Centinaia
di persone si accalcavano sulla litoranea di Badesi Mare.
L'autista dell'Alfa pigiava sul clacson e agitava una paletta
attraverso il finestrino, ma nessuno pareva accorgersene.
Al vociare della folla si mescolava il frastuono della risacca.
Due carabinieri, di guardia all'ingresso del Villaggio turistico
“Le Dune”, aprirono un passaggio a spintoni e
colpi di fischietto. «Il Sostituto Procuratore Bartoli»,
sussurrò uno dei militi.
Il compagno s'irrigidì nel saluto militare: «Non
è dell'Isola».
«Trasferito il mese scorso da Milano».
L'Alfa salì di giri affrontando la salita e si fermò
con stridio di freni davanti al corpo centrale del Villaggio.
Aristide Bartoli, in giacca blu malgrado il sole d'agosto,
scese dall'auto. Nei locali lo attendevano il maresciallo
dei carabinieri e un giovane in calzoncini da surf.
«Tiddia, a disposizione», disse il primo. «Le
presento Alfredo Tommasi, direttore del Villaggio».
Alfredo, pallido sotto l'abbronzatura, si stropicciava di
continuo le mani. «Doveva succedere a ferragosto, con
mille e cinquecento turisti che si aggirano per il villaggio.
Una pubblicità negativa incalcolabile!»
«Un macello, dottore, un vero macello!», aggiunse
Tiddia.
Il PM non si scompose. «Chi di voi mi spiega i fatti?»
«Cielo! È come se qualcuno avesse sgozzato il
maiale!»

Sono
sbarcato alle “Dune” il 3 di agosto, aspettandomi
orde di buzzurri
in libera uscita, cibi precotti e scotti, animazione petulante
e facilona. Invece ho trovato il Miniclub, cui appioppare
un figlio di due anni goffo come una foca, e tante signore
disposte a spettegolare con la mia, lasciandomi libero di
dormire, leggere, uscire in mare secondo capriccio.
Al ristorante “Il Capraro”, poi, servono cucina
sarda: sapori forti e cannonao a volontà. Peccato che
il primo giorno me ne sia uscito con un errore imperdonabile.
In un angolo del locale, dove stanno esposti i prodotti tipici,
spiccava un manichino a grandezza naturale. Rappresenta, mi
hanno detto, un mamuthone (qualunque cosa esso sia!). Fa impressione,
con il mantello di pelliccia, i campanacci alla cintura, la
maschera di cuoio aperta in una risata sgangherata. «Quello
è il Capraro», ho detto a Federico. «Comportati
bene, vedi di non farlo arrabbiare».
«Il Caprano?», ha risposto lui, aggrappandosi
alla gonna della madre e scoppiando a piangere. Non c'è
più stato verso di fargli cambiare idea. Né
sul nome – Caprano è rimasto –
né sul terrore che il solo pensiero gli ispirava.
Ogni mattina la stessa storia: «Papi…».
«Sì, Federico?»
«È ve… ve… È vero che stasera
non andiamo a mangiare dal Caprano?»
«No, Federico. Oggi prenoto allo “Scorfano”,
dove fanno pesce alla griglia».
«E lì… lì il Caprano non
c'è, papi?»
«Perché non la fai finita,
Federico? Vatti a fare un tuffo in piscina con mamma, vuoi?»
«Ma tu… me lo dici ancora una volta che…
che stasera il Caprano non c'è?»
«Non c'è, Federico. Non c'è!»

Al
PM quegli isterismi sembravano eccessivi. «Quante persone
hanno avuto accesso alla scena del crimine, maresciallo?»
«Un paio di inservienti, quelli che hanno scoperto il
corpo. Ho fatto sigillare il locale appena giunto sul posto».
«Lasciamo tutto così. Fra poco arriveranno il
medico legale e il nucleo di polizia scientifica per i rilevamenti.
La vittima ha già un nome?»
«Olivia Tornabuoni, venticinque anni. Lavorava al villaggio
come animatrice», recitò Tiddia.
«Notizie sulla sua vita privata? Marito, compagno…».
Alfredo stropicciava una scheda fra le mani. Gliela porse.
«È tutto qui. Viveva sola, a Torino. Nessun parente
o recapito da chiamare in caso di bisogno».
«Ha ricevuto visite durante il soggiorno?»
«Nessuna, che io sappia».
«Simpatie qui al villaggio?»
«Nel tempo libero conduceva una vita riservata. Anche
se…».
«Se?»
«Molti le ronzavano intorno. Ha… aveva un fascino
cui era difficile resistere. Però lei scoraggiava tutti.
Sempre».
