AL
DI LA'
Camminiamo nella
notte. Il buio ci avvolge come un nero mantello rendendoci invisibili.
Piccolo drappello di disperati alla ricerca della pace.
Igor davanti a tutti apre la lunga fila indiana. Igor è alto,
grosso e determinato: Igor è il capo.
Le nostre scarpe gommate non producono rumore, la brezza leggera
accarezza gli abiti neri delle donne facendoli svolazzare attorno
alle gambe che si muovono svelte.
Non so quale sia la nostra meta: l’ha decisa Igor. Spero solo
che sia “giusta”.
Quando il sole si alzerà noi saremo dentro il nostro obiettivo,
pronti. Le spalle larghe del compagno che mi cammina davanti mi
impediscono di guardare oltre ma i miei occhi scrutano l’oscurità,
come piccole telecamere, registrando ogni minimo movimento.
E’ arrivato il momento. Il momento tanto atteso…il momento
di ritrovare la pace. L’edificio enorme si para davanti a
noi come sorto dal nulla. Entriamo da una finestra sul retro e ci
ammassiamo in un piccolo locale buio. Silenziosi come fantasmi.
Vorrei fare tante domande: Dove siamo? Cosa faremo? L’addestramento
però non concede queste disattenzioni. Un minimo rumore può
essere la nostra rovina.
Così aspettiamo.
L’odore dei nostri corpi, del nostro fiato e perché
no della nostra ansia, impregna l’aria.
Non abbiamo paura perché non abbiamo niente da perdere.
Passano i minuti e diventano ore.
I rumori all’esterno si moltiplicano. In lontananza una campanella
suona riportando ricordi dolorosi e inopportuni.
Sono le sei di una mattina fredda e nuvolosa.
Tra poco il mio turno finirà. Sono stanca ma tranquilla,
al mio ritorno troverò la mia casa calda, il mio letto soffice.
La notte al pronto soccorso si sente nelle ossa ma non c’è
stato molto da fare, solo piccole emergenze: una frattura provocata
da una caduta in casa, la dolorosa colica di una signora anziana,
un bimbo che aveva ingoiato le perline di una collana. Ordinaria
amministrazione.
L’unico rammarico è che al mio ritorno la casa sarà
vuota. I bambini saranno già arrivati a scuola, li avrebbe
accompagnati Alexander prima di recarsi al lavoro.
Li ho lasciati che dormivano come angioletti la sera prima. Non
li avrei rivisti fino al loro ritorno nel pomeriggio.
Le sirene delle ambulanze mi inchiodano al mio posto. Non posso
finire il turno se ci sono delle emergenze. Mi sfilano davanti i
feriti: uomini donne e bambini sanguinanti. Arti spappolati, pelle
a brandelli, visi bruciati e urla: su tutto odore di sangue, fumo
e rabbia.
Un uomo inveisce contro chi ha commesso quello scempio. Ascolto
con un orecchio mentre tampono la spalla di un ragazzino in lacrime
ma appena sento il nome del quartiere il mio cuore si ferma.
Lascio tutto e tutti esco come una pazza diretta a casa. Nell’anima
la speranza che Alexander e i bambini fossero già usciti.
Quando raggiungo quella che era stata la mia casa la mia vita finisce.
Entriamo a mitra spianati. Alcuni compagni si occupano di condurre
tutti i presenti nel grande salone.
Anche i miei figli avevano quegli sguardi prima di morire? Anche
il mio uomo nascondeva rabbia e paura come i tanti presenti in quel
salone?
Chiudo gli occhi e ricaccio in gola il nodo doloroso che vuole soffocarmi.
Rivedo una delle tante sere del passato: Sergej che succhia una
matita concentrato sui compiti, Fjodor che gioca con la sua automobilina
nuova e, al suo rientro, Alexander che mi abbraccia da dietro e
mi bacia con passione. Mi pare persino di risentire le risatine
dei bimbi mentre guardano i loro genitori che ridono felici.
Ripongo quelle immagini tra i ricordi e alimento la mia determinazione
con altre ben più devastanti.
Gli occhi azzurri di Fjodor che guardano il vuoto mentre un rivolo
di sangue scende dai suoi capelli biondi. Il corpo dilaniato di
Sergej e la grande pozza di sangue che circonda Alexander. La nostra
casa distrutta dalle granate, il mio mondo spazzato via nello spazio
di poche ore. E le urla, il fumo e la polvere.
E il dopo.
Il vuoto, il nulla.
Ora è arrivato il momento di punire chi ha compiuto quel
crimine.
