Mi assale la malinconia, ma forse sarà la pioggia
di questa giornata d’ottobre. Se alzo gli occhi verso la città, mi pare
di vedere ancora gli aerei sfilare e le bombe cadere attorno, squassando
l’aria. Era di giugno, del ’44. Avevo otto anni e stavo giocando per
strada coi compagni più grandi, inseguendo la caratella che
cigolava dalla piazzetta verso Ca’ Berlone, sollevando nugoli di
polvere. Arrivarono. Ci fermammo tutti a osservarli, dentro e fuori le
nuvole, sprazzi argentei come ogni giorno abituati a vederli passare.
Poi il rumore si fece più forte e cambiò d’intensità, pareva il fischio
di Bumbòun quando chiamava gli amici nei campi. Il monte divampò
per le esplosioni, che si ripercossero in echi spaventosi lungo tutto
l’Appennino. Il monte bruciava, come i miei occhi, feriti da quel
tradimento inatteso. I vecchi iniziarono a urlare, portandoci via dalla
strada, verso i campi, in chiesa, le donne abbandonarono i fornelli e il
pranzo ormai pronto. Mio padre mi prese per un braccio e iniziò a
correre verso la collina di fronte, masticando parole che ho compreso
solo dopo cresciuto. Durante il cammino passò un secondo stormo a
bombardare la Città, un terzo fece tremare il monte dalla parte del
mare. Ansimando e piangendo, tante persone cercarono scampo nei boschi.
Non c’erano rifugi, al massimo una vecchia cantina. Noi eravamo
neutrali, perché ci facevano questo? Gli aerei tornarono per un ultimo
assalto, scaricando altre bombe. Ancora oggi mi chiedo se sbagliarono la
mira o se lo fecero apposta, a bombardare dei miseri passanti.
Bumbòun non ne aveva mai fatti, di fischi così forti, ma erano delle
bombe che ci cadevano sopra la testa, mentre il rombo degli aerei
scivolava lontano. Fummo sbalzati a metri di distanza, chi a terra,
altri fra i rovi, in una pioggia di schegge e sassi. Quando il
bombardamento cessò, contammo i morti, cercandoli sul sentiero che
saliva a Montalbo. Io venni portato via, per non vedere quel macello, ma
attorno c’erano scarpe rotte e corpi smembrati, che me li sono sognati
per anni. Le grida dei parenti sovrastavano il fumo e la polvere degli
scoppi, aumentando a dismisura il nostro dolore. Trovammo Irma fra
l’erba del campo, schizzata del sangue che imparammo in seguito essere
dei suoi. Non aveva niente, niente che giustificasse i suoi occhi
sbarrati e il suo mutismo. Attorno era rabbia e sgomento, ma mio padre
comprese che nessuno dei due si sarebbe preso cura della piccola orfana.
Fece un cenno con la testa a mia madre, poi s’avviò verso il paese.
Portammo Irma con noi.
Nei giorni che seguirono la tenemmo in casa,
lavata e pettinata, ma lei non parlava e, pareva non ci ascoltasse
quando le chiedevamo delle cose. Siccome nemmeno piangeva, fu chiamato
il parroco, Don Juséf, che la guardò per qualche minuto,
carezzandola e parlandole dolcemente. Irma se ne stava zitta, gli occhi
sbarrati a fissare il fuoco. Nemmeno il dottore ne cavò nulla, e
concluse che le esplosioni l’avevano traumatizzata. Occorreva solo darle
tempo e lasciarla tranquilla. Non tornò più a vederla.
Irma trascorreva le giornate da sola, portandosi
dietro un gattino ovunque andasse. Lo teneva addosso, in grembo
quand’era seduta, oppure si rotolava con lui nella polvere. Ma senza mai
dire una parola. Spesso ho cercato di stare con lei, di parlarle,
giocarci assieme. Lei prendeva il gatto e andava da un’altra parte.
Allora chiesi a mio padre cos’avesse, ma non me lo seppe dire. Fu mio
nonno che raccontò di cosa accadeva durante la guerra, quella del 15,
dov’era stato in trincea. «Ti scoppia la testa, Francesco, quando la
bomba esplode troppo vicino. Diventi sordo, oppure impazzisci. Ho perso
tanti amici, così. Si sono buttati addosso al nemico, oppure sono
spariti nel nulla, disintegrati. Sta con lei, forse le passerà…» Me lo
disse in dialetto, ma sono passati troppi anni e non ricordo più bene.
Scoprii da solo che Irma non era sorda: bastava m’avvicinassi di
soppiatto che lei mi sentiva e scappava via. A volte la spiavo da
lontano, da dietro il pagliaio o il pozzo. E allora la sentivo parlare
al gatto, cantare per lui. Me ne innamorai subito.
