CHI TOCCA IL BIANCO MUORE

Il silenzio è la prima cosa che si nota entrando. La moquette assorbe ogni suono, le pareti sono rivestite di una stoffa vellutata, le ampie finestre sono chiuse ermeticamente. I soffitti altissimi sono privi di lampadari, il corridoio è illuminato da poche lampade di concezione moderna che diffondono una luce fioca ed asettica. Sono trascorse molte settimane dall’ultima volta che sono stata qui, ma tutto è rimasto inalterato, immobile, soltanto io sono cambiata. Profondamente. Procedo lungo il corridoio diretta verso il salone. Lì c’è il mio premio, la mia dannazione.

Conobbi Luke alla stazione. Eravamo gli unici viaggiatori con l’equipaggiamento da trekking. Certe simpatie nascono in modo spontaneo: un sorriso, una stretta di mano e si entra in sintonia. Luke viveva a Bologna, era alto e gentile. Ricordo il suo accento e il suo profumo. Ci sono cose che non si dimenticano mai. Sul treno per Parigi incontrammo Anastasia, era una ragazza molto bella, dai tratti nordici, ma aveva un modo di guardare le persone che mi inquietava. Luke e Anastasia si piacquero subito, mi sentii immediatamente tagliata fuori e questa sensazione non mi abbandonò per tutta la durata del viaggio e nei giorni successivi.
A Parigi raggiungemmo rue Montmartre. C’era un caffè all’angolo con i tavolini disposti in cerchio. Era il luogo dell’appuntamento, fu lì che incontrammo gli altri: Manola, Leopold e Gaspar.
La nostra avventura stava per iniziare.


Apro la porta della sala con circospezione. Cigola appena mentre scivola sulla moquette. L’enorme mappamondo dorato è ancora lì davanti alla finestra. Un raggio di sole, penetrato dalle tapparelle, illumina la Groenlandia. Ma non era lì che dovevamo andare. Il nostro viaggio si era compiuto altrove. Entro e richiudo la porta dietro di me. So che dovrò attendere prima del suo arrivo. Ma non vorrei essere in nessun altro posto che qui. “Lui” mi deve qualcosa di importante e io attenderò pazientemente il mio momento.

«Guardate che posti! Avete mai visto nulla di più spettacolare?»
Luke fu il primo a vedere la montagna, noi eravamo affaccendati a preparare i viveri e gli strumenti necessari per il viaggio. Ricordo una vetta cosparsa di nuvole e nebbia. E un bosco immenso sotto di essa. Avvertii un fremito; mi succedeva spesso di avere paura delle novità. Quella montagna e quel bosco intricato mi parvero ostili. Guardai gli altri e li vidi eccitati, affascinati dalla selvaggia bellezza del luogo. Mi rasserenai e mi preparai alla scalata.


L’orologio a parete indica le 9 in punto. Mi siedo sul divanetto ad angolo ma non riesco a rilassarmi e rimango rigida e distante dallo schienale. Presto si aprirà quella porta e “Lui” farà il suo ingresso. Come mi accoglierà? Con quali parole? Ricordo la sua voce suadente, i suo modi raffinati e gentili. Mi fidavo di lui, credevo ciecamente nel suo progetto. Ed ora lo odio. Sì, lo odio profondamente!

Il primo messaggio lo trovammo all’interno di una bottiglia. Un biglietto arrotolato e fermato con un elastico.

Inghiotte velocemente
la selva e la piana
prima di lui convien
la tana.
Chi tocca il bianco muore.

Anastasia pensò ad uno scherzo, ma Gaspar, che amava i cruciverba ed era lui stesso un tipo enigmatico, trovò quasi subito la soluzione. Disse che bisognava trovare un riparo perché presto la notte avrebbe inghiottito tutto. Ma l’ultima frase restò senza soluzione.
Ci accampammo ai piedi di una grande roccia. In un incavo. Leopold e Luke si occuparono delle tende mentre gli altri provarono ad accendere il fuoco. Mangiammo carne e frutta fresca quella sera, e bevemmo del buon vino. Manola ci raccontò qualche aneddoto divertente e Leopold ci parlò delle stelle e della via lattea. Eravamo ancora spensierati e tranquilli; stavamo iniziando a conoscerci, a socializzare. Non potevamo certo immaginare che presto tutto sarebbe cambiato e l’armonia che ora regnava, sarebbe diventata solo un ricordo.

“Lui” è davanti a me, mi osserva. E’ entrato e non me ne sono accorta. Ero immersa nei miei pensieri ed ora mi sento impreparata ad affrontarlo.
«Satin, mon amour. Lo sapevo che ce l’avresti fatta. Almeno tu….»
Sorride e attraversa la stanza con passo felpato, poi si accende un sigaro. «Abbiamo molte cose da dirci, ma credo che tu prima di tutto voglia avere delle risposte. Non è vero mon amour?»
Si comporta come se nulla fosse accaduto, come quel giorno di tre settimane prima quando mi pose davanti il contratto da firmare. In questi ultimi giorni ho pensato spesso a quel momento in cui avevo venduto la mia anima. Abbiamo firmato tutti, separatamente, qualcosa che ci avrebbe condotti dritti all’inferno. Ma come potevamo immaginarlo? Il mio sguardo è tagliente ora: «Una sola domanda: perché?» Non voglio piangere, non deve vedermi piangere. Dio come lo odio!
Mi osserva dubbioso, le sopracciglia foltissime si inarcano sopra gli occhi appesantiti da spessi occhiali di tartaruga. «Per denaro: che altro?»