«Esperienza personale, signor Tommasi?»
«Ma no! Cercavo di spiegarle che riscuoteva un grosso
successo fra i nostri ospiti. Essere seducente faceva parte
dei suoi compiti».
«In particolare, il suo lavoro in cosa consisteva?»
«Teneva corsi di danza del ventre».

Dopo cena ci spostavamo in anfiteatro
per lo spettacolo, sorseggiando un mirto in attesa che Federico
prendesse sonno. L'animazione era garbata, piacevole contro
ogni pronostico. Ma forse sono così ben disposto per
via di un'eccezione.
Si chiamava Olivia. La prima volta che la vidi, distribuiva
i posti al ristorante “Il Pomodoro” e mi girava
le spalle. Quando si volse – «Salve! Vi faccio
accomodare subito» – ebbi una mezza vertigine,
mal dissimulata, ed arrossii per l'imbarazzo.
Più tardi l'altoparlante annunciò per quella
sera un'esibizione straordinaria, il fiore all'occhiello del
Villaggio: uno spettacolo di danza del ventre. Ci andai per
dar retta a mia moglie, aspettandomi una qualche ragazzotta
obesa, del tipo visto in Turchia, Egitto e paesi arabi assortiti.
Sul palco comparve lei, Olivia.
Era brava. Accompagnava il ballo con spiegazioni pertinenti
sul simbolismo di passi e figure, ma non sarebbe stato necessario:
i muscoli guizzanti e abbronzati parlavano per lei.
Alla fine del numero scese nel parterre e si fermò
davanti a me. Mi forzai a tenere lo sguardo basso, in mezzo
al fiorire di schiamazzi espliciti e volgari, ma lei seguitò
finché non cedetti. Lessi nei suoi grandi occhi una
scintilla divertita e… una promessa?
Più tardi, a letto, mentre facevo l'amore con mia moglie
mettendoci una foga insolita, mi sentii molto stupido. Fantasie
di una notte d'estate.

«Dottore,
è arrivata la scientifica».
Bartoli non aveva digerito il trasferimento in provincia;
da allora viveva in uno stato di apatia, anche perché
in Gallura non accadeva mai nulla. Alzandosi, provò
il primo brivido da un mese a quella parte. Un delitto! Meglio
che niente.
Il Capo-Villaggio si mise alla testa del gruppo. Costeggiarono
una piscina circondata da cespugli di ginepro e si fermarono
davanti a una sorta di veranda coperta. C'era un appuntato
a sorvegliare i gradini d'accesso. Bartoli indossò
guanti di latice e ne porse un paio a Tiddia. «Attenda
qui, Tommasi. Per ora entriamo soltanto noi». Il giovane
parve sollevato.
Sembrava tutto in ordine: tavoli apparecchiati, pavimento
di granito, il focolare spento. «Per di qui, dottore»,
fece segno Tiddia. «Faccia attenzione». Lo guidò
ad una loggia in penombra. Appoggiato al muro c'era un tavolaccio
ingombro di bottiglie, barattoli di conserva, salami e salsicce.
Bartoli fece per avanzare, ma il maresciallo lo trattenne.
«Guardi a terra, dottore!»
Il PM fece un balzo indietro. A meno di mezzo metro dai suoi
piedi giaceva il cadavere della donna, ma non era questa la
cosa più terribile. Tutto intorno al corpo serpeggiava
un tubo biancastro, viscido e gelatinoso, da cui emanava un
puzzo stomachevole. Descriveva un arabesco con molte volute,
ordinate e simmetriche, prima di piegare al centro e ricongiungersi
all'addome martoriato.
«Dev'essere l'intestino», pensò Bartoli;
e si vomitò fra le dita, ancor prima di riuscire a
piegarsi. Quando i conati cessarono si forzò di riportare
lo sguardo su quella scena raccapricciante. I visceri fuoriuscivano
attraverso uno squarcio irregolare, dallo sterno al pube.
I bordi della ferita erano violacei e tumefatti, come petali
di un orrendo fiore tropicale. L'autore di quello scempio
aveva usato una forza tremenda, per vincere la resistenza
dei tessuti.
«Non si è servito di un coltello o di un'arma
da taglio», disse il medico legale, comparendo al suo
fianco.
Le cosce della donna erano divaricate ed esponevano il pube
depilato. Il medico si chinò per osservare meglio,
poi trasse una batteria di tamponi dalla valigetta e prelevò
del materiale. «Non rilevo tracce di rapporto sessuale»,
concluse rialzandosi. «Ma farò analizzare questi
campioni. Vediamo se salta fuori del DNA che non appartiene
alla vittima».
