Le
fauci nere si erano già spalancate sulla città
dalle prime ore del mattino. Le nuvole si gonfiavano come mucose
impazzite di una bocca spalancata e ancora silenziosa. L’urlo
era atteso. L’urlo profondo, che avrebbe vomitato tra
le strade una pioggia mai tanto implorata. Desiderata, bramata,
richiesta ad alta voce, nelle torride giornate e nelle notti
appiccicose di un’estate racchiusa per intero in una bolla
d'aria afosa, mai sotto i trenta gradi.
Già le sentivi prima ancora che arrivassero sull’asfalto,
prima che l’odore di erba si mescolasse ai fumi delle
auto in panne, l’avvertivi dentro di te, prima che si
schiantassero sul parabrezza della tua Panda. Le sentivi nel
soffio di vento che attraversava i finestrini dell’abitacolo,
nel loro mescolarsi alle goccioline di sudore che ti colavano
sempre più rare e finalmente fresche dalla fronte e giù
dal collo nell'incavo del seno.
Cosa ti passava per la mente, Nora? Uscire e cominciare a volteggiare,
non é vero? Bocca e braccia aperte al centro della strada,
gli occhi al cielo a raccogliere i petali rigeneranti di questo
temporale di fine agosto, così come facevi da bambina;
indovino, giusto?
Cosi come sognavi di fare tutte le volte, prima che tuo padre
ti cercasse perché l’aiutassi a raccoglier le nocciole,
quando l’agitazione insieme al vento e alle nuvole nere
lo attraversava da testa a piedi, e allora si doveva lavorare,
e senza sosta, di pale e rastrelli, ammonticchiarle al centro
dell'aia sotto il tendone verde militare, e poi fissarlo a terra,
china, alla ricerca di sassi e mattonelle, ché il vento
non lasciasse passar l'acqua .
Ma neanche dopo volteggiavi, te lo ricordi, Nora?
Non ne avevi più la forza, dopo. Alla fine rimaneva solo
il volteggio dei tuoi desideri, nel fumo della cucina a legna,
nell’alone del vetro a cui restavi col naso appiccicato,
tra le bestemmie di tuo padre, i lamenti di tua madre: quante
ne avrebbe portato via la pioggia?
Al secondo squarcio di cielo hai fermato la Panda. Lo sapevi
che la calotta si sarebbe bagnata. Ma non hai avuto paura, Nora,
mica ti spaventa un temporale. Non é vero? Cosa vuoi
che sia questo fiume d’acqua che cresce lungo la strada,
cosa può mai fare alle tue caviglie, alle gambe forti
e senza calze, ma credi che il barista lo comprenderebbe mai
il tuo coraggio?
«Venga dentro signora, qui si allaga tutto, salga al piano
interno, che mettiamo sacchi e sabbia dietro la porta»
Non lo ascolti. Resti con lo sguardo dietro ai vetri, ti piace
osservare quel fiume d’acqua che vien giù dai Pennini
e allaga Via Tagliamento, che del resto si porta già
nel nome il suo destino.
Ci stai pensando, non è così? E non trovi buffa
tutta questa gente che abbassa saracinesche e porte, che prova
a rimettere in corsia le auto sorprese dalla furia, auto rincorse
dai bidoni dell’immondizia, da un lato all’altro
della strada.La borsa é asciutta, la tua mano non ha
pace.
C’é mai stato un attimo di pace per quelle mani?
Rispondimi, Nora. Invece di frugare dentro, cercando le mazzette,
le conti con le dita, poi le conti ancora.
La pioggia passerà. La Banca é lì di fronte.
«Vuole bere qualcosa di caldo, signora? Credo che non
smetterà tanto presto, e in fondo ce la meritiamo questa
pioggia. Lo prende un caffè?»
Quante nocciole scorrono nell’acqua, galleggiano, spariscono,
riaffiorano, ormai sono sopra al marciapiedi, le senti picchiettare
contro il vetro della porta; pensi ti abbiano riconosciuto,
come se aveste appuntamento.
È per quello che sorridi, non é vero, Nora?
Non pensi che il cameriere potrebbe riderne con te?
“Aunate e camminate”
La senti questa voce, Nora, la riconosci, non é vero?
“Aunate
e camminate”, sembra più dolce nei ricordi, oppure
é un’impressione?
