TRAGUARDI
«La
notte bianca, la chiamano ! In arabo, quando non si dorme, diciamo
la notte nera.»
Jussef si allacciava le scarpe da allenamento, dono della società
podistica nella quale militava.
«Questa notte potrei chiamarla grigia, però. Cattivi
affari per il padrone, poche mance per me, ma la salute è
buona, ambdullah, grazie a dio! Poco lavoro, ma un po’
di sonno. Bisogna sapersi accontentare. Al mio paese, quando piove
si fa festa, ma dopo un’ora, con le case allagate, i piedi
freddi e le strade infangate, non si sa più cosa fare. Il
temporale ha spento la luce, ha mandato la gente a casa e io mi
sono riposato nel mio angoletto del ripostiglio, qui al ristorante.
Tu hai dormito o eri di guardia?»
Stefano, seduto ad un tavolo del ristorante deserto dove Jussef
aveva preparato la prima colazione per due, rovistava con scrupolo
da pignolo nella sacca sportiva.
«No, la guardia l’ho fatta l’altra notte! Ieri
ero di reperibilità e ho fatto “riposo attivo”
con Betti, e...le spille per il numero ci sono. Accidenti! Ho dimenticato
la vaselina!»
Il tunisino, che aveva preso a spalmare di miele le fette di pane
tostato per sé e per l’amico, sfoderò il sorriso
da pirata che ravvivava il suo atteggiamento abituale, austero e
taciturno.
«Un infermiere senza pomata! Se vuoi te la spalmo sul pane,
la vaselina. Non per niente sono un cameriere podista.»
Cameriere, e podista. Jussef amava definirsi a voce alta, anche
con le persone che lo conoscevano bene, per rassicurare se stesso
sulla posizione raggiunta nella città che lo aveva accolto.
Podista lo era sempre stato. Al suo paese, Metouia, privo di qualsiasi
risorsa naturale o attrattiva turistica, costruito sulla pista percorsa
in passato dai beduini che conducevano gli africani presi in schiavitù
dall’interno verso Gabes, il porto d’imbarco per l’America,
correva per radunare il gregge di capre, poi aveva corso per raggiungere
la scuola in città, seguire le lezioni e tornare a casa la
sera, in tempo per aiutare la madre nei lavori di casa.
Correre lo aiutava a stancarsi, a contentarsi della sua giornata
troppo povera di stimoli per un bambino intelligente, a reprimere
le sue voglie da adolescente sano, a farsi strada nel gruppo sportivo
organizzato dal delegato del partito desturiano, compaesano di Ghammoudi,
unico tunisino della storia che avesse vinto una medaglia d’oro
alle olimpiadi nella corsa di fondo.
La corsa, assecondando la natura, aveva plasmato un atleta longilineo
ed armonioso, con la muscolatura solida ed allungata, che gli permetteva
un’andatura veloce ed economica in gara, e movimenti fluidi
in ogni altra attività. Anche il viso sembrava disegnato
dalla velocità. I tratti affilati, il naso aquilino, i capelli
rasati cortissimi disegnavano il viso scarno illuminato da occhi
neri e mobilissimi.
Acuti ed intelligenti, spesso pensosi, mai tristi.
Cameriere lo era diventato. Entrato in Italia per un incontro di
atletica leggera, aveva abbandonato il gruppo a gare concluse: un
cugino espatriato in Germania gli aveva promesso un posto nella
scuola dove era impiegato come insegnante di sport. Naturalmente
il cugino, cosi’ convincente da lontano, era scomparso nel
nulla.
Aveva trovato lavoro in una pizzeria di Rieti. A Metouia aveva imparato
ad impastare la farina con l’acqua nella giusta consistenza
per applicare le focacce di pane casereccio, il tabouna, alle pareti
del forno di fango disseccato, farle rimanere soffici ed evitare
che cadessero nella brace accesa all’interno.
A Rieti preparava l’impasto, lo tagliava con precisione, apparecchiava
con velocità e accuratezza, serviva aggirandosi tra i tavoli
senza sforzo apparente. Era stato facile imparare a preparare il
sugo di pomodoro, dosare le spezie, aggiungere una punta di harissa,
il concentrato di peperoncino rosso che rendeva piccante ed appetibile
la sua “pizza beduina”.
L’estate era finita in fretta, ma l’avventura aveva
potuto continuare nella capitale grazie al proprietario della pizzeria
che l’aveva assunto nel ristorante in piazza di Campo de’
Fiori.
