TIHARE

1


Devo proprio ammettere che è estremamente piacevole camminare a piedi nudi sulla lunga spiaggia di cipria bianca intanto che la pelle mi si asciuga dopo il bagno. Mentre mi passo una mano sui capelli salati appiccicati alla nuca, mi accorgo di un uomo di mezza età seduto all’ombra delle slanciate palme da cocco. Mi fermo ad osservare il suo paziente lavoro: sta forando delle conchiglie. Alza gli occhi, sorride e mi invita a sederglisi accanto. Nei capelli grigi, increspati come le onde dell’oceano che ci circonda, ha un frangipane bianco.
“Vede come mi guadagno da vivere?” dice in un buon francese, “creo collane e bracciali che vendo agli alberghi o direttamente ai turisti che si fermano alla mia bancarella, là, in paese, e fa cenno al gruppo di case fatte di legno, lamiera e paglia, che distano a occhio e croce un chilometro da noi.
“Da giovane ero un pescatore di perle, quelle nere, che lei avrà visto al suo albergo. Ma adesso non ho più i polmoni così forti come un tempo, la raccolta delle ostriche è roba per giovani, io purtroppo non ho più l’età; ora mi limito ad acchiappare qualche pesce” conclude alzando le sopracciglia.
“Lei vive in uno dei posti più belli del mondo” gli dico materializzando le mie sensazioni.
-Forse la mia frase è talmente banale che avrei potuto fare a meno di parlare- penso tra me, ma io il francese non lo conosco proprio bene e quindi mi esprimo in modo sintetico, noi italiani per le lingue siamo così negati.
Quest’uomo ha uno sguardo privo di malizia, mi incuriosisce, ha un atteggiamento rassicurante; non sono abituato a stare con gente semplice come lui, nel cosiddetto mondo civile, nella maggior parte dei casi , non ci fidiamo del prossimo; forse anch’io, nel mio abitudinario atteggiamento da difesa appaio agli altri poco rassicurante, magari persino pericoloso, chissà. Forse la voglia di stare accanto a un tuo simile nasce quando non si vive troppo appiccicati, quando lo spazio non manca, forse solo allora si ha veramente voglia della compagnia dell’altro, della sua amicizia.
Lo guardo cercando di ritrovare lo sguardo innocente che avevo da bambino, quando la vita non mi aveva ancora punto, cerco di lasciarmi andare una volta tanto, in fondo con lui,mi sento a mio agio. Potrebbe essere mio padre, il padre che avrei voluto: meno severo, e più presente.- Niente tristezze, per carità - mi dico - sono in vacanza, sono in un luogo dove probabilmente non tornerò facilmente visto il costo. Ma era un sogno, il sogno, che volevo realizzare fin dall’infanzia quando sul terrazzo dei nonni, leggevo di fantastiche avventure nei Mari del Sud. Ed ora, ne sono l’interprete principale.
Mentre continua il suo lavoro mi racconta di aver sempre vissuto a Rangiroa, da vero polinesiano, seguendo i ritmi della natura e godendo dei suoi doni: la manioca, il taro, l’albero del pane, l’igname, le patate dolci, il bambù e il pandano, col quale ha ricoperto il tetto della sua casa, e, naturalmente i pesci che a branchi multicolori fluttuano in quelle acque di cristallo turchese. Mi chiedo come si possa mangiare dei pesci così belli che dalle nostre parti volteggiano negli acquari.
I suoi due figli maschi non hanno seguito le sue orme, se ne sono andati a Papeete, nella civiltà.Lui c’è stato una sola volta a Papeete e gli è bastato: “Troppo caotica” dice.
Intanto vedo avvicinarsi ondeggiando sui fianchi, una ragazza che indossa un pareo dalle tonalità fucsia e una collana di tiaré, le profumatissime gardenie. E’ molto aggraziata nei movimenti, ma soprattutto, è così bella che, per un lungo attimo la osservo affascinato.
“Si chiama Tihare, è mia figlia” dice l’uomo con orgoglio, “l’ultimo fiore rimastomi. La sera danza il tamurè per i turisti insieme alla compagnia di ballo locale, ma un giorno se ne andrà anche lei. E’ troppo graziosa per rimanere in questa isola selvaggia. Lei vuole un futuro diverso; dice che quando avrà preso il diploma di interprete, se ne andrà a Parigi. Quanti sogni!” sospira, “Quando se ne sarà andata, la mia isola non sarà più bella come prima”.
Sinuosa come una sirena Tihare si lascia scivolare sulle ginocchia, accarezza i capelli del padre e gli parla nella sua lingua misteriosa, mentre io sento una piacevole sensazione di calore avvolgermi il cuore. Poi all’improvviso gira il viso verso di me e mi guarda dritto in fondo agli occhi. “Piacere” dice allungando la mano destra, “mi chiamo Tihare” “molto lieto” rispondo cercando di mantenere un contegno “io sono Jacopo”.