Si cominciava di mattino presto, tua madre ti buttava giù
dal letto. Chissà cosa sognavi. Si sogna tanto al mattino
presto. Te lo sei mai chiesta quali sogni interrompeva lo scampanellio
di tuo padre, Nora? Oppure non ne avevi il tempo, che c’era
da spandere le nocciole, col sole che cominciava ad alzarsi,
ma tu neanche ci facevi caso, china sulla vanga e sui rastrelli,
mentre a piedi scalzi giravi ancora ad occhi chiusi e col pigiama,
piccola farfalla goffa, lungo i solchi di un’enorme chiocciola
color nocciola distesa per l’intera aia?
Olga e Maria erano già arrivate e sorseggiavano il caffè
con tua madre. Indossavano gli abiti da lavoro e poi arrivava
Marisa, faceva due chilometri a piedi ma non era mai stanca,te
la ricordi, non é vero? Aveva la tua stessa età,
ma ti faceva invidia, perché era leggera come una piuma
e a lei toccava raccogliere le nocciole lungo i bordi delle
chiane , lungo i lemmeti, le pareti scoscese tenute da radici
che non avrebbero retto il peso delle tue gambe. Almeno, così
dicevano.
“Aunate e camminate” ripeteva Genuino, e neanche
erano passate le otto di mattina; te lo ricordi Genuino, non
é vero Nora? Quando si partiva tutti in fila, Olga e
Maria vicine che parlavano dei figli e delle nuore, tua madre
mai una volta inginocchiata, senza paniere e col grembiule arrotolato
da riempire mentre tu ti trascinavi il sacco sotto alle ginocchia
e le sentivi fredde e indolenzite. Sarà forse per quello
che ti lamenti ancora quando cambia il tempo. Ne hai parlato
col dottore, Nora?
“Aunate e camminate” ripeteva Genuino mentre con
il maglio colpiva i pali più robusti e la pioggia di
nocciole cadeva tintinnante, con le foglie e i rami recisi che
ti sporcavano i capelli.
E con le nocciole a volte cadevano le natele.. te li ricordi
quegli esserini nudi che precipitavano dal nido e che tuo padre
correva a calpestare, rischiando di ferire le tue dita, perché
ogni buco in un frutto era una lira in meno di guadagno? Ti
ricordi il loro lamento strozzato, lo scricchiolio di quelle
ossa morbide sotto la punta del bastone e il richiamo lontano
della madre?
Provasti a salvarne una… sicuramente ricordi ancora il
nome che le desti. La nutrivi con una siringa priva d’ago,
con acqua e latte. Ti alzavi anche di notte.
Ma sopravvisse poco, al tacco di tuo padre.
Di che qualità sono queste nocciole che vedi scorrere
nel fango? Sapresti ancora distinguerle? Eri diventata proprio
brava, te lo ricordi?.Le primitive che erano le prime a cadere,
le mortarelle, piccole e tondeggianti, le Sangiovanni lunghe,
robuste e affusolate, le n’dose che cadevano gia sbucciate
e risparmiavano la fatica di scugnuliarle. E ti ricordi ancora
quelle due, tre piante di sanguinelle, sotto al lemmete della
chiana grossa, che quando le aprivi luccicavano della corteccia
interna, rossa più del sangue. Il sangue che ogni volta
ti ricordava il dito punto della mamma di Biancaneve. Te la
ricordi ancora quella storia? Ricordi se tua madre te l'aveva
raccontata mai? E ricordi, Nora, se invece l’ hai mai
raccontata tu a qualcuno?
Ti divertivi a catturare i ragni che si arrampicavano sul sacco.
Li afferravi per una zampa e lasciavi che penzolassero dal filo
di saliva in cui cercavano la fuga. Gli strappavi le zampe ad
una ad una e se ti sentivi buona gliene lasciavi un paio. Capitava
proprio in quei giorni che Marisa non si presentava, e i lemmeti
toccavano a te, quando eri felice di dimostrare come anche tu
sapevi scendere e salire tra felci e rovi, senza sgarrupare
nulla; oppure lo facevi in quei giorni in cui tua madre dava
lavoro a qualche giovane di passaggio e ti sentivi finalmente
in compagnia.
