BUON COMPLEANNO, NADIA

 

Nadia e i suoi pensieri sono in macchina, ammassati dietro due occhi. Velocità di crociera, strada deserta, freddo cane sul parabrezza, cuore in disuso nel petto.
Tre fari illuminano la strada che ha davanti: due arrivano dalla vettura, l’altro dal cielo. La marmitta rotta vibra sotto la macchina, muove il silenzio dei campi.
Quella macchina è un ronzio notturno, un alveare di vita.
Da un’ora e quattordici minuti Nadia ha 35 anni, ma ha già deciso che non ci farà caso, se ne preoccuperà solo domani. Ciò che vuole fare da qui all’alba è recuperare la figlia, tornarsene a casa e dormire almeno 5 ore, prima di andare al lavoro.
Se ne avesse il tempo svolterebbe volentieri verso il primo paese, al primo bar sulla strada, e senza nome addosso e senza tempo intorno farebbe un bilancio sommario della sua vita, facile come fare due più due. Sarebbe bello lasciarsi andare, lasciarsi cadere, magari in un bel pianto liberatorio, da quant’è che non lo fa? E invece guida, assorta e silenziosa; di svoltare non se ne parla.
In fondo più che il tempo le manca la voglia, di darsi per vinta.

La macchina rallenta, svolta a sinistra, parcheggia davanti a una casa. Grazie a dio è arrivata.
Nadia esce in un balzo, il freddo le piomba addosso quasi aspettasse lei da ore.
«La madonna, che freddo».
Le sue gambe sode corrono veloci sui gradini, il volto infilato sotto la sciarpa, tra le spalle. La porta si apre ancora prima che lei alzi lo sguardo.
«Ciao Nadia».
«Brrrrr. E’ pronta mia figlia?».
«Puoi anche salutarmi, nessuno lo vieta».
«Ciao Massimo. Allora, è pronta?».
«Sì, nostra figlia è quasi pronta».
«L’aspetto in macchina allora. Dille di sbrigarsi».
«Puoi entrare, se vuoi».
«DILLE DI SBRIGARSI», e solo dopo averci pensato qualche secondo aggiunge un «CIAO» svogliato di commiato.
Nulla sarà come prima, lo sanno entrambi.

