NATALE CON CHI PUOI

Bab essalaam”, la “Porta della pace”, è uno dei quartieri più squallidi e desolati di Bengasi.
Gli agglomerati di abitazioni incompiute sono divisi da strade ingombre di mucchi d’immondizia in fermentazione annegati in pozzanghere di liquame, e compongono uno scenario dove le capre vaganti, in mancanza d’erba, brucano teli di plastica e fogli di vecchi giornali.
Gli improvvisi turbini di vento apparentemente scaturiti dal suolo calcinato rendono tremula l’aria ascendente, e spingono sabbia ed odori attraverso le fessure di porte e finestre inutilmente sbarrate.
All’interno della sua casa, Camillo si aggirava tra le stanze in preda ad una squassante eccitazione. Sudore e lacrime mischiati in goccioloni salati gli solcavano il viso scarno, e scendevano ad intridere i peli della barba caprina resa sussultante dai singhiozzi.
Nel tentativo di dare un senso all’agitazione fisica entrava in cucina, apriva e richiudeva il frigorifero, tornava a sedersi senza pensare alla finalità dei suoi movimenti.
In mente aveva un solo pensiero ossessivo che lo tormentava da troppo tempo: da otto mesi era prigioniero, accampato in quella casa inospitale arredata con mobili di recupero, bloccato dalle autorità giudiziarie.
Camillo era sospettato di aver trafficato nel mercato dell’unica merce dove si vende e si acquista con simultaneo profitto: il contrabbando di valuta.
La polizia aveva arrestato un cittadino libico, e sequestrato il passaporto di quanti avevano avuto rapporti con lui.
La paura del licenziamento e della riprovazione dei famigliari lo trattenevano dal confidarsi al telefono con Società e casa, in Italia.
I suoi superiori avrebbero preteso un rapporto dettagliato sull’accaduto, passato la pratica all’ufficio legale, magari al ministero degli esteri; i suoi figli, ormai grandi, avrebbero perso la residua fiducia che riponevano nel loro scombinato genitore.
Subiva una limitazione di libertà non crudele, ma che lo isolava dagli amici e conoscenti operanti nella capitale.
Questi amici, ognuno con le proprie preoccupazioni e necessità, si prodigavano ad ogni favorevole occasione per andare a visitare Camillo a Bengasi, e mantenevano frequenti contatti con la telescrivente, unico mezzo di comunicazione funzionante in Libia.
Ogni mattina tranne il venerdì’, giorno di festa, Camillo raggiungeva a piedi il suo vecchio ufficio ed otteneva dall’indiano di servizio alla macchina del telex il foglietto in quattro copie con i messaggi di conforto:
Ora spiegazzava tra le mani l’ultimo ricevuto e ne ripeteva mentalmente il contenuto, compresa l’inevitabile intestazione automatica:
< Al Fatah Abadan 23 Dicembre 19..
Quote:
Buongiorno Camillo,
Impegni di lavoro mi trattengono a Tripoli per Natale e non potrò’ venire a Bengasi come promesso.
Ti comunicherò’ il nuovo programma. Stai su col morale e buone feste.
Gilberto.
Unquote
Il potere è nelle mani del popolo. Il Fratello Leader è la sua guida.>


Piazza Verde a Tripoli è uno dei pochi siti piacevoli rimasti integri dopo la ristrutturazione selvaggia imposta dal regime rivoluzionario. Il castello domina la spianata sul mare, e la strada costiera ombreggiata dalle palme, pur se non fiancheggia la bella spiaggia ma le ingombre banchine del porto commerciale, consente allo sguardo di chi passeggia di spaziare verso l’orizzonte, oltre l’intrico di fili elettrici e festoni di lampadine fulminate.
Nella tiepida mattinata senza vento, Gilberto raggiungeva il suo ufficio camminando senza fretta, badando ai suoi pensieri più che alla direzione di marcia.
Aveva preferito rimanere in Libia a Natale invece di affrontare gli aeroporti affollati, l’aggressione commerciale del periodo festivo, e l’annoiata solitudine di chi non aveva più una famiglia d’origine, e non se n’era ancora creata un’altra propria.
Gli amici? Si’; ne aveva parecchi e sinceri, ma avrebbe potuto coltivarli meglio dopo le feste, magari durante una vacanza in montagna, oppure trovarne di nuovi in un villaggio turistico, in una destinazione esotica. Anche a Tripoli frequentava molta gente ed aveva rimediato più di un invito: in Ambasciata, al campo Fiat, in casa di amici sposati.
Forse avrebbe partecipato, o probabilmente li avrebbe tutti declinati.
Accampando la solita scusa di lavoro avrebbe evitato regalini, auguri, e brindisi col bitter analcolico, unico liquido potabile colorato permesso che non fosse l’acqua sporca del rubinetto. Con la superficialità della gioventù e la complicità di un breve messaggio, Gilberto aveva rimosso dai suoi pensieri anche Camillo ed i residui timidi sensi di colpa.
Arrivato in ufficio controllo’ il rullo di carta della telescrivente svolto per un breve tratto, e lesse il messaggio stampato:
< Al Fatah Abadan 24 Dicembre 19...
Quote:
Ferito malamente alla mano aprendo scatola di tonno. Forte emorragia, non so cosa fare.
Vieni, ti prego.
Camillo
Unquote
I comitati popolari propongono, il Fratello Leader dispone.>

Dopo un attimo di dubbio Gilberto scarto’ l’istintivo comportamento che l’allarme gli aveva suggerito: dimenticare il messaggio, chiudere l’ufficio, e tornarsene a casa.
Poi immagino’ l’anziano amico debole di fisico e di carattere in preda al panico, privo di aiuto e compagnia. E poi, in che giornata!
< Pace in terra agli uomini di buona volontà!> Emettendo la frase con un profondo respiro di rassegnazione, Gilberto si sedette al telex e compose il nominativo di chiamata.
Dopo alcuni secondi la macchina gli diede sussultando il consenso alla comunicazione.
< Al Fatah Abadan 24 Dicembre I9...
Quote:>
Compose alla tastiera:
< Stagna il sangue, vai subito al cantiere coreano o all’ospedale militare.
Fatti suturare. Non fare altre sciocchezze, io parto quasi subito.
Tra dieci ore dovrei essere a Bengasi.
Gilberto
Unquote
Il domani è verde, la Jamahirija anche.>

Quasi contemporaneamente, analoghi sussulti stamparono lo stesso messaggio sulla macchina dell’impiegato indiano di Bengasi.
Alle sue spalle Camillo chiuse gli occhi, ringrazio’ il cielo e tiro’ un sospiro di sollievo.
Nelle mani perfettamente sane stringeva la grossa scatola di tonno comprata al mercato nero organizzato nel cantiere Coreano.
Era bella grossa e di buona marca, e l’avrebbe aperta la sera, all’arrivo del giovane amico.
Era sicuro che anche Gilberto avrebbe apprezzato la cena della vigilia di Natale.
Davanti a se aveva una decina di ore per prepararla.

Alessandro Falco

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