Rimanevi indietro, aspettando come sfida che il ragno facesse
un passo senza zampe, o era soltanto una scusa nell’attesa
che il giovane riempisse il paniere e poi correvi ad aiutarlo,
a tenergli il sacco aperto mentre lui vi rovesciava le nocciole.
Ti piaceva rimanere per un poco fuori della fila, indugiare
tra le zampe del ragno e le smorfie dei ragazzi finché
sentivi alla base del collo la punta fredda del bastone di tuo
padre, non una parola ti diceva, ti sfido a ricordarne una,
Nora, soltanto una, prima che col bastone ti indicasse tutti
i frutti che lasciavi indietro, da recuperare ad uno ad uno
mentre si accendeva un'altra sigaretta.
Sentivi di odiarlo, non é vero, Nora?
“Aunate e camminate” ripeteva Genuino, e interrompeva
i discorsi sui figli di Olga e di Maria, le barzellette del
giovane moro e le risate di Marisa, interrompeva i tuoi pensieri,
e allineava pure loro accanto al sacco che cominciava a darti
male alle ginocchia; il dolore non fa pensare.
Ma in fondo era meglio così, non é vero, Nora?
Alle dieci e mezzo puntuale arrivava Lucio, tuo fratello, con
le buste della spesa e dovevi correre a casa , preparare la
tavola, disporre i piatti e le posate, riempire l'acqua e tagliare
il pane.
Era il momento della colazione, ma tu non la sopportavi quella
colazione di pomodori e cipolle, di profumi di basilico, di
olio allungato con l’ acqua, di pane inzuppato e di unghie
sporche di terra che si affollavano nella zuppiera fresca della
frutta.
Poi si ricominciava, pulivi e correvi, prima che il fischio
di tuo padre ti richiamasse al posto tuo.
Ma qual era il posto tuo, Nora, qualcuno si era mai premurato
di spiegarti che esisteva un posto anche per te, oltre quel
buco nella fila di raccolta? Qual era il tuo posto, quello che
disegnavano i tuoi desideri, quello che pretendeva il tuo corpo
che si formava? quello che reclamavano i tuoi sedici anni...?
Chi avrebbe potuto dirtelo? Chi poteva aiutarti a cercarlo?
Nascesti che tuo padre aveva sessant'anni, tua madre quarantacinque.
Dopo 5 maschi troppo grandi per esserti fratelli. Ci pensavi
sempre a tutto questo, non é così? A come ti sentivi
fuori posto con due genitori che le tue compagne scambiavano
per nonni, con cinque fratelli e cinque cognate , che sembravano
ridessero all'unisono di te, quando portavi i piatti in tavola
così che ti rifugiavi a mangiar da sola sotto al pergolato
di glicine, sola insieme ai gatti, perché in quelle occasioni,
che poi erano i giorni di festa neanche a tavola c'era posto
per te.
Eppure, quando Berardino era partito militare e tutti infine
ti avevano lasciato da sola con i tuoi, avevi pianto per notti
intere.
Questo é certo, lo ricordi. Ed io neanche te lo chiedo.
La sera ti scopriva col volto stanco ma sereno, coi vestiti
che profumavano di bagno, quando si accendevano le luci sull'aia
e si svuotavano i sacchi delle nocciole di giornata: si cominciava
a scugnuliare al ritmo delle cicale. E intorno al tavolo c'era
posto per tutti, anche per te, stavolta non si stava troppo
stretti. Qualcuno trovava due nocciole gemelle, e urlava dalla
gioia, era segno di fortuna. Una volta ne avevi trovato quattro
unite, quattro nocciole siamesi, ma ancora sei in credito di
quella fortuna.
L'aspetti ancora, Nora?
Le nocciole da un lato e le bucce dall'altra, sembrava tutto
così bello sotto quel chiaro di luna, poi da un anno
all'altro sparirono anche quei momenti: prima ci fu l'anno in
cui tuo padre decise di raccogliere le nocciole già pulite,
e poi quell'altro anno ancora che avevano preso in fitto la
macchine pulente: si raccoglieva tutto, abbandonato il sacco
alle ginocchia si passava alle scope e alle pale : ci pensava
poi la macchina nei suoi turbinii di polvere a separare bucce
e frutti, terra , foglie e pietre.