Sopra l'orrenda ferita, la donna indossava un corpetto in
broccato rosso, cosparso di perline. Era pulito e stirato,
senza tracce di sangue. «L'assassino deve averlo applicato
post mortem. Chissà poi perché», commentò
il PM.
Il medico annuì: «Di sicuro si è dato
molto da fare, dopo. A quanto pare, non aveva fretta».
«Cosa intende dire?»
«C'è pochissimo sangue. Meno di quello che mi
sarei aspettato. E guardi il volto».
A Bartoli questi particolari erano sfuggiti. Ora notò
i capelli raccolti in un severo chignon, il viso rilassato
e truccato con cura. Gli occhi, sottolineati da rimmel e ombretto,
erano immensi, spalancati. Li trovò ipnotici e melanconici,
anche se il pensiero gli parve inopportuno.
«Sì. L'assassino ha lavorato a lungo indisturbato».
«Per ora ho finito con i rilevamenti, procuratore».
«Coprite il corpo e portatemi il direttore».
Alfredo venne avanti titubante. Le braccia e la testa gli
partivano in piccoli scatti involontari. Bartoli chiese: «Guardi
bene la scena del delitto. Mi dica se manca qualcosa».
Alfredo non riusciva a staccare gli occhi dal lenzuolo steso
a terra. «Faccia mente locale. Si prenda tutto il tempo
necessario».
Alfredo vagò per il locale come uno zombie senza meta,
poi ritornò sui suoi passi. Aprì tre volte la
bocca, prima che gli uscisse il fiato. «Qualcosa manca,
anche se è… è incredibile!»
Olivia scendeva tutti i giorni in spiaggia,
dopo le lezioni di ballo del pomeriggio. Qualcuno provava
ad attaccar bottone, mentre entrava o usciva dalla cabina
riservata al personale. Riceveva una battuta di spirito e
un caldo sorriso, che era un freddo commiato. La guardavo
incamminarsi sulla sabbia e varcare i confini riservati al
villaggio. Spariva fra le dune, e nessuno aveva il coraggio
di seguirla.
Una sera mi attardai a contemplare il tramonto, dopo aver
bevuto birra insieme ai patiti della vela e del surf. Forse
mi appisolai.
«Salve, marinaio. Facciamo una corsa in catamarano?»
Era lei. Riconobbi la voce anche se le giravo le spalle.
«Abbiamo già disarmato gli scafi», farfugliai.
Per nascondere il disagio, presi a raccattare asciugamano
e vestiti.
«Davvero non puoi?»
Dieci secondi dopo ero lì, ad issare la randa e spingere
la barca in acqua. In vista non c'era nessuno, per fortuna.
Pietro, il responsabile della vela, mi avrebbe scuoiato vivo.
Facemmo due bordi senza parlare. Sentivo la sua presenza,
il vento mi portava il profumo della sua pelle. Deglutii a
vuoto e dissi una cosa qualsiasi: «Dove hai imparato
a ballare?»
Lei rise – il tintinnio di cento campanelli. «La
danza è la mia vita. È anche una professione:
a Torino ho una scuola tutta mia».
«Anch'io insegno. Filosofia in un Liceo».
«Un professore! Per questo sei sempre così…
serioso?»
«Lo ero anche da studente. È un po' la mia natura,
credo. Io non avrei mai potuto esibirmi su un palco. Tanto
meno…».
«Seminudo volevi dire? È una fortuna, per il
mondo!», rise affondando un dito nella mia pancetta.
Mi stavo coprendo di ridicolo. Finsi di impegnarmi a strambare,
ma Olivia intercettò la mia mano. «Non ancora!»
Dopo un po' riprese, ma il suo tono era incerto. «Io
ballo per me, sai? Sento la musica crescere, vibrarmi dentro…
Poco importa, se chi mi sta davanti vede soltanto un sedere
che si agita».
La capivo fino in fondo, ma non trovai le parole: «È
imperdonabile. Non mi sono neppure presentato».
Mi posò due dita sulle labbra. «Rientriamo, adesso».
Feci prendere velocità alla barca. Dopo un tempo troppo
breve toccammo la riva. Di certo erano più delle nove.
«Devo lasciarti», disse. Ho appena il tempo di
cambiarmi per lo spettacolo di stasera».
«Mi dispiace, di perdermi la tua esibizione».
Alzò le spalle. «È robetta per turisti.
La vera danza… Mi piacerebbe molto che tu potessi vederla».
«Piacerebbe anche a me!», belò il mio cervello
in gelatina.
I suoi occhi si dilatarono fino a occupare metà del
viso. «Nella mia stanza. Dall'una alle tre sono in pausa,
tutti i giorni. È la 227. Vienimi a trovare».
