|
|
LA
STANZA VICINA ALLE SCOPE
L’ultimo libro è destinato ad allungare un’interminabile
serie. Dopo aver occupato per intero il lungo tavolo e quattro
sedie imbottite, i volumi invadono ora disordinatamente il pavimento.
Mille, devono arrivare a mille, o a poco meno, novecentonovantadue,
e il tempo trascorre spietatamente. Ancora due giorni e poche
ore alla mezzanotte del 31 dicembre.
Il nuovo anno arriverà così, con un nuovo spirito
e loro due, paghi per aver espiato le colpe dei loro concittadini,
potranno finalmente riposare.
Paolo e Chiara sono quasi coetanei, amici da tanto e complici
da sempre.
Quando lei alza gli occhi, oramai spenti dallo sforzo, lui ha
appena messo giù il suo ultimo volume: il cinquecentotrentasettesimo;
appena tredici e avranno ultimato la loro opera.
Chiara sorride a Paolo, con dolcezza, come per dire: “Ce
l’abbiamo fatta”, poi abbassa nuovamente lo sguardo
e continua a leggere. Non possono sprecare quel tempo così
prezioso.
Hanno condiviso la stessa classe delle elementari, il corridoio
delle medie e la stessa città delle superiori, solo l’università
li ha separati; ora sono nuovamente insieme, perduti nelle stesse
passioni e sempre alla ricerca di ciò che manca per colmare
il vuoto che si portano dentro.
Un anno fa, si sono rincontrati casualmente nella piccola piazza
del paese e hanno rivissuto un sogno, un desiderio stipato per
tanti anni nei loro ricordi di bambini: condividere una passione
e, nel contempo, portare un equilibrio nel loro piccolo paese
di novecentonovantadue persone.
Vicino al cartellone degli avvisi, la gente si accalcava freneticamente
per leggere l’ultima ordinanza emessa dal primo cittadino.
Tutti speravano nel rimborso agricolo per la grandinata di due
anni prima. Invece no, niente di importante, solo una comunicazione
riguardante la biblioteca comunale.
Quando la folla si era allontanata delusa, erano rimasti solo
loro due a leggere quel triste avviso che annunciava la chiusura
della biblioteca per la ‘riorganizzazione dei locali comunali’.
«Cosa possiamo fare, Paolo?»
«Finire quanto abbiamo lasciato in sospeso. Ora abbiamo
un motivo in più.»
«Non abbiamo più tempo: tra qualche giorno verrà
svuotata, e i nostri libri chissà che fine faranno.»
«Non succederà, vedrai; o meglio, non così
in fretta.»
Avevano attraversato la piazza, che con il borbottio dei vecchi
ed il rincorrersi dei ragazzi aveva riacquistato la sua solita
vivacità. Camminavano veloci, Paolo e Chiara, diretti nella
stanza vicina alle scope.
Quindici anni prima si erano incontrati lì, nella piccola
biblioteca comunale, dietro una porta che molti confondevano con
l’ingresso del ripostiglio delle scope, e avevano dato inizio
ad un gioco, ad una fantasia che ora vogliono portare a termine.
L’inquietudine di essere tutti i pomeriggi soli, indifesi,
in quel posto dove si respirava una strana calma, e il sentirsi
alitare sul collo dalle creature celate nei loro racconti quotidiani
li avevano presto portati a odiare quel migliaio di vite destinate
alla dannazione dell’ignoranza. Soli, sempre soli, a consumare
gli occhi, ma a nutrire l’anima…
Ora, da poco meno di un anno, occupano quella stanza dal soffitto
alto, segnato dal tempo e che l’assenza di luce naturale
ancor più accentua nelle screpolature, riflesso delle crepe
delle loro anime.
«Prenda pure la chiave, Dottore – aveva detto a Paolo
il responsabile della stanza vicina a quella delle scope. –
Tenetela voi, non si sa mai che vogliate trattenervi sino a tardi.
E per la questione della chiusura, state pure tranquilli –
aveva aggiunto, quasi avesse letto i pensieri di Chiara. –
Li conosco bene i nostri amministratori: prima che succeda qualcosa,
passerà almeno un anno.»
Poi, rivolto a Chiara, che era rimasta qualche passo indietro
ad osservare come tutto fosse rimasto uguale, il responsabile
aveva aggiunto sorridendo: «Ne ho una sola copia, ma, conoscendovi
ci verrete sempre insieme, come quando eravate ragazzi.»
«Quanti siamo ora in paese?» aveva chiesto Chiara
avvicinandosi.
«Come, quanti siamo?»
«Numero di abitanti» aveva precisato Paolo.
«Sempre circa un migliaio, compresi i bambini.»
«Mi serve il numero esatto» aveva insistito Chiara
con decisione.
L’uomo si era allontanato mugugnando e, due ore dopo, di
ritorno dall’anagrafe, aveva precisato: «Novecentonovantadue,
siamo novecentonovantadue.»
