Inutile, non riuscii a rimanere
aggrappata a quella parete liscia, simile al cristallo. Lo scossone,
una specie di terremoto che l’aveva fatta sobbalzare spostandola
verticalmente sopra la mia testa, mi aveva fatto perdere equilibrio
e appoggio. Caddi inesorabilmente verso quel mare nero, cupo ed
agitato, che si stendeva là in fondo, sotto di me. Vi entrai
con un tuffo ed un gemito d’orrore. Un liquido denso e viscoso
mi avvolse completamente; emanava un odore forte e fetido che mi
stordì. Andai sotto e non potei evitare di berne un po’;
aveva un sapore acidulo e dolce allo stesso tempo e mi dette subito
alla testa, inebriandomi e dimezzando le mie forze. Annaspando riuscii
a guadagnare la superficie, ma ciò che vidi intorno mi depresse
ancor di più. Il mare nero si era calmato: sembrava, in effetti,
più un lago, senza sponde, delimitato solo da concave pareti
verticali. Pareti cristalline, fredde e indifferenti alla mia disperazione.
Lanciai un urlo di terrore che rimbalzò sulle pareti perfettamente
arcuate. Il suono tornò quasi subito indietro, decuplicato
dalla superficie concava che lo respingeva. L’onda sonora,
diventata ormai stereofonica per le multiple rifrazioni, mi perforò
l’udito, gettandomi nel panico più assoluto. Senza
alcuna possibilità di scampo - lo sapevo! - e solo in forza
di un cieco istinto di conservazione, tentai di restare a galla,
agitando convulsamente le braccia e le gambe. Ci riuscii, ma con
gran fatica, perché il liquido denso mi si appiccicò
addosso impedendo i movimenti.
Non sapevo dove andare: intorno a me vidi solo quella parete introversa,
tonda e liscia come il culetto di un bambino, che non mostrava appigli
utili. Il liquido nero e viscido, in ogni caso, avrebbe reso inefficace
la presa delle mie mani e dei piedi.
L’istinto, solo quello, mi spinse a nuotare. Alzai faticosamente
un braccio, poi una gamba e poi ancora e ancora…
Niente, non riuscivo a raggiungere la parete! La pesantezza dell’acqua
di quel lago misterioso rendeva inutile ogni mio sforzo. Mi sentivo
persa nell’abisso nerastro che lentamente m’ingoiava.
Allora capii, in un istante, che l’unico modo per sopravvivere
era, forse, restare a galla, senza muovermi…e così
feci.
Rimasi lì, ferma ed inerme sulla superficie del liquido che
mi sosteneva con la sua vischiosità. La mia mente vacillava,
inebriata dalle esalazioni amare e dolci di quel pozzo circolare
ed oscuro. Poi sentii una forte spinta dal basso e tutta la struttura
subì un’accelerazione verso lo Zenit che, per reazione
d’una forza uguale e contraria, per poco non mi fece annegare
del tutto. Riuscii a resistere, trattenendo il fiato e subito dopo
andai su, su, su…con tutto, liquido nero e pareti compresi,
... sempre più su, più su, più su!…
Sembrava che la Mano di Dio mi avesse sollevato, insieme con tutto
il resto, per spingermi di forza verso il Paradiso, ma questa sensazione
- o forse si trattava soltanto di un’illusione figlia della
Speranza, sorella della Disperazione? - si rivelò effimera,
perché poi avvenne l’Inconcepibile. Tutto ciò
che mi circondava, all’improvviso, si capovolse ed io uscii,
di getto, da quel lago nero, cadendo irrimediabilmente nel Vuoto.
Dopo un breve volo, crudele ed inesorabile, mi spiaccicai su una
fredda superficie che aveva il sapore definitivo del metallo. Il
lago, sopra di me, con le sue tonnellate di liquido corrosivo mi
schiacciò, portandomi via la vita.Tutto era diventato buio
e non vidi più nulla su questo mondo. Il mio corpo leggero
si sciolse lì, in pochi istanti, corroso dal liquido nero
che ormai defluiva lentamente, in deboli rigagnoli, come l’acqua
dopo un’alluvione.
La
ragazza nel bar, ha notato quella zanzara nel suo bicchiere. E’
estate e con il gran caldo ce n’erano dappertutto in città.
Anita odiava le fottutissime femmine di zanzara, quelle maledette
sanguisughe che non la facevano dormire di notte e le riempivano
la pelle di fastidiose bolle costringendola a grattarsi per ore.
Scuote con rabbia il bicchiere e la zanzara perde il suo stabile
appoggio sulla superficie interna del vetro e cade nell’Amaro
Abruzzese.
Anita sta lì ad osservarla, per un lungo istante, con una
specie di gioia sadica mentre l’odiata nemica annaspa come
un naufrago.
Poi, stranamente, si commuove per la spasmodica agitazione di quel
misero insetto. In quel momento di debolezza un dubbio l’attanaglia:
“…e se anche le zanzare avessero un’anima? Ma
no, cosa pensa?…Che stupidaggine l’è passata
per la mente, come potevano avere un’anima quegli orribili
mostriciattoli?..”
Profondamente disgustata di se stessa e della debolezza del suo
pensiero, Anita afferra il bicchiere e rovescia con rabbia il contenuto
sul lavabo metallico, oltre il banco.
Il barista, sorpreso dal gesto inconsulto ed apparentemente irrazionale
di quella cliente seduta di fronte a lui, la guarda come se fosse
scesa dalla Luna. Gli altri pochi clienti del bar, anche loro, la
osservano con sospetto. La ragazza, imbarazzata, non sa o non vuole
spiegare quel che solo lei ha visto ed esce in fretta dal locale.
Kristian
D. Babic