GIU' PER LA DISCESA

 

Le mani insaponate di fango misto a pagliuzze d’erba, una patina di sudore spalmata su tutto il corpo, mi sentivo una vera barbona in quel luogo silenzioso dove l’unico rumore fino a poco fa era il rombo irregolare della mia macchina. Un rumore asfittico, di singhiozzo malato di motore che stava per esalare l’ultimo ruggito.
Mandavo certi accidenti apotropaici a Lorenzo che se solo gliene fosse arrivato un accenno chissà dove sarebbe ora.
Dove sarà ora Lorenzo? La sua ultima immagine l’ho fissata con la moviola della mente e non la smuovo di lì nemmeno con le cannonate. E’ li’ che deve restare Lorenzo, in quella posizione statica con i nostri panini in mano, uno al prosciutto e uno per lui allo speck. Lorenzo amava il pepe.
L’ultima posizione in cui lo credevo mio, prima che squillasse il telefono di casa.
Nel rispondere lui non ha accennato a un movimento, teneva ancora i nostri panini avvolti nell’alluminio nelle due mani quando ho detto –pronto? pronto? – e giù una raffica di scatti alla cornetta per cercare di capire qualcosa delle frasi smozzicate che mi arrivavano. Percepivo appena: - sono Laura e faccio l’amore con tuo marito da due anni...se non ci credi ti dico che ha una voglia di caffè proprio sull’osso sacro...- ma era il succo di un discorso lunghissimo e articolato che andava avanti quasi per conto suo, con un sottofondo ronzante che non mi faceva capire quasi nulla.
- E’ Laura e dice che fa l’amore con te da due anni e che hai una voglia di caffè sull’osso sacro...- ripetei come un automa con lo sguardo rivolto verso Lorenzo senza fissarlo.
- E chi è Laura? –
Allora lo guardai. Prima di realizzare quanto fosse seppellito sotto una coltre spessa cosi’ di imbarazzo mi accorsi che la sua era una domanda dettata dal ruolo che stava recitando.
Dal profondo delle viscere proruppi in certe grida cosi’ forti, cosi’ laceranti che non credevo nemmeno io di fare sul serio, quando guardando Lorenzo lo vidi portarsi le mani alla faccia e chiudersi la fronte in una morsa d’acciaio.
Non so, credo di non aver messo in moto grandi catene di neuroni in quella circostanza.
So solo che ho afferrato al volo la sacca delle gite già piena di tovaglioli, borracce e frittatine, gli ho strappato di mano i due panini e sono corsa giù per le scale all’impazzata.
Correndo riflettevo su certi segnali di telefonate mute e rientri a notte fonda da parte di Lorenzo su cui non mi ero mai voluta soffermare prima ma che adesso componevano un dolente tracciato che mi compariva a sprazzi davanti agli occhi.
Sono salita in macchina senza riflettere sulla meta. Non sapevo. L’importante era solo andare.
Poi un pensiero ha preso il sopravvento su tutto.
Da tempo Loredana mi diceva di andarla a trovare.
Sbirciando un poco la cartina sommaria della regione sono riuscita a trovare Vivodosso. Dista quaranta chilometri dalla città e non è poi tutto questo dilemma raggiungerlo.
Io sono un'ottima guidatrice di città. Ma quando mi trovo spersa nel vasto mondo mi manca la terra sotto i piedi, un po' come chi, pur sapendo nuotare, si angoscia se non tocca il fondo di sabbia e gli sembra di annegare se sa di avere sotto di sé duecento metri.
In quel momento io ero una nuotatrice che deve vincere un trofeo ma intanto è rincorsa da uno squalo.
Fino al bivio tutto liscio. Ho imboccato l'autostrada, ritirato la cartolina al casello, proseguito ad una giusta velocità senza che nessuno mi strombazzasse dietro, raggiunto l'uscita, pagato e arrivata al bivio sono cominciati i problemi.
Naturalmente l'ispirazione mi ha indicato la scelta sbagliata, l'uscita per Vivodosso non e' segnalata dai cartelli perché Vivodosso è una frazione di Terzani ma io naturalmente non lo sapevo e mi sono ritrovata in un groviglio di svincoli senza sapere quale scegliere, fino a quando su una strada sterrata piena di polvere non mi sono affiancata a un trattore e ho chiesto all'uomo un'indicazione. Si è a lungo sbracciato per spiegarmi la curva a destra dopo il benzinaio passato l'incrocio col semaforo, mi sono persa dietro al suo gesticolare e ho rinunciato a capire.