Inforcò un motorino e si lanciò sulla salita.
Non so come, riuscii ad ammainare le vele e mettere in chiaro
le scotte.
«Non
ci faccia gli indovinelli, Tommasi. Dica quello che ha scoperto».
«Il mamuthone… Sì, il manichino
che fa da simbolo al ristorante».
«Non c'è più?»
«Il manichino c'è…».
Bartoli seguì la direzione dello sguardo di Alfredo
e completò la frase: «Ma i suoi vestiti no!»
«Proprio così».
Non ci facevano una gran figura, a contemplare un fantoccio
di plastica, nudo, infilzato nel suo supporto di ferro. Il
primo a riprendersi fu il maresciallo. «Ha una descrizione
degli indumenti mancanti?»
A Bartoli sembrava una curiosità stupida, ma Alfredo
era già partito di corsa verso l'ingresso. «Ecco
qua!» Porse al PM un depliant pubblicitario.
Anche in foto il mamuthone incuteva un timore reverenziale.
Una maschera di cuoio nero copriva il volto, con due fori
per gli occhi – simili ad orbite vuote – e uno
più grande per la bocca. La chiostra di denti dipinti
faceva pensare ad una risata sardonica. Il naso era triangolare,
negroide. Due corna diaboliche, lunghe e appuntite, completavano
il quadro.
«Chissà cosa ne pensano i bambini».
«Ci vanno matti. Li impaurisce e li attira: è
lì per questo».
«Prima ha detto che rappresenta…».
«Un mamuthone. Però tutti lo chiamano
“il Capraro”, come il ristorante».
«Cosa diavolo è un mamuthone?»
Tiddia tossì e si fece avanti. «L'origine si
perde in riti pagani antichissimi. Oggi i Mamuthones sono
personaggi del carnevale barbaricino: portano festosità,
allegria e tempi propizi».
«A me non sembra. Ha un che di sinistro», disse
Alfredo contemplando la foto con occhi nuovi.
Bartoli annuì. «Quella sventurata sarebbe d'accordo»
«Non
fai il pisolino con noi?», polemizzò mia moglie,
sospettosa per principio di fronte alle novità.
«Esco in vela, finché la termica è favorevole».
Il suo viso tornò inespressivo. «Non ti fa bene
prendere freddo, subito dopo pranzo».
«Starò attento, cara».
«Vengo anch'io, papà?»
Accidenti! «Tu non puoi ancora, Federico».
«Anch'io al mare! Sì, anch'io! A fare il bagno
con i braccioli!»
«E va bene! Però ci sarà il Caprano
con noi…».
«Il Caprano? Hiii!» Federico scappò a chiudersi
in bagno.
«Piantala, con quel Caprano!», farfugliò
mia moglie prima di nascondere la testa sotto le lenzuola.
La stanza di Olivia era nella parte alta del villaggio, sopra
la Piscina delle Rocce. Un muro a secco e piante di fico d'india
la separavano da un'arida distesa di sabbia e sterpaglia.
Mi avvicinai con mille attenzioni.
Olivia aprì al mio primo, timido bussare. «Entra,
professore». Non sembrava sorpresa, il suo sorriso mi
avvolse come un caldo abbraccio. «Siediti dove vuoi,
ho appena fatto il caffè».
Tutta la mia baldanza si era dissolta, ma Olivia sembrò
non accorgersene. Mi tese una tazzina in stile arabo e subito
si allontanò. «Ti lascio solo per un attimo.
Aspettami».
Ricomparve con dei pantaloni di garza portati sulla nuda pelle.
Niente reggiseno, solo alcune paillettes applicate
con arte. Il viso era truccato nelle sfumature del verdazzurro,
i capelli raccolti in uno chignon. Dall'emozione, quasi non
mi accorsi della musica sensuale che pervadeva la stanza.
Questa volta guardai tutto senza pudore: le caviglie sottili,
la curva dei fianchi, la rullata dei glutei, i seni protesi
contro il cielo come non avessero peso. Mi sentivo galleggiare
in un limbo caldo e accogliente, dove tutti i sensi –
vista e udito, gusto e olfatto – contribuivano ad un'unica,
avvolgente sensazione di beatitudine.
Il rullio dei tamburi crebbe, fino a martellare a tempo con
il cuore. Olivia si avvicinava sempre più. Il complesso
tatuaggio che sfoggiava sotto l'ombelico roteava a pochi centimetri
dai miei occhi. Sotto la garza vedevo il suo sesso pulsare.
