NATALE
DA PIPPI
Le
chiamavano “le Pippi”, con quel soprannome che i benpensanti
usano per non offendersi. Eufemismi comunque poco corretti, dato
che l’intrinseco significato non muta d’una virgola..
Le Pippi facevano la vita. Due sorelle. Una più strana dell’altra.
Vestite con colori sgargianti, scollate e in shorts, sia in inverno
che in estate. Capelli ricciuti e imbalsamati in pettinature cotonatissime,
borsette superstrassate e qualche piuma in più nel periodo
natalizio, rigorosamente rossa.
La più alta, la più formosa, la più regale
era molto bella. La sua bellezza s’intuiva ugualmente sotto
chili di trucco, ciglia finte e rossetto intonato all’abbigliamento.
A tal punto che, se portava abiti di colore turchese, quello, pari
pari, era il colore delle sue labbra. La gente si chiedeva come
facesse ad abbinare così sorprendentemente i colori. La gente…
Sempre pronta a stupirsi per gli effetti speciali altrui e mai per
i propri scheletri, gelosamente custoditi nei propri armadi…
Gilda era bionda, non alta e usava sempre stivaloni dal tacco vertiginoso.
Li prediligeva anche in estate, in tessuto, anziché in pelle.
Sammy, invece, era rossa. Statura meno elevata di Gilda, ma molto
più vivace. Perfino più estrosa. La sua passione?
I fiocchi per capelli. Variopinti, preziosi, comunque enormi e vistosi,
a reggere le sue chiome monumentali, stile Pompadour. Sammy. Ovvero
Samantha. Con “TH”, come ribadiva ogni volta che qualcuno
dovesse scrivere il suo nome. Come quando andava a scuola.
Quasi ci si stupiva che Gilda e Sammy fossero state bambine. Eppure
lo erano ben state, eccome. Sempre vestite di colore scuro. I capelli
ricciuti stirati, irreggimentati e disciplinati in trecce o crocchie
raccolte sulla testa. Occhi da tener bassi e cuor contrito. Sempre
spiate e irrigidite da un padre mai stato giovane. Un vecchio falegname
poi emigrato in Australia e lì deceduto, dalla lunga barba
sempre bianca e bene in vista, con un berretto nero in testa, che
non toglieva neppure per la notte, che non rideva mai. E una madre
vissuta troppo poco per ricordarla. Gilda, un anno più giovane
di Sammy, era “la biondina”, Sammy “la rossa”:
neppure da bambine erano state mai chiamate coi loro nomi.
Il paese, piccino, ma non troppo, era sempre stata la loro culla.
Non avevano mai voluto lasciarlo.Facevano parte dell’arredo,
delle caratteristiche, delle istituzioni, ormai. Eppure tutti eran
sempre pronti a stupirsi, a ridere di loro, a far commenti più
o meno consoni o salaci… Anche se non ignoravano affatto che
Sammy fosse laureata. In lettere antiche. E vissuta per anni in
oscure biblioteche, grigie e ammuffite. Né misconoscevano
che Gilda avesse frequentato il liceo artistico, fino al terzo anno
e poi aveva smesso, pur se la pittura restava la sua passione: ultimo
retaggio, i rossetti abbinati…
Vivevano in una casetta che nulla aveva a che vedere col loro aspetto.
Sembrava, infatti, la casina delle fate. Piccola piccola, ma linda
e graziosa. Un cancelletto e un giardinetto ben curati. Un abbaino,
dove, forse, Gilda conservava il suo laboratorio di pittura e un
comignolo dal quale, in inverno, usciva sempre un fumo azzurrognolo,
odoroso di legna stagionata.
Per Natale allestivano un albero luminosissimo e altissimo che ingombrava
tutto il giardino e un altro s’intravedeva dietro i vetri
del tinello. In quel periodo dell’anno la casetta pareva incantata.
I muri rosa e le tegole azzurre. “Un pugno in un occhio”,
commentavano i soliti benpensanti. Le tendine rosa e azzurre, il
portoncino azzurro e il battente dorato.