Poi di colpo, piccolissimo e contorto e' comparso un cartello con su scritto Vivodo…le ultime tre lettere mangiate dalla ruggine. Di fronte a me una vertiginosa discesa quasi verticale. Non sapevo come fare. Istintivamente ho tirato un po' il freno e allora la macchina è andata giu' piano, macinando la ghiaia sotto le ruote.
Ad un tratto ho visto un sottile filo di fumo uscire dal cofano. Il filo si è presto trasformato in una nuvola densa. E poi qualche scintilla ha brillato in tutto quel fumo. Allora con un sobbalzo di sopravvivenza ho aperto lo sportello e mi sono buttata fuori. La macchina ha cominciato a prendere la rincorsa, il freno a mano ha ceduto. Vedevo la mia piccolina correre a precipizio giù per la discesa, dritta verso il bosco di castagni oltre al quale c'era Vivodosso. Era talmente lunga la discesa che a un certo punto l'auto si è inoltrata nel folto della macchia e l'ho persa di vista. Il luogo deserto mi tranquillizzava abbastanza. Ma se dentro al bosco avesse travolto qualcuno?
Istintivamente mi è venuto spontaneo rendermi estranea al fatto, allora ho invertito la rotta. Non potevo. Dentro alla macchina i documenti mi avrebbero sbugiardato.
Il cellulare l'avevo lasciato dentro. Neanche pensare di chiamare Loredana. Per dirle cosa poi…che la mia auto stava venendo giù come una valanga devastatrice e quindi di spostarsi…sarei stata ridicola.
Allora ne ho pensata una che di solito viene in mente ai pirati della strada: denunciare il furto dell’auto poco prima dell’accaduto, in modo da tirarmi fuori con le responsabilità.
Ho iniziato a scendere giù per la discesa. L’aria mi opprimeva, un nugolo di moschini sembrava seguirmi ad ogni passo, la ghiaia scricchiolava sotto i piedi e piu’ di una volta ho rischiato di scivolare. Non si vedeva in giro anima viva. Mi è venuto il dubbio che quello non fosse Vivodosso, ma un paese abbandonato. Magari.
O forse il problema neanche esisteva. Forse la macchina era stata frenata da qualche arbusto e neanche era troppo danneggiata. O forse si era distrutta, ma senza colpo ferire. Almeno però io ero viva.
Alla fine della discesa c’era una fontanella a conca con un secchio dentro. Bevvi un poco ma non avevo sete. Piu’ che altro la gola secca derivava dall’ansia. Mi inoltrai nel boschetto. Dopo poche decine di metri comparvero le prime case. Non una scritta, un’indicazione. Certo, trattandosi di una frazioncina un cartello al di là della salita bastava e avanzava.
Una stradina asfaltata di recente portava su al paese alto. Le prime case erano graziose, tutte a mattoncini, con balconi strabordanti di gerani. Della mia macchina nessuna traccia. Io però cercavo un’indicazione per i carabinieri o la polizia. C’erano incolonnati dei cartelli, ma segnalavano la scuola, un albergo e l’unico ristorante.
Passò una vecchia con una cesta sul capo piena di fichi. Le chiesi della polizia e con un tono gutturale e indecifrabile mi indicò una direzione alla fine del paese.
La strada saliva di nuovo, ma prima di iniziare la salita, si biforcava in una nuova discesa ripida verso la campagna. Alla fine non c’era macchia ma solo prati e qualche raro alberello tisico.
Il comando della polizia si trovava proprio sul belvedere.
Pensai che forse era opportuno che mi facessi viva con Loredana, ma non sapevo il suo numero a memoria e non mi andava di chiedere di lei in giro.
Percorsi la breve stradina che portava su in alto. Lungo il percorso incontrai solo un bambino che giocava con un cane vecchio che non ce la faceva a corrergli dietro. Il bambino mi salutò e mi chiese dove stessi andando. Io gli sorrisi senza rispondere.
Un senso di rigenerazione andava dilatandosi in tutte le mie fibre, erano passate solo poche ore da quella mattina in cui in breve tempo avevo perso marito, auto, documenti , telefonino e pranzo per il picnic ma sentivo una grande forza prendere possesso della mia nullità e sostituirsi ai pezzi mancanti.
Entrai nella guardiola della polizia. C’era un agente che faceva le parole incrociate su una rivista vecchissima e piena di orecchie.
Pigramente si alzo’ chiedendomi le generalità e senza ascoltarmi mi fece entrare.