Allungai le mani. Il tessuto sottile si lacerò con
un fruscio. O erano il respiro di Olivia e la sua lingua che
mi solleticava l'orecchio?
«Avete fatto perquisire il resto del villaggio?»
«Oggi è giorno di cambio turno», disse
Alfredo. «Molti clienti sono già andati via e
altri stanno arrivando».
«Come?», urlò il PM. «Vuol dire che
qualcuno ha potuto allontanarsi indisturbato?»
«Mi sa proprio di sì».
«Il delitto è stato scoperto alle nove di questa
mattina», si scusò Tiddia. «Il traghetto
da Porto Torres partiva alle otto e trenta».
Scoraggiato, Bartoli provò a reagire: «Tommasi,
mi faccia avere al più presto una lista completa dei
movimenti».
«Ho tutto in Direzione».
«Lei, Tiddia, venga con me. Andiamo a perquisire l'alloggio
della Tornabuoni. Almeno quello sarà stato sigillato,
mi auguro».
«Faccio strada».
Nella stanza di Olivia il condizionatore ronzava al massimo
e la temperatura era piacevole. Sembrava il solito bungalow
ad uso turistico: divano letto, frigo bar, un armadio, la
TV. Unico tocco personale, la radio stereo posata a terra.
Accanto, una pila di CD che Bartoli sfogliò distrattamente:
erano tutti brani di musica orientale.
«Qui cosa c'è, la cassaforte?» Tiddia aveva
sollevato un brutto quadro di natura morta e indicava il muro.
C'era effettivamente una cassaforte, del tipo a combinazione
elettronica.
«Telefoni a quel Tommasi. Gli dica di far venire qualcuno
in grado di aprirla».
L'operaio arrivò dopo dieci minuti, infilò una
punta metallica in un forellino e la porticina si aprì.
«Così facile?»
«Lei non immagina quanti vanno via dimenticandosi di
lasciarla aperta».
«Qualcuno potrebbe approfittarne».
L'operaio – un sardo piccolo e sottile – si strinse
nelle spalle. «Non è capitato mai».
«Bene così. Grazie», lo congedò
il PM.
Appena fu uscito i due aprirono lo sportello. C'erano un grosso
fascio di banconote e quattro videocassette. «Saranno
quasi diecimila euro», fischiò fra i denti Tiddia.
«Sono più curioso di scoprire cosa contengono
quelle registrazioni».
«È probabile che il villaggio possegga un videoregistratore».
«Faccia iniziare le perquisizioni negli altri alloggi.
Noi andiamo dal direttore».
Alfredo li accolse sforzandosi di sorridere. «Sto lavorando
al prospetto dei movimenti».
«Ho un'altra richiesta. Al villaggio c'è un videoregistratore?»
«Più di uno. A che le serve?»
«Lo faccia portare qui, prego».
«Non è necessario. Eccolo, proprio alle sue spalle».
«Bene. Può lasciarci soli?»
Alfredo non gradì. «Fate, fate come se foste
a casa vostra».
Dopo tre minuti di proiezione, Bartoli mise in pausa. «Si
comincia a vedere un po' di luce, vero maresciallo?»
Tiddia aveva lo sguardo vitreo e un po' sciocco.

La
guardavo senza osare di muovere un dito, nel timore di svegliarla.
Sembrava una bambina abbracciata al cuscino, ma il suo corpo
nudo diceva che era una donna. Una giovane donna che fino
a pochi minuti prima fremeva fra le mie braccia. Mi ripetevo
che era una pazzia, un colpo di testa. Non poteva funzionare.
Al diavolo! Da quanto non mi sentivo così? Il calcolo
mi veniva semplice. Non ero mai stato così! Con spostamenti
impercettibili scesi dal letto e uscii nel sole. Colsi un
fiore dalla buganvillea che si abbarbicava alla casa. Lo sistemai
in un bicchiere e lo deposi sul comodino, dal suo lato. Poi
presi la via della spiaggia.
Aveva goduto fra le mie braccia. E subito dopo aveva pianto.
Senza finti pudori, guardandomi dritto negli occhi.
«Abbiamo un movente plausibile. Le sembra, maresciallo?»
«Eh, sì. Sì, certo, dottore».
«La signorina Tornabuoni ha avuto rapporti sessuali
con almeno sette uomini, in questa stanza. E ha filmato puntigliosamente
tutti gli incontri. Mi fa venire in mente una cosa sola».
«Ricatto! Tutto corrisponde».
«A qualcuno lo scherzetto non deve essere andato giù».
«Povera ragazza!»
«Scherzava con il fuoco, ma non meritava quella fine».
Tiddia annuì con forza. «Era bellissima!»
«Questo cosa c'entra, maresciallo?»
