1
Devo proprio ammettere che è estremamente piacevole camminare
a piedi nudi sulla lunga spiaggia di cipria bianca intanto che la
pelle mi si asciuga dopo il bagno. Mentre mi passo una mano sui
capelli salati appiccicati alla nuca, mi accorgo di un uomo di mezza
età seduto all’ombra delle slanciate palme da cocco.
Mi fermo ad osservare il suo paziente lavoro: sta forando delle
conchiglie. Alza gli occhi, sorride e mi invita a sederglisi accanto.
Nei capelli grigi, increspati come le onde dell’oceano che
ci circonda, ha un frangipane bianco.
“Vede come mi guadagno da vivere?” dice in un buon francese,
“creo collane e bracciali che vendo agli alberghi o direttamente
ai turisti che si fermano alla mia bancarella, là, in paese,
e fa cenno al gruppo di case fatte di legno, lamiera e paglia, che
distano a occhio e croce un chilometro da noi.
“Da giovane ero un pescatore di perle, quelle nere, che lei
avrà visto al suo albergo. Ma adesso non ho più i
polmoni così forti come un tempo, la raccolta delle ostriche
è roba per giovani, io purtroppo non ho più l’età;
ora mi limito ad acchiappare qualche pesce” conclude alzando
le sopracciglia.
“Lei vive in uno dei posti più belli del mondo”
gli dico materializzando le mie sensazioni.
-Forse la mia frase è talmente banale che avrei potuto fare
a meno di parlare- penso tra me, ma io il francese non lo conosco
proprio bene e quindi mi esprimo in modo sintetico, noi italiani
per le lingue siamo così negati.
Quest’uomo ha uno sguardo privo di malizia, mi incuriosisce,
ha un atteggiamento rassicurante; non sono abituato a stare con
gente semplice come lui, nel cosiddetto mondo civile, nella maggior
parte dei casi , non ci fidiamo del prossimo; forse anch’io,
nel mio abitudinario atteggiamento da difesa appaio agli altri poco
rassicurante, magari persino pericoloso, chissà. Forse la
voglia di stare accanto a un tuo simile nasce quando non si vive
troppo appiccicati, quando lo spazio non manca, forse solo allora
si ha veramente voglia della compagnia dell’altro, della sua
amicizia.
Lo guardo cercando di ritrovare lo sguardo innocente che avevo da
bambino, quando la vita non mi aveva ancora punto, cerco di lasciarmi
andare una volta tanto, in fondo con lui,mi sento a mio agio. Potrebbe
essere mio padre, il padre che avrei voluto: meno severo, e più
presente.- Niente tristezze, per carità - mi dico - sono
in vacanza, sono in un luogo dove probabilmente non tornerò
facilmente visto il costo. Ma era un sogno, il sogno, che volevo
realizzare fin dall’infanzia quando sul terrazzo dei nonni,
leggevo di fantastiche avventure nei Mari del Sud. Ed ora, ne sono
l’interprete principale.
Mentre continua il suo lavoro mi racconta di aver sempre vissuto
a Rangiroa, da vero polinesiano, seguendo i ritmi della natura e
godendo dei suoi doni: la manioca, il taro, l’albero del pane,
l’igname, le patate dolci, il bambù e il pandano, col
quale ha ricoperto il tetto della sua casa, e, naturalmente i pesci
che a branchi multicolori fluttuano in quelle acque di cristallo
turchese. Mi chiedo come si possa mangiare dei pesci così
belli che dalle nostre parti volteggiano negli acquari.
I suoi due figli maschi non hanno seguito le sue orme, se ne sono
andati a Papeete, nella civiltà.Lui c’è stato
una sola volta a Papeete e gli è bastato: “Troppo caotica”
dice.
Intanto vedo avvicinarsi ondeggiando sui fianchi, una ragazza che
indossa un pareo dalle tonalità fucsia e una collana di tiaré,
le profumatissime gardenie. E’ molto aggraziata nei movimenti,
ma soprattutto, è così bella che, per un lungo attimo
la osservo affascinato.
“Si chiama Tihare, è mia figlia” dice l’uomo
con orgoglio, “l’ultimo fiore rimastomi. La sera danza
il tamurè per i turisti insieme alla compagnia di ballo locale,
ma un giorno se ne andrà anche lei. E’ troppo graziosa
per rimanere in questa isola selvaggia. Lei vuole un futuro diverso;
dice che quando avrà preso il diploma di interprete, se ne
andrà a Parigi. Quanti sogni!” sospira, “Quando
se ne sarà andata, la mia isola non sarà più
bella come prima”.
Sinuosa come una sirena Tihare si lascia scivolare sulle ginocchia,
accarezza i capelli del padre e gli parla nella sua lingua misteriosa,
mentre io sento una piacevole sensazione di calore avvolgermi il
cuore. Poi all’improvviso gira il viso verso di me e mi guarda
dritto in fondo agli occhi. “Piacere” dice allungando
la mano destra, “mi chiamo Tihare” “molto lieto”
rispondo cercando di mantenere un contegno “io sono Jacopo”.