Il commissario leggeva anche lui mangiando un diplomatico alla crema. Quando entrai non si accorse subito di me. Io chiesi permesso e lui si pulì velocemente dallo zucchero a velo. Ma gli rimase lo stesso la bocca tutta bianca e si vedeva che lo sapeva ma non poteva fare granchè per pulirsi meglio. Avrebbe dovuto tirare fuori uno specchietto e un fazzoletto di carta ma ovviamente non poteva.

Imbarazzato mi chiese come mai mi trovassi a Vivodosso a quell’ora e cosa ci facessi.
Allora cominciai a spiegargli della visita alla mia amica. Poi mi venne in mente li’ per li’ una scusa bellissima. Gli dissi che assetata avevo lasciato la macchina alla fine della discesa. Mi ero fermata a bere e tornando non l’avevo piu’ trovata. Era sparita in pochi minuti.
Il commissario consultò brevemente un piccolo manuale consumato e poi chiamò l’attendente. Stese a macchina un rapido verbale con i miei dati e il riassunto dell’accaduto. Poi mi disse che alle prime notizie mi avrebbero chiamato. In un angolo del tavolo c’era una guantiera con altre paste. Me ne offri’ una e spiegò che in quel cavolo di paesucolo non succedeva mai niente, al massimo la sparizione di qualche gallina o pecora, e già un furto d’auto era qualcosa di straordinario.
Nonostante il commissario fosse un tipo giovane, bonariamente piacente, che portava la divisa in maniera quasi sciatta, come fosse un accappatoio buttato sulle spalle, sentivo il cuore scoppiarmi nel petto. Se ci fossero stati dei morti.
Se tutta quella bonaria semplicità del commissario fosse stata una finta per tenermi buona e catturarmi alla prima defaillance.
Non poteva essere sparita così la mia auto. Una specie di bomba lanciata verso l’abitato, non poteva non aver causato qualcosa. Pensavo che si notasse il mio imbarazzo, ma lo sguardo del commissario era semplice e diretto, quasi incuriosito nei miei confronti.
Non sapevo piu’ se preoccuparmi per Lorenzo ormai andato al suo destino o per una presunta strage. La verità era che, tra due catastrofi presunte, non riuscivo veramente a preoccuparmi. Era come se due preoccupazioni si annullassero a vicenda.
Io e il commissario parlammo un po’. Era raro che arrivasse un forestiero in quello straccio di paese. La gente neanche usciva , specie d’estate, quasi tutti vecchi, e quei pochi giovani erano tutti a rincitrullirsi davanti a internet. Una morte civile.
Mi guardava quasi ravvivato il commissario. Una traccia di zucchero a velo ancora adombrava il suo sorriso simpatico. Io non avevo il coraggio di dirgli nulla.
Mi chiese se poteva offrirmi un caffè.
Scendendo giù per il belvedere c’era un piccolo bar. Mi spiegò che d’estate gli abitanti di Vivodosso da trecentocinquanta passano a cinquecento, ma durante il resto dell’anno il bar e il ristorante facevano la fame e rischiavano di chiudere.
Si era fatta l’una e io non sapevo proprio dove andare. Non mi sentivo di chiedere al commissario di Loredana, volevo rimanere in incognito in quel pigro paesino ridente e fuori dal mondo.
Il commissario mi invitò a pranzo con lui. Non riuscivo a dirgli mai di no, indipendentemente dalla mia situazione critica, sentivo che quell’uomo dai modi semplici aveva il potere di disarmarmi sempre.
Il ristorante si trovava su un piccolo altipiano che dominava la vallata. Una grande terrazza, sprecata per quei pochi clienti occasionali, con tavoli apparecchiati in rosa di fiandra, bicchieri e posate doppi. Eravamo gli unici clienti. Il commissario sapeva che non avevo soldi dietro ma disse di non preoccuparmi.
Disse che lo dovevo chiamare Filippo e si presentò dandomi bruscamente del tu. Non era di Vivodosso, ma di un paesino del sud, risiedeva là ormai da quindici anni.
Ogni tanto mi lanciava uno sguardo limpido e penetrante con cui sembrava scrutarmi nelle mie vere intenzioni. Io abbassavo il mio sicura di passare per pudica, mentre invece la mia non era pudicizia, ma paura di essere scoperta.
Tutto si accelerò in poco tempo. Il vino della casa fece il resto.
Io ero troppo condizionata, troppo in soggezione per la mia presunta malefatta e non avrei mai saputo difendermi. E poi comunque Filippo mi piaceva. E lui sapeva anche di piacermi. Non so. Forse se non mi fossi trovata in una condizione di inferiorità e di recente cornificazione non so come sarebbero andate le cose.
Non ho mai vissuto l’evolversi cosi’ rapido di una passione. Il nulla, la sterminata distesa della giornata vuota, la calura, la visita a Loredana andata in fumo, mi spinsero verso quell’uomo così semplice e affascinante, quasi simbolo di quel luogo.
Credo che l’incontro con una persona accada sempre in un momento propizio. Non si possono amare persone sbagliate se incontrate in momenti sbagliati. Le persone da amare sono date da un mix di piacevolezza fisica, situazione favorevole e stato d’animo docile.

