Arciprete, di tutte le autorità ecclesiastiche, e sottolinea con questo sfarzo la sua preminenza.

«Ogni anno è dovere dell'Arte della Lana di predisporre la copertura del Corso e dei palazzi che vi si affacciano di panni di lana e quest'anno ne è stato responsabile mio figlio.» aggiunge con orgoglio.

L'effetto è davvero incredibile: le torce e le lanterne accese ovunque, riflettendosi sui panni rossi creano un riverbero purpureo che sfalsa la percezione del colore di ogni cosa. Luci illuminano le finestre dello Spedale e poi del Palazzo dei Priori che costeggiamo prima di arrivare alla pieve di Sant'Alberto tutta pavesata. Accanto, il Palazzo del Podestà è un tripudio di luccichii e faville.  Entriamo nella chiesa al seguito dei nostri capifamiglia, assistiamo all'offerta dei ceri all'altare e usciamo lasciando posto all'altro Terzo, quello di Borgo di Santa Caterina. Chi mi spiega e mi indica palazzi e procedure è sempre la vedova al mio fianco che riesco a seminare nella confusione della piazza dove i ranghi vengono infranti e tutti ci si mescola dilagando nelle vie laterali.

Intravvedo le cognate di Caterina e scambio un saluto, ritrovo le due ragazzine dalle gote colorate d'animazione e le coroncine sempre storte, assaggio un dolce al miele da una vecchia, rido mio malgrado per gli scherzi di un buffone, mi commuovo al suono struggente di un piffero suonato da un bambino macilento. Il borgo è tutto un brulichio di voci, suoni, odori, colori. Gente che corre, si ferma, spinge, si accalca, ride, si perde, grida, si affanna, strilla, si cerca, litiga, scherza, sorride. Umanità.

Mi assale la tristezza, mi sento d'un tratto sola, abbandonata. Mi porto in disparte e dai gradini di un palazzo guardo la folla. Lui non verrà. Sono stanca per la camminata, le scarpette eleganti sono scomode, che ci faccio qui, come faccio ad andarmene.

Risate più forti dal fondo della strada, suono di tamburelli, flauti, campanelle. Un uomo sui trampoli, alto sulle teste, danza sgraziato, coperto di pelli malamente legate al corpo; una maschera di cuoio trasforma il suo volto in una caricatura grottesca. Sotto di lui, a corona, ne intravvedo altri, almeno quattro, simili a lui, in un ballo concentrico che si sposta verso il centro dello spiazzo.

Ondeggia, sale, riscende, si china, ruba un boccale di vino e beve sguaiato, piroetta, finge di cadere, si riprende, agita un tamburello, lo lancia a un compagno. D'un tratto si blocca; come un animale che fiuta la preda fruga con lo sguardo davanti a sé. Sento occhi che d'istinto riconosco come verdi accarezzarmi il cuore. Un palpito di ciglia e tutto riprende, la danza, i battiti di mano, le risa della folla.

So che è lui, so che mi ha vista. Ma no, mi dico, è impossibile, sogni, vaneggi. Il mio cuore rimbomba più forte dei tamburi, delle grida, del clamore ma nessuno pare sentirlo.

Il gruppo fende la folla e i battimani, devia di lato come per caso, lambisce il punto dove sono io. Danza frenetica di satiri impazziti poi gesti lenti, esagerati, di nuovo scatti improvvisi sospesi e spezzati a metà. Una donna con abiti sgargianti da prostituta cattura la scena lanciandosi in un ballo sfrenato. L'uomo dei trampoli si sporge e all'improvviso il ghigno deforme è proteso verso il mio viso mentre le mani si agitano mimando uno scherzo. Dal nero dei fori della maschera un lampo verde e una voce calda e profonda:

«Nel passaggio coperto delle Volte, la terza porta a manca.»

Si ritrae con ampi gesti, si china verso un ragazzino dagli occhi spalancati ritto accanto a me e fischia in modo divertente. La folla ride e io con lei ma tutto gira e fatico a tenermi in piedi. Non ho più raziocinio, non penso alla mia reputazione, ai miei quattro figli, al cognato Priore e alla sorella in travaglio. Non ho intenzione di pensare.