Un cameriere merita un contratto di lavoro, il permesso di soggiorno,
uno stipendio dignitoso, delle mance apprezzabili, ma resta per
tutti “l’extracomunitario che serve ai tavoli”
mentre un podista veloce corre, taglia traguardi alla sua portata,
si aggiudica premi in denaro, e può essere rispettato come
“Jusé, quello che corre la maratonina in un’ora
e sette minuti” e guadagna una caterva di punti nelle corse
a squadre.
«Anche l’acqua, mi sono dimenticato! Tieni la borraccia
Jusé! Ci spremi dentro qualche limone?» Stefano, fanatico
della corsa ma poco dotato, sfruttava il sodalizio con Jussef traendone
consigli pratici e tabelle di allenamento, sostegno morale dopo
prove faticose, e si sdebitava accompagnandolo in auto alle corse
domenicali.
Le confidenze tra loro erano limitate alle sensazioni di gara, non
valicavano il limite di un sano cameratismo, consistevano di lealtà
sportiva. L’africano, incalzato da domande curiose, da allusioni
imbarazzanti sfuggiva via, agile e leggero nel ragionamento elusivo
proprio come nella corsa.
I
due arrivarono a Vigna di Valle con largo anticipo sull’ora
della partenza.
Il ritiro dei pettorali, l’incontro con atleti e sostenitori,
compagni di squadra e avversari fu, come al solito, una festa chiassosa
ed animata. Poi, i più bravi si isolavano nei riti pregara,
automatici e quasi maniacali. Stefano si intruppò in un drappello
di amatori da mezza classifica, Jussef iniziò il riscaldamento.
I primi passi di corsa sono un automatismo, ma riescono ad evocare
tutte le dolorabilità diffuse, a risvegliare sopite contratture,
a stanare residui di stanchezza che sembravano compensati.
La volontà dell’atleta comunica i suoi intendimenti
al corpo impigrito dal sonno oppure contratto dalla veglia, al cuore
allenato ad adattare forza e frequenza del battito ai fluidi vitali
spinti ad attivare ogni funzione per il massimo della resa.
L’atleta si distende, lo sguardo si alza dalla punta delle
scarpe, la testa si erige, le braccia orientano il busto, il torace
si allarga, le gambe si distendono, le caviglie ruotano comandando
una precisa rullata del piede sul terreno. La temperatura si innalza,
il velo di sudore che affiora è il segnale atteso. I passi
successivi diventano una spinta costante, un flusso di forza che
afferra il terreno di fronte per gettarlo all’indietro senza
strappi, senza traumi o sobbalzi.
Jussef si riscosse dalla concentrazione che aveva paragonato, senza
confidarlo a nessuno, alla preghiera religiosa; conscio della fatica
che lo attendeva, comandò alle gambe la serie di allunghi
necessaria per programmare la competizione.
Strada libera di fronte a sé, fuori vista dagli altri atleti
favoriti, lasciò che la falcata si distendesse.
Il contatto al suolo era leggero, il respiro profondo e tranquillo,
il consueto lieve formicolio alle mani lo rassicurava. Era pronto
ad affrontare una mezza maratona da favorito, si apprestava a provare
sensazioni da campione. Il cameriere non poteva trattenere il podista,
ne sarebbe stato fatalmente staccato.
Il
colpo di pistola proietta il gruppo in avanti, e permette a tutti
l’illusione di un attimo, come se ognuno fosse allo stesso
livello ed in grado di vincere.
Basta la prima rincorsa per sgranare i concorrenti, ed il drappello
compatto diventa una collana di corridori, ognuno con un colore,
uno stile, un passo caratteristico.
Jussef partì con la stessa decisione con cui aveva provato
gli allunghi di riscaldamento, voleva saggiare la consistenza degli
avversari. Quando vide che atleti ben conosciuti rispondevano al
suo attacco e gli si disponevano intorno, aprì leggermente
i gomiti per evitare di essere affiancato e regolò il passo
al ritmo previsto per la gara.
Nei primi chilometri bisogna concentrarsi su se stessi e trattenersi,
come nell’amore.
Una corretta gestione dello sforzo è come il prolungamento
del piacere. La mente di Jussef cominciò a vagare dal proprio
corpo a quello di Mounée, a compiacersi della propria respirazione
calma, come quando spiava l’ansito della ragazza, particolarmente
donna, che lo faceva sentire completamente uomo. L’aveva conosciuta
in Campo de’ Fiori.