Anno dopo anno crescevamo distanti, io col lavoro
nei campi, lei coi suoi gatti, sempre più numerosi. Il maestro di scuola
mi disse che le faceva bene occuparsi di loro: oltre a trascorrere il
tempo con meno apatia, l’aiutava a trovare uno scopo nella vita. Col
tempo, i paesani l’avevano soprannominata Irma di gat, Irma dei
gatti, per non confonderla con Irma… un’altra cosa. Da sei anni arrivò a
dieci, poi a sedici. In lei cambiò solo l’aspetto fisico e la compagnia
dei gatti, rinnovata anno dopo anno. A modo nostro, diventammo amici. Io
avevo il permesso di sedere accanto a lei e di giocare coi suoi gatti.
Me ne allungava uno e potevo tenerlo per qualche minuto, fino a che non
l’assaliva la voglia di riprenderselo. Leggevo nei suoi occhi chiari
quel sentimento e allora glielo restituivo. A volte sorrideva. Io le
parlavo, le dicevo quanto l’amassi, che l’avrei amata anche così, se
solo mi avesse chiamato per nome, anche una sola volta. Lei si lasciava
carezzare i capelli color dell’oro e portare a spasso tenendoci per
mano. Ma capii che non avrei mai potuto sposare una donna con dentro una
bambina di sei anni. Soffrii moltissimo, quando l’abbandonai, ma a
vent’anni avevo perso mio padre e la possibilità di sostenere la mia
famiglia.
Emigrai, lasciando Irma, i suoi gatti e un amore
impossibile. Chiusi gli occhi per non vedere il monte sparire dietro la
corriera e riaprii il mio cuore solo varcato il confine d’oltralpe, a
Parigi, dov’ero destinato. Lo riaprii vent’anni dopo. Durante tutto quel
tempo, scrissi ogni mese a mia madre, inviando i soldi per la famiglia e
chiedendo di Irma, di come stava e se le mancavo. Le risposte erano
sempre le stesse. Aumentavano gli anni, aumentavano i gatti, ma lei era
rimasta chiusa nel suo guscio di sogno e viveva bene così. Le spedii una
foto, anni dopo, seduto nella mia auto sportiva, con una sigaretta
accesa in bocca. Le mandai anche un vestito e un cappellino. Quando
ricevetti la risposta, risi fino alle lacrime, poi piansi fino alle
risate. Per tutta la notte. Scrivevano che Irma aveva mostrato la foto a
ogni gatto che custodiva, più volte, costringendoli quasi a sbatterci il
muso. Poi aveva messo i gatti nati da poco dentro il cappellino e
stracciato il vestito, facendone un nastro per i gatti maschi e una
mantella per le femmine. A modo suo, li aveva sposati. A modo suo, mi
aveva sposato.
Aspettai altri dieci anni, prima di prendere
moglie, ormai a quarant’anni. Cercai, fino a trovarla, una stabilità
interiore, fino a dimenticarmi di Irma, dei suoi gatti e dell’aria
bollente del bombardamento. Non tornai più a casa, a guardare il monte e
i palazzi che crescevano come funghi nei boschi, mi bastavano i racconti
delle mie sorelle, subentrate a mia madre nella ormai rara
corrispondenza. Crebbi figli miei, di due mogli diverse. C’est la
vie…
Immaginavo il paese che mi raccontavano dentro le
lettere, le vecchie case ricostruite, la chiesa che adesso scandiva le
ore col nuovo orologio, come nelle vecchie pellicole di Fernandel.
Pensavo ai vecchi, che non c’erano più, all’Angiulla, l’Ernesta,
Mingòun, Faféin, Gudanzòun e chissà quanti altri, che la mia memoria
di vecchio ha seppellito fra i ricordi dimenticati…
Piove più forte, adesso. Ci ripariamo sotto la
tettoia del cimitero di Montalbo. Mentre l’arciprete recita l’orazione
funebre, mi appoggio al muro e accendo una Gauloises. Quando mia
sorella mi ha chiamato, avvisando che Irma era morta, mi sono sentito
male. Sono tornato di corsa a casa, qui, per il funerale, per darle
l’ultimo saluto. Ora mi tocca seppellirla senza nemmeno averla rivista.
Mi consola appena la foto del ricordino, che la ritrae qualche anno fa,
sorridente.
M’avesse fatto appena un cenno, da giovane, sarei
rimasto con lei e i suoi gatti, a tenerle la mano fino alla fine,
parlando per tutti e due, vivendo per tutti e due. Ora mi rimangono solo
i suoi gatti, mi fermerò ad accudirli nel suo ricordo…
Mi raccontarono che l’avevano trovata in un caldo
tramonto d’ottobre, adagiata sul sentiero di trifoglio, come
addormentata. Attorno giocava uno stuolo di gatti, altri s’erano
accoccolati accanto a lei, come d’abitudine. Il più piccolino dormiva
appoggiato alla sua bocca, pareva che lei lo baciasse. E lei forse lo
stava davvero baciando, quando se n’è andata.
Tintinna una campanella, ci segniamo con la croce.
Persone affrante sotto gli ombrelli. Pochi minuti ancora, poi solo una
foto ricorderà chi era, cos’era per noi.
Irma dei gatti…