Nadia è di nuovo in macchina. Settantaquattro chilometri orari mantenuti con noncuranza.
I pensieri che aveva in testa all’andata sono svaniti tutti, tutti a parte uno. Uno è rimasto, anzi si è materializzato, in carne ed ossa. Si chiama Alice, siede accanto a lei.
«Allora? Com’è andata oggi a scuola?». «Bene».
«La prof di storia ti ha interrogato poi?». «No».
«Come mai?». «Chiedilo a lei».
La marmitta si intromette nel loro parlare, sempre che sia parlare questo. Nadia prova a forzare un dialogo, lo fa spesso, e altrettanto spesso si arrende dopo poche battute al silenzio. Prova a sbirciare la faccia della figlia, ma Alice guarda fuori dal finestrino, gioca a nascondersi, al solito.
«Ma che, sei arrabbiata?». «No».
«E’ successo qualcosa con Massimo?». «No, non è successo niente con papà».
«E allora perché quel muso?».
Alice è un lucchetto di cui Nadia ha perso da tempo la chiave.
«Me lo dici il perché di quel muso?».
Un lucchetto, che questa volta inspiegabilmente si apre.
«Ti sembra questa l’ora di arrivare?».
Clac. Nadia non sa se essere felice di aver scassinato la figlia o triste per aver iniziato un litigio.
«Avevo il turno in croce rossa, non ricordi? E sai com’è lì, non puoi smontare a mezzanotte spaccate se sei in giro».
«Almeno potevi entrare un attimo in casa».
«Ma dai, eravamo di fretta».
«Sì, ma l’educazione non ha orari».
Nadia avverte in sé quel senso fastidioso di colpa, maledetto peso che stringe il cuore. Non vorrebbe scusarsi, stanca com’è di dover essere sempre lei a capire il mondo e mai viceversa. Non vorrebbe fare in continuazione passi indietro, per una volta vorrebbe farne cento avanti. Ma sa che non si può, soprattutto con Alice.
E allora le basterebbe passare oltre, semplicemente: oltre ai litigi, oltre ai silenzi della figlia, oltre al mutuo da pagare, oltre al lavoro che fa schifo. Passare oltre a tutto e concludere la giornata con un bel sorriso della sua Alice, quattro chiacchiere fra donne magari, un po’ di complicità, un pizzico d’intesa, non chiede molto, soltanto un momento facile.
«Lo sai come sono fatta, Alice».
«Eh, lo so sì».
«Mi ci vuole ancora un po’ di tempo».
«…».
Notte, freddo, silenzio.
Il lucchetto s’è richiuso, chissà quando si aprirà di nuovo. Nadia dà un occhio alla strada ed uno alla figlia, vorrebbe far pace, o meglio vorrebbe non dover far niente. Mezzo occhio alla strada e quasi due alla figlia, sente di dover far qualcosa, qualcosa di affettuoso per esempio.
Nadia dunque stacca un mano dal volante, lo sguardo che segue il gesto, il corpo intero teso su quelle dita. Una carezza alla figlia.
Alice prima si nega, poi solleva la testa, forse imbarazzata, infine urla.
«ATTENTAAA».
Due fari su un cane, due fari su un campo.
Senso di vuoto. Tempo in sospensione. Cuore in gola.
Terra - Primo scossone - Sterzo - Secondo scossone - Terrore negli occhi - Palo in mezzo al niente - Propulsione in avanti - Vetri - Sangue.
Freddo.
Silenzio.
Notte.
**
«Ste».
«Mmm».
«Dormi?».
«Sì».
Giada sorride,
«Scemo».
Stefano la fa sempre ridere, è un ragazzo simpatico.
«Sai se è avanzato del caffè in cucina?».
Stefano si solleva dalla branda,
«Cos’è Giada? Un modo gentile per dirmi che ne vorresti una tazza?».
«Saresti un angelo».
«Mmm. Più cretino che angelo, direi. Ma vado».
Stefano Pisano, 26 anni, fuori corso al quinto in Scienze Politiche, da 6 in Croce Rossa, da 1 autista di ambulanze, si alza dal letto.
Giada lo osserva sorridendo,
«Macchiato caldo, grazie».
Stefano non si volta, apre la porta.
«Un biscottino no?».
«Un biscottino sì».
Stefano attraversa il corridoio. Il turno di notte è il più massacrante di tutti, sballa orari e sonno. Supera l’ingresso, saluta Arturo, incrocia Ilaria che dice «Comportatevi bene di là» prima di sorridergli: tutti in Croce sanno che lui ha un debole per Giada.
Si sofferma un attimo sulla bacheca dei turni, scorre le giornate controllando quando gli capiterà nuovamente la notte, Lorenzo gli passa a fianco, lo tocca dentro.
«Pisa, com’è andato l’esame?».
«Eh, è andato. 18».
Lorenzo gli molla uno scapaccione scherzoso, gli stringe il braccio con le sue mani da operaio, «Studia invece di correre dietro alle ragazze».
Stefano incassa, e sorride nel rossore delle sue guance.
**
Nadia ha il volto piegato da un lato, rivolto in basso verso il freno a mano, le braccia scivolano inermi ai lati del sedile. Sembra stia cercando qualcosa cadutale dalla mano, invece è svenuta. Un rivolo di sangue le scende lento dallo zigomo, mentre i capelli neri le invadono parte del viso.
La luna si intromette nel buio della vettura, crea un gioco di luci e ombre che non si addice all’ora. Il freddo penetra attraverso il parabrezza rotto, solletica il risveglio.
E infatti le sopracciglia di Nadia si muovono, di scatto, in un impulso improvviso di vita.
Solleva le palpebre, muove la testa riportandola su.
Pensiero numero uno: che è successo?
Pensiero numero due: Alice.
Sbarra gli occhi, ruota il capo verso il lato passeggeri, una fitta al collo le blocca il movimento ma non lo sguardo che giunge al sedile, vuoto.
«Alice?».
Prova a muoversi ma la cintura di sicurezza le impedisce ogni gesto. Le mani tremano, fatica a slacciarla,
«ALICEEEE»
grida con voce tremolante.