Poi neanche rastrelli e scope sarebbero servite, i lunghi tubi
della nuova macchina arrivavano oltre la chiana grossa, fino
a "dint'o core" o fino alla chiana del pino e facevano
il lavoro della fila intera, raccoglievano, pulivano e insaccavano.
Tutto in una giornata sola.
Ma quella sera tutto questo neanche si immaginava.
Si era fermata un'auto gialla ed era scesa una coppia di mezza
età. Lei era bionda, più alta del marito. Tua
madre ci aveva scambiato due parole, poi era corsa a chiudersi
dentro, urlando a squarciagola. Lei dietro la porta, tuo padre
fuori, la gente che si alzava dal tavolo, le farfalle che scappavano
impaurite, le cicale si zittivano di colpo.
Ti ricordi come ti venne vicino tuo padre con quelle ventimila
lire?-
«Falle fare un giro per la città - ti aveva detto-
e dille di andar via».
Lo sapevi, Nora, che avevi una sorella che abitava a Birmingham?
te ne avevano mai parlato? e ti avevano mai detto che era tanto
bella e tanto dolce, proprio come la sorella che sognavi. Joanna.
Si chiamava cosi, un po' sembrava il nome di tuo padre. Era
venuta apposta per conoscere suo padre, che aveva visto solo
in foto. In una foto sola. Non ci potevi credere di avere una
sorella, non é vero, Nora? eppure non era difficile capirsi,
molto più difficile mostrarle la città. Cosa pensavi
le importasse della città e delle ventimila lire che
stringevi nella mano?
Te lo aveva raccontato Salvatore, il “grande”, l'anno
dopo, così avevi saputo che tuo padre prima di congedarsi
era stato trasferito ad Amalfi.
Gli appartamenti della caserma non erano pronti e i tuoi avevano
preso in affitto due stanze da un pescatore. Tuo padre passava
le giornate intere tra i monti e la caserma, ma quando tua madre
lo aveva cercato perché Alberto aveva ingoiato una biglia
di vetro tuo padre in caserma non c'era e neanche in missione
coi colleghi. Lo aveva visto uscire da un portone e salutare
con un bacio una turista. Non ci credesti subito, non é
vero? Neanche tua madre ci voleva credere mentre il volto di
tuo fratello diventava nero....
Adesso invece é tutto più chiaro, non ti sembra,
Nora?
Invece il cielo resta scuro, stamattina.
«Credo proprio che dovremmo chiamare i vigili del fuoco»
dice il barista alla ragazza della cassa.
L'acqua ha cominciato a passare sotto alla porta, al centro
della strada sarà alta quasi un metro.
Anche quel pomeriggio era venuto a piovere all'improvviso, te
lo ricordi? Fosse stato ancora vivo tuo padre avrebbe anticipato
l'arrivo, gli bastava vedere la forma delle nuvole e tastare
la direzione del vento per dire quanto mancava alle prime gocce.
Ma il male che gli aveva corroso i polmoni non gli aveva lasciato
tempo di spiegare il suo segreto alla tua mamma.
Era corsa senza ombrello e con due secchi, quella volta, le
nocciole erano tutte a terra in attesa della seconda passata
e la pioggia le avrebbe spinte nella strada, tra le ruote delle
macchine e dei camion, oppure giù, fino al ruscello.
Stavolta tua madre ti aveva lasciato riposare. Forse era stato
il regalo per il diploma. La porta la lasciava sempre aperta.
Sul tavolo la bottiglia sempre piena, Genuino passava e non
bussava.
Entrava, riempiva i suoi bicchieri e se ne andava..
Lo avevi sentito entrare, Nora, ma non era tipo da far paura,
Genuino. Avevi sentito i suoi passi, l'ombrello chiuso e riaperto
sulla soglia, avevi contato i bicchieri che aveva riempito e
poi svuotato.
Ci avresti mai creduto che in un bottiglione solo ci stessero
tanti bicchieri, Nora? E avresti mai creduto che quei passi
anziché allontanarsi adesso si avvicinavano , pesanti,
alla tua stanza, alla sdraio su cui fingevi di dormire? Sentivi
l'odore dell'alcol calare su di te come una nuvola scura, il
calore del suo naso poggiarsi sulla tua pelle. Ti spaventava
quel naso, te lo ricordi ancora? Rosso e pieno di bitorzoli,
eppure Genuino ti aveva insegnato ad andare in bicicletta, ti
aveva insegnato il nome dei fiori e come si catturavano le lucertole...e
col suo naso ci scherzavi, lui ti prendeva in giro e ti convinceva
che era assai più bello del tuo.
