STACCA, ALMENO PROVACI

Sei partito. Ne avevi bisogno. A suggerirtelo è stato il medico. Non che non potessi arrivarci da solo. Dopo dodici mesi in quell’inferno d’ufficio ci saresti comunque arrivato anche tu, senza una laurea in medicina o in psicologia. Si dice che bisogna staccare, no? Poi staccare da cosa bene non lo riesci a capire perché suona il cellulare, e trasali. Inevitabilmente. Ciò che ti crea dentro una sorta di timore nel guardare lo schermo non è la pigrizia, ma il terrore. Il terrore di avere la certezza che, anche durante le tue due sante settimane di ferie, il capo non vuole farti mancare la sua presenza. Capisci che staccare, in fondo, non è proprio possibile.
Prendi fiato e guardi. La tua ragazza. Rispondi. Ti avvisa che lei e la sua amica sono arrivate a destinazione, che il cielo è nuvoloso e sta per mettersi a piovere e che per oggi non c’è speranza di spiaggia. Prima di mettere giù ti dona la tredicesima stilettata sul fatto che hai preferito una vacanza da solo alla sua dolce compagnia. Sorvoli. Buona serata, divertitevi. Ci sentiamo. Baci? Baci. Lo spegni, meglio non rischiare oltre.

«Una birra, per favore.»
«Fa caldo oggi, eh? Si figuri che ieri c’erano cinque gradi di più. Oggi a confronto è autunno. Pensi, prima mi ha chiamato mia moglie e mi ha detto che a Lecce scoloriscono anche i sempreverdi…»
Volevo una birra.
«… in piazza ci stanno solo i randagi che pisciano sui monumenti e i vecchi seduti ai tavolini dei bar. Quelli non li schiodi mai, randagi e vecchi li trovi sempre. A ogni ora, in ogni stagione...»
Cosa deve fare uno per avere una birra?
«… Ah che caldo! E pensare che faceva caldo anche trent’anni fa, era un caldo diverso però, secco e costante per tre mesi. Questo, invece, è un caldo afoso per mezza giornata, poi magari decide di venire un temporale e addio sole, spiaggia e mare. Tutta colpa del buco dell’ozono. Ma lo sa che da quando l’hanno detto in tv ho smesso di usare deodoranti e spray vari?...»
Senti puzza di plastica bruciata.
«… Oh mia moglie mi ha sentito, sa? “Da oggi non la usi più quella cazzo di lacca per i capelli! Sono quelle come te che stanno mandando all’aria l’atmosfera!” Mandando all’aria l’atmosfera, l’ha capita?»
Non sei mai stato così serio.
«Ma perché stiamo parlando di questo? Mi aveva chiesto qualcosa in particolare?»
«Una birra» fai gelido.
«Sì, giusto. Ecco qua, ghiacciata di frigo-bar. Mi scusi, ma sa, è difficile far passare la giornata qui, sui vagoni.»
Non sai perché, ma in fondo lo capisci. E un po’ ti fa pena. E ti detesti per aver avuto la pazienza di fargli da analista per tre interminabili minuti prima di dare la prima sorsata alla tua sacrosanta Beck’s.
Quando il treno arriva a destinazione sulla mensola accanto al finestrino ne hai tre, vuote. Scendi e le tue infradito paiono sciogliersi al contatto con l’asfalto. Non avevano mai fatto sguisch. Sguisch. Il taxi che pensavi di dover faticare a cercare ti aspetta già fuori dalla stazione. Accanto a te c’è una signora con due valigioni. Non è il momento di essere galanti. Corricchi stancamente e l’anticipi.
«All’albergo Histria.»
Il tassista si fa i cazzi suoi. Tu, ben orgoglioso, non fai nulla per celare la tua condizione da single italiano in vacanza, troncando così qualsiasi accenno di conversazione. C’è una palma di fronte all’ingresso. Di palme ormai ce ne sono ovunque. Mediti che al tuo ritorno il capo te ne farà trovare una in corridoio, di fianco alla macchinetta del caffè. Saluti, dai i documenti, firmi e prendi la chiave. Ascensore, quarto piano. Camera: letto, comodino, piccola scrivania, televisore, armadio e bagno. Apri la finestra che dà sul mare e ti affacci sul balcone. Poteva andar peggio. Doccia, via la stanchezza: il resto si vedrà. Speri che verrà da sé.

Ti aggiri tra la polvere come in mezzo alle vie di una città fantasma. È difficile scorgere gli edifici ai lati della carreggiata, al massimo riesci a intuirne la presenza. Per poco una piccola buca o una voragine causata da un ciottolo di pavè sbalzato non si sa come non ti fa perdere l’equilibrio. A decine di metri di distanza intravedi una luce lampeggiante. È colorata. Prosegui a tentoni in un silenzio irreale, non sai nemmeno tu perché. Tutto ad un tratto, improvvisamente, l’ovatta scompare dalle orecchie e dagli occhi, e allora senti. E vedi. Strepiti, urla, i boati che probabilmente non hai avvertito prima. Gente che fugge. Orbite allucinate. Palpebre sbarrate, incredule. Macerie. Cemento, asfalto, distruzione. Sangue, ora lo vedi. Un anello d’oro bianco al dito di una donna. O di quella che era una donna.
Ti svegli in un bagno di sudore, senza capire se è stato un incubo o il televisore. Scendi in strada: entrambi. Accendi il cellulare. Hai tre messaggi. Il ministero degli esteri: La sollecitiamo a mettersi in contatto con i suoi parenti in Italia, in modo da escludere un suo coinvolgimento nelle esplosioni odierne. La tua ragazza: Dimmi che non eri lì… Ho una strana sensazione. Ho paura. Il tuo capo: Possibile che tu non sia mai raggiungibile?
Impossibile staccare. Ma questo in fondo tu già lo sapevi.

Luca Platini

 

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