Ho capito cosa intende per le Volte: è una galleria parallela al Corso, sotto le case, angusta e buia. Prima di uscire una delle cognate di Caterina si era premurata di avvertirmi:

«Finito il corteo gira pure liberamente per il Castello, in mezzo alla folla, meglio se insieme a qualche altra dama, ma mai nel modo più assoluto avvicinati alle Volte, una lunga galleria non raccomandabile per una donna timorata di Dio.».

È stata così precisa nello spiegarmi dove non dovevo andare che ora non ho dubbi sul percorso.

Lascio passare i saltimbanchi, gironzolo qua e là sorridendo tranquilla e con larghi giri mi porto nella direzione giusta. Laggiù, lontano, gli uomini vestiti di pelli continuano il loro spettacolo ma non sono più cinque e l'uomo sui trampoli, seppur identico a prima, è cambiato, è diverso.

Ecco il camminamento sotterraneo; si vedono delle torce accese lungo il percorso ma troppo rade per illuminarlo bene e il buio pare ancora più nero contrapposto alle luci dell'esterno.

Sono ancora in tempo, posso non entrare nell'antro del demonio. Ma so cosa voglio e so che, qualunque cosa dicano, lui non è il demonio.

Sorpasso una coppia avvinghiata che distinguo appena, una due tre ecco la terza porta. Sento lo stipite sotto le mie dita, il legno è liscio, rassicurante. Nella testa una voce cerca ancora di fermarmi, urla tranello, stupro, rapina, disonore. Il battente si apre, scivolo dentro e la chiudo fuori.

Una finestrella aperta in alto chissà dove nella festa fa entrare lontane luci, suoni e grida. Pare provengano da un altro mondo. Intravvedo cassoni, botti, rotoli di funi.

In un angolo si muove qualcosa. È lui, si è tolto la maschera e viene verso di me, pare titubante, incredulo nel vedermi qui, nel constatare davvero la mia audacia.

Mi muovo come in un sogno: quella che agisce non è la solita Bartolomea ma un'altra, sconosciuta, folle e senza decenza, una Bartolomea che è sempre esistita nel profondo dell'anima ma che si è tenuta nascosta, segreta. Ora è lei che vive, che vuole vivere.

Gli si avvicina, alza le mani ad accarezzarlo (odore pungente d'uomo giovane e sano, pulsare di muscoli tesi, eccitazione animale di corpo e sangue), lo stringe a sé e lo bacia in bocca.

Lui s'irrigidisce sorpreso, esita, poi ricambia avido, predatore. Le mani salgono e scendono lungo la schiena, esplorano, conquistano, si moltiplicano, eludono la barriera degli abiti, mi divorano.

Dov'è la mia coscienza, il mio pudore? Spariti via, scivolati a terra come il mantello, come le maniche e i loro nastri disfatti, come il velo che copriva il seno. Il corpetto si slaccia, la veste si allenta, carezze di mani e seta stordiscono allontanando ogni altra percezione. Rincorro brandelli di pensieri che volano via in vortici di brividi finché restano solo due corpi, nudi, sul mucchio degli abiti, incalzati da un calore di ventre che diventa tempesta, uragano, bufera. Precipito in vortici sconosciuti, tendendo il mio corpo contro quello di lui che conquista mondi sotterranei e vette irraggiungibili, chiude e dischiude palpitare di fiori roventi.

 

 

16 agosto 1415, Colle Valdelsa, giurisdizione fiorentina


Oggi è di nuovo la vigilia della festa di Sant'Alberto e sono di nuovo qui, di nuovo a Colle come ogni estate.

Guido è stato prosciolto, è stato di nuovo condannato, si è arruolato con i suoi uomini presso un Capitano di ventura, non ha patria e non ha onore, ma ogni sedici agosto, ogni notte del sedici agosto, mi aspetta dietro la terza porta del passaggio delle Volte.

La mia vita non è cambiata: per trecentosessantaquattro giorni io sono l'irreprensibile Monna Bartolomea che fu la moglie di Girolamo di Domenico, tutrice dei suoi figli.