La ragazza si rivolge nuovamente a suo padre, poi si rialza, sorride ad entrambi, accenna un saluto con la mano e torna sui suoi passi. La vedo allontanarsi evanescente come un sogno.

2


Sono agli sgoccioli della mia vacanza, gli altri giorni li ho passati a Morea e a Bora Bora. Di Bora Bora dicono che è l’isola più bella del mondo: una montagna verde immersa in una macchia azzurra circondata da un oceano blu come la notte, Dino De Laurentiis ci ha addirittura girato due pellicole: Hurricane e Shark Boy, eppure, a me, Rangiroa affascina di più, selvatica com’è: un atollo di settanta chilometri , un enorme anello di corallo colonizzato dalla vegetazione tropicale, al cui interno si trova una laguna così grande, ma così grande che potrebbe starci l’isola di Tahiti tutta intera. Uno spettacolo: da una parte l’oceano e dall’altra questa specie di mare interno, separati solo da una stretta striscia di sabbia spolverata sul cratere sommerso del vecchio vulcano spento. Decido di passare dal bagnasciuga della laguna al bordo esterno, dove, oltre il reef l’oceano sprofonda per centinaia di metri.
Tra i due mari non ci sono neppure duecento metri, la cosa mi sgomenta.
-E se questa notte dall’oceano si sollevassero ondate paurose?- mi chiedo - Morirei annegato. Annegato e poi mangiato dai pescecani che vivono oltre il magico anello-.
Il ruggito furioso delle onde che si infrangono sulla barriera corallina mi assorda, vorrei avvicinarmi al bordo per guardare giù, ma ho paura, ho paura che un cavallone più alto degli altri possa agguantarmi e trascinarmi nell’abisso.
Sette anni fa mi sarei lasciato trascinare nell’abisso, sette anni fa, quando poco più che adolescente ho visto mia madre lasciarmi, nel giro di neanche un anno, un anno durante il quale la vita usciva da lei come da un contagocce, giorno per giorno, inesorabilmente, senza che io potessi fermare quel salasso. Com’era dolce mia madre, com’era tenera. Sapeva raccontare le favole come nessun altro, era così allegra, così scherzosa e poi, quando ero piccolo quanti baci mi dava, che baci! Che abbracci! Chissà se troverò mai una donna che sappia volermi bene quanto me ne ha voluto lei.


Quella sera in albergo rincontro Tihare, balla alla luce dei fuochi accesi apposta nello spiazzo davanti all’hotel, hotel di nome e non di fatto trattandosi di capanne dotate sì di servizi, ma pur sempre capanne.
Non mi riconosce seduto come sono nella semioscurità.
E’ così fluida nella danza che sembra proprio una creatura del mare.
Anche Elisa ballava bene, certo non come lei, e nemmeno sembrava una sirena, o forse, un tempo, lo era stata, ma poi si è trasformata in una gorgone. Quanto mi ha fatto soffrire... All’inizio avevo creduto all’incontro di due anime, al fatto che fosse scritto da qualche parte un nostro destino comune e mi ero lasciato andare...fiducioso, e per un po’ ho assaporato la gioia di amare senza paura. Durante il nostro primo anno mi sentivo forte perché eravamo in due e insieme a lei avrei potuto sfidare il mondo. Ma un certo punto capii che invece eravamo in tre. Stava con me ma pensava sempre più spesso al suo ex e me ne parlava con nostalgia, tanto che aveva preso ad andarlo a trovare per capire con chi voleva stare veramente. Ma le succedeva qualcosa di strano: quando era da lui avrebbe voluto essere con me e quando era con me non faceva che pensare a lui. Sono stato maledettamente male. Mi teneva sul filo, ma quello non era amore, o perlomeno io non amo in questo modo. “Ti amo” continuava a ripetermi nonostante quella situazione ingarbugliata, ma per me ormai quelle erano parole senza valore. Suoni.
Che strazio sforzarsi di odiare chi si ama per strapparselo di dosso quando invece, si vorrebbe stargli accanto ed essere felici insieme.
Col ricordo mi ritorna l’angoscia di quel tempo. Sento che gli occhi mi si riempiono di liquido caldo, fingo di sbadigliare, mi alzo e me ne vado lungo la spiaggia illuminata dalla luce della luna piena, una luna così splendente che l’ombra delle foglie delle palme si disegna sulla sabbia argentata.
La quiete di questa notte stellata, con la Croce del Sud che brilla sopra la mia testa, i profumi dell’aria, la melodia che mi insegue languidamente, mi calmano e, a poco a poco ritrovo un briciolo di quella serenità che ero a malapena riuscito a ricostruirmi.