Arrivata un mattino di prima estate, dietro al banco del mercato,
aveva cominciato a disporre frutta e verdura come se non avesse
mai fatto altro, come se pensasse ad altro ancora.
Immersa in pensieri che non le impedivano di rispondere a un saluto,
a rivolgere un sorriso a chi l’ammirava in silenzio, a eseguire
gli ordini del suo uomo, il fruttivendolo marocchino che portava
la merce col motocarro dai mercati generali. Non si erano guardati
a lungo, si erano visti subito. Lei, la donna di un altro, spostava
casse e muoveva cestini con mani belle e sottili. Lui, l’uomo
di nessuna, disponeva i tavoli, apparecchiava, introduceva nel ristorante
le forniture dei negozianti. Sembrava che lavorassero insieme, uniti
dalla stessa abilità gestuale, da una identica rassegnazione
a un destino inesorabile e distratto.
Quinto
chilometro, primo rifornimento. Jussef afferrò una bottiglietta,
guardò il cronometro. Il passaggio è troppo veloce
per il tempo finale previsto, ma trattenersi sarebbe un inutile
spreco dell’eccitazione iniziale. Ha fatto capire al drappello
di cosa è capace, ha apparecchiato la tavola per avventori
di qualità.
Rise del paragone bizzarro che aveva creato. Il battistrada gettò
via la bottiglia vuota e rallentò quasi insensibilmente.
Jussef sentì la vittoria alla sua portata.
Non era cosi’ nella vita. Ogni due anni era tornato al paese,
portando con sé i risparmi raggranellati col lavoro. Ogni
volta aveva deluso i parenti arrivando senza automobile, simbolo
di ricchezza, rimandando il matrimonio con una compaesana destinatagli
da sempre in sposa che lo attendeva senza voglie né entusiasmo,
quasi contenta delle pretestuose giustificazioni del promesso marito.
La sterminata famiglia composta da figli di diverse madri, da fratelli
di latte, da orfani affiliati aveva sempre trovato il modo di dar
fondo al suo denaro, a chiederne ancora, a esigere nuove prove del
suo stato di presunto benessere laggiù, a Litalia,
dove si parla bissùri, la lingua dei ricchi.
Dopo il primo ritorno in patria il marito di sua madre aveva potuto
compiere la Hajaj, il pellegrinaggio alla Mecca, e ne era
tornato più intransigente ed ottuso di prima. Nella seconda
occasione la sorella si era sposata, aveva scialacquato tutto il
gruzzolo in una settimana di feste assordanti per la musica, ma
dalla partecipazione famigliare triste ed imbronciata.
“Ya Yussef, ya weldi!” lo apostrofava la madre.
"Dima tejiri, corri e corri, ma dove vai, figlio mio?
Torna da noi, abbiamo bisogno di te. Keffesh bil flus, cosa ne fai
dei soldi che guadagni in Jenoubia, lassù al Nord?”
“Sa makni, Ommi, Scusa tanto, madre mia! Corro e
lavoro, dima nekdemu, sempre lavoro. Marratenia,
la prossima volta vengo con la macchina, con tanti soldi e mi sposo.
Uallahi, dio mi è testimone, te lo giuro!”
Al
decimo chilometro la fila allungata si ricompattò in un drappello.
A metà gara, tre maglie dello stesso colore, atleti dello
stesso gruppo sportivo, decisero di dare battaglia.
Jussef non aveva compagni con sé, ma avvertiva buone sensazioni.
Come strattonati da un elastico, i tre del CUS Roma allungarono
a turno in una ideale staffetta tesa a fiaccare la resistenza di
quel maghrebino dalla pelle bruna che andava via leggero, e sembrava
non toccare terra.
Mai compiere accelerazioni brusche, mai lasciarsi affiancare all’interno
delle curve o farsi sospingere ai lati della strada. Il passo si
allunga mentre la cadenza accelera di quel poco che basta; si va
più forte e sembra che nulla cambi. Chi lo voleva staccare
se lo ritrovò incollato ai talloni, chi ne sfruttava la scia
ne perse inesorabilmente il contatto.
Nell’esitazione di un cambio degli avversari, Jussef trovò
spazio aperto davanti a sé, realizzò il proprio stato
di benessere, un’immagine si materializzò dal fiato
espirato.