Mi portò a casa sua. Viveva da tempo separato dalla moglie, lasciata laggiu’ al paesino del sud, senza figli e con un gatto siamese che gli teneva compagnia.
Era un siamese campagnolo – di solito i siamesi li immaginiamo magri e sofisticati – invece questo era tarchiato, forte, accanito cacciatore di topi.
Non pensavo piu’ che fosse un commissario di polizia. Veramente mi era parso fin dall’inizio un po’ fuori ruolo, ma ora appariva nella sua vera veste di piacevolezza unica e introvabile, come tutti gli uomini che si sono amati sul serio.
Non pensavo piu’ che forse avevo provocato dei morti o dei feriti. La mia ansia si stemperò del tutto nel grande letto di paese con la testata in ferro battuto e il lavamano di ceramica in un angolo. Ero veramente fuori dal tempo, in un luogo misconosciuto, con un uomo che mi aveva ammaliato in poche ore, amanti di breve rodaggio, in un’intimità accelerata senza precedenti.
L’immagine di Lorenzo era un riflesso tremolante d’acqua agitata da un sasso.
Dopo il lungo silenzio che segue gli amplessi piu’ sconcertanti parlammo un poco. Io fui quasi per rivelargli tutto in un momento di tenerezza estrema, fui li’ li’ per dirgli dell’incidente. Però mi accorsi subito che quando provavo a introdurre il discorso, accennavo appena a un timido “ti vorrei dire...” lo vedevo subito adombrarsi e cambiare rapidamente discorso.
La mattina dopo mi risvegliai in quello stesso letto, con la sensazione di aver tutto risolto, mentre invece pensandoci bene mi trovavo immersa in un vischiosissimo senso di colpa che non mi spariva di dosso.
Filippo era al lavoro e io dovevo in qualche modo definire quella specie di limbo angosciante. Là fuori la vita rarefatta scorreva serena, senza ombra di qualcosa che interrompesse quell’apatia esistenziale. Una donna passò di buon ora a riportare camicie e biancheria lavate e stirate. Non si meraviglio’ della mia presenza, mi sorrise senza parlare e se ne andò subito.
Ero decisa ad andare a fondo. Mi sarei data d’attorno a cercare la macchina, entrare nelle proprietà dei contadini, se era il caso, darmi da fare a cercare, cercare, senza sosta, a costo di rendermi insopportabile.
Filippo tornò all’ora di pranzo per portarmi di nuovo al ristorante. Era troppo felice di avermi là con lui, di aver trovato una compagna con cui farsi vedere insieme.
Io non avevo altri vestiti oltre a quello che portavo e l’unico negozio di abbigliamento del paese era un emporio di cose dozzinali e casalinghe. Mi portò con la macchina al paese vicino e io scelsi una gonna con sopra una maglia semplice, senza nessuna pretesa. Rimase a lungo con me.
La ricerca l’avrei fatta nel pomeriggio.
Quando se ne andò al lavoro pioveva forte. Un temporale estivo che rischiava di mandare all’aria il mio piano. Ma io me ne infischiai.
Uscendo portai l’unico ombrello che trovai, di quelli verdi enormi da campagna.
Non sapevo proprio da dove cominciare. L’aria si stava purificando, sembrava una sottile lastra di vetro dopo un lavaggio energico, brillava di luce diffusa, la luce di un pomeriggio estivo inoltrato.
Camminai per molto tempo. Intorno a me si estendevano ettari sconfinati di prati. Il boschetto di castagni era l’unica macchia di verde della zona e l’avevo già battuto palmo a palmo. A parte qualche dislivello del terreno non c’era nulla di particolare.
A ripensarci non era molto naturale una certa cunetta che avevo notato proprio davanti a un tronco tagliato.
Visto che non avevo alternativa alla monotonia esasperante che mi circondava, pensai bene di tornare nel boschetto.
Il dislivello si estendeva in un’area circolare di due o tre metri. Era un’area quasi perfettamente rotonda. Forse era servita in passato per qualche picnic con barbecue.
Passandoci sopra sentii i mie passi rimbombare. Sotto era vuoto.
Con un pezzo di legno scavai sotto la terra. Dopo circa uno strato di dieci centimetri c’era una lastra di legno. Scavando meglio in estensione vidi che tutta l’area era lastricata di legno. Listarelle di legno attaccate l’una all’altra tappezzavano tutto il terreno. Sembravano messe di recente e nemmeno tanto stabilmente.
Provai a sollevarne una, poi un’altra. Guardai sotto. Buio totale. Ne tolsi altre tre o quattro. Nel chiarore della luce pomeridiana vidi brillare qualcosa di rosso.