Cammino a lungo accompagnato dall’impercettibile sciabordio delle piccole onde che accarezzano il bagnasciuga, poi mi siedo e gioco con la sabbia come se la mia mano fosse una clessidra. Qui non sono prigioniero del tempo e volendo potrei passare la notte senza rientrare, ma ho sete e così, sebbene controvoglia torno sui miei passi.
Appollaiato sullo sgabello del bar a sorbire un liquido mezzo turchese e mezzo giallo, vedo arrivare Tihare che si mette a parlare in modo concitato col direttore dell’albergo, un francese secco e abbronzato che indossa una camicia a fiori e dei jeans tagliati e sfilacciati al ginocchio. Nonostante il mio francese scolastico, capisco che c’è qualcosa che non va.
“Il dottor Poitor è a Raiatea, non so se rientra per domani” dice l’uomo.
“Ma mia madre sta male adesso, altrimenti mica sarei corsa dal villaggio a qui a quest’ora di notte!”
“Che posso farci?” esclama lui, “Se vuoi possiamo guardare nella cassetta dei medicinali”.
Decido di intervenire. “Ciao! Ci siamo conosciuti ieri...ero con tuo padre” esordisco.
“Ah sì?” mi risponde lei senza troppo interesse.
“Vorrei aiutarti. Sono un medico, anche se fresco di laurea”.
“Un medico?” ripete lei interessata stavolta.
“Ho qualche strumento del mestiere in valigia, se ti fidi vengo a dare un’occhiata a tua madre”.
“Vi accompagno con la jeep” aggiunge il direttore e così ci dirigiamo verso il villaggio.

3

Alina, la madre di Tihare giace su un letto di vimini, con la faccia smunta.La ausculto con lo stetoscopio e le provo la pressione. “Un collasso” diagnostico, “la signora è solo affaticata”.Frugo tra i medicamenti a disposizione e trovo ciò che mi serve. “Certo sarebbe meglio parlarne col vostro medico e fare magari qualche analisi. Non le era mai capitato prima d’ora?” chiedo.
Niah, suo marito risponde sottovoce, quasi parlasse a se stesso: “Quasi tutte le volte...quasi tutte le volte che i due mondi stanno per incontrarsi”.
Lo guardo con aria interrogativa, ma non aggiunge altro, così mi giro verso il direttore dell’albergo, il quale sorridendo mi dice:”Non ci faccia caso, qui credono ancora in certe strane cose”.
“Strane cose?” domando.Ma nessuno mi risponde. C’è solo Tihare che mi fissa, e sento rimbalzare i suoi occhi nei miei.
Poco dopo l’iniezione la donna inizia a riprendere il suo abituale colorito e mi sorride. Le tasto ulteriormente il polso semplicemente per rassicurala ancora un po’ e li saluto. Niah, il marito mi prende per un braccio: “Dottore” dice, “le devo il suo disturbo”.
“Ma non ci pensi neanche. Anzi, se ha bisogno, se il suo medico non è ancora arrivato, non esiti a chiamarmi. Purtroppo io mi fermerò solo altri due giorni, ma se ha bisogno non esiti”.
“Se non vuole accettare il mio danaro” dice l’uomo, “accetti almeno che domani la accompagni, magari, insieme a mia figlia, alla foresta dei coralli pietrificati, sempre se non ci è ancora andato”.
Guardo Tihare e lei annuisce: “E’ un posto magico. Andiamoci, non te ne pentirai”.
Più tardi, a letto, cerco di prendere sonno come d’abitudine leggendo qualcosa. Apro “La linea d’ombra” di Conrad, che mi sono portato appresso forse per rimanere in tema coi Mari del Sud, ma non riesco a concentrarmi. Allora spengo la luce e abbraccio il cuscino come facevo da piccolo e mi addormento pensando a quella famiglia di gente semplice.

4

Quando mi sveglio è giorno, lo capisco dalla luce che tenue filtra attraverso le liste delle persiane corrose dalla salsedine. Mi siedo sul letto e cerco coi piedi le ciabatte di plastica, sbadiglio mentre mi avvio verso la porta.So che oltre c’è il mare, Alzarsi, aprire una porta e trovarsi di fronte la spiaggia e la laguna, non capita tutti i giorni, e comunque, a me, uno spettacolo del genere emoziona sempre.
Ma il mare rimane sullo sfondo. Lì, seduta sugli scalini di legno della mia capanna c’è Tihare.
“Ciao!” esclama allegra, “sono venuta a prenderti per accompagnarti alla foresta. Dopo che avrai fatto colazione, con tutto comodo possiamo partire. Mio padre sarà qui tra poco”.
“E tua madre come sta?” le chiedo.
“Molto meglio, grazie”.
Vorrei chiederle qualcosa a proposito del confine tra i mondi, ma mi sento ridicolo e lascio perdere. Forse è solo un modo di dire polinesiano...