La ragazza si rivolge nuovamente a suo padre, poi si rialza, sorride
ad entrambi, accenna un saluto con la mano e torna sui suoi passi.
La vedo allontanarsi evanescente come un sogno.
2
Sono agli sgoccioli
della mia vacanza, gli altri giorni li ho passati a Morea e a Bora
Bora. Di Bora Bora dicono che è l’isola più
bella del mondo: una montagna verde immersa in una macchia azzurra
circondata da un oceano blu come la notte, Dino De Laurentiis ci
ha addirittura girato due pellicole: Hurricane e Shark Boy, eppure,
a me, Rangiroa affascina di più, selvatica com’è:
un atollo di settanta chilometri , un enorme anello di corallo colonizzato
dalla vegetazione tropicale, al cui interno si trova una laguna
così grande, ma così grande che potrebbe starci l’isola
di Tahiti tutta intera. Uno spettacolo: da una parte l’oceano
e dall’altra questa specie di mare interno, separati solo
da una stretta striscia di sabbia spolverata sul cratere sommerso
del vecchio vulcano spento. Decido di passare dal bagnasciuga della
laguna al bordo esterno, dove, oltre il reef l’oceano sprofonda
per centinaia di metri.
Tra i due mari non ci sono neppure duecento metri, la cosa mi sgomenta.
-E se questa notte dall’oceano si sollevassero ondate paurose?-
mi chiedo - Morirei annegato. Annegato e poi mangiato dai pescecani
che vivono oltre il magico anello-.
Il ruggito furioso delle onde che si infrangono sulla barriera corallina
mi assorda, vorrei avvicinarmi al bordo per guardare giù,
ma ho paura, ho paura che un cavallone più alto degli altri
possa agguantarmi e trascinarmi nell’abisso.
Sette anni fa mi sarei lasciato trascinare nell’abisso, sette
anni fa, quando poco più che adolescente ho visto mia madre
lasciarmi, nel giro di neanche un anno, un anno durante il quale
la vita usciva da lei come da un contagocce, giorno per giorno,
inesorabilmente, senza che io potessi fermare quel salasso. Com’era
dolce mia madre, com’era tenera. Sapeva raccontare le favole
come nessun altro, era così allegra, così scherzosa
e poi, quando ero piccolo quanti baci mi dava, che baci! Che abbracci!
Chissà se troverò mai una donna che sappia volermi
bene quanto me ne ha voluto lei.
Quella sera in albergo rincontro Tihare, balla alla luce dei fuochi
accesi apposta nello spiazzo davanti all’hotel, hotel di nome
e non di fatto trattandosi di capanne dotate sì di servizi,
ma pur sempre capanne.
Non mi riconosce seduto come sono nella semioscurità.
E’ così fluida nella danza che sembra proprio una creatura
del mare.
Anche Elisa ballava bene, certo non come lei, e nemmeno sembrava
una sirena, o forse, un tempo, lo era stata, ma poi si è
trasformata in una gorgone. Quanto mi ha fatto soffrire... All’inizio
avevo creduto all’incontro di due anime, al fatto che fosse
scritto da qualche parte un nostro destino comune e mi ero lasciato
andare...fiducioso, e per un po’ ho assaporato la gioia di
amare senza paura. Durante il nostro primo anno mi sentivo forte
perché eravamo in due e insieme a lei avrei potuto sfidare
il mondo. Ma un certo punto capii che invece eravamo in tre. Stava
con me ma pensava sempre più spesso al suo ex e me ne parlava
con nostalgia, tanto che aveva preso ad andarlo a trovare per capire
con chi voleva stare veramente. Ma le succedeva qualcosa di strano:
quando era da lui avrebbe voluto essere con me e quando era con
me non faceva che pensare a lui. Sono stato maledettamente male.
Mi teneva sul filo, ma quello non era amore, o perlomeno io non
amo in questo modo. “Ti amo” continuava a ripetermi
nonostante quella situazione ingarbugliata, ma per me ormai quelle
erano parole senza valore. Suoni.
Che strazio sforzarsi di odiare chi si ama per strapparselo di dosso
quando invece, si vorrebbe stargli accanto ed essere felici insieme.
Col ricordo mi ritorna l’angoscia di quel tempo. Sento che
gli occhi mi si riempiono di liquido caldo, fingo di sbadigliare,
mi alzo e me ne vado lungo la spiaggia illuminata dalla luce della
luna piena, una luna così splendente che l’ombra delle
foglie delle palme si disegna sulla sabbia argentata.
La quiete di questa notte stellata, con la Croce del Sud che brilla
sopra la mia testa, i profumi dell’aria, la melodia che mi
insegue languidamente, mi calmano e, a poco a poco ritrovo un briciolo
di quella serenità che ero a malapena riuscito a ricostruirmi.