Mounée sopra di lui, come nessuna donna araba aveva mai fatto,
impone il ritmo dell’amore, lo stringe e lo risucchia, lo
guarda negli occhi e gli sorride, si china a baciarlo, si inarca
all’indietro sfuocando la sua immagine nell’alone di
luce che entra a fiotti dalla finestra e filtra tra i suoi capelli
neri in un’aureola di chiaroscuri.
Quel giorno il suo uomo non si era fatto vedere e aveva servito
tutta la mattina da sola.
Poi aveva indugiato a risistemare il banco e accumulato i sacchi
dei rifiuti aspettando che lui uscisse dal ristorante.
Gli si era affiancata parlando in francese, la lingua complice e
straniera per chi li circondava:
“Salut, est çe-que tu rentres à la maison?
Vai a casa da solo?” Più piccola di lui, aveva rivolto
lo sguardo e la mano verso l’alto, quasi ad accennare una
carezza pur senza toccarlo. Lui aveva risposto in arabo e in italiano.
Era evidente che si sarebbero compresi comunque: “Enti
maghrebia? Se vieni dal Marocco perché ti chiamano tutti
Monica, giù in piazza?”
Erano andati di buon passo fino al piccolo alloggio del villaggio
olimpico, ricavato dagli appartamenti degli atleti nel remoto 1960.
Eluso l’esame dell’egiziano che occhieggiava dalla porta
di fronte, si erano trasformati subito in una coppia di affiatati,
appassionati amanti.
Un’ora
di corsa a quasi venti chilometri all’ora, e gli zuccheri
di riserva sono bruciati.
Jussef avvertì l’insorgere della fatica. L’arrivo
a terra del piede, ad ogni impatto con la strada, provocava un sobbalzo
del capo e annebbiava la vista. Bisognava controllare la postura
del busto per evitare che si torcesse a ogni passo, distogliere
la mente dalla corsa per allontanare l’ossessione dell’arrivo.
E’ ancora l’amore ed il suo ricordo che possono infondere
energie e coraggio:
“Sono sudato come un podista, Mounée, ruhi,
amore mio! Sei tu che mi fai correre; ti dà fastidio, hai
schifo di me?”
“Shufni, ya bihim! Guarda qua, asino che crede di
essere un cavallo!” e la ragazza gli aveva leccato con lingua
golosa le stille di sudore che gli ruscellavano dalla fronte.
Non si era fermata, e lo aveva bevuto ancora.
Ultimo rifornimento, giusto un sorso d’acqua, e poi via, per
il ventunesimo chilometro.
L’incitamento dei sostenitori rivolto a chi lo seguiva gli
dava la misura del suo scarso vantaggio.
Ancora qualche centinaio di metri, ed è sofferenza pura.
Non importa, il cuore ce la fa.
Jussef lacerò lo striscione di carta del traguardo col sollievo
di un vincitore d’olimpiade.
Un lieve capogiro, voglia di piangere. Basta un attimo di raccoglimento
a capo chino, con le mani appoggiate sulle cosce, e tutto passa.
E’ bello vincere, anche se è soltanto la maratonina
di Bracciano, a Vigna di Valle.
Accasciato
di sghimbescio sul sedile posteriore della sua auto, Stefano tentava
di recuperare la coordinazione muscolare necessaria per slacciarsi
le scarpe, togliersi la canottiera intrisa di sudore e rispondere
all’amico che stava stivando nel baule le borse ed il cesto
di generi alimentari ricevuti come premio per la vittoria. L’assegno
di trecento euro era già nella tasca della tuta protetta
dalla cerniera, e confermava a Jussef con la sua presenza la solidità
di una premiazione celebrata senza musica, senza altoparlanti, e
in un clima di smobilitazione affrettata: «Ya Stefano, il
mezzo prosciutto e le bottiglie di vino le lascio a te. Io tengo
l’olio, la pasta e i pomodori così, quando arrivo a
casa, mi faccio da mangiare. Ti sei ripreso? Non era la tua giornata,
oggi?»
«Dirò a Betti che il riposo della vigilia deve essere
meno attivo!» e, reprimendo una smorfia di sofferenza nel
vano tentativo di infilarsi i pantaloni della tuta, sogghignò:
«E tu? niente attività di quel genere durante la settimana?
Quella bella moretta del mercato è del tuo paese?»
«Mi tengo anche prosciutto e vino, e li regalo a uno meno
curioso. Magari, che va anche più forte di te. Non è
difficile trovarlo.»