Mi fa compagnia mentre faccio colazione.Spremo un po’ di lime su alcune fette rosse di papaya prima di gustarmele, verso del caffè nero e mangio una fetta di crostata all’ananas. Ci sono delle mosche noiose, le caccio via col tovagliolo. Sono infastidito, ma il fatto che lei sia qui con me mi tranquillizza. -Questa ragazza è come suo padre- penso. Provo una strana sensazione di familiarità. L’ho appena conosciuta, eppure è come se avessimo passato la vita insieme. Penso che sono matto. Sono lontano migliaia di chilometri da casa mia, da Pistoia, sono in un altro emisfero, eppure Tihare non mi è estranea.
Ci vuole un’ora e mezza di barca per raggiungere la foresta di coralli, però si sta in buona compagnia: branchi di delfini giocano tra i flutti blu, straordinari pesci volanti balzano improvvisamente dall’acqua, forse per vedere il mondo di fuori - mi dico - e raccontare poi, a quelli che non si azzardano a mettere fuori il naso, come sono fatti gli uomini. Nel centro della laguna non sempre Niah riesce a cavalcare le onde e allora arrivano certe secchiate! Per fortuna che fa caldo.
Prima di arrivare lui propone una fermata alla spiaggia di sabbia rosa, dice che mentre noi due faremo il bagno lui pescherà qualcosa così, più tardi, ci preparerà una bella grigliata di quelle che solo lui sa fare. Ovviamente non ho niente in contrario per questo fuori programma.
Arriviamo su una nuvola di bambagia rosa lambita dal verde morbido dell’acqua marina: un connubio cromatico veramente splendido.
Una volta a riva, io e Tihare ci mettiamo a mollo mentre suo padre si allontana un poco con la barca. Di lì a poco vedo con apprensione che ci sono delle strane pinne che mi girano attorno. Chiamo la ragazza e lei ridendo mi informa che non ho niente da temere. “Sono solo dei piccoli squali” dice “quelli che riescono ad entrare nella laguna attraverso la pass, sono innocui, tu lasciali stare e loro non ti faranno niente” e continua a nuotare pigramente a qualche metro da me. Ho portato la maschera e così guardo sott’acqua.
-Sono in un acquario- penso, mentre vedo sciami di pesci nuotare tra le gorgonie. Qualcuno lo riconosco perché ho guardato il cartello coi disegni della fauna ittica del posto, esposto all’albergo. Ci sono pesci palla, pesci chirurgo, pesci luna, pesci farfalla, hanno delle livree bellissime. Mi sembra di essere dentro ad un sogno dal quale non mi vorrei svegliare. Mi sento pizzicare una coscia, do un colpo di reni, quei piccoli di pescecane in fondo non mi sono indifferenti. Invece è lei che mi ha pizzicato di proposito. E’ pure birichina come una bambina. Quando mi accorgo dello scherzo faccio finta di acchiapparla e lei nuota veloce fino alla spiaggia.
Mi siedo sulla salvietta mentre Tihare si strizza i capelli gonfi d’acqua.
“Mio padre è molto contento che sei venuto ieri sera a vedere mia madre” dice di lì a poco.
“Non mi è costato nulla. Fa parte dei miei doveri di medico” preciso.
“Mia madre è una donna sensibile, anche mio padre a dire il vero. Siamo una famiglia strana”.
“Che significa?” le chiedo incuriosito.
“Che siamo sensibili” risponde.
“Sensibili a che cosa?” domando sempre più interessato.
“A tutto ciò che la maggior parte delle persone non vede e non sente” mi risponde seria.
“Vuoi dire che allora esiste un mondo invisibile?”
“Certamente” afferma, “ non ho dubbi in proposito”.
“Mio padre dice che ti ha visto dentro ieri, sia sulla spiaggia che a casa nostra. Sostiene che in te c’è stato molto dolore e che non è ancora sparito completamente. Non si tratta di fastidi legati al quotidiano, ma di qualcosa di forte che ha già scombussolato la tua giovane vita”.
Sono esterrefatto dalle sue parole. Sento una mano invisibile stringermi progressivamente il cuore. Com’è che le sensazioni dolorose possono tornare così prepotentemente a galla in un battibaleno? Forse ci illudiamo di rimuovere ciò che non vorremmo ricordare relegandolo nelle segrete del nostro cervello, ma clic, basta pigiare il pulsante giusto ed ecco che la memoria ripesca ciò che avevamo nascosto.
“Scusami” dice “non volevo intristirti”.
Evidentemente devo avere assunto un’espressione afflitta.
Mi passa le dita tra i capelli, proprio come faceva mia madre e provo una benefica sensazione protettiva. Abbozzo un sorriso.