La magia che quella casetta emanava era ignorata da tutti. Solo
i bambini, a sera, passando giù in strada e se non eran in
compagnia di madri occupate a strattonarli, si fermavano stupiti
per ammirare l’enorme albero troneggiante, con le lucine multicolori
intermittenti avvolte nei rami. I più piccoli si aggrappavano
al cancello, ovviamente rosa, e infilavano spesso il nasino fra
le sbarre.
Il giorno di Natale, se il tempo risultava clemente, Gilda e Sammy
lasciavano il cancelletto aperto e mettevano sotto l’albero
regalini e vassoietti di torroncini al cioccolato per i bambini
poveri e, per un giorno all’anno, erano i bambini benvestiti
ad invidiare quelli scalzi intenti a divertirsi in quel giardinetto
da favola.
Ma quell’anno funesto, di “Pippi” ne era rimasta
una sola. Sammy aveva beccato una brutta polmonite, non aveva voluto
curarsi e il male se l’era portata via in breve tempo. Diceva
che la sua vita era stata abbastanza vissuta. Che non valeva la
pena affannarsi inutilmente. Che aveva vissuto abbastanza per aver
incontrato persino il Grande Amore. Lo aveva conosciuto su Internet.
Un ragazzo dal volto radioso, bello come un Dio, costretto su una
sedia a rotelle da uno spaventoso e tragico incidente e che ora
riusciva solo a muovere la mano destra, con cui scriveva sulla tastiera.
Salvo era molto giovane. La sua vita finita in pasto ad una strage
del sabato sera, dove avevano perso la vita sua sorella, la sua
ragazza e il suo più caro amico. All’epoca Salvo aveva
appena preso la patente e si era lanciato sull’asfalto bagnato
per dimostrare la sua bravura di guidatore principiante, ma provetto!
In un attimo tutto era stato capovolto, cambiato, catapultato in
una dimensione diversa. Cinque mesi di coma e un risveglio infernale.
Fortuna che era sempre stato un patito di computer e di Internet
e, una volta, per così dire, ristabilito, si era dato da
fare per non abbattersi. Era così veloce nel programmare
i portatili che aveva lasciato la scuola senza finire l’ultimo
anno delle superiori e si era de3dicato alla tecnologia. Ciò
che gli aveva permesso, una volta invalido, di non morire completamente.
Salvo conosceva solo virtualmente Sammy. Ogni volta che cambiava
pettinatura o rossetto, la prima foto era per Salvo. Egli le aveva
spedito una macchina digitale come regalo per un compleanno. Salvo
non era un benpensante. Conosceva la vita di Sammy, ma la rispettava
ugualmente. Diceva sempre che un giorno l’avrebbe sposata,
a dispetto degli anni che li separavano e che avrebbero vissuto
in una baita del Trentino, sua terra adorata, a godersi il blu del
cielo e il verde dei pini.
Gilda, dunque, era rimasta sola. Quell’anno aveva fatto ugualmente
l’albero, anche se con riluttanza e tanta tristezza in più.
In effetti, da sempre era l’unico momento “pulito”
che le sorelle erano riuscite a ritagliarsi e concedersi nella loro
strana vita. L’ammirazione dei bimbi, furtivi quelli borghesi,
felici quelli meno fortunati, era qualcosa a cui Gilda, nonostante
il dolore, non riusciva e non voleva rinunciare. Da sempre per tutte
le feste natalizie,la loro casa era chiusa al pubblico e non poteva
essere frequentata. Il camino scoppiettava accanto all’albero
del tinello e il computer portatile, altro regalo di Salvo, acceso,
diffondeva musiche natalizie.
La Vigilia di Natale di quell’anno, però, tutto era
più silenzioso. Sammy era volata in cielo da pochi mesi e
Gilda si trovava in giardino. Contrariamente al solito, aveva un
cappellaccio nero in testa che si copriva lentamente di neve e le
oscurava il viso. Il rossetto era nero e gli stivali dal tacco basso,
bianchi come i fiocchi che scendevano giù a silenziosa cascata.
Indosso aveva un pastrano logoro color antracite e, sotto, portava
una lunga veste bianca, di lana. Stava portando giù le scatole
coi torroncini e i regali, quando udì stridere il cancello
rosa. Strano: ricordava di non averlo aperto. Evidentemente si sbagliava.