Cammino a lungo accompagnato dall’impercettibile sciabordio
delle piccole onde che accarezzano il bagnasciuga, poi mi siedo
e gioco con la sabbia come se la mia mano fosse una clessidra. Qui
non sono prigioniero del tempo e volendo potrei passare la notte
senza rientrare, ma ho sete e così, sebbene controvoglia
torno sui miei passi.
Appollaiato sullo sgabello del bar a sorbire un liquido mezzo turchese
e mezzo giallo, vedo arrivare Tihare che si mette a parlare in modo
concitato col direttore dell’albergo, un francese secco e
abbronzato che indossa una camicia a fiori e dei jeans tagliati
e sfilacciati al ginocchio. Nonostante il mio francese scolastico,
capisco che c’è qualcosa che non va.
“Il dottor Poitor è a Raiatea, non so se rientra per
domani” dice l’uomo.
“Ma mia madre sta male adesso, altrimenti mica sarei corsa
dal villaggio a qui a quest’ora di notte!”
“Che posso farci?” esclama lui, “Se vuoi possiamo
guardare nella cassetta dei medicinali”.
Decido di intervenire. “Ciao! Ci siamo conosciuti ieri...ero
con tuo padre” esordisco.
“Ah sì?” mi risponde lei senza troppo interesse.
“Vorrei aiutarti. Sono un medico, anche se fresco di laurea”.
“Un medico?” ripete lei interessata stavolta.
“Ho qualche strumento del mestiere in valigia, se ti fidi
vengo a dare un’occhiata a tua madre”.
“Vi accompagno con la jeep” aggiunge il direttore e
così ci dirigiamo verso il villaggio.
3
Alina,
la madre di Tihare giace su un letto di vimini, con la faccia smunta.La
ausculto con lo stetoscopio e le provo la pressione. “Un collasso”
diagnostico, “la signora è solo affaticata”.Frugo
tra i medicamenti a disposizione e trovo ciò che mi serve.
“Certo sarebbe meglio parlarne col vostro medico e fare magari
qualche analisi. Non le era mai capitato prima d’ora?”
chiedo.
Niah, suo marito risponde sottovoce, quasi parlasse a se stesso:
“Quasi tutte le volte...quasi tutte le volte che i due mondi
stanno per incontrarsi”.
Lo guardo con aria interrogativa, ma non aggiunge altro, così
mi giro verso il direttore dell’albergo, il quale sorridendo
mi dice:”Non ci faccia caso, qui credono ancora in certe strane
cose”.
“Strane cose?” domando.Ma nessuno mi risponde. C’è
solo Tihare che mi fissa, e sento rimbalzare i suoi occhi nei miei.
Poco dopo l’iniezione la donna inizia a riprendere il suo
abituale colorito e mi sorride. Le tasto ulteriormente il polso
semplicemente per rassicurala ancora un po’ e li saluto. Niah,
il marito mi prende per un braccio: “Dottore” dice,
“le devo il suo disturbo”.
“Ma non ci pensi neanche. Anzi, se ha bisogno, se il suo medico
non è ancora arrivato, non esiti a chiamarmi. Purtroppo io
mi fermerò solo altri due giorni, ma se ha bisogno non esiti”.
“Se non vuole accettare il mio danaro” dice l’uomo,
“accetti almeno che domani la accompagni, magari, insieme
a mia figlia, alla foresta dei coralli pietrificati, sempre se non
ci è ancora andato”.
Guardo Tihare e lei annuisce: “E’ un posto magico. Andiamoci,
non te ne pentirai”.
Più tardi, a letto, cerco di prendere sonno come d’abitudine
leggendo qualcosa. Apro “La linea d’ombra” di
Conrad, che mi sono portato appresso forse per rimanere in tema
coi Mari del Sud, ma non riesco a concentrarmi. Allora spengo la
luce e abbraccio il cuscino come facevo da piccolo e mi addormento
pensando a quella famiglia di gente semplice.
4
Quando
mi sveglio è giorno, lo capisco dalla luce che tenue filtra
attraverso le liste delle persiane corrose dalla salsedine. Mi siedo
sul letto e cerco coi piedi le ciabatte di plastica, sbadiglio mentre
mi avvio verso la porta.So che oltre c’è il mare, Alzarsi,
aprire una porta e trovarsi di fronte la spiaggia e la laguna, non
capita tutti i giorni, e comunque, a me, uno spettacolo del genere
emoziona sempre.
Ma il mare rimane sullo sfondo. Lì, seduta sugli scalini
di legno della mia capanna c’è Tihare.
“Ciao!” esclama allegra, “sono venuta a prenderti
per accompagnarti alla foresta. Dopo che avrai fatto colazione,
con tutto comodo possiamo partire. Mio padre sarà qui tra
poco”.
“E tua madre come sta?” le chiedo.
“Molto meglio, grazie”.
Vorrei chiederle qualcosa a proposito del confine tra i mondi, ma
mi sento ridicolo e lascio perdere. Forse è solo un modo
di dire polinesiano...