Si siede accanto a me e si abbraccia le gambe, “Vedi” continua, “tu credi che qui sia il paradiso, che siamo gli abitanti delle isole felici, del resto lo pensano tutti i turisti che vengono da noi, se non fosse così magari non ci verrebbero nemmeno...ma noi, siamo uomini, uomini come gli altri, con le nostre storie personali, coi nostri problemi, coi nostri guai, certo, anche con le nostre gioie. Magari la differenza sta nel fatto che affrontiamo la vita con maggiore naturalezza, accettando con una certa passività e benevolenza quello che il destino ci riserva, tanto, il bene e il male, il bello e il brutto alla fine si equilibrano sempre. Vedi, io credo che per quanto uno possa essere stato sfortunato, possa aver sofferto, nemmeno per lui, la notte sarà infinita. C’è sempre un’alba da qualche parte, che lo aspetta”.
-Com’è dolce questa giovane donna- penso. Le sue parole hanno dissolto quella mano invisibile che mi comprimeva il petto e provo una sensazione di calma piatta, una bonaccia risanante.
Alcuni granchietti bianchi si muovono pigri sul bagnasciuga, si lasciano carezzare dalla lievissima spuma nella quale l’onda si dissolve, ma basta un cambiamento improvviso, come Tihare che allunga una gamba, che scappano tutti nei loro buchetti, per riemergere cautamente poco dopo.
“A te non è mai capitato nulla?”chiedo un po’ imbarazzato per questa mia improvvisa indiscrezione.
“Intendi dire se ho mai sofferto veramente?” domanda invece lei senza ipocrisia.
Annuisco guardandola negli occhi.
“Credo proprio di sì” risponde mentre con le piccole dita dei piedi smuove un poco la rena. “Avevo un amico” dice, “un amico d’infanzia che abitava nel mio villaggio, si chiamava Maui, trascorrevamo tanto tempo insieme, abbiamo giocato così tanto e ci siamo divertiti così tanto che non rimpiango di essere cresciuta, di essere diventata adulta, credo che non avremmo potuto sfruttare meglio la nostra infanzia.Crescendo è diventato un bel ragazzo, alto, forte, le mie amiche lo guardavano con interesse, aveva le ciglia così lunghe e setose che i suoi occhi parevano di velluto, i denti bianchi come la polpa del cocco, ma soprattutto era generoso e buono”. Tihare smette un attimo di parlare e aggrotta la fronte. Quando è rimasto sotto a causa di un’embolia, due anni fa, aveva solo diciotto anni. Accompagnava i turisti nelle immersioni subacquee. Aveva il brevetto...”aggiunge con un nodo alla gola. Questa volta sono io a passarle una mano sui capelli. Lei gira la testa e mi guarda. “Sai” prosegue “diceva che tra qualche anno sarei diventata sua moglie, perché non poteva sposare che me”. Affonda il mento nelle ginocchia e guarda il mare con aria corrucciata. “Ecco perché me ne voglio andare a Parigi, non lo sopporto più tanto questo mare. Ma non è così semplice” continua “perché è una sorta di amore odio. In fondo questa è la mia terra, qui sono stata tanto felice con lui, vedi... il bene e il male alla fine si equilibrano”.
Sento qualcosa di morbido sfiorarmi la schiena.
“Ciao Bibu!” esclama Tihare, “vieni qui bello che ti gratto un po’ la pancia”.
Bibu è un cane dal pelo giallastro che sta agitando la coda contento di vederci, o meglio contento di vedere lei. Le lecca una mano e lei gli scompiglia il pelo ridendo, poi apre la sua sacca e gli dà una sorta di focaccetta che odora di carne. L’animale abbaia come per ringraziare e si mette a masticare tranquillamente il suo boccone.
“Ma da dove è sbucato?” le domando meravigliato.
“E’ il cane di un pescatore che ha un capanno là, in mezzo alla vegetazione, è un vecchio amico di mio padre” precisa, “lo conosco da quando era cucciolo e siccome so che è un golosone, tutte le volte che vengo qui, gli porto qualcosa da mangiare. E’ un animale buonissimo e giocherellone”.
“Anch’io da ragazzino avevo un cane” dico,” veramente era di mio nonno, ma appena arrivavo da scuola correva attraverso il giardino che collegava le nostre due case, mi zampettava attorno agitando velocemente la coda, poi si alzava in piedi nel tentativo di leccarmi la faccia. Qualche volta, quando ce la faceva, era tutto felice per la sua impresa. Praticamente fino a sera stava con me, mi accompagnava nelle uscite o rimaneva in camera mia mentre studiavo. Quando è morto ho pianto come se se ne fosse andata una persona cara e, siccome l’abbiamo seppellito in giardino, per smorzare il dispiacere mi immaginavo che la notte girasse ancora attorno alla casa, ovviamente trasparente come un fantasma. Forse era una cosa stupida ma a me faceva piacere”.
Bibu si acquatta sulla sabbia e ci guarda con quell’espressione triste che solo i cani hanno.