In quindici anni di pronto soccorso ne ha visti di incidenti, ne ha soccorse di persone. Rosso Uno Sierra, quante volte l’ha sentito questo codice. Rosso Uno Sierra. Quante volte s’è alzata dalla branda, «MSA in due minuti» e poi via, al volante di un’ambulanza. Il pelo sullo stomaco le è venuto col tempo, volente o nolente le è venuto.
Ora si ritrova dall’altra parte della staccionata, ferita e atterrita. La paura le blocca il respiro, le impaccia le mani.
Il protocollo Nadia, fai mente locale, respira a fondo e poi usalo, il protocollo.

La portiera rantola tra le sue mani, il piede sinistro affonda nel fango, il destro si immerge in una pozza. «ALICEEE». Nadia spezza il silenzio della notte, il suo respiro crea nuvole d’acciaio, indurite dal freddo e dalla paura. Arranca nella palta tenendosi alla vettura, movimenti impacciati e violenti. Il braccio destro le pulsa di dolore, fitte intense come tuoni.
Intravede il corpo di Alice, dista dalla macchina qualche metro, immerso in parte nella melma. Nadia ci si avventa, scivola, prosegue a carponi resistendo al male.
«Alice, bambina mia».
Non sa se girarla, non sa se toccarla, non sa più niente. Prova solo a sentirle il battito del cuore tastandole il collo ma le mani sono piene di fango, non hanno sensibilità.
Come se fosse stata svuotata di ogni conoscenza, di ogni sicurezza, e la paura si fosse impadronita completamente di lei. «Alice, mi senti?» singhiozza sul corpo inerme della figlia.
Irriconoscibile, Nadia.
Secondi eterni passano su di lei, su quel campo violato, mentre il freddo le intorpidisce le mani, le gela il sangue. Presagi macabri aleggiano su quei due corpi, la notte puzza di fango e morte.
Quanto dista l’inferno da lì?
**
Stefano maneggia la caffettiera con disinvoltura, le sue dita lunghe da pianista si muovono sul piano di lavoro bianco.
«CHI S’E’ FREGATO IL CAFFE’?».
«Non se l’è fregato nessuno, è qui».
La voce di Giada è un po’ come l’inizio della primavera.
Lui si gira, le sorride. Il cuore parte al trotto.
«Sei venuta a farmi compagnia?».
«Non dovevi metterti a farne del nuovo, Ste».
«Quell’altro ormai era freddo».
Stefano osserva la ragazza prendere il barattolo dal tavolo, avvicinarsi a lui e con molta dolcezza dirgli:
«Lascia dai, lo faccio io. Sei stato carinissimo».
Stefano vorrebbe dire qualcosa, ma non dice niente.
Osserva solo i boccoli neri di Giada muoversi lenti sulle tempie, la bocca sorridere leggera, gli occhi vispi regalargli uno sguardo che parla da solo.
Quanto dista il paradiso da lì?
**
Nadia è in lacrime. Il suo carattere forte e tenace è crollato inspiegabilmente, di fronte all’ennesima avversità. Come se fosse arrivata al limite e in lei non ci fosse più energia da bruciare. Osserva la figlia, non sembra in grado di poterla aiutare in nessun modo: e invece saprebbe fare esattamente ciò che serve fare in una situazione del genere.
Poi
dal niente
capita
qualcosa.
Capita che una nuvola si sovrapponga alla luna, così, dal niente, notte stellata e una sola nuvola a rompere il cielo. Capita che cali il sipario, la luce vada giù.
Il mondo le abbandona definitivamente, la vita scivola via.
Sembra il preludio a una resa definitiva, e invece è l’impulso alla grinta assopita.
La luna si spegne, si accende Nadia.
«Resta qui non ti muovere».
In una scossa di rabbia balza in piedi, e correndo e scivolando e gattonando con una mano si riporta alla macchina, la percorre a ritroso, rientra nell’abitacolo, a tastoni trova il cellulare.
La luna riappare, ma è troppo tardi.
«Servizio 118».
«Ho fatto un incidente. Mi trovo sulla statale EsseUndici, tratto Trecate-Novara, poco dopo la discoteca Celebrità. Sono uscita fuori strada invadendo la carreggiata opposta, direzione Trecate, ho colpito un palo. Io sto bene ma mia figlia Alice di 16 anni è stata scaraventata fuori dal parabrezza., E’ incosciente e sospetto fratture multiple. Fate più in fretta che potete».
«Stia calma, arriviamo subito. Mi servono i suoi»«Nadia Santoni. Mi chiamo Nadia Santoni».
«Partiamo immediatamente».
Prende il cellulare e se lo mette in tasca.
Durante la conversazione ha camminato fino a giungere nuovamente da Alice, le si inginocchia accanto. Pulisce l’indice e il medio col maglione, si infila le due dita in bocca per scaldarle velocemente - odore aspro di terra, di vita - infine le appoggia sul collo della figlia.
Qualcosa di debole le pulsa sui polpastrelli, quel tanto che basta per riconoscerne un battito.
«Tieni duro Alice, adesso arrivano».
Si sfila con difficoltà il giubbotto, lo pone con cura sulla figlia. Sa che è meglio non muoverla.

