La prima volta che vidi Thunder
fu il giorno in cui andammo a prelevarlo all’uscita di galera.
Era alto, grosso, robusto. Con una testa quadrata e incassata nelle
spalle massicce. I capelli a spazzola, come ogni galeotto che si
rispetti, lo sguardo sfuggente.
Era un pugile di media fama. Non ricordo per quale reato fosse stato
rinchiuso. Forse per una rissa o per qualche pugno in più.
Fu comunque affidato a noi per la riabilitazione completa agli occhi
del mondo.
La nostra comunità si trovava appena fuori città.
Giardini perfetti, casette linde, spazi di divertimento; eppure
lì si celavano, tutti i rifiuti della società. Disadattati,
drogati, ex ragazzi di riformatorio, vecchi galeotti.
Era stato accolto lì persino un ex legionario dall’aspetto
orribile. Per nascondere una cicatrice che gli sfigurava il volto,
si era fatto tatuare la guancia con una figura di pappagallo colorato
che gli circondava pure l’occhio sinistro. Il risultato si
può ben immaginare, ma, all’EDEN, nessuno ci faceva
caso. Perroquet, era questo il suo nome d’arte, lavorava persino
coi bambini nel vicino asilo delle suore. I bambini, si sa, non
hanno pregiudizi e fanno presto a scoprire le sensibilità
nascoste degli individui. Perroquet era un vero artista, dipingeva
i fondali per le recite del “Teatro dei Piccoli”, davvero
famoso in città. E all’EDEN aveva anche un laboratorio
dove, oltre a dipingere, praticava l’arte dei tatuaggi: con
l’ago o con semplici ombretti e matite da maquillage.
I bambini lo avevano ribattezzato Corsaro Nero,per via del suo abbigliamento
sempre scuro e per la sua innata malinconia e, ogni sabato, si recavano
da lui per sfoggiare, nella passeggiata domenicale con i genitori,
un disegnino sempre nuovo sul polso.
Perroquet era una vera attrazione dell’EDEN e gli stessi genitori
dei bimbi erano riusciti ad entusiasmarsi alle sue creazioni. Qualcuno
fra i più ricchi gli aveva proposto di affrescare l’atrio
della sua casa. E altri avevano comprato i suoi quadri. Altri ancora
si erano lasciati tentare dai suoi tatuaggi. Per esempio il padre
e la mamma di Simon si erano fatti tatuare un minuscolissimo cuore
sul lobo sinistro a mo’ di orecchino. In effetti erano, forse,
i genitori più giovani della città.
Ma Perroquet era solo uno dei personaggi particolari dell’EDEN.
La mia casa si trovava al di fuori dei cancelli dell’EDEN.
Come quelle di tutte le mie colleghe. Ognuna di noi risiedeva in
un piccolo cottage con un fazzoletto di terra per giardino. Piccoli
satelliti dell’EDEN, mentre, al suo interno, soggiornavano
solo gli addetti più specializzati.
Il giorno in cui Thunder fece il suo ingresso in comunità,
non si muoveva foglia. Il caldo afoso di fine agosto fiaccava anche
lui.
Passò il tempo.
Thunder venne addestrato al suo stesso ruolo. Esercitava ciò
che gli riusciva benissimo, era questo il programma in uso all’EDEN.
Così era diventato la fidatissima guardia del corpo di padre
Johnson, che, di notte, usciva pere portare aiuto ai meninos de
rua. Alla vista colossale e impressionante di Thunder sparivano
tutti i malintenzionati e padre Johnson tornava a casa sempre soddisfatto,
magari con qualche bambino in più da accudire.
E venne il giorno in cui regalammo a Thunder una bicicletta. Da
allora in poi non passò giorno che non facesse almeno una
scampanellata nei pressi del mio cottage.
Ormai non aveva più lo sguardo assente dei primi tempi: persino
la sua testa sembrava meno incassata nelle spalle. La sua fronte
bassa e rugosa non mi faceva più paura.
Un giorno che stavo per chiudermi alle spalle il cancelletto di
casa, vidi Thunder scendere velocemente dalla sua bici e venirmi
incontro con aria esultante. Fra l’indice e il pollice della
mano destra stringeva qualcosa, ma non feci in tempo a distinguere
nulla perché sparì subito nel palmo della sua mano
possente. Sfoderò il suo sorriso tutto denti di cane e corse
via, di nuovo a cavallo della sua due ruote, strombazzando.