Il graduato scattò in piedi, facendo macchinalmente
il saluto. «Scusi, dottore! Dobbiamo cercare la telecamera?»
«Certo. Dev'essere…».
La porta si spalancò sul volto stralunato di un milite.
«Dovete venire immediatamente. Ce n'è un'altra!»

Raggiungevo
Olivia ogni giorno, alla medesima ora, complice l'afa d'agosto
che smorzava le attività del villaggio. Per il resto
del tempo dovevo contentarmi di sbirciarla da lontano, confuso
nel nugolo di occhiate bavose che dardeggiavano la sua pelle.
Lei rideva del mio avvilimento, cancellando l'impressione
di essere diventato un vecchio porco come tanti… Ma
non voglio dilungarmi su questi particolari. Ciò che
corse fra noi riguarda me, e nessun'altro!
Giunse la fine della vacanza, inattesa e letale.
L'ultimo giorno – ieri – iniziò con il
malore di un'animatrice. Olivia dovette sostituirla e il nostro
appuntamento saltò. Propose di incontrarci a mezzanotte,
dopo lo show, per “parlare delle nostre vite”
(così si espresse). Mi fece giurare tre volte che non
sarei mancato. Accettai, naturalmente, ma mi tremavano le
mani. Temevo quel che avrebbe detto lei, non meno di quanto
sarebbe uscito dalla mia bocca.
Poiché non sono un mentitore brillante, decisi di attendere
che la famiglia dormisse. Mai saputo che mia moglie soffrisse
d'insonnia! Sdraiato sul letto la sentivo girare e rigirare,
vedevo le cifre dell'ora lampeggiare sul display della TV.
Il tempo non passava mai. Poco dopo le due Federico chiese
lamentosamente da bere. Lo accontentai. Alle tre ruppi gli
indugi: mi vestii e uscii nella notte. Nessun commento mi
inseguì.
Sentivo la necessità di far presto, come fossi in fatale
ritardo. Corsi alla stanza di Olivia. La porta finestra era
aperta, le luci accese. La musica andava, sommessa. Un profumo
di gelsomino saturava l'aria, come se lei fosse nella stanza.
Ma Olivia con c'era.
Dalla gola mi uscì un suono a metà fra un sospiro
e un gemito. Dovevo trovarla! Nonostante l'angoscia mi crescesse
dentro, riuscivo a ragionare con lucidità. Partii di
corsa per fare il giro di tutti i luoghi pubblici del villaggio.
La discoteca “Tira-Tardi” era buia e silenziosa.
Lo “Scorfano” aveva la stessa aria d'abbandono.
La Piscina delle Rocce luccicava sotto una luna quasi piena.
Ebbi la sensazione di essere l'unica persona sveglia su tutta
la collina. Tagliai fra i cespugli di ginepro per raggiungere
il “Caprano” e lì mi arrestai. Sotto la
tettoia tremolavano delle luci!
Quando mi accorsi che erano le ciotole di citronella per tenere
lontane le zanzare, feci per lanciarmi di nuovo; ma in quell'attimo
mi raggiunse l'eco concitata di voci umane.
Mi trovavo dietro uno dei pilastri. Non potevo guardare dentro
al locale senza spostarmi, e allora sarei stato visibilissimo,
nel controluce della piscina. Scelsi di rimanere immobile,
sforzandomi di interpretare quei suoni smorzati.
Erano le voci di un uomo e di una donna. Anche se facevano
del loro meglio per tenere bassi i toni, era chiaro che stavano
litigando. Ogni tanto una frase compiuta galleggiava fino
a me, soprattutto quelle dell'uomo che aveva un tono più
profondo: «… pazza, se pensi…»; «…
non lascio perdere!»; «… provocarmi…».
Le risposte della donna si perdevano nella brezza.
Battibecco fra innamorati – pensai –
Magari clandestini. Stavo studiando il modo di allontanarmi
senza che si accorgessero di me, quando entrambe le voci divennero
più nitide. O forse il silenzio acuiva i miei sensi.
La donna diceva: «… nulla… contento?»
Lui si mise a gridare: «… crederti… puttana?»
«Se vuoi… restituisco…».
«… voglio la… Fuori la… troia del
cazzo!»
«… più!»
«Tu vuoi morire, stasera!»
«Mi stai facendo male! Sei pazzo! No! Fermo… Aaaaaah!»
La donna aveva urlato a pieni polmoni e io riconosciuto la
voce. Era Olivia. Balzai in piedi e mi affacciai nel locale.