Un solo giorno, una sola sera all'anno sono quell'altra, la Bartolomea che i benpensanti definirebbero empia e immorale, quella che apre la terza porta del passaggio delle Volte e precipita nel turbine di una tempesta di vento. E in quell'attimo, proprio in quello in cui il legno si schiude e temi che i cardini cigolino, in quel palpitare di attimo, il mio cuore si stupisce di come noi, deboli donne, senza identità, possesso di altri e cancellate dalla storia, possiamo trovare in un angolo buio e per una sola notte la luce che possa illuminarci tutto il resto della vita.

 

 

Note storico-bibliografiche

 

Uno dei pochi documenti scritti da una donna toscana del XIV-XV sec. è un quadernetto rovinato con la note delle spese sostenute dal 20 marzo 1407 in poi per qualche anno da “Mona Bartolomeja donna fu di Girolamo di Domenicho, totricie de suoi figliuoli». Sembra un testo modesto ma dai commenti lasciati alle varie voci di spesa si vengono a sapere molte cose sulla vita quotidiana degli inizi del '400 e sull'educazione dei figli.

Io ho inventato i viaggi a Colle, ma lei ricorda la spesa di un fiorino “per vetura di uno chavalo, per la chompagnia d'uno uomo e d'una donna quando andai da Petriolo a Montichielo” dove aveva un podere. (A. Petrucci – L. Miglio 1988: Alfabetizzazione e organizzazione scolastica nella Toscana del XIV secolo. In “La Toscana nel secolo XIV, caratteri di una civiltà regionale”, Centro di studi sulla civiltà del Tardo Medioevo S. Miniato, Pacini ed.)

 

Cristofano di Bindo di Martino che ho immaginato fosse il cognato di Bartolomea era un ricco colligiano proprietario di cartiere e lanifici. Suo padre Bindo di Martino nel 1356 affitta vari opifici dal Comune e si arricchisce, finché il figlio nel 1399 li acquista definitivamente. Sia loro che i discendenti (dal 1500 col cognome di Galganetti) sono personaggi di spicco nella vita comunale colligiana. In realtà non appartenevano al Terzo di Piano (dove avevano gli opifici) bensì a quello di Castello ma a me piaceva di più così.

Piero di Bartolomeo di cui è vedova la donna che cammina con Bartolomea durante la processione era davvero socio di Cristofano di Bindo di Martino in alcune cartiere.

I Da Picchena erano una famiglia molto antica che risaliva ai tempi della nascita del libero Comune. Vecchia aristocrazia.

(O.Muzzi, 1995: Attività artigianali e cambiamenti politici a Colle val d'Elsa prima e dopo la conquista fiorentina.  Atti Società Fiorentina del Basso Medioevo per Elio Conti, Nuovi studi storici, 29).

 

Sullo svolgimento della festa di Sant'Alberto (scomparsa nel 1600) si hanno notizie dagli statuti dell'epoca e da altri documenti posteriori (O. Muzzi, 2005: Feste civiche a Colle di Val d'Elsa tra medioevo ed età moderna, in “Sant'Alberto di Colle, studi e documenti”, ed. Mandragora).

 

Nel 1385 Alberto dei Franzesi di Staggia aveva capeggiato una masnada che dai territori di Siena e Volterra scorrazzava nel distretto colligiano vietando la coltivazione di vari poderi “noi ne comandiamo e vetiamo che da hora ennanzi voi (lavoratori) no siate tanto arditi che vuy lavoriate più queste possessioni ché, si noi ve troverimo, nui vi tagliarimo ad pezzi” e impedendo ai cartai degli edifici di Bindo e Battista di Martino di lavorare. Le fonti non riportano assalti a conventi ma erano attività verosimili. (O.Muzzi, 1995 op.cit.).

 

Su Colle agli inizi del XV sec. soprattutto R. Ninci, 2003: Colle Val d'Elsa nel Medioevo. Legislazione, politica, società, ed. il Leggio.

 

 


per saperne di più sull'autore

note biografiche