Michele Rocchetta
Il
sole è alto e illumina direttamente l’interno
dell’abitacolo. La luce quasi bianca proietta ombre
nette sui comandi e si riflette accecante sulla manopola
del gas, nera e lucida di ebanite.
Il vetro leggermente graffiato sgrana le immagini quel
tanto che basta da farle sembrare un sogno.
Mi osservo la spalla ferita e rilevo quasi con
noncuranza che mi sono rotto almeno la clavicola durante
l’atterraggio di fortuna.
Da quanto tempo se n’è andato Romanini?
Guardo la voragine buia che spicca sul pannello dei
comandi da dove è stata asportata la bussola dell’aereo.
“Questa la diamo a Romanini, d’accordo Capitano?” aveva
chiesto e imposto Barro, il mio secondo.
Avevo acconsentito con un cenno del capo; la spalla mi
faceva troppo male.
Romanini era venuto a salutarmi. Bravo aviere.
“Capitano, stia tranquillo, io vado e in un paio di
giorni raggiungo una pista. Trovo qualcuno e faccio
arrivare un camion a prendervi” aveva sorriso con il suo
accento emiliano mentre si aggiustava la pistola
lanciarazzi in vita.
Attorno solo deserto. Attorno solo il sibilo del vento
sulla carlinga e sulle ali leggermente sollevate dalla
sabbia.
Africa maledetta! Siamo arrivati a Berka il 19 aprile,
non sono trascorsi due giorni che ci mandano ad
intercettare un convoglio inglese.
L’equipaggio del Savoia Marchetti 79 MM23881 è al
completo, uno di pochi, così tocca al nostro Gobbo
entrare in azione.
Il tempo di acquisire i piani di volo e decolliamo.
Strano paesaggio quello del Nord Africa; sotto il
trimotore scorre il deserto, uniforme e morbido come uno
scampolo di velluto, poi, improvvisamente, c’è solo mare
scuro, merlettato di evanescente spuma bianca.
A sud di Creta c’è un convoglio di piroscafi sotto forte
scorta.
Le navi inglesi sono là sotto, tracciano sottili scie
bianche nel mare cobalto; appena ci vedono cominciano
con il fuoco contraereo.
“Sono arrabbiati” grida Franchi nell’interfono.
“Certo che sono arrabbiati, mezz’ora fa è passato Robone
con il suo Gobbo e deve aver fatto del danno” gli
rispondo.
Scendo con l’apparecchio e mi metto il sole alle spalle,
così il fuoco di sbarramento si fa meno intenso e meno
preciso; arrivo a cinquanta metri dall’acqua e a
settecento metri di distanza orizzontale dal bersaglio,
poi sgancio il siluro.
Il bersaglio è un mercantile da otto o diecimila
tonnellate, non so.
Spero che il siluro abbia abbastanza mare per tornare in
quota senza passare sotto la chiglia della nave, in
fondo ho sganciato molto basso.
Viro e mi metto in direzione della costa, si torna a
casa.
“Colonna d’acqua, Capitano” annuncia Franchi “mi sa che
qualcuno laggiù sta facendo il bagno”.
Così mi piacciono le missioni: nessun danno
all’apparecchio e all’equipaggio, obiettivo centrato e
ritorno a casa per la spaghettata di mezzanotte.
Il sole è calato e si fa fatica a distinguere dove
finisce il mare e dove comincia la terra, ora accosto un
po’ a sud–est, così evito la piazzaforte di Tobruk dove
ci sono ancora gli inglesi. Meglio che accosto ancora un
po’, non si sa mai.
Africa maledetta! Non ho punti di riferimento e non
riesco a capire dove sono, so solo che ho la sensazione
che il vento di coda sia un po’ troppo forte. Forse
siamo ancora sul mare.
Accosto ancora un po’.
“De Luca” chiamo nell’interfono.
“Comandi” risponde il ragazzo di Frascati.
“Prova a contattare Bengasi e vediamo di
radiogoniometrare la nostra posizione con la loro
stazione radio. Voglio capire dove siamo”.