Quel che vidi mi paralizzò. L'uomo aveva strappato
la maschera al manichino del Caprano e la brandiva
in alto. Olivia giaceva intontita ai suoi piedi, tenendosi
la testa fra le mani. Doveva averla spinta a terra, facendole
sbattere il capo.
La mia Olivia era indifesa, alla mercé di quell'energumeno.
Indossava una T-shirt con le piramidi d'Egitto, la sua camicia
da notte preferita. Nella caduta le si era arrotolata sulle
cosce, fino ai fianchi, e il suo sesso era oscenamente scoperto.
Avrei dovuto muovermi, e in fretta, ma l'uomo mi precedette.
Sollevò più in alto la maschera e poi la calò
a due mani. Olivia urlò. Le corna si conficcarono nei
muscoli dell'addome con un tonfo sordo, fino a scomparire.
L'uomo cercò di estrarle, ma facevano resistenza. Le
girò e rigirò nelle viscere – un fiore
candido e purpureo prese a traboccare dalla voragine scura
– e infine ci rinunciò. Girava la testa di qua
e di là come una belva in gabbia, incerto sul da farsi.
Infine diede un calcio a quel povero corpo violato e fuggì
dalla parte opposta a quella in cui mi trovavo io.
Olivia sussultò come un pupazzo inerte. Aveva la bocca
spalancata e io già sapevo che non ne sarebbe mai più
uscita una parola. Senza pensare mi lanciai all'inseguimento.
L'uomo correva con passi pesanti. Passammo davanti alla direzione,
ai campi da tennis, alla Piscina delle Palme. Quando lo vidi
entrare nella stanza 621, mi fermai a riprendere fiato.

«Un'altra?
Si spieghi, appuntato».
«C'è un'altra vittima, maresciallo».
Bartoli balzò in piedi. «Ancora una donna?»
«Questa volta è un uomo. Stanza 621».
Bartoli scorse l'elenco degli ospiti. «Armando Conti,
di Roma. Commerciante, cinquant'anni».
Nella 621 c'erano schizzi di sangue anche sul soffitto. Sopra
la testiera del letto qualcuno aveva tracciato una scritta,
in accurato stampatello. IL CAPRANO, vi si leggeva. L'inchiostro
usato era il sangue, rappreso in oscene colate scure.
«Il Caprano», ripeté Bartoli. «Il
nome del ristorante dove è avvenuto il primo delitto.
E quello del manichino denudato».
«Il Capraro!», corressero Tiddia e Alfredo.
«L'assassino ha scritto chiaramente CAPRANO».
«Avrà sbagliato nella fretta», commentò
Alfredo.
«Possibile. Ma io non lo credo», rispose Bartoli.
Un brivido di eccitazione lo scosse. Il mistero si infittiva.
Poteva venirne fuori un caso importante, di cui avrebbero
parlato i media.
Conti giaceva in bagno a testa in giù, con la nuca
sfondata. Quando lo voltarono Bartoli sogghignò. «Ha
già visto questa faccia, maresciallo?» Era uno
dei protagonisti del privatissimo video della Tornabuoni.
«Preleviamo campioni di sangue sul corpo, sul pavimento,
anche sugli asciugamani. Vediamo se è tutto suo…».
Tiddia capì a volo. «Scommetto di no, dottore».

Ritornai
nella stanza di Olivia. Trovai un borsone e vi riposi con
cura il più bel vestito di scena, tutti gli asciugamani
che riuscii a trovare, la bustina del trucco, il profumo.
Ci aggiunsi una grossa pila e uscii di nuovo.
Dal “Caprano” tutto era come l'avevo lasciato.
Mi feci coraggio e iniziai l'opera. Sollevai la testa soltanto
quando la mia Olivia era tornata bella e seducente come sempre.
Per quanto mi sforzassi, non mi riuscì di ricomporre
le viscere. Sembrava impossibile che il suo piccolo addome
potesse contenere tutta quella roba. Feci del mio meglio per
drappeggiargliele intorno. Il risultato mi commosse: parevano
una ghirlanda di fiori.
Le lanciai un bacio e la lasciai di nuovo sola. Avevo molto
da fare e la notte stava per finire.
Spogliare il manichino del Caprano fu più facile del
previsto. Quando indossai il costume, scoprii che calzava
a pennello. Ripercorsi i sentieri del villaggio per l'ennesima
volta. Non mi importava di incrociare qualcuno, an¬che
se avevo l'aspetto di un mostro da racconto dell'orrore.
Non successe. Se ne stavano tutti abbarbicati ai loro letti,
nel fresco dell'aria condizionata. Una ragazza di venticinque
anni era stata uccisa? A loro cosa importava? Le lacrime mi
colavano copiose, dietro la maschera, mescolandosi al sudore.