“Ecco tuo padre”.Ci alziamo, raccogliamo la roba e raggiungiamo la barca che nel frattempo si è avvicinata alla riva.
Trascorriamo mezz’ora tra i flutti prima di arrivare a destinazione.
Aiuto Niah a tirare in secca la barca. Vorrei andare subito a vedere questa foresta tanto decantata, ma Tihare ha fame e poi dice che non è ancora il momento giusto per andarci, che conviene aspettare ancora un poco. -Non è ancora il momento giusto per andarci? Cosa vorrà dire?- mi chiedo. Comunque rispetto la sua richiesta, in effetti a farci caso, ho dei crampi allo stomaco, la frutta del mattino si è ormai dissolta e poi il profumo del pesce alla griglia che sta cucinando Niah è molto allettante. Ogni tanto sventola la brace con un ventaglio vegetale. Ci sa fare come cuoco. Prende dei piatti di carta dalla barca e dice di servirmi come e quanto voglio.La cottura è giusta. “Squisito!” gli dico dopo che un’aggiunta di sale ha aggiustato il sapore. “Davvero squisito” ripeto. Sorride soddisfatto.
Appena ha finito la sua parte, si alza, sbuccia delle banane e le butta sulla griglia ancora calda, poco dopo le spolvera con qualcosa che a me sembra cannella, ma qualsiasi spezia sia, il mio naso è felice del mélange. Mi piacerebbe un espresso adesso, ma so che è impossibile, in mancanza bevo un sorso di Coca Cola, -anche qui c’è la caffeina- mi dico. Cogli occhi cerco Tihare. Non c’è più. Dove sarà andata? Mi chiedo.- I servizi qua sono all’aria aperta - penso, e mi viene da sorridere ricordando quando da piccolo andavo a fare i miei bisogni nell’orto del nonno, con i fili d’erba che mi solleticavano il sedere.
Mi sdraio sotto una palma con le mani dietro la nuca. Osservo il cielo attraverso i tagli delle foglie, il loro movimento mi rilassa , la vista inizia ad annebbiarsi, sento le palpebre farsi pesanti mentre il tepore dell’aria mi protegge come una coperta. Decido di chiudere gli occhi per un attimo, finché non arriva lei, mi dico.Ma il sonno mi fa suo prigioniero.
Vengo svegliato da un chiacchierare sommesso, Niah e la figlia parlano fitto fitto nella loro lingua. Mi appoggio sui gomiti, ho la vista ancora un po’ sfocata.
“Ehi!” esclama Tihare “bentornato dal mondo dei sogni. E’ ora di andare, altrimenti tra un po’ cala il sole”.
-Ma quanto ho dormito?- mi domando. Guardo l’orologio, sono le quattro e un quarto. A queste latitudini il giorno dura di meno. Sorseggio un po’ di latte di cocco mentre Tihare indossa i sandali di gomma per camminare sui coralli. Quando siamo pronti mi giro verso Niah ma lui mi fa segno di andare. “Mio padre non viene, preferisce rimanere qui”. Lo saluto con un cenno della mano e mi avvio con lei fino a raggiungere un corso d’acqua che attraversa l’anello.
“Questa è la strada che porta alla foresta” mi informa lei.
Camminiamo per un centinaio di metri seguendo questa sinuosa via d’acqua. La sua profondità varia dalla caviglia sino alla vita e oltre in alcuni punti; proseguiamo lenti in mezzo a questo cristallo verde, mentre esili castagnole dalla bellissima livrea colorata, ci guizzano tra le gambe. Finalmente riesco a scorgere le tridacne, enormi conchiglie che ci sorridono con le loro labbra verdi, blu, gialle o marroni, non le avevo mai viste, sembrano le conchiglie delle fiabe. Bisogna stare attenti ai ricci, ce ne sono parecchi nascosti tra gli anfratti delle piccole rocce disseminate sul fondale di sabbia bianca, mi fermo ad osservarli e noto che muovono impercettibilmente i loro lunghissimi aculei. Inizio a intravedere la foresta, che mi appare dietro ad un’ansa. Mentre sto fissando quel bosco strano, Tihare mi chiama:“Guarda!”. Mi giro dove lei mi sta indicando: è incredibile,c’è una murena che ci osserva, con la sua grossa testa e un corpo corto, corto.
“Me le immaginavo più grandi. Non sarà mica un cucciolo?” le chiedo scherzando.
“Certo” mi risponde, “è una giovane murena un po’ preoccupata perché lì c’è la sua tana. Non avvicinarti troppo” mi suggerisce.
“Non ci penso neanche. Sarà piccola, ma so bene che razza di cavità orale hanno”.