Mi fa compagnia mentre faccio colazione.Spremo un po’ di lime
su alcune fette rosse di papaya prima di gustarmele, verso del caffè
nero e mangio una fetta di crostata all’ananas. Ci sono delle
mosche noiose, le caccio via col tovagliolo. Sono infastidito, ma
il fatto che lei sia qui con me mi tranquillizza. -Questa ragazza
è come suo padre- penso. Provo una strana sensazione di familiarità.
L’ho appena conosciuta, eppure è come se avessimo passato
la vita insieme. Penso che sono matto. Sono lontano migliaia di
chilometri da casa mia, da Pistoia, sono in un altro emisfero, eppure
Tihare non mi è estranea.
Ci vuole un’ora e mezza di barca per raggiungere la foresta
di coralli, però si sta in buona compagnia: branchi di delfini
giocano tra i flutti blu, straordinari pesci volanti balzano improvvisamente
dall’acqua, forse per vedere il mondo di fuori - mi dico -
e raccontare poi, a quelli che non si azzardano a mettere fuori
il naso, come sono fatti gli uomini. Nel centro della laguna non
sempre Niah riesce a cavalcare le onde e allora arrivano certe secchiate!
Per fortuna che fa caldo.
Prima di arrivare lui propone una fermata alla spiaggia di sabbia
rosa, dice che mentre noi due faremo il bagno lui pescherà
qualcosa così, più tardi, ci preparerà una
bella grigliata di quelle che solo lui sa fare. Ovviamente non ho
niente in contrario per questo fuori programma.
Arriviamo su una nuvola di bambagia rosa lambita dal verde morbido
dell’acqua marina: un connubio cromatico veramente splendido.
Una volta a riva, io e Tihare ci mettiamo a mollo mentre suo padre
si allontana un poco con la barca. Di lì a poco vedo con
apprensione che ci sono delle strane pinne che mi girano attorno.
Chiamo la ragazza e lei ridendo mi informa che non ho niente da
temere. “Sono solo dei piccoli squali” dice “quelli
che riescono ad entrare nella laguna attraverso la pass, sono innocui,
tu lasciali stare e loro non ti faranno niente” e continua
a nuotare pigramente a qualche metro da me. Ho portato la maschera
e così guardo sott’acqua.
-Sono in un acquario- penso, mentre vedo sciami di pesci nuotare
tra le gorgonie. Qualcuno lo riconosco perché ho guardato
il cartello coi disegni della fauna ittica del posto, esposto all’albergo.
Ci sono pesci palla, pesci chirurgo, pesci luna, pesci farfalla,
hanno delle livree bellissime. Mi sembra di essere dentro ad un
sogno dal quale non mi vorrei svegliare. Mi sento pizzicare una
coscia, do un colpo di reni, quei piccoli di pescecane in fondo
non mi sono indifferenti. Invece è lei che mi ha pizzicato
di proposito. E’ pure birichina come una bambina. Quando mi
accorgo dello scherzo faccio finta di acchiapparla e lei nuota veloce
fino alla spiaggia.
Mi siedo sulla salvietta mentre Tihare si strizza i capelli gonfi
d’acqua.
“Mio padre è molto contento che sei venuto ieri sera
a vedere mia madre” dice di lì a poco.
“Non mi è costato nulla. Fa parte dei miei doveri di
medico” preciso.
“Mia madre è una donna sensibile, anche mio padre a
dire il vero. Siamo una famiglia strana”.
“Che significa?” le chiedo incuriosito.
“Che siamo sensibili” risponde.
“Sensibili a che cosa?” domando sempre più interessato.
“A tutto ciò che la maggior parte delle persone non
vede e non sente” mi risponde seria.
“Vuoi dire che allora esiste un mondo invisibile?”
“Certamente” afferma, “ non ho dubbi in proposito”.
“Mio padre dice che ti ha visto dentro ieri, sia sulla spiaggia
che a casa nostra. Sostiene che in te c’è stato molto
dolore e che non è ancora sparito completamente. Non si tratta
di fastidi legati al quotidiano, ma di qualcosa di forte che ha
già scombussolato la tua giovane vita”.
Sono esterrefatto dalle sue parole. Sento una mano invisibile stringermi
progressivamente il cuore. Com’è che le sensazioni
dolorose possono tornare così prepotentemente a galla in
un battibaleno? Forse ci illudiamo di rimuovere ciò che non
vorremmo ricordare relegandolo nelle segrete del nostro cervello,
ma clic, basta pigiare il pulsante giusto ed ecco che la memoria
ripesca ciò che avevamo nascosto.
“Scusami” dice “non volevo intristirti”.
Evidentemente devo avere assunto un’espressione afflitta.
Mi passa le dita tra i capelli, proprio come faceva mia madre e
provo una benefica sensazione protettiva. Abbozzo un sorriso.