«Ahò...vi offendete subito voi arabi! E poi, che te
ne fai del prosciutto. Non è proibito mangiare il maiale?»
«Meglio il porco che un asino che crede di essere un cavallo!»
Per dissimulare il tenero sorriso suscitato dalla battuta riciclata,
Jussef si volse a raccogliere gli indumenti dell’amico sparpagliati
all’intorno. Aveva fretta di essere riaccompagnato a casa,
di ritrovarsi solo con la sua intimità, di attendere chi
aveva promesso di venire.
Mancava ancora la corrente. Dopo aver posto la pentola d’acqua
su un fornello e la padella con soffritto e pomodori pelati sull’altro,
Jussef si dispose sotto la doccia ricavata ingegnosamente con tende
e tinozze in un minuscolo stanzino.
Il vapore saturò immediatamente il piccolo ambiente, ne nascose
la semplicità spartana, ed il giovane si illuse di ritrovarsi
in un lussuoso hammam, il bagno moresco del suo paese.
Proprio perché si trattava di una illusione, immaginò
di starci con Mounée, e che nessuno potesse vederli e criticarli.
Fu necessario uscire in fretta dalla nuvola e dal sogno, prima che
lo scaldabagno a gas rendesse pericolosa la respirazione ed il sugo
bruciato si attaccasse sul fondo del pentolino.
Al momento di buttare la pasta nell’acqua bollente Jussef
ragionò sulla dose: doveva cucinare anche per lei? Gli aveva
detto: “ Vengo domenica, dopo la notte bianca a casa tua!
rajli, il mio uomo non lavora, ma saprò come fare. Uallahi
vengo, ti restituisco il tuo denaro, e facciamo l’amore fino
a che ne abbiamo voglia, ti giuro!”
Era eccitata, gli parlava di nascosto mentre apriva i sacchi delle
verdure, mescolava arabo ed italiano, ansiosa come quando, un mese
prima, gli aveva chiesto quella grossa cifra: “Anhabbu
‘mbarsha flus, ho bisogno di cinquemila euro. E’
per una cosa importante. Te li ridò presto...quando vai a
Metouia?”
Lui non aveva saputo opporsi. Rispondere alla seconda domanda era
come accettare la richiesta, e accondiscendere a tutto il discorso:
“A novembre, a ramadan, mi dovrei... ho promesso i soldi a
mio cugino, si deve sposare.”
Le aveva portato i soldi al mercato, fasciati in un pacchetto, e
consegnati in fretta quasi con vergogna. Mounée aveva distolto
gli occhi nel riceverli, la presenza del compagno la esimeva da
qualsiasi espressione di gratitudine, sembrava quasi infastidita
che chi li aveva consegnati non se ne andasse abbastanza in fretta.
Poi, dopo la promessa e l’appuntamento, era scomparsa. Il
marocchino veniva col motocarro, qualche volta con un ragazzo, spesso
da solo. Scaricava poca merce, la terminava nella mattinata e poi
andava via lasciando i rifiuti sparsi sul selciato.
Mezzo pacco di pasta scivolò nella pentola, gli spaghetti
furono scolati a metà cottura, fatti saltare nella padella
del sugo cui era stata aggiunta una generosa dose di harissa, mangiati
prima con voracità, poi con calma, terminati per dovere,
sentimento abituale in chi non deve mai sprecare nulla.
Non restava che aspettare: Mounée, il denaro, il ritorno
della luce elettrica, o forse l’incalzare della notte di primo
autunno.
La stanchezza fisica, quella che lo consolava da bambino, lo calmava
da adolescente e lo soddisfaceva da adulto, venne ad anestetizzare
ansia ed eccitazione, a rendergli meno amara la sensazione di sconfitta,
l’insulto del tradimento.
Si riscosse quando era già buio, mosse le gambe intorpidite
dalla posizione viziata, controllò l’ora nel cronometro
da gara che portava ancora al polso.
Comprese che sarebbe stato inutile aspettare ancora, avrebbe dovuto
diluire la fatica e stemperare la delusione. Infilò al buio
la sua bella tuta sportiva bianca e rossa, i colori del suo paese,
si avviò a tentoni giù per le scale e lungo il fiume,
verso il ristorante.
Avrebbe dovuto darsi da fare a ripulire i frigoriferi pieni di rifornimenti,
rimasti inattivi per tante ore.
Il podista aveva già tagliato il traguardo da vincitore,
ora toccava al cameriere raggiungere il suo.
Alessandro
Falco