“Potremmo essere ancora sul mare?” interviene Franchi.
“Può anche essere, anche se ho già corretto parecchio la
rotta. Non ci vuole un cazzo qui a sbagliare. Non si
vede niente”.
“Capitano. La radio non da segni di vita” mi annuncia De
Luca “mi sa che è guasta”.
“Stai scherzando, aviere?”
“No, Capitano. La radio è muta”
“Vedi di farla funzionare, alla svelta, che il
carburante non è eterno”.
La radio non ne vuole sapere di funzionare e il
carburante si consuma nei serbatoi, finché non è quasi
finito. Anticipo un po’ la discesa; non si fa mai un
atterraggio di fortuna senza motori.
“Ragazzi andiamo giù” annuncio all’equipaggio
“preparatevi”.
“Forza Capitano, lo porti giù dolce dolce, come sulla
bambagia, il nostro Gobbo” mi esorta Bozzelli, il
motorista.
Io ci provo.
Fuori i carrelli. Ipersostentatori estratti. Motori
accesi e speriamo che vada tutto bene.
Un occhio sempre sull’indicatore di quota e giù piano.
Uno scossone violentissimo, uno scrollone rapido ma
eterno, una leggera derapata e la leva di pilotaggio che
scatta, come impazzita, contro il mio corpo.
Sento un dolore atroce alla spalla e al torace. Faccio
fatica a respirare, c’è polvere nell’abitacolo.
Qualcuno grida nella carlinga “Feriti? State tutti bene?
Controllate che non ci sia fuoco sull’aereo.”
È Barro, sempre efficiente, sempre rapido.
Emetto un rantolo, continuo a faticare a respirare.
“Tenente Franchi, venga qua. Il Capitano è ferito” di
nuovo il mio secondo.
“Tutto bene. Nessun incendio, la fusoliera ha retto. Il
nostro Gobbo ha la pelle dura” Bozzelli riassume la
situazione.
Sono tutti sopra di me.
“Capitano, mi sentite?” chiede Franchi.
Gli rispondo con un cenno del capo. Ho male dappertutto
e faccio una fatica pazzesca a respirare; avrò qualche
costola rotta, forse anche la spalla.
Dannata barra di pilotaggio.
Qualcuno comincia a medicarmi la ferita alla spalla e
perdo conoscenza.
Mi sveglio con la luce del sole. Lo vedo sorgere dal
finestrino di sinistra del cockpit. Volto un leggermente
la testa e sento nuovamente una fitta atroce alla
spalla, al collo e alla schiena. Muovo le mani e i
piedi.
Almeno non sono paralizzato.
Sento delle voci che provengono dall’esterno dell’aereo.
Sono i miei ragazzi che parlano.
“Allora, Romanini, cosa vedi?” sento chiedere da
Franchi.
“Niente, proprio niente, signor Tenente”.
Percepisco un movimento, qualcuno si avvicina.
Da dietro al sedile di pilotaggio sbuca la testa di De
Luca. Il giovane aviere mi guarda, nota che sono sveglio
e sorride.
“Allora, De Luca, la facciamo funzionare questa radio?”
gli chiedo con un mezzo sorriso.
Il sorriso si spegne “Non vuole andare, quella
maledetta. L’ho smontata e rimontata due volte, ho
provato a revisionare tutti i pezzi, anche le chiavette
di accensione, tutto insomma. Sembra a posto, ma non và.
Mi dispiace signor Capitano”.
“So che hai fatto il possibile, non preoccuparti. Chiama
gli altri” cerco di sistemarmi sul sedile, ma mi fa
troppo male.
Resto fermo, è meglio.
Arrivano tutti e si sistemano attorno a me.
“Qual è la situazione, Barro?”
“Dunque, l’aereo ha tenuto bene e le dotazioni di bordo
sono tutte disponibili. Nessun ferito, a parte lei. Non
sappiamo assolutamente dove siamo. La radio è fuori uso.
Romanini è salito sull’aereo per guardare attorno con il
binocolo. C’è solo sabbia, nessun segno di piste, oasi,
costruzioni” asciutto ed esaustivo.