Si siede accanto a me e si abbraccia le gambe, “Vedi”
continua, “tu credi che qui sia il paradiso, che siamo gli
abitanti delle isole felici, del resto lo pensano tutti i turisti
che vengono da noi, se non fosse così magari non ci verrebbero
nemmeno...ma noi, siamo uomini, uomini come gli altri, con le nostre
storie personali, coi nostri problemi, coi nostri guai, certo, anche
con le nostre gioie. Magari la differenza sta nel fatto che affrontiamo
la vita con maggiore naturalezza, accettando con una certa passività
e benevolenza quello che il destino ci riserva, tanto, il bene e
il male, il bello e il brutto alla fine si equilibrano sempre. Vedi,
io credo che per quanto uno possa essere stato sfortunato, possa
aver sofferto, nemmeno per lui, la notte sarà infinita. C’è
sempre un’alba da qualche parte, che lo aspetta”.
-Com’è dolce questa giovane donna- penso. Le sue parole
hanno dissolto quella mano invisibile che mi comprimeva il petto
e provo una sensazione di calma piatta, una bonaccia risanante.
Alcuni granchietti bianchi si muovono pigri sul bagnasciuga, si
lasciano carezzare dalla lievissima spuma nella quale l’onda
si dissolve, ma basta un cambiamento improvviso, come Tihare che
allunga una gamba, che scappano tutti nei loro buchetti, per riemergere
cautamente poco dopo.
“A te non è mai capitato nulla?”chiedo un po’
imbarazzato per questa mia improvvisa indiscrezione.
“Intendi dire se ho mai sofferto veramente?” domanda
invece lei senza ipocrisia.
Annuisco guardandola negli occhi.
“Credo proprio di sì” risponde mentre con le
piccole dita dei piedi smuove un poco la rena. “Avevo un amico”
dice, “un amico d’infanzia che abitava nel mio villaggio,
si chiamava Maui, trascorrevamo tanto tempo insieme, abbiamo giocato
così tanto e ci siamo divertiti così tanto che non
rimpiango di essere cresciuta, di essere diventata adulta, credo
che non avremmo potuto sfruttare meglio la nostra infanzia.Crescendo
è diventato un bel ragazzo, alto, forte, le mie amiche lo
guardavano con interesse, aveva le ciglia così lunghe e setose
che i suoi occhi parevano di velluto, i denti bianchi come la polpa
del cocco, ma soprattutto era generoso e buono”. Tihare smette
un attimo di parlare e aggrotta la fronte. Quando è rimasto
sotto a causa di un’embolia, due anni fa, aveva solo diciotto
anni. Accompagnava i turisti nelle immersioni subacquee. Aveva il
brevetto...”aggiunge con un nodo alla gola. Questa volta sono
io a passarle una mano sui capelli. Lei gira la testa e mi guarda.
“Sai” prosegue “diceva che tra qualche anno sarei
diventata sua moglie, perché non poteva sposare che me”.
Affonda il mento nelle ginocchia e guarda il mare con aria corrucciata.
“Ecco perché me ne voglio andare a Parigi, non lo sopporto
più tanto questo mare. Ma non è così semplice”
continua “perché è una sorta di amore odio.
In fondo questa è la mia terra, qui sono stata tanto felice
con lui, vedi... il bene e il male alla fine si equilibrano”.
Sento qualcosa di morbido sfiorarmi la schiena.
“Ciao Bibu!” esclama Tihare, “vieni qui bello
che ti gratto un po’ la pancia”.
Bibu è un cane dal pelo giallastro che sta agitando la coda
contento di vederci, o meglio contento di vedere lei. Le lecca una
mano e lei gli scompiglia il pelo ridendo, poi apre la sua sacca
e gli dà una sorta di focaccetta che odora di carne. L’animale
abbaia come per ringraziare e si mette a masticare tranquillamente
il suo boccone.
“Ma da dove è sbucato?” le domando meravigliato.
“E’ il cane di un pescatore che ha un capanno là,
in mezzo alla vegetazione, è un vecchio amico di mio padre”
precisa, “lo conosco da quando era cucciolo e siccome so che
è un golosone, tutte le volte che vengo qui, gli porto qualcosa
da mangiare. E’ un animale buonissimo e giocherellone”.
“Anch’io da ragazzino avevo un cane” dico,”
veramente era di mio nonno, ma appena arrivavo da scuola correva
attraverso il giardino che collegava le nostre due case, mi zampettava
attorno agitando velocemente la coda, poi si alzava in piedi nel
tentativo di leccarmi la faccia. Qualche volta, quando ce la faceva,
era tutto felice per la sua impresa. Praticamente fino a sera stava
con me, mi accompagnava nelle uscite o rimaneva in camera mia mentre
studiavo. Quando è morto ho pianto come se se ne fosse andata
una persona cara e, siccome l’abbiamo seppellito in giardino,
per smorzare il dispiacere mi immaginavo che la notte girasse ancora
attorno alla casa, ovviamente trasparente come un fantasma. Forse
era una cosa stupida ma a me faceva piacere”.
Bibu si acquatta sulla sabbia e ci guarda con quell’espressione
triste che solo i cani hanno.