Capita.
Capita che la MSA sia impegnata in un altro servizio e che debba essere la MSB ad uscire su un R1S: nessun medico, nessun infermiere 118 a bordo. Solo tre volontari, figli della loro esperienza.

«Base per un R1S! Hanno fatto il nome della Nadia!» e mentre Ilaria conclude la chiamata in filodiffusione e Stefano si alza dalla sedia e Giada poggia la tazzina, il nome di Nadia comincia a balzare di bocca in bocca.
«E’ NADIA! NADIA HA FATTO UN INCIDENTE!».
L’organizzazione efficace della Croce Rossa viene violata da questa notizia, i gesti solitamente veloci e puliti dei volontari diventano frenetici, scomposti. Giada corre fuori,
«FORZA FORZA FORZA»
Stefano le è dietro.
Le portiere sbattono, l’ambulanza parte a razzo.
La sirena viene azionata un attimo prima del solito, si porta via le voci e i pensieri di tutti.
La Croce Rossa rimane stranamente in un silenzio irreale.
**
«A quest’ora l’ambulanza è già partita, Alice, sono già in strada. C’è Stefano di turno stanotte, l’ho incrociato prima di andarmene, lui è una freccia al volante».
Si è pulita del tutto una mano, e con questa accarezza i capelli di Alice. Il suo battito è regolare, il respiro flebile ma presente.
«Siamo finiti in un codice rosso, Alice mia. Un bel codice rosso. Trauma stradale, un classico dei turni di notte».
Le viene una voglia isterica di piangere, ma ingoia a forza le lacrime, sospira la sua forza.
«Domani ci rideremo sopra, vedrai».
L’ambulanza sfila tra le macchine, vola su un incrocio. Nadia socchiude gli occhi, li riapre.
L’ambulanza grida tra i palazzi, illumina i lampioni. Nadia respira una preghiera.
Si inizia a sentire qualcosa nell’aria, un eco sommesso di vita, un urlo simmetrico impadronirsi del vento, piegare la paura. Nadia si sistema dietro la testa di Alice, le immobilizza il capo mantenendolo in posizione, inizia a chiamarla ad alta voce, per verificarne lo stato di coscienza.
L’ambulanza piomba sulla scena. Frenata brusca, Stefano blocca la vettura in posizione di sicurezza, Giada e Carlo balzano fuori come gatti. Il protocollo.
Il faro dell’ambulanza viene puntato verso il prato, ed ora illumina in ordine sparso una macchina una figlia una madre due schiene di volontari.

«Non risponde agli stimoli, Giada».
«Adesso ci siamo noi, Nadia».
«ALICE MI SENTI?».
«Ci pensiamo noi, ora».

«Vie aeree libere».
«Respirazione presente».
«Confermato battito».

Giada collega il bombolino di ossigeno, mette al massimo il flusso, posiziona la maschera.
«Pupille isocoriche, isocicliche e normoreagenti».
Stefano le collega il saturimetro portatile ad un dito.
«Saturazione a 85. 115 bpm».

Stefano e Giada prendono dall’ambulanza la barella a cucchiaio, l’asse spinale, i cuscinetti di contenzione capo, il ragno.
Carlo è sempre alla testa di Alice, Nadia fa coraggio alla figlia.

Alice è sulla barella a cucchiaio.

«Spostiamola sull’asse, ora».
«Al mio tre. Uno-due-TRE».
Barella a cucchiaio sull’asse spinale.