“Cosa facciamo ragazzi?” chiedo guardandoli uno per uno.
Silenzio, solo il vento che fa fischiare la canna forata
della mitragliatrice dorsale.
“Avete fatto un inventario di quello che abbiamo a
bordo?”
“A parte le dotazioni personali, abbiamo cinque litri
d’acqua, sei pacchetti di gallette, la pistola
lanciarazzi con tre, anzi, due razzi. Fine.”
L’elenco di Barro è stringato e preciso.
“Ne avete sparato uno questa notte?” chiedo a Franchi.
“Ho pensato di aspettare qualche ora, poi verso le due
ho sparato un razzo. Non dovremmo essere lontani dalla
pista di Giarabub, a occhio e croce” precisa il tenente.
Li guardo e vedo che si aspettano che io decida per
loro, in fondo sono l’ufficiale comandante.
“Ci staranno cercando, non dovremmo essere molto lontani
dalla costa e dalle piste camionabili, a meno che io non
abbia preso un abbaglio colossale”. Sono molto stanco e
anche parlare mi stordisce “Aspettiamo un giorno, poi se
questa sera non sarà successo nulla cominceremo a
muoverci”.
Sembrano tutti sollevati ed escono dalla cabina
lasciandomi una bottiglia d’acqua vicino al sedile. Non
passa un minuto e Franchi rientra.
“Cimolini” inizia “chi vuoi prendere in giro?”
“Come?”
“Metti che non ci trovi nessuno nella giornata di oggi.
Questa sera cosa pensi che potremo fare?” precisa il
tenente con il suo accento di Fiume.
“Di preciso non lo so” ammetto stancamente “mi sembra,
in ogni caso, che non si possa restare qui in eterno”.
“Mi sono fatto un’idea; la vuoi sentire?” mi sollecita
Franchi.
“Sono aperto ad ogni suggerimento” lo esorto.
“Tu non ti puoi muovere, ne convieni?” riprende dopo un
mio cenno d’assenso “Escludiamo che noi ti si possa
lasciare qui. Non provare a chiederlo. Non possiamo
nemmeno pensare di fare più di un giorno di marcia nel
deserto con cinque litri d’acqua, in sei”.
“Che cosa proponi?” lo esorto.
“Uno di noi prende tre litri d’acqua, la bussola, la
pistola con i razzi e s’incammina verso nord. Raggiunge
la costa o una pista e ci manda i soccorsi. In questo
modo triplichiamo l’autonomia di chi marcia e chi resta
può minimizzare il dispendio di liquidi rimanendo
all’ombra, sull’aereo, ad aspettare.”
Franchi espone il suo piano tutto d’un fiato e poi mi
guarda nell’attesa di un segno d’assenso o di diniego.
Ci penso un minuto. L’idea sembra buona e basata su
presupposti ragionevoli “Mi sta bene; hai idea di chi
mandare?”
“Vorrei un volontario”
Sono d’accordo “Vai fuori, spiega l’idea e vedi se
qualcuno si propone”.
Rimango solo e sento la voce di Franchi, confusa, che
diventa un mormorio. Mi addormento.
Mi risveglio e mi rendo conto dall’inclinazione della
luce solare che è pomeriggio.
Nessun rumore attorno.
Improvvisamente sbuca da dietro il mio sedile la testa
di Bozzelli “Capitano, come si sente”.
“Un po’ meglio, Bozzelli, grazie”.
“Smonto il sedile del co-pilota e lo porto fuori,
Capitano, così chi farà da vedetta di notte starà un po’
più comodo” mi dice, quasi scusandosi, il motorista.
“Avete deciso chi andrà, nel caso non si faccia vedere
nessuno prima di sera?”
“Si è offerto Romanini. Ha detto che è il più giovane e
che è abituato a camminare. Non ha voluto sentire
ragioni” mi spiega Bozzelli.
Mi sembra la scelta migliore.
