COME SE NIENTE FOSSE

Come ogni mattina Simona timbrava il cartellino in ufficio, ma quella mattina, nuvole le sorvolavano la testa: aveva dimenticato di far indossare la maglia di lana a suo figlio, il piccolo Marco; aveva fretta ed era stranamente ansiosa. Erano già quindici anni che come ogni mattina, da lunedì a venerdì, entrava con qualsiasi tempo nella hall dell’edificio a specchio, erano tantissimi giorni che incrociando le solite facce salutava indifferente. Un “Buongiorno” incappottato ed entrò poi nell’ascensore senza accorgersi che, qualcuno, lo bloccava per lei.
Sfilò lentamente gli occhiali mantenendo basso lo sguardo, mentre una voce, rimbombando tra i ricordi la scosse. Sollevò lentamente la testa, e fu allora che i loro sguardi si riconobbero.
Era un secolo che non s’incontravano, quasi cinque anni per la precisione, da quando lui si era trasferito. Quella mattina era lì, davanti a lei, con i capelli radi e brizzolati, lo sguardo addolcito dalle rughe e gli occhi un po’ stanchi.
“Come va?” le chiese per rompere l’imbarazzo. Simona non voleva rispondergli quel veritiero “tutto bene”, non aveva voglia di parlare con lui. Come poteva fargli capire con una sola frase chi fosse diventata: una moglie ed una madre, una donna serena con più rughe e pensieri. Cosa avrebbe potuto dire per fargli comprendere quanto profondo fosse il suo disprezzo per lui. Che senso avrebbe avuto precisare tutto questo, adesso, dopo tanto tempo. Tanti pensieri affollavano la sua mente ancora assonnata, mentre lui, per niente spazientito nell’attesa di una risposta, ne approfittò per osservarla da dietro gli occhiali: la trovava bella, ancora molto, con gli occhi luminosi ed un sorriso irresistibile, solo un po’ più piena.


“Allora?” Fu l’unica frase che ancora gli uscì dalle labbra, quelle stesse di cui era stata innamorata e che ora volevano indagare nella sua intimità.
La risposta non giunse perché improvvisamente si udì un colpo sordo. L’ascensore si era bloccato.
Quell’istante li fotografò nell’oscurità, lei col fiato sospeso, lui ac-canto alla tastiera dei comandi.
Simona gli suggerì di cercare il tasto d’allarme, ma lui pronto rispose: “Non lo trovo, perché non ci provi tu?”
Era cominciato il gioco che aveva previsto, Simona sapeva in cuor suo che avrebbe accettato di parteciparvi, ma era anche certa che questa volta non si sarebbe fatta ingannare.
Questa era l’opportunità per vendicarsi di lui, lo desiderava, lo capì in quel preciso istante.
Lui fece un solo passo e le fu accanto, Simona poté sentire il suo fiato sul collo.
Il suo alito le solleticò l’orecchio: “Hai sempre un buon odore”, disse mentre la sua mano le carezzò un seno.
Il buio era un eccitante perfetto, e Simona ebbe un sussulto, per un attimo temette di cedere.
Poi ricordò il suo modo di fare, ed allora decise di allungare una mano, che si fermò precisamente sul sesso di lui, già eccitato.
“Prima voglio baciarti”, gli disse sospirando, allora le loro labbra si sfiorarono prima, poi si aprirono lentamente.
Un bacio surreale in quel quadrato buio.
Simona non provava piacere, aspettava pazientemente il momento giusto per agire; durante il bacio la mano di lui cominciò a scendere rapidamente sul suo corpo; lei lo fermò stringendola, poi approfittando di un suo sospiro, gli morse il labbro inferiore.

Un piccolo fiotto di sangue le bagnò le labbra, e lei ne assaporò il sapore aspro.
Intanto lui, anche se inebetito, si staccò violentemente esclamando: “Ma sei impazzita?!”
Simona comprese che era stato colto da un senso di soffocamento, infatti lui cercò affannosamente la tastiera e trovatala, spinse tutti i tasti a tentoni mentre lei, memore delle sue unghie affilate, si scagliò sul suo viso, graffiandolo con precisione.
Avrebbe voluto vedere quel solco che gli aveva procurato e che ora seguiva con il polpastrello, ma lui le bloccò le mani e la minacciò.
“Stronza, ma che cazzo vuoi da me?” le chiese, tenendola ferma, ma non ebbe risposta; le sue unghie continuavano a conficcarsi nella pelle di lui, rigandogli i polsi.
Allora l’uomo pensò di cambiare tattica. All’improvviso.
Le chiese, infatti, con inusuale dolcezza il perché di questa violenza nei suoi riguardi.
Simona continuò ad ignorarlo: non voleva perdersi in parole inutili, in realtà non gli doveva alcuna spiegazione.
Voleva soltanto fargli del male fisico; non appena si liberò dalla morsa della sua stretta gli sferrò un calcio tra le gambe che lo fece accasciare gemente sulle ginocchia.
Simona non perse tempo: aprì la borsetta ed estrasse la limetta di ferro. Lui ignaro e dolorante giaceva ancora a terra, bestemmiava ed inveiva contro di lei, che era sorda ad ogni sua reazione.
Fu allora che Simona si abbassò cercando di accarezzarlo e lo sentì fremere al suo tocco. Era il terrore che lei potesse fargli ancora del male a farlo tremare; Simona in quel momento pensò di fermarsi per la pena, ma quell’istante trascorse rapido senza lasciare alcun posto alla pietà ed ai rimorsi. Infatti, capì che quello era il momento di insistere, oramai era giunta fino a quel punto e non poteva più fermarsi.
Con la mano armata giunse fino ad accarezzargli il collo e, trovata la giugulare, con un colpo secco gli conficcò in gola quel piccolo aggeggio affilato: lui diede un urlo fiacco, oramai sfinito.
Si abbandonò all’agonia senza capire il perché. Per Simona era proprio questa la maggiore colpa del suo ex amante. Lui non avrebbe avuto più il tempo di comprenderlo.

Il black-out terminò in quell’istante.
Simona si ritrovò in piedi davanti la tastiera che manovrò, convertendo l’ascensore ad un piano sicuro.
Nessuno la vide uscire.
Silenziosamente raggiunse la sua stanza attraverso le scale. Chiuse la porta, si sfilò il cappotto assicurandosi di non essere macchiata, poi lentamente si avvicinò alla scrivania.
Non si era dimenticata di dover fare un’importante telefonata a casa.

Simona Vassetti
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