“Ecco tuo padre”.Ci alziamo, raccogliamo la roba e raggiungiamo
la barca che nel frattempo si è avvicinata alla riva.
Trascorriamo mezz’ora tra i flutti prima di arrivare a destinazione.
Aiuto Niah a tirare in secca la barca. Vorrei andare subito a vedere
questa foresta tanto decantata, ma Tihare ha fame e poi dice che
non è ancora il momento giusto per andarci, che conviene
aspettare ancora un poco. -Non è ancora il momento giusto
per andarci? Cosa vorrà dire?- mi chiedo. Comunque rispetto
la sua richiesta, in effetti a farci caso, ho dei crampi allo stomaco,
la frutta del mattino si è ormai dissolta e poi il profumo
del pesce alla griglia che sta cucinando Niah è molto allettante.
Ogni tanto sventola la brace con un ventaglio vegetale. Ci sa fare
come cuoco. Prende dei piatti di carta dalla barca e dice di servirmi
come e quanto voglio.La cottura è giusta. “Squisito!”
gli dico dopo che un’aggiunta di sale ha aggiustato il sapore.
“Davvero squisito” ripeto. Sorride soddisfatto.
Appena ha finito la sua parte, si alza, sbuccia delle banane e le
butta sulla griglia ancora calda, poco dopo le spolvera con qualcosa
che a me sembra cannella, ma qualsiasi spezia sia, il mio naso è
felice del mélange. Mi piacerebbe un espresso adesso, ma
so che è impossibile, in mancanza bevo un sorso di Coca Cola,
-anche qui c’è la caffeina- mi dico. Cogli occhi cerco
Tihare. Non c’è più. Dove sarà andata?
Mi chiedo.- I servizi qua sono all’aria aperta - penso, e
mi viene da sorridere ricordando quando da piccolo andavo a fare
i miei bisogni nell’orto del nonno, con i fili d’erba
che mi solleticavano il sedere.
Mi sdraio sotto una palma con le mani dietro la nuca. Osservo il
cielo attraverso i tagli delle foglie, il loro movimento mi rilassa
, la vista inizia ad annebbiarsi, sento le palpebre farsi pesanti
mentre il tepore dell’aria mi protegge come una coperta. Decido
di chiudere gli occhi per un attimo, finché non arriva lei,
mi dico.Ma il sonno mi fa suo prigioniero.
Vengo svegliato da un chiacchierare sommesso, Niah e la figlia parlano
fitto fitto nella loro lingua. Mi appoggio sui gomiti, ho la vista
ancora un po’ sfocata.
“Ehi!” esclama Tihare “bentornato dal mondo dei
sogni. E’ ora di andare, altrimenti tra un po’ cala
il sole”.
-Ma quanto ho dormito?- mi domando. Guardo l’orologio, sono
le quattro e un quarto. A queste latitudini il giorno dura di meno.
Sorseggio un po’ di latte di cocco mentre Tihare indossa i
sandali di gomma per camminare sui coralli. Quando siamo pronti
mi giro verso Niah ma lui mi fa segno di andare. “Mio padre
non viene, preferisce rimanere qui”. Lo saluto con un cenno
della mano e mi avvio con lei fino a raggiungere un corso d’acqua
che attraversa l’anello.
“Questa è la strada che porta alla foresta” mi
informa lei.
Camminiamo per un centinaio di metri seguendo questa sinuosa via
d’acqua. La sua profondità varia dalla caviglia sino
alla vita e oltre in alcuni punti; proseguiamo lenti in mezzo a
questo cristallo verde, mentre esili castagnole dalla bellissima
livrea colorata, ci guizzano tra le gambe. Finalmente riesco a scorgere
le tridacne, enormi conchiglie che ci sorridono con le loro labbra
verdi, blu, gialle o marroni, non le avevo mai viste, sembrano le
conchiglie delle fiabe. Bisogna stare attenti ai ricci, ce ne sono
parecchi nascosti tra gli anfratti delle piccole rocce disseminate
sul fondale di sabbia bianca, mi fermo ad osservarli e noto che
muovono impercettibilmente i loro lunghissimi aculei. Inizio a intravedere
la foresta, che mi appare dietro ad un’ansa. Mentre sto fissando
quel bosco strano, Tihare mi chiama:“Guarda!”. Mi giro
dove lei mi sta indicando: è incredibile,c’è
una murena che ci osserva, con la sua grossa testa e un corpo corto,
corto.
“Me le immaginavo più grandi. Non sarà mica
un cucciolo?” le chiedo scherzando.
“Certo” mi risponde, “è una giovane murena
un po’ preoccupata perché lì c’è
la sua tana. Non avvicinarti troppo” mi suggerisce.
“Non ci penso neanche. Sarà piccola, ma so bene che
razza di cavità orale hanno”.