«Di nuovo al tre. Uno-due-TRE».
Alice viene sollevata dai tre volontari, coadiuvati da una Nadia generosissima. La ragazza è stata immobilizzata ed ora galleggia nel freddo, sospesa da otto mani tenaci e sospinta da un cuore di madre che le viaggia accanto. Il freddo si mischia al sudore, la notte ora è una luce azzurra lampeggiante, la paura si scioglie nella fatica.
Giungono all’ambulanza, caricano l’asse spinale sulla barella.
«Salta su, Nadia».
Stefano parte a razzo verso il Pronto Soccorso di Novara, la sirena esplode dopo pochi metri.

Tornerà il freddo, e il silenzio, e la notte. C’è una macchina lì in mezzo al prato.
Rosso-Uno-Sierra. Nadia ora sa cosa si prova a stare dall’altra parte.

Giada inizia a medicare Nadia, ma Alice conferma subito il suo presunto trauma cranico attaccando a vomitare a getto. Carlo e Giada inclinano perpendicolarmente l’asse spinale, Alice vomita di traverso, Nadia scoppia in lacrime.
«NON MI CROLLARE PROPRIO ADESSO, NADIA» le grida Carlo imbrattato di fango e vomito.
«E’ stata tutta colpa mia».
«Non è vero, e lo sai».
Stefano sterza, frena, lì dietro si fanno i numeri, Nadia singhiozza dentro rimorsi che le allagano il cuore.
«Avrei dovuto essere più prudente».
«E’ stata una disgrazia».
«Avrei dovuto tirare dritto. Fottuto di un cane».
Nadia è in lacrime, Carlo prova a rincuorarla.
«Andrà tutto bene, ok?».
Lei ha la testa tra le mani, non sa darsi pace.
«Mi hai sentito? Andrà tutto bene».
«Ok».
«Forza, ripetilo con me. Andrà tutto bene».
Nadia solleva il capo.
«Andrà tutto bene».
«Brava, così. E poi oggi non è mica il tuo compleanno?».
Tra un singhiozzo e l’altro Nadia balbetta un
«Sì».
«E allora hai un desiderio da esprimere. So che lo userai bene».
Carlo prova a sorridere, anche se è difficile.
Un desiderio da esprimere.
Nadia ha una visione nostalgica dei suoi antichi compleanni, quelli in cui chiudeva gli occhi ed esprimeva un desiderio, quelli in cui l’innocenza era ancora abbastanza da farle credere nella vita, e non maledire come farebbe oggi. A quei tempi gonfiava i polmoni, spazzava via la luce delle candele e nell’applauso generale di mamma papà e nonna il suo corpo si riempiva di gioia.
Alice ha un nuovo getto, Nadia torna nell’ambulanza. E con una cattiveria simile a una resa dice:
«Non vedo candeline, Carlo. E i desideri non funzionano senza di loro».
Il gelo piomba su loro. Nadia si sente finalmente libera di incolparsi e maledirsi e piangere e disperarsi, Giada sente le lacrime e lo sconforto raggiungerle gli occhi.
Carlo invece toglie una mano dall’asse spinale, la infila in una tasca, vi fruga con decisione, vi estrae qualcosa e con una determinazione che sembra cattiveria ringhia:
«Soffia».
Ha tra le mani un accendino, lui accanito fumatore. Nadia solleva lo sguardo, un volto deformato dalle lacrime. La fiamma dell’accendino le balla davanti.
«Esprimi un desiderio, Nadia. E soffia. Se non credi tu in tua figlia non ci può credere nessuno».
Nadia e Carlo si guardano in faccia, o almeno ci provano sballottati come sono dai movimenti dell’ambulanza.
Nadia osserva Carlo quasi con odio, osserva quella candela a forma di accendino che vibra davanti a lei, Alice vomita nuovamente ma questa volta Nadia ci vuole credere.
Potrebbe decidere di non soffiare, ma decide di crederci.
Il petto si gonfia, la bocca soffia il suo desiderio. L’aria - o il dito di Carlo - fanno il resto.
Un’ambulanza, quattro volontari, una ragazzina sulla barella, e un accendino spento.
L’ambulanza corre verso il Pronto Soccorso.
«Buon compleanno, Nadia».

Mattia Mazzali

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