Si girò e vide stagliarsi contro il bianco d’intorno,
un bimbo vestito di verde smeraldo. con una larga sciarpa a rigoni
verdi e rossi e un cappellino rosso con un pompon verde. Il bimbo
aveva in mano una grande scatola avvolta in una carta lucida rossa
con un enorme fiocco verde.
- Tu sei la Befana? – le chiese con voce argentina.
Gilda rimase di stucco e, non volendo deludere il bambino, annuì
energicamente, dicendo:
- Certo, non vedi? –
- Si – rispose il piccolo – ma non hai la scopa!
- Eccola – fece eco Gilda. E corse a prendere una scopa appoggiata
all’albero di Natale.
- Posso entrare in casa? –
Gilda non aveva mai fatto entrare un bimbo in casa sua. Si guardò
intorno, guardinga. Cos’avrebbero blaterato i benpensanti
se avessero saputo di un fanciullo in casa sua? Sarebbe bastato
poco per un’accusa di pedofilia in piena regola!
Non voleva rischiare e prese tempo:
- Perché vuoi entrare? –
- Perché devo mettere il regalo sortto l’albero –
rispose il bimbo.
- C’è l’albero anche qui… - obiettò
Gilda
- No, io voglio metterlo sotto l’albero in casa. Qui la neve
potrebbe rovinarlo! – E, così dicendo, senza aspettare
il permesso, si avviò sicuro verso il portoncino semiaperto.
Gilda, impietrita, non sapeva che fare. Fortuna che la neve, cadendo,
avvolgeva tutto in ina cortina bianca e quasi impenetrabile.
Il bambino corse in casa, mise il regalo sotto l’albero, come
aveva detto, e si precipitò fuori.
- Ciao, Befana. Ricorda di aprire il regalo solo domani. Domani
è Natale: prima non vale!- Rise sulla sua stessa rima e sparì
nella neve.
Gilda si mosse lentamente, chiuse il cancelletto, entrò in
casa e sbarrò la porta. Serrò le finestre chiudendo
gli scuri e, per la prima volta per Natale, l’albero non fu
più visibile da fuori.
Spense le luci. Restò solo il fuoco del camino a brillare
nel tinello e l’albero con le sue luci, fuori, in giardino.
Salì al primo piano. Entrò nel suo boudoir, azzurro
come i suoi occhi (quello rosa era di Sammy). Si spogliò
lentamente. Rimase in sottanino candido. Indossò pantofoline
di raso ugualmente candide e prese a sciogliere i capelli cotonati,
dopo aver riposto il cappellaccio sul davanzale della finestra.
Entrò in bagno e tolse tutto il trucco dal viso. Entrò
nella vasca e lavò tutto il suo livore, incrostato da anni.
Finito il bagno si osservò nel grande specchio della camera.
Era diversa.
Sembrava una fatina spaurita. I grandi occhi azzurri spauriti e
persi contro la massa ribelle dei capelli ricciuti e biondi, pur
bagnati.
Non era più molto giovane, Gilda, ma il suo viso era fresco.
Indossò una vestaglia azzurra e imbottita. Scese nel tinello
e rimase al buio, sprofondata nella poltrona accanto al camino.
E lì si addormentò.
Si svegliò nel cuor della notte, infreddolita perché
nel camino, ormai, ardevano solo rare braci e fissò gli indefinibili
riflessi dell’esiguo fuoco sulla carta lucida dello scatolone
portato dal bimbo.
- Che ora sarà mai? – pensò. E guardò
l’orologio. Erano le cinque del mattino. Fuori era silenzio.
Aprì pian piano gli scuri. Nevicava. Non riusciva neppure
a distinguere il cancelletto, tanto la neve scendeva fitta.
Risalì nel boudoir e provò a distendersi nel suo letto.
Si addormentò ammantata di tanta tristezza, in quel suo primo
Natale di solitudine.
Sognò Sammy che correva su prati verdi. Con in braccio un
bambino e rincorsa da un Babbo Natale dal sorriso dolce. Quello
stesso sorriso che avrebbe voluto veder splendere nel suo papà.
Gilda si svegliò cullata da una musica ovattata e celestiale.
Sulle prime pensò di essere morta e di aver raggiunto per
sempre Sammy, ma la stanza era la stessa della sera precedente e
la musica veniva da fuori.