Arriva Barro e si mette ad armeggiare con la bussola e
in poche mosse la smonta dalla plancia “Questa la diamo
a Romanini, d’accordo Capitano?”
Faccio un cenno d’assenso e mi accorgo che il dolore
alla spalla è cresciuto invece di diminuire.
Passano le ore e ho la sensazione di avere la febbre, è
caldo ma sento dei brividi ogni tanto che mi scuotono
fino al midollo delle ossa.
Arriva Romanini e gli dico qualcosa per incoraggiarlo.
“Capitano, stia tranquillo, io vado e in un paio di
giorni raggiungo la pista o la costa. Trovo qualcuno e
faccio arrivare un camion a prendervi.”
Mi sorride, si volta, e sparisce dalla mia visuale.
Sento che i ragazzi lo salutano e gli augurano buona
fortuna.
Silenzio.
La spalla mi fa troppo male e mi sembra che nel torace
sia esploso un incendio.
Arriva Franchi “Capitano, come andiamo?”
“Mi fa male Franchi, molto male”.
“Abbiamo due fiale di morfina” mi accenna il tenente.
Valuto un attimo la proposta “Va bene Franchi, almeno
sono sicuro di dormire”.
Barro mi pratica l’iniezione con aria preoccupata.
“Cosa c’è Cesare?” gli chiedo.
“Oscar, quante possibilità ha Romanini di raggiungere
una pista o la costa?”
Ci penso su un attimo “Secondo me ci sono buone
possibilità che possa incontrare qualcuno nel giro di
due o tre giorni. Se entro cinque giorni non vediamo
arrivare nessuno, allora…”
Sento un gran senso di spossatezza e le palpebre che
calano lentamente. Mi sto addormentando.
Solo silenzio e deserto. Il sole picchia forte e scalda
la carlinga.
Chissà dov’è Romanini? Avrà raggiunto qualche pista,
magari il “pistone” di Giarabub.
Osservo la distesa di sabbia davanti a me.
La spalla non mi fa male, la morfina ha fatto bene il
suo lavoro. Provo ad ascoltare le voci dei ragazzi ma
c’è il silenzio più assoluto.
Per un attimo mi faccio prendere dal panico; se ne sono
andati. Mi hanno lasciato qui, da solo, nell’aereo e
loro se ne sono andati.
Forse hanno pensato che fossi morto e hanno deciso di
provare a mettersi in salvo da soli.
Se fossero arrivati i soccorsi mi avrebbero portato via
in ogni caso, vivo o morto.
Sono solo in mezzo al deserto!
Poi riprendo il controllo dei miei nervi.
Conosco troppo bene l’equipaggio del mio Savoia
Marchetti; non mi abbandonerebbe mai, forse non
abbandonerebbe mai nemmeno il mio cadavere.
Staranno dormendo all’ombra delle ali dell’aereo o in
fondo alla fusoliera.
Dormire e stare fermi all’ombra è il modo migliore per
non sprecare liquidi.
Improvvisamente vedo una macchia bianca sbucare da una
duna, proprio di fronte all’aereo.
Una camionetta avanza rapidamente, arrancando sulla
sabbia soffice.
Non è dei nostri. Potrebbe essere inglese.
Potrebbe essere un autocarro Chevrolet del LRDG, gli
scorpioni. Speriamo bene.
Cerco di dare una voce ai miei compagni ma non esce una
sola parola dalla mia bocca. Devo avere la gola riarsa,
non riesco a proferire verbo.
Aspetto. Se ne accorgeranno da soli.
L’autocarro si ferma ad una ventina di metri dall’aereo,
ne discendono due uomini che indossano quella che sembra
una divisa, una sahariana in tela leggera.
S’incamminano nella nostra direzione parlando.
Sono italiani! Bravo Romanini, hai incontrato qualcuno.
Accidenti non riesco a muovermi per fargli dei segnali
di richiamo.
Arrivano sotto la cabina di pilotaggio; se si
allontanano un po’ verso destra possono vedermi.
Sento le loro voci.
“Pensa, dopo diciannove anni, sono ancora qui” la prima
voce.