Ora sentivi i calli delle sue mani sulle tue braccia, il suo
respiro pesante bloccava il tuo, alla mano che ti sfiorò
la bocca reagisti infine con un calcio. La sdraio si rovesciò
e Genuino corse via; barcollando, corse via. Dalla finestra
lo scorgesti senza ombrello che aspettava la filovia. Ti sorrise,
ricordi Nora, come ti sorrise?
Avevi voglia di urlare Nora, voglia di vomitare, corresti al
lavandino e passasti il sapone asciutto sulle braccia per rimuovere
il senso di quel contatto che ti sembrava non passasse. Avevi
voglia di parlarne con tua madre, maledire la sua porta aperta,
quel vino scuro e denso di cui ti sentivi la puzza addosso.
Ma già sapevi cosa ti avrebbe detto, non é vero,
Nora?
La stessa cosa che ti avevano detto i tuoi fratelli quando eri
tornata a casa infangata per essere caduta nella pila.
Dalle fronde era comparso Guido. Pensavi volesse solo tenerti
compagnia, mentre ti abbassavi a riempir la brocca, poi avevi
sentito il suo corpo strofinarsi al tuo.
Non ci avevi creduto fino allora, eppure te l'avevano detto
che cosa avesse fatto l'anno di servizio militare alla fragile
mente di Guido. Prima di partire qualche volta ti aveva letto
una poesia. « La solita imbranata, e non metter più
quelle gonne strette» ti avevan detto.
Genuino era ancora lì quando tornasti alla finestra,
chissà se non aspettava un passaggio, può darsi
che aspettava soltanto che ti affacciassi ancora.
Il sorriso era lo stesso che hai rivisto sabato pomeriggio,
sulla foto della lapide. Il sole picchiava forte, sentivi l'acqua
ribollire mentre gli cambiavi i fiori. Soltanto che era in bianco
e nero, appena un po' sfumato.
Il direttore delle Poste ti aveva telefonato, era già
da un po' che ti cercava. Davvero non immaginavi cosa poteva
voler da te, Nora?
I buoni a termine cointestati, decine di buoni a nome tuo e
a nome di Genuino. Ma Genuino era morto da più di un
anno, e non aveva nessun parente.
«Li può incassare quando vuole, basta solo che
ci avverta un giorno prima» ti aveva detto il direttore.
I risparmi di una vita, la liquidazione della Svizzera e poi
pezzi di pensione, le giornate passate a zappare per i campi,
a scutuliare nocciole, a potare e vendemmiare. I trattori andavano
a nafta, le auto a benzina e lui camminava a vino, per quello
la porta era sempre aperta, non é vero, Nora?
Ed ora che guardavi quella foto in quel naso bianco e nero vedevi
quanto vicino fosse al tuo, assai più vicino di quel
pomeriggio piovoso di cinque anni prima.
Eri corsa da tua madre, stavolta senza urlare e senza voglia
di vomitare, soltanto di sapere..
Ma sapere cosa, Nora?
Valeva la pena sapere veramente che cos'eri e qual era il posto
tuo? sapere della vendetta di tua madre per quel figlio lasciato
affogare dalle bugie di tuo padre? capire perché per
tuo padre eri stata solo un fischio e un mulo da soma...?
E capire, Nora, capire cosa c'era sotto quei calli e quella
puzza di vino, sotto quella ruvida e coraggiosa carezza che
mai pensava di turbarti il sonno...
La
pioggia é quasi finita, le nocciole sembrano abbiano
steso un tappeto per farti attraversare la strada, mentre tieni
la borsetta stretta. E quasi non vorresti staccare quella mano
per toglierti dal viso quella goccia che non distingui più
essere pioggia o lacrima. "Aunate e camminate"....
ne raccogli una manciata e te le metti in tasca.Le porterai
insieme a te, sulle note di quell'invito dolce che ti risuonerà
per sempre nelle orecchie.
Giovanni Carullo