Aprì le imposte della sua finestra e vide tanti bambini infagottati
di sotto, intenti a cantare. Qualcuno, nascosto, suonava e, in mezzo
a quella piccola folla, troneggiava un ragazzone in sedia a rotelle,
spinto da una giovane infermiera bionda.
Gilda scese di corsa, in vestaglia com’era, e rimase a bocca
aperta, sulla porta di casa. I bambini cantavano e suonavano proprio
per lei.
Si fece avanti quello del giorno prima, sempre vestito di rosso
e verde.
- Apri il regalo – le disse dolcemente.
Gilda non se lo fece ripetere due volte e corse a prendere la grossa
scatola. L’aprì e vide, al suo interno,un’enorme
foto incorniciata come un quadro.
Ritraeva Sammy con un immenso fiocco rosso in testa. Vestita da
Babbo Natale per il resto e attorniata da tanti bambini. In mezzo
a loro sempre il giovane sulla sedia a rotelle, anch’egli
in costume scarlatto, da Babbo Natale e con un cappuccio dello stesso
colore in testa, bordato di pelliccetta bianca.
In quel mentre il ragazzo fu spinto in avanti dall’infermiera.
Alzò il braccio destro e chiese il silenzio ai bimbi vocianti.
Essi tacquero, come per incanto.
- Sono Salvo. – disse semplicemente – E questi son i
bimbi dell’orfanotrofio S. Giovanni Battista di un piccolo
paese del mio Trentino. Io e Sammy li avevamo adottati a distanza
da qualche anno e, ogni Natale ricevevano i doni da parte nostra.
Ricordi, lo scorso anno Sammy ti disse che sarebbe partita in vacanza
per Natale con uno dei suoi uomini. In realtà, invece, venne
su, in Trentino, a conoscere me. Ci recammo insieme all’orfanotrofio
e lì scattammo questa foto coi bambini. Sammy non aveva la
polmonite, ma un brutto cancro ai polmoni. Mi disse che doveva morire,
ma mi chiese di prendermi cura di te e dei bambini. Io non sono
ricco, ma neppure povero e le ho promesso di farlo. Ora siamo qui
per Natale, per farti gli auguri. E ti chiedo pure se vuoi venire
via con me. I miei genitori possiedono una casetta fra i monti trentini,
dove abitiamo insieme. Se vorrai, loro ti accoglieranno come una
figlia. Conoscevano già Sammy. Con noi vive anche Marie,
la mia infermiera francese. Da noi, lei, ormai, è un’istituzione.
Stupita, Gilda, balbettò:
- Venderò la casetta… -
- No – rispose Salvo – sarà il rifugio natalizio
del Sud per i bimbi del S.Giovanni Battista. Verranno qui per le
vacanze.
- Ma…- insistè Gilda.
- Niente “ma”, Gilda. Non devi vergognarti del tuo passato.
E’ stato. Se vuoi, puoi cambiarlo. Per vivere meglio.
Gilda abbassò lo sguardo e si accorse di essere in vestaglia.
Si fece piccola piccola, pur se la vestaglia era discreta e poco
vistosa.
I bambini le si fecero intorno e presero a cantare “Jingle
bells”. Il suono della fisarmonica era allegro e festoso.
Gilda fece strada e tutti entrarono in casa. Mentre saliva in camera
sua per vestirsi, Marie accese la legna nel camino.
Salvo chiamò e un bimbo portò su un’altra scatola.
La porse a Gilda e, mezz’ora dopo, ella scese avvolta in un
giacchino blu. I jeans erano attillati, ma sobri. Il rossetto non
c’era, ma gli occhi chiari risaltavano, intonandosi con l’abbigliamento.
I bimbi applaudirono e anche Salvo, picchiando la mano destra conto
la sinistra di Marie.
Allargarono il tavolo del tinello e presero posto per mangiare tutte
le leccornie portate dal Trentino.
Intanto, fuori, come ogni anno, i bimbi poveri scartavano i regalini
e sgranocchiavano i torroncini.
Marie aprì il portoncino ed essi poterono, finalmente, entrare.
I bimbi dei benpensanti, stavolta, si liberarono dalle ferree strette
delle loro mamme.
Il cancello rosa si chiuse sulla melodia del Natale…