Scostai altre quattro o cinque assi e in tutto il suo splendore mi apparve la mia auto, piccolina e quasi rannicchiata in fondo alla botola. Non era un grande salto, forse un metro e mezzo. Con un breve slancio mi buttai.
Non era neanche tanto danneggiata. Evidentemente alla fine della discesa aveva imbroccato pari pari la botola. Lo strano era come mai si fossero affrettati subito a ricoprirla con le assi di legno.
Oltre il piccolo spiazzo dove si trovava ancora la macchina, la botola proseguiva in un corridoio lungo e stretto. Rabbrividendo pensai bene di proseguire.
Il silenzio ovattato pulsava come in un barattolo sotto vuoto. Non ero di molto sotto terra, eppure provavo un’angoscia indicibile.
Percorsi pochi metri, laggiù, dove sembrava finire il corridoio, invece sulla destra si apriva una specie di nicchia e alla flebile luce che riusciva a penetrare vidi luccicare una fila innumerevole di canne di fucile. Ce ne saranno stati, senza esagerazione, qualche migliaio. Forme diverse, piu’ o meno allungate – io non mi intendo di armi – campeggiavano ordinate in varie rastrelliere allineate sulle pareti di tufo.
All’improvviso la chiarezza della situazione mi travolse. Non osai pensare a come avrebbe reagito Filippo se l’avesse saputo. Ma qualcosa dentro di me mi suggeriva che tutto e niente sarebbe cambiato.

Tornai da Filippo che mi accolse con i suoi modi giocosi e innamorati.
Quando gli rivelai di aver ritrovato la macchina mi strinse a sè e mi confesso’ che se avesse provato a reagire raccontando tutto alle autorità quelli del giro l’avrebbero certo ammazzato e che doveva giocoforza accettare una situazione già consolidata , quindici anni fa, prima del suo arrivo, ma che non aveva potuto far nulla per cambiare.
Io mi strinsi a lui sentendo di amarlo veramente. Qualcosa si era finalmente sciolto. Qualcosa che alla lunga si sarebbe incancrenito magari rischiando di dividerci.
Da allora mi sono trasferita definitivamente a Vivodosso.
Ho saputo per vie traverse che Lorenzo qualche volta è passato a cercarmi ma, dato che i vecchi del paese sono tutti solidali con Filippo, nessuno gli ha svelato il mio nuovo domicilio
Vivo con Filippo e nulla si è piu’ definito da allora. Condividiamo questa nostra complice impotenza di non poter cambiare nulla di ciò che in un tempo passato è stato disposto da autorità piu’ o meno costituite. Non è uno stato esaltante, lo so, a volte mi sa di placido adattamento strettamente imparentato con la vigliaccheria, ma esorcizzo tutto ciò se solo ripenso a quanto dolore ho evitato.
La mia automobile è ancora seppellita laggiu’, insieme alle armi, ai documenti e a tutta la mia vita passata.

Isabella Giomi

 

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