I miei compagni hanno tutti una storia simile alle spalle: è
questo che ci unisce e fa di noi una forza terribile.
Per tutti è arrivato il momento di mettere a frutto i sacrifici,
i lunghi mesi di addestramento, la rabbia e l’odio che sono
aumentati con il passare del tempo.
Sono questi i sentimenti che ci hanno aiutati a sopportare le fatiche
dell’addestramento, che ci hanno resi determinati e insensibili.
Torno al presente.
Alcuni bambini piangono ed è l’unico suono che si sente
nel grande salone. Il terrore ha reso tutti silenziosi.
Guardo Igor mentre si muove svelto piazzando le cariche di esplosivo.
Mi appoggio con la spalla allo stipite della porta, tenendo bene
in vista la pistola. Nessuno osa guardarmi.
Le luci al neon rendono ancor più cruda la scena.
Cerco di estraniarmi.
Quando tirerò la cordicella della mia cintura porterò
con me tanti altri innocenti, come quando tre anni prima le granate
destinate ai ribelli si erano portate via un intero paese di gente
inerme che odiava la guerra.
Chiudo gli occhi e i miei cari arrivano richiamati dai miei pensieri.
Non sorridono.
Alexander tiene abbracciati i bambini che scrollano la testa infelici.
“Presto sorriderete ancora” prometto
“No Irina, non sorrideremo mai più”
Apro gli occhi.
La massa silenziosa e terrorizzata è ancora davanti a me
“Sto impazzendo” penso confusa.
Richiudo gli occhi e il mio mondo perduto è ancora lì.
Tristi più che mai.
“Non farlo Irina” è ancora la bella
voce musicale di Alexander a raggiungere i miei pensieri
“Perché? Voi non ci siete più…e anche
loro non meritano di vivere! Nemmeno io riesco più a vivere”
“Ascoltami Irina”
Certo che lo ascolto. Mi piace la voce di Alexander. Mi piaceva
ascoltarlo raccontare la sua giornata mentre cenavamo o ancora quando
leggeva un libro ai bambini prima che andassero a letto: certo che
lo ascolto.
“Fermatevi. Fermali. Sono tutte persone innocenti, ci
sono bambini come Fjodor, come Sergej. Ci sono mamme come te, padri,
parenti che non c’entrano nulla con chi ci ha fatto del male”
“Ma, Alexander, è l’unico modo di attirare l’attenzione
del mondo su di noi sulla nostra causa”
“Certo Irina. Avrete l’attenzione del mondo ma non
come dei martiri ma solo come sporchi terroristi…e voi non
lo siete”
“E’ l’unico modo”
“Chi te lo ha fatto credere? Igor?”
“Si lui ci ha aiutati tutti”
“In fondo al cuore non ci credi nemmeno tu” sento
il suo sospiro impregnato di pazienza, come quando si metteva in
ginocchio davanti ai bambini per spiegare loro qualcosa di difficile
“In voi c’era odio all’epoca del bombardamento
e Igor non ha fatto niente per consolarvi, anzi, ha alimentato il
vostro rancore ma lui non ha nobili fini. E’ solo la sete
di potere a spingerlo. Lui vuole diventare capo della nazione ed
è per questo che vi spinge alla violenza”
“Ma come fai a dire una cosa del genere quando Igor è
qui tra noi e rischia come tutti”
“Al momento giusto lui vi lascerà. Sarete voi a perdere
la vita ma lui sarà lontano. Fai qualcosa, non deve esserci
una strage”
Riapro gli occhi e nulla è cambiato, solo nella mia testa
risuonano ancora le ultime parole di mio marito: fai qualcosa.
Non credo che Igor sia come lo dipinge Alexander, ma faccio un gesto
al compagno più vicino e lascio il mio posto diretta verso
il capo.
Tutti gli occhi ora sono puntati su di me.
“Cosa c’è Irina” Igor va subito al sodo.
Se ho lasciato la mia postazione deve esserci una ragione valida.
“Lascia andare un po’ di ostaggi”
Vedo gli occhi restringersi tra le fessure del passamontagna.
“Perché mai?”
“Dobbiamo dimostrare di voler trattare. Lascia andare una
trentina di persone”
“Va bene”
Tiro un sospiro di sollievo.
La voce imperiosa di Igor si alza nel silenzio impartendo l’ordine
di lasciare uscire i più vicini alla porta principale.
Tutti si alzano ansiosi di abbandonare quell’inferno.
Il capo seleziona chi liberare e ingiunge agli altri di risedersi
per terra.
Torna il silenzio rotto dai passi frettolosi di chi lascia il salone
rallegrandosi per l’immensa fortuna.