Saliamo sulla taglientissima barriera corallina, nera come la lava e raggiungiamo la nostra meta. Rimango come si dice a bocca aperta: davanti a noi ci sono degli alberi, degli enormi cespugli più alti di me, fatti di pietra nera, sì, proprio una foresta di alberi fossili.
“Sembra il sortilegio di una maga, che invece di pietrificare dei cavalieri ha pietrificato un bosco” dico ad alta voce e penso che è valsa la pena di venire in Polinesia solo per vedere questa meraviglia. Tihare sorride. “Non è stata una maga a fare tutto ciò, ma la natura. Pensa che un tempo tutti questi enormi coralli erano nascosti nelle profondità marine, e un giorno sono emersi a seguito di un sollevamento tellurico”.
“Un terremoto sottomarino?” chiedo non essendo ben sicuro della mia traduzione.
“Proprio così” mi conferma.
Inizio a passeggiare tra queste concrezioni madreporiche e cerco di immaginarmele colorate come dovevano essere state un tempo. Ma cosa fa Tihare? La vedo che guarda verso oriente: là, il cielo è già azzurro e brilla una stella, sopra le nostre teste invece si intravede la luna, mentre a ponente il sole si è abbassato. Quasi non me ne ero accorto perso com’ero nei miei pensieri. Viene verso di me: “Dovrei dirti una cosa” esordisce, “Ma non vorrei essere presa per matta”.
Ha un’espressione che fa intenerire, “Io un po’ matto lo sono, se proprio lo vuoi sapere, quindi non mi stupirò di niente” le rispondo tranquillo.
“Ci siamo incontrati ieri per la prima volta. Ebbene? Mi chiederai. Ebbene, io ho la chiara sensazione di conoscerti da molto più tempo” dice tutto d’un fiato.
La guardo sgranando gli occhi. “Ma lo sai che anche per me è la stessa cosa?” le rispondo senza sentirmi ridicolo.
“Come te lo spieghi?” prosegue lei.
“Io sono cristiano e non induista e neanche praticante, francamente non mi intendo di reincarnazioni. Certo che sarebbe una spiegazione affascinante...”
“Mio padre pensa che possa accadere. Dice che quando le anime sono in pace, rinascono, però sono pochissimi quelli che si ricordano delle loro vite precedenti. Rimangono solo dei frammenti mischiati, e così certuni credono che sono solo loro fantasie o brandelli di sogni”. Un improvviso soffio di vento caldo le scompiglia i capelli vaporosi.
“Vieni” mi invita, “andiamo laggiù dove c’è quella piccola pass, dove la foresta si taglia in due, il crepuscolo si avvicina”.
“Ma torneremo col buio” protesto inquieto.
“Non temere tornare è facile, è la stessa strada che abbiamo percorso all’andata, e poi ho con me una pila, anche se la nostra vera pila sarà la luna piena”.
Non sono quelle poche decine di metri che dobbiamo percorrere a preoccuparmi. Ma qualcosa,qualcosa che si sta insinuando nella mia mente, perché sento che sta per accadere qualche cosa di anomalo. Risento le parole che Tihare ha detto ieri sera -E’ un posto magico. Andiamoci non te ne pentirai-. Forse lei sta percependo i miei pensieri perché mi dice: “Jacopo, non avere paura. Ma in fondo hai ragione, come puoi fidarti di me? In realtà per te io sono solo una sconosciuta, e anche tu per me. Ma io sento che siamo fatti della stessa pasta, che insieme ce la faremo. Anche mio padre ha detto che con le nostre energie unite abbiamo buone probabilità di riuscire a vedere”.
“A vedere cosa?” chiedo impressionato.
“A vedere chi hai perduto” mi risponde con impeto, “ma solo... solo se lo desideri con tutte le tue forze”.
Mi sembra che la testa mi vada in tilt. -Non è possibile!- urlo dentro di me. “Non è possibile!” dico ad alta voce.
“Può esserlo! Proviamoci ti prego” insiste. “Ci sono solo alcuni luoghi al mondo che consentono il contatto e uno di questi è qui, a pochi metri da noi. Vuoi rinunciarci?”
Emetto un profondo sospiro, “Andiamo” dico. E ci avviamo verso il punto che lei mi ha indicato.
“Pochi attimi prima che il sole cada oltre l’orizzonte, quando il cielo sarà infuocato, quello sarà il momento” dice.
Ci fermiamo dove la foresta di coralli si interrompe, dove l’acqua del Pacifico entra nella laguna attraverso una spaccatura dell’atollo. Lei guarda in alto,su nel cielo, “La costellazione è al punto giusto” sussurra. Alzo gli occhi anch’io, ma sono troppo agitato per focalizzare il gruppo di stelle di cui parla, sono confuso. “Ancora pochi attimi...” mormora. “Ti prego non parlare qualsiasi cosa accada, e pensa intensamente alla persona che vuoi vedere. Il ricordo dell’amore che c’è stato eliminerà il confine tra i mondi”.