Saliamo sulla taglientissima barriera corallina, nera come la lava
e raggiungiamo la nostra meta. Rimango come si dice a bocca aperta:
davanti a noi ci sono degli alberi, degli enormi cespugli più
alti di me, fatti di pietra nera, sì, proprio una foresta
di alberi fossili.
“Sembra il sortilegio di una maga, che invece di pietrificare
dei cavalieri ha pietrificato un bosco” dico ad alta voce
e penso che è valsa la pena di venire in Polinesia solo per
vedere questa meraviglia. Tihare sorride. “Non è stata
una maga a fare tutto ciò, ma la natura. Pensa che un tempo
tutti questi enormi coralli erano nascosti nelle profondità
marine, e un giorno sono emersi a seguito di un sollevamento tellurico”.
“Un terremoto sottomarino?” chiedo non essendo ben sicuro
della mia traduzione.
“Proprio così” mi conferma.
Inizio a passeggiare tra queste concrezioni madreporiche e cerco
di immaginarmele colorate come dovevano essere state un tempo. Ma
cosa fa Tihare? La vedo che guarda verso oriente: là, il
cielo è già azzurro e brilla una stella, sopra le
nostre teste invece si intravede la luna, mentre a ponente il sole
si è abbassato. Quasi non me ne ero accorto perso com’ero
nei miei pensieri. Viene verso di me: “Dovrei dirti una cosa”
esordisce, “Ma non vorrei essere presa per matta”.
Ha un’espressione che fa intenerire, “Io un po’
matto lo sono, se proprio lo vuoi sapere, quindi non mi stupirò
di niente” le rispondo tranquillo.
“Ci siamo incontrati ieri per la prima volta. Ebbene? Mi chiederai.
Ebbene, io ho la chiara sensazione di conoscerti da molto più
tempo” dice tutto d’un fiato.
La guardo sgranando gli occhi. “Ma lo sai che anche per me
è la stessa cosa?” le rispondo senza sentirmi ridicolo.
“Come te lo spieghi?” prosegue lei.
“Io sono cristiano e non induista e neanche praticante, francamente
non mi intendo di reincarnazioni. Certo che sarebbe una spiegazione
affascinante...”
“Mio padre pensa che possa accadere. Dice che quando le anime
sono in pace, rinascono, però sono pochissimi quelli che
si ricordano delle loro vite precedenti. Rimangono solo dei frammenti
mischiati, e così certuni credono che sono solo loro fantasie
o brandelli di sogni”. Un improvviso soffio di vento caldo
le scompiglia i capelli vaporosi.
“Vieni” mi invita, “andiamo laggiù dove
c’è quella piccola pass, dove la foresta si taglia
in due, il crepuscolo si avvicina”.
“Ma torneremo col buio” protesto inquieto.
“Non temere tornare è facile, è la stessa strada
che abbiamo percorso all’andata, e poi ho con me una pila,
anche se la nostra vera pila sarà la luna piena”.
Non sono quelle poche decine di metri che dobbiamo percorrere a
preoccuparmi. Ma qualcosa,qualcosa che si sta insinuando nella mia
mente, perché sento che sta per accadere qualche cosa di
anomalo. Risento le parole che Tihare ha detto ieri sera -E’
un posto magico. Andiamoci non te ne pentirai-. Forse lei sta percependo
i miei pensieri perché mi dice: “Jacopo, non avere
paura. Ma in fondo hai ragione, come puoi fidarti di me? In realtà
per te io sono solo una sconosciuta, e anche tu per me. Ma io sento
che siamo fatti della stessa pasta, che insieme ce la faremo. Anche
mio padre ha detto che con le nostre energie unite abbiamo buone
probabilità di riuscire a vedere”.
“A vedere cosa?” chiedo impressionato.
“A vedere chi hai perduto” mi risponde con impeto, “ma
solo... solo se lo desideri con tutte le tue forze”.
Mi sembra che la testa mi vada in tilt. -Non è possibile!-
urlo dentro di me. “Non è possibile!” dico ad
alta voce.
“Può esserlo! Proviamoci ti prego” insiste. “Ci
sono solo alcuni luoghi al mondo che consentono il contatto e uno
di questi è qui, a pochi metri da noi. Vuoi rinunciarci?”
Emetto un profondo sospiro, “Andiamo” dico. E ci avviamo
verso il punto che lei mi ha indicato.
“Pochi attimi prima che il sole cada oltre l’orizzonte,
quando il cielo sarà infuocato, quello sarà il momento”
dice.
Ci fermiamo dove la foresta di coralli si interrompe, dove l’acqua
del Pacifico entra nella laguna attraverso una spaccatura dell’atollo.
Lei guarda in alto,su nel cielo, “La costellazione è
al punto giusto” sussurra. Alzo gli occhi anch’io, ma
sono troppo agitato per focalizzare il gruppo di stelle di cui parla,
sono confuso. “Ancora pochi attimi...” mormora. “Ti
prego non parlare qualsiasi cosa accada, e pensa intensamente alla
persona che vuoi vedere. Il ricordo dell’amore che c’è
stato eliminerà il confine tra i mondi”.