“Pensi che siano i compagni dell’aviere che abbiamo
trovato novanta chilometri più a nord due mesi fa?” la
seconda voce.
“Credo proprio di sì. Dal ’41 al ’60 abbandonati
quaggiù”.
“Ma come hanno fatto ad arrivare fino a qui?”
“Non so, penso che resterà un mistero per tutti. Un
mistero che questi ragazzi si sono portati nella tomba.
Chiamiamo la base, che mandino qualcuno a prenderli”.
Un pensiero mi colpisce, è un attimo.
Lascio il posto di pilotaggio del mio fedele S79
MM23881.
Finalmente, dopo tanto tempo, lo vedo da fuori, levigato
dal ghibli, le ali distese sulla sabbia e la mitragliera
dorsale puntata verso il cielo.
Vago sul deserto, attraverso il Mediterraneo blu
intenso, risalgo l’Appennino rosso d’autunno, la Pianura
Padana graffiata da aratri e scorgo la mia Trieste che
abbraccia il mare.
Finalmente a casa.
Michele Rocchetta
Estratto da: Orazio Giuffrida, - Buscaglia e gli
Aerosiluranti – Ed. Stato maggiore dell’Aeronautica,
Ufficio Storico, Roma , 1998
Il 21 luglio 1960 i componenti di sua squadra di
lavoro della Soc. CORI Compagnia Ricerche
Idrocarburi, del Gruppo ENI, impegnati in rilievi
geofisici nel deserto libico, rinvengono a pochi
chilometri dalla pista Gialo-Giarabub i resti di su
aviatore italiano. È un mistero in che modo
quest’uomo possa essere finito nell’interno, a circa
400 Km da Bengasi. Nei dintorni non ci sono tracce
di un relitto d’aereo. […] Ma un altro elemento
viene in aiuto di coloro che si impegnano nel dare
su nome a quei poveri resti trovati in pieno
deserto: una chiave con una targhetta metallica
recante t’indicazione: “S79 MM 23881”. Ricerche
immediatamente esperite presso il Ministero
dell’Aeronautica consentono di stabilire che si
tratta di un velivolo silurante scomparso nel 1941
durante un’azione.[…] Trascorrono più di due mesi,
ed il 5 Ottobre, a circa 90 Km. a sud del punto in
cui sono stati rinvenuti i resti dell’aviatore,
viene ritrovato il relitto di un S.79. Nonostante
vent’anni trascorsi nel deserto, il relitto,
protetto dalla sabbia, è in buone condizioni […]
Sulla fusoliera appare ancora evidente il numero di
Squadriglia: è 278. Nelle vicinanze del relitto
vengano trovati resti umani, due berretti, qualche
strumento. I poveri resti vengono recuperati dagli
uomini dell’AGIP e consegnati al Consolato italiano
di Bengasi. […] E’ ormai inequivocabile: si tratta
del S79 MM 23881 del Cap. Cimolini.[…]
Dunque l’aviere Romanini ha marciato per giorni nel
deserto, orientandosi con la pesante bussola
smontata dall’aereo, alla ricerca di una pista a di
un qualsiasi punto dove fosse possibile chiedere
soccorso per i suoi compagni. […] Ma manca ancora
una risposta. Come abbia potuto Cimolini addentrarsi
nel deserto fino a quasi 400 Km da Bengasi.[…]
Le sabbie, il cielo o il vento del deserto
custodiscono la verità sulla sorte di questo
equipaggio di giovani aerosiluranti:
Cap. pil. di complemento Oscar Cimolini, nato a
Trieste d 26/ll/1908;
Ten. vascello oss. Franco Franchi, nato a Fiume il
11/10/1912;
Mar. pil. Cesare Barro, nato a Conegliano Veneto il
16/5/1914;
Serg.Magg. marc. Amorino De Luca, nato a Frascati d
7/2/1915;
1° av. mot. Quintilio Bozzelli, nato a Pistoia il
5/5/1915;
1° av. arm. Giovanni Romanini, nato a S. Paolo
(Parma) il 28/10/1916.