Mi prende per mano, sento le sue dita scivolare tra le mie e mi pare di avvertire una sorta di flusso di corrente che mi fa sentire forte. Il cielo è quasi buio sopra le nostre teste e aranciato, quasi rosso, là in fondo, a occidente. Chiudo gli occhi, ora ho capito, ho capito che questa pass è uno dei confini tra i mondi, che il crepuscolo è il momento che consente di superare la barriera spazio-temporale che esiste tra noi e loro. Mi concentro, mi sembra di percepire delle presenze.
Apro gli occhi e guardo dall’altra parte dell’anello. L’emozione è tale che ho paura di svenire. Là, oltre l’acqua, vedo una donna, una donna che alza un braccio e mi saluta sorridendo. Ma quella è mia madre... -E’ mia madre!- grido dentro di me. Insieme a lei c’è un giovane dalla pelle abbronzata coi capelli scuri e lunghi. -Forse è Maui- penso. Li guardo per un lungo istante, sembrano vivi, i loro capelli, i loro abiti sono smossi dal turbine d’aria che si è sollevato da poco.
Mi pare di sentire le loro voci, quella di mia madre e quella di lui che pronuncia parole per me incomprensibili rivolte solo a Tihare.
“Amore mio, Jacopo, figlio mio...” la sua voce mi arriva come un’eco, il cuore mi batte forte “Mamma” penso, “perché mi hai abbandonato così presto?”
“Anima mia, era scritto nel mio destino, ma questo non significa che io non ti sia più accanto e lo sarò fino a quando ne avrai bisogno”.
Piango e le lacrime mi offuscano la sua figura che mi sembra stia già iniziando a perdere consistenza.
“Jacopo mio” dice con dolcezza, “cerca di non rimanere troppo ancorato al passato perché altrimenti ti precludi le gioie del presente e... il futuro”.
Adesso ha assunto un’espressione malinconica, ma un istante dopo mi sorride. “Ricordati che il segreto della felicità sta nell’innocenza e nella bontà”.
La sua voce adesso mi giunge un po’ confusa, purtroppo capisco cosa sta accadendo.
Rimane solo un piccolissimo spicchio di sole che ormai sta inesorabilmente per essere risucchiato nel nero dell’oceano. Vedo mia madre e Maui che guardano anche loro quell’ultimo barlume sanguigno, si abbracciano e alzano le mani per un ultimo e definitivo saluto. Salutiamo anche noi, fino a quando scompaiono dalla nostra vista.
Io e Tihare, dopo un primo attimo di smarrimento ci stringiamo forte forte, e piangiamo l’uno nelle braccia dell’altro.
“Chi era quella donna?” chiede lei appena le ritorna la voce.
“Mia madre”rispondo.
“L’avevo pensato, ma mi sembrava così giovane”.
Lentamente torniamo da Niah che ci aspetta per riattraversare la laguna.

5

E’ passato un anno. Esattamente è il 29 luglio, sto passeggiando per la mia spaziosa abitazione,una vecchia casa sita nel cuore storico della mia Pistoia. Era di mia madre. Da quando mio padre è andato a vivere con la sua nuova compagna, è diventata ancora più spaziosa. Controllo che tutto sia in ordine, voglio che lei si trovi a suo agio. Ho comprato frutta tropicale e fiori per farla sentire ancora un po’a casa sua. Sì, tra poco uscirò, avvierò l’auto e andrò all’aeroporto di Firenze. Tihare arriverà da Milano con un volo Alitalia. Dopo venticinque ore di viaggio sarà qui. Guardo il tavolo scuro di noce dello studio che ha qualche ammaccatura, i segni del tempo, che ne fanno un oggetto vissuto, di quelli che piacciono a me. Ci sono impignate tutte le lettere che Tihare mi ha scritto nell’arco di quest’anno, senza contare le bollette che mi sono arrivate delle telefonate intercontinentali. Due mesi fa, quando ha terminato il suo corso di studi le ho chiesto di venire in Italia, a vivere un po’ con me. Che senso avrebbe altrimenti la nostra storia, se così si può chiamare un rapporto prevalentemente epistolare che però, invece di dirardarsi col tempo si è infittito? Ormai di Elisa non mi ricordo nemmeno più i lineamenti perché non ho fatto altro che pensare a lei. Me ne sono accorto già un anno fa. Ci eravamo appena lasciati, l’aereo era appena decollato che già mi mancava. Come poteva mancarmi una ragazza con la quale ero stato appena due giorni e con la quale non era successo niente? Beh, proprio niente non direi, quello che mi è capitato alla foresta pietrificata non mi succederà più con nessun altra, di questo ne sono più che sicuro.
Prendo le chiavi della macchina e scendo le scale antiche.- Se è lei il mio destino - mi dico,- così sia-.

Luciana Benotto -

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