Il giorno dopo avevo indossato una lunga gonna a fiori, molto colorata.
Thunder, sbarrandomi il passo, sembrò gradirla molto e mi
rivolse uno dei suoi dolci sorrisi.
Fece così per giorni e giorni. Capii che voleva dirmi qualcosa,
ma non ne aveva il coraggio. Lo lasciai fare. Non mi sembrava più
così strano. Lo trovavo così delicato… Aspettavo
addirittura con ansia l’ora in cui sarebbe comparso al mio
cancello, col suo sorriso e il suo sguardo. Bastava un’occhiata
fra noi e la giornata scorreva felice.
Seppi che Thunder passava sempre davanti a casa mia alla stessa
ora perché aveva trovato un lavoro all’esterno dell’EDEN
e, un mattino, mi sbarrò nuovamente il passo. Stringeva anche
stavolta, in bella mostra però, l’oggetto che avevo
appena intravisto tempo prima. Era un ciondolino di corallo a forma
di cuore. Rimasi sconcertata. Thunder non disse nulla. Mi sorrise
come sempre e mi porse il piccolo gioiello. Solo dopo che lo ebbe
deposto sul palmo della mia mano,disse indicandola: “S’intona
perfettamente alla tua gonna gialla con quei fiori rossi”.
E corse via, come al solito.
Cercai di non pensare all’accaduto e decisi di attendere gli
eventi.
Il mattino seguente Thunder mi aspettava, tutto azzimato, accanto
al cancello. Aveva parcheggiato il suo bolide poco lontano.
Mi diressi a passi lenti nella sua direzione. Giunta accanto a lui,
gli piantai dolcemente, ma decisamente, gli occhi negli occhi e
gli chiesi:
- Perché?
Mi rispose con una carezza sul viso.
Presi anch’io a carezzargli quel volto spesso e rugoso, ma
in un sussurro, gli dissi:
- Non posso ricambiare. Sono già sposata.
Vidi i suoi occhi dilatarsi e riempirsi di lacrime. Abbassando la
sua grossa testa sul petto, mormorò:
- Perché sei sempre sola, allora?
Con immenso sforzo per non tradire la mia emozione, gli risposi:
- Thunder, il mio Sposo morì sulla Croce molti anni or sono.
Nel mio ordine non abbiamo l’obbligo di portare la veste…
E continuai a carezzar la sua nuca rasata.
- Sei una suora…- mi rispose – La tua gonna a fiori
e il tuo sorriso mi hanno disorientato…
E corse verso la tua bici.
Non rividi più Thunder e non indossai più quella gonna.
Seppi, poi, che il suo lavoro procedeva bene: era stato assunto
da una ditta come caposquadra di vigilanti notturni. Qualche tempo
dopo seppi anche che aveva due bimbi con sé: due meninos
de rua che aveva salvato quando era ancora all’EDEN e che
sua moglie, una formosa contadina del Sud che aveva accettato di
sposarlo, amava e accudiva come se fossero suoi.
Ma non mancò mai, nel giorno del mio compleanno, di ricordarsi
di me. Mi è giunto, sempre puntuale, un piccolo gioiello
a forma di cuore. Ne ho, ormai, una collezione decisamente bella
e preziosa, oggi che festeggio i miei 80 anni. La custodisco gelosamente,
con cura, in uno scrigno: ogni cuoricino ha il suo bravo cartellino
recante scritto l’anno.
Thunder ha oggi 85 anni: esattamente 5 anni più di me.
Domani è ancora una volta il mio compleanno. Mi ha scritto
che verrà a trovarmi. Mi porterà sua moglie, che ha
circa la mia età. Verrà coi suoi figlioli e i suoi
numerosi nipoti. Sarà un giorno felice per tutti. Questa
volta mi ha promesso un cuore d’oro con una croce al centro,
in cui ha fatto incastonare dei brillantini. Dice che teme di non
esserci il prossimo anno e spera che quest’ultimo cuore mi
funga, in qualche modo, da chiave per il Paradiso.
Io ho fatto rinnovare la mia antica gonna a fiori per l’ultima
delle nipoti. E’ di seta. L’avevo riposta insieme al
primo dei cuoricini.
Non vedo l’ora che giunga domani. Nella mia collezione spiccherà
il cuore più bello. Non sarà certo quello d’oro
con la croce di brillanti…
Maria
Palazzo