Non ci vedevo più dalla rabbia e dal dolore.
Davanti alla 621 sradicai una pietra dall'aiuola. Era ancora
lì, il bastardo? O l'inferno l'aveva inghiottito?
Feci il giro della costruzione e andai a sbirciare dalla finestrella
del bagno. Il cuore perse un battito quando vidi che era aperta
e ne filtrava una luce. L'avevo in pugno! Aveva impiegato
il tempo cercando di ripulirsi. Lo specchio mi rimandò
il suo viso miserabile.
Nello stesso istante lui si accorse di me, e un lampo folle
gli passò per gli occhi: non ero certo un'immagine
rassicurante! Caricai il braccio e lanciai la pietra nel momento
esatto in cui girò la schiena, cercando di fuggire.
Centro!
Con difficoltà mi issai attraverso il vano della finestra.
Si stava già riprendendo, il figlio di puttana. Raccolsi
la pietra e colpii. Colpii fino a che la materia cerebrale
mi schizzò sugli avambracci.
Ancora una volta nessuno mi vide, mentre facevo ritorno alla
stanza di Olivia. Erano le cinque e un quarto. Mia moglie
aveva puntato la sveglia sulle sei, per essere puntuale all'imbarco.
C'era tempo per completare l'opera.

«Non
c'è dubbio». Bartoli scandiva le parole, come
quando pronunciava le sue requisitorie al Palazzo di Giustizia
di Milano. «Conti è l'assassino della Tornabuoni.
La vittima ci ha lasciato prove inoppugnabili del movente».
«Questo significa che c'è un altro omicida nel
villaggio», disse Tiddia. «Interroghiamo tutti
gli ospiti?»
«Facciamolo, ma sarà inutile. Ha avuto molto
tempo per allontanarsi».
L'appuntato entrò di nuovo. Aveva lo sguardo terreo.
«Sì, Melis?»
«Altri due! Una donna e un bambino. Il Capo-Villaggio
vi manda a dire che erano qui con il marito».
Bartoli non sembrava turbato: «L'uomo?»
«Scomparso, dottore. Il suo bagaglio è rimasto
nella stanza».
«L'assassino ha firmato il delitto, vero?»
«Proprio così…».
«“IL CAPRANO”?»
«Il Capraro!», corresse Tiddia.
«Ha ragione il signor Procuratore. Sta scritto: CAPRANO».
«Lo temevo. Pare proprio che ci troviamo di fronte ad
un omicida seriale. Non sarà semplice mettergli le
mani addosso».
I carabinieri si scambiarono sguardi d'incomprensione. «Conosciamo
la sua identità, dottore. Lo abbiamo in pugno».
«È soltanto un nome». Bartoli guardava
nel vuoto, in piena trance deduttiva. «Dovremo sforzarci
di interpretare gli indizi che ha lasciato».
«Quali, dottore?»
«Ha scritto Caprano invece che Capraro. Ha
portato via i vestiti del mamuthone… Tutto
lascia pensare ad un rituale paranoico». Bartoli preparava
risposte alle interviste, compitava fra sé i titoli
dei quotidiani: «Credo che la “Notte del Caprano”
sia appena agli inizi».

Il
catamarano sgroppa sulle onde come un cavallo imbizzarrito.
Appeso al trapezio, impacciato da maschera e sonagli, guardo
le coste della Sardegna allontanarsi.
Ho poco da aggiungere. La notte delle decisioni importanti
ha ghermito la mia Olivia, lasciandomi il rimpianto di un
amore perfetto.
Amore, certo! Telecamera e cassaforte – aprirla non
è stato difficile – spiegano la furia del porco
maledetto. Ma la sua registrazione è l'ultima, e risale
a prima del mio arrivo. Eravamo, uno per l'altra, la promessa
di un nuovo inizio.
Qualcuno ha voluto diversamente.
La svolta, la sospirata svolta, c'è stata solo per
me.
Sapete? Democrito dice che ogni atomo scende. Trascinato dal
suo stesso peso cade sempre più in basso, inconsapevole
di quanto gli accade intorno. Poi qualcuno gli dà un
buffetto, e lui devia. Si scontra con i suoi simili. Si trasforma.
E nasce la realtà del mondo.
Chi è Democrito, dite? Un filosofo greco che occupa
venti righe sui libri di scuola. Non lo cito per sfoggio di
erudizione: questa in fondo è la metafora di tutta
la storia, e calza maledettamente a pennello.
Ho deviato. Devo dire che ci trovo un gusto tremendo.
Non potrei fermarmi, neppure se lo volessi.
Maurizio
Lanteri
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