Igor esce sul corridoio.
Penso che sia per vedere che nessuno riesca ad intrufolarsi all’interno
durante l’uscita degli ostaggi, ma una raffica di mitra mi
fa comprendere che non era quello il suo intento.
Mi muovo verso la porta per cercare di vedere ma il capo mi si para
davanti “Ritorna al tuo posto”
Sono abituata a non discutere gli ordini e silenziosamente raggiungo
la porta da sorvegliare.
I miei occhi vagano sulle facce ceree dei presenti. Qualche bambino
piange ancora, vedo lacrime anche negli occhi di uomini e donne
e un’infinita solitudine mi scende dentro.
Chiudo i miei.
“Mamma”
“Irina mia…”
Sorrido ai miei cari che sono ancora con me.
Ma Fjodor e Sergej piangono silenziosi. I loro faccini tristi luccicano
di lacrime e nei loro grandi occhi leggo l’incredulità.
Disapprovano questa violenza. Non capiscono che la loro madre per
sentirsi in pace e raggiungerli deve fare ciò che sta facendo.
Riuscirò a far loro capire?
“No Irina non ci riuscirai. Non ci riuscirai perché
hai sempre insegnato loro a perdonare, ad amare gli altri, a comprendere
e a vedere la verità dietro le menzogne. Non capiranno mai
una madre che uccide, che procura dolore che vive solo per la vendetta.
Continueranno a piangere. Sentili, piangono straziati come quei
bambini rinchiusi lì dentro”
“Forse loro non comprendono il dolore che sto provando…ma
tu sì. Tu lo capisci. Io non posso vivere senza di voi. Eravate
il mio mondo”
“Io non ci riesco Irina. Come i nostri figli non arrivo
a capire il tuo cambiamento, nemmeno giustificandolo con il dolore
che stai provando. Non ritrovo più in te la moglie dolce
e affettuosa , la ragazza solare e allegra che voleva solo la pace,
la madre premurosa sempre pronta al sorriso. No, Irina, nessuno
di noi capisce perché per sconfiggere il dolore tu sia diventata
una vedova nera.”
Sento il bruciore di una lacrima scendermi dagli occhi chiusi. Nessuno
se ne accorge perché rimango nell’ombra ma è
come una ferita aperta sul viso.
L’anima straziata dalla consapevolezza che ormai è
troppo tardi. Troppo tardi per salvare tutti, troppo tardi per tornare
indietro, troppo tardi…per rivedere il sorriso dei miei cari.
I miei occhi si riaprono sullo strazio presente in quel salone.
Richiamo un compagno dicendogli che devo andare al bagno.
E’ proprio dietro le mie spalle. Entro. La lunga fila di porte
chiuse sui servizi dei ragazzi e in fondo una finestra che può
essere la salvezza o un miraggio. Mi avvicino con cautela, siamo
al piano terra.
Più calma ritorno al mio posto. Igor sta impartendo ordini
ai miei compagni, faccio un passo in avanti, mi chino fingendo di
allacciarmi una scarpa e nascondendo alla sua vista il giovane uomo
seduto vicino alla porta.
“Vai nel bagno e fai uscire tutti quelli che puoi. Dì
loro di stare vicino al muro e di girare a sinistra altrimenti vi
vedranno. Fila…ora!”
Non se l’è fatto ripetere e in un attimo era sparito
oltre le mie spalle. Chi gli stava vicino aveva visto tutto; ora
mi guardavano come fossi Dio. Con uno sguardo duro li inchiodai
al loro posto.
Dovevo muovermi. Avanti e un bimbo usciva, indietro e Igor mi fissava.
Di lato e usciva un altro bimbo. Ci sono riuscita per quasi dieci
minuti. Saranno uscite trenta persone: niente in quel mare di terrore.
“Che devo fare Alexander? Non ci riuscirò mai!”
“Continua tesoro…continua così”
Altre persone sgattaiolavano dietro le mie gonne ma non poteva durare.
“Irina!”
“Sì, Igor?” stavo camminando verso di lui e dietro
di me ho sentito un convulso movimento. La loro speranza di salvezza
mi ha investita come un’onda facendomi barcollare. Era finita.
Il secco rumore del mitra è arrivato ad interrompere tutto.
Anche la mia vita. Il dolore mi è scoppiato dentro. Dolore
fisico e pace. Dolore morale e l’inferno di non aver saputo
scegliere la strada giusta.
“Non c’è più tempo Alexander. Perdonami”.
“Non ho nulla da perdonarti Irina mia. Ora vieni da noi…”
I miei tre angeli sorridevano.
Alberta
Colombo