Il giorno dopo il sole splendeva alto nel cielo, ci incamminammo di buon ora cercando di risalire attraverso il bosco evitando i ripidi costoni laterali. Immaginavamo che ci sarebbe stato un nuovo messaggio ma non arrivò fino al pomeriggio, quando un elicottero gettò una cesta che conteneva nuove indicazioni che Gaspar riuscì nuovamente a decifrare.


Dondolano le ombre
se lei oscilla
ma stai attento
alla scintilla
Chi tocca il bianco muore..

Gaspar disse che dovevamo trovare una lanterna o una lampada. Ma per farlo dovevamo attendere la notte. Decidemmo di fermarci fino al calare del buio. Fu Leopold ad avvistarla.
«Ragazzi ci siamo. Vado io a prenderla, tenetemi in caldo lo stufato di lepre.»

Come Leopold tentò di afferrare la lampada, cadde nel precipizio. Fu un momento terribile, provrammo un grande dolore e un forte senso di impotenza. Non sapevamo quasi nulla di lui ma eravamo un gruppo: ci sentimmo persi, smarriti. Accarezzammo persino l’idea di rinunciare. Leo fu seppellito sotto un castagno. Fissammo alla meglio una croce di legno che Luke preparò con qualche ramo secco e proseguimmo. Anastasia continuava a fissarmi in tralice. I cameraman continuavano a seguirci silenziosi e invisibili. Come da contratto.

“Lui” si è seduto dietro la scrivania. Sembra più alto ora. Provo una forte nausea nei suoi confronti.
«Non mi importa del denaro». La mia voce risuona flebile nella stanza, ma decisa. «Voglio sapere perché. Perché avete messo in pericolo sei persone?»
«Voi non siete mai stati in pericolo. C’era sempre una troupe a seguirvi. E a proteggervi. Del resto era nel contratto.»
«Oh, certo. Ma il contratto non prevedeva la morte dei partecipanti. Non è così?»
«Leopold e Manola non erano pratici della montagna, non è colpa di nessuno se sono scivolati.»
«Manola aveva soltanto vent’anni!»
«Era maggiorenne per l'appunto.»
«Avete messo deliberatamente gli oggetti in posizioni pericolose. Voi avete provocato intenzionalmente gli incidenti. Era questo lo scopo del programma? L’orrore crea audience…!»
«Lo conosci beno lo scopo: è nella cassaforte. Una montagna di denaro. Ed è tua, tutta tua! Non dovrete dividerla con nessuno. Dovreste ringraziarmi invece mon amour.»
Mi sento male, devo vomitare. Mi alzo in fretta senza guardarlo e mi dirigo verso il bagno. La stanza sembra girare vorticosamente. Vorrei morire.

Dopo la morte di Leopold e Manola, Anastasia si era avvicinata a Luke ed erano diventati inseparabili. Molto più che amici. Luke aveva grandi premure per lei, però non dimenticava mai il gruppo e ha sempre partecipato ad ogni attività senza tirarsi mai indietro. Iniziavo ad innamorarmi di lui, ma Luke era l’uomo di un'altra. C’è sempre qualcun'altra tra me e gli uomini. E stavolta non faceva eccezione. Un nuovo messaggio fu recapitato da un furetto. Qualcuno glielo aveva legato al collo con un fiocco nero. Mi parve un triste presagio ma non ne parlai con gli altri. Del resto eravamo già troppo spaventati.


La taglian le coste
mentre si arrampica
a zig zag.
Chi tocca il bianco muore.


Gaspar disse che dovevamo trovare una strada che si intersecava tra le rocce e che procedeva verso la vetta in ampie curve. Nessuna soluzione come al solito per l’ultima frase. Iniziammo a pensare che si trattasse di un ritornello senza importanza. Ma questo non ci impediva di avere paura. Ormai era parte di noi come le spore di un fungo velenoso ci aveva infettato e avvelenato il nostro cammino e le nostre menti.

Ho vomitato ed ora mi sento svuotata. Non vorrei tornare di là, ma devo. Mi trascino verso la stanza. “Lui” ha preparato un bicchiere di acqua fresca sopra un piattino di argento. Non lo tocco neppure, mi dirigo sul divanetto e mi lascio cadere giù esausta.
«Mi sono sempre chiesto come avete fatto dopo la morte di Gaspar. Chi ha tradotto i messaggi? Forse Luke?»
«E’ stata Anastasia.» rispondo automaticamente.
«Almeno finchè è rimasta in vita….» Noto del sarcasmo nella sua voce.
«Maledetto assassino, ti giuro che la pagherai!»
«Io? Forse non avresti potuto salvare la bella Anastasia? Perché non hai ucciso il serpente? Avevi un arma…»

Trovammo un machete abbandonato sulla via. Lo presi perché mi aiutava nella salita. Lo usavo come bastone. Luke mi prendeva in giro, sorrideva e gli occhi diventavano luminosi e più dolci. Avrei dato la mia vita per vederlo sorridere. Ma dovetti conoscere le sue lacrime. Fiumi di lacrime.
E il mio cuore si spezzò. Si spezzò come il dorso del serpente che aveva morso Anastasia. Luke era corso e mi aveva tolto dalle mani l’arma. Si era avventato sull