Si era fermato poi a guardarli con curiosità e una punta
di malinconia, ma Paolo e Chiara avevano subito ripreso il loro
gioco da bambini e non si erano curati di lui.
Solo tre ore dopo Paolo aveva alzato lo sguardo, gli occhi stanchi,
e aveva guardato Chiara con dolcezza. Era lo sguardo di un bambino
di otto anni, quanti ne avevano allora, quando erano entrati la
prima volta in quel luogo magico. Lì potevano liberare
la mente cavalcando l’onda dell’avventura: castelli
incantati e maghi pasticcioni, principesse impazienti di essere
salvate da principi valorosi galoppanti su cavalli alati, viaggi
senza ritorno e partenze mai avvenute, cialtroni in cerca di guai
e saggi musicisti desiderosi di applausi, pirati e vagabondi;
queste erano le loro letture della stanza vicina a quella delle
scope.
«Quanti saranno?» aveva chiesto allora Chiara con
la vocina da bambina, guardando col naso all’insù
la serie di volumi ordinati in attesa di essere aperti.
«Tanti – aveva risposto Paolo, rivolgendo lo sguardo
in direzione della porta. – Mai nessuno, non ci viene mai
nessuno. Sono presi dalle loro cose e non sanno cosa si perdono.»
«Li leggeremo noi, per loro – aveva detto allora Chiara
– almeno uno al giorno, sino alla fine dell’anno.»
Lui non aveva perso tempo. Il suo sguardo correva sugli scaffali
impolverati alla ricerca del ‘numero uno’. Lo aveva
incuriosito un titolo di Jules Verne, Viaggio al centro della
terra; a Chiara aveva passato un volume ingiallito dal tempo,
una serie di racconti in cui Lancillotto la faceva da protagonista
indiscusso.
Lo sguardo di Paolo si era mosso dal viso luminoso di Chiara in
direzione degli enormi scaffali, per poi spegnersi nuovamente
verso la porta.
«Paolo, ce la faremmo a leggerli tutti?»
«Tutti. Forza, iniziamo.»
Si sa che i desideri di un bambino, spesso, sono destinati a spegnersi,
per lasciare posto a nuove fantasie. Anche loro, quindi, avevano
messo per qualche tempo da parte quel sogno, consapevoli che avrebbero
riaperto più avanti lo scrigno delle loro passioni.
«Tutti – sospira Chiara, con la voce da donna. –
Ancora nove e li avremo letti tutti.»
Paolo la guarda e rabbrividisce per il suo aspetto stanco, quasi
invecchiato: gli occhi incavati e assenti, il viso sciupato e
pallido. Sono mesi che si stanno consumando, senza che nessuno
possa notare la loro prolungata presenza nella stanza vicina alle
scope.
Il cuore del custode del loro posto magico da dieci mesi si è
fermato e quindi nessuno sa delle loro intrusioni in biblioteca;
prima poche ore al giorno, poi invece, con l’avvicinarsi
dei lavori di ristrutturazione, poche ore concesse alla luce del
sole e ai loro concittadini reticenti.
Le possibilità che qualcuno possa disturbarli sono veramente
minime, se non nulle. In una sola occasione, un ragazzo, dal viso
poco sveglio e dai movimenti lenti, aveva aperto inaspettatamente
la porta, cogliendoli di sorpresa; gli indumenti poco eleganti
e un secchio tenuto con disinvoltura avevano chiarito ogni cosa.
«Di fianco, la porta di fianco. Le scope sono una porta
più in là!» avevano indicato all’unisono,
prima di scoppiare in una sonora risata, che il ragazzo non aveva
compreso.
Quella è la loro stanza, oramai. Tra qualche giorno verrà
svuotata, il muro abbattuto, e la stanza delle scope godrà
finalmente di qualche metro in più.
Venti minuti alla mezzanotte: ancora pochi minuti e il nuovo anno
sarà al centro della scena, con i festeggiamenti e le pene
di sempre offerti in un rituale oramai consacrato.
Chiara. Un libro, l’ultimo. Le dita ferme e rigide, tra
l’ultima pagina e la copertina. Gli occhi immobili, incapaci
di riaprirsi, gravati dalla pesante incudine che su di lei si
è posata.
Paolo. Non è più un sogno. Tenta di avvicinarsi
a Chiara, che non sorride più.
«Novecentonovantaduesimo» mormora appena. Sono le
ultime parole prima di raggiungerla.
Insieme, sempre insieme, anche nella morte.
Uno sforzo, l’ultimo, destinato a fallire. Cerca di alzarsi,
Paolo. Si muove lento verso la porta, che appare lontana e distorta.
Lo ha promesso a Chiara.
Spalle al muro, si lascia cadere. Tra le sue mani un cartello,
la scrittura tondeggiante di Chiara: BIBLIOTECA (la stanza delle
scope è la porta a fianco).
Francesco
Picca
| Per
inviare un commento clicca qui |
 |
|
|