Mi prende per mano, sento le sue dita scivolare tra le mie e mi
pare di avvertire una sorta di flusso di corrente che mi fa sentire
forte. Il cielo è quasi buio sopra le nostre teste e aranciato,
quasi rosso, là in fondo, a occidente. Chiudo gli occhi,
ora ho capito, ho capito che questa pass è uno dei confini
tra i mondi, che il crepuscolo è il momento che consente
di superare la barriera spazio-temporale che esiste tra noi e loro.
Mi concentro, mi sembra di percepire delle presenze.
Apro gli occhi e guardo dall’altra parte dell’anello.
L’emozione è tale che ho paura di svenire. Là,
oltre l’acqua, vedo una donna, una donna che alza un braccio
e mi saluta sorridendo. Ma quella è mia madre... -E’
mia madre!- grido dentro di me. Insieme a lei c’è un
giovane dalla pelle abbronzata coi capelli scuri e lunghi. -Forse
è Maui- penso. Li guardo per un lungo istante, sembrano vivi,
i loro capelli, i loro abiti sono smossi dal turbine d’aria
che si è sollevato da poco.
Mi pare di sentire le loro voci, quella di mia madre e quella di
lui che pronuncia parole per me incomprensibili rivolte solo a Tihare.
“Amore mio, Jacopo, figlio mio...” la sua voce mi arriva
come un’eco, il cuore mi batte forte “Mamma” penso,
“perché mi hai abbandonato così presto?”
“Anima mia, era scritto nel mio destino, ma questo non significa
che io non ti sia più accanto e lo sarò fino a quando
ne avrai bisogno”.
Piango e le lacrime mi offuscano la sua figura che mi sembra stia
già iniziando a perdere consistenza.
“Jacopo mio” dice con dolcezza, “cerca di non
rimanere troppo ancorato al passato perché altrimenti ti
precludi le gioie del presente e... il futuro”.
Adesso ha assunto un’espressione malinconica, ma un istante
dopo mi sorride. “Ricordati che il segreto della felicità
sta nell’innocenza e nella bontà”.
La sua voce adesso mi giunge un po’ confusa, purtroppo capisco
cosa sta accadendo.
Rimane solo un piccolissimo spicchio di sole che ormai sta inesorabilmente
per essere risucchiato nel nero dell’oceano. Vedo mia madre
e Maui che guardano anche loro quell’ultimo barlume sanguigno,
si abbracciano e alzano le mani per un ultimo e definitivo saluto.
Salutiamo anche noi, fino a quando scompaiono dalla nostra vista.
Io e Tihare, dopo un primo attimo di smarrimento ci stringiamo forte
forte, e piangiamo l’uno nelle braccia dell’altro.
“Chi era quella donna?” chiede lei appena le ritorna
la voce.
“Mia madre”rispondo.
“L’avevo pensato, ma mi sembrava così giovane”.
Lentamente torniamo da Niah che ci aspetta per riattraversare la
laguna.
5
E’
passato un anno. Esattamente è il 29 luglio, sto passeggiando
per la mia spaziosa abitazione,una vecchia casa sita nel cuore storico
della mia Pistoia. Era di mia madre. Da quando mio padre è
andato a vivere con la sua nuova compagna, è diventata ancora
più spaziosa. Controllo che tutto sia in ordine, voglio che
lei si trovi a suo agio. Ho comprato frutta tropicale e fiori per
farla sentire ancora un po’a casa sua. Sì, tra poco
uscirò, avvierò l’auto e andrò all’aeroporto
di Firenze. Tihare arriverà da Milano con un volo Alitalia.
Dopo venticinque ore di viaggio sarà qui. Guardo il tavolo
scuro di noce dello studio che ha qualche ammaccatura, i segni del
tempo, che ne fanno un oggetto vissuto, di quelli che piacciono
a me. Ci sono impignate tutte le lettere che Tihare mi ha scritto
nell’arco di quest’anno, senza contare le bollette che
mi sono arrivate delle telefonate intercontinentali. Due mesi fa,
quando ha terminato il suo corso di studi le ho chiesto di venire
in Italia, a vivere un po’ con me. Che senso avrebbe altrimenti
la nostra storia, se così si può chiamare un rapporto
prevalentemente epistolare che però, invece di dirardarsi
col tempo si è infittito? Ormai di Elisa non mi ricordo nemmeno
più i lineamenti perché non ho fatto altro che pensare
a lei. Me ne sono accorto già un anno fa. Ci eravamo appena
lasciati, l’aereo era appena decollato che già mi mancava.
Come poteva mancarmi una ragazza con la quale ero stato appena due
giorni e con la quale non era successo niente? Beh, proprio niente
non direi, quello che mi è capitato alla foresta pietrificata
non mi succederà più con nessun altra, di questo ne
sono più che sicuro.
Prendo le chiavi della macchina e scendo le scale antiche.- Se è
lei il mio destino - mi dico,- così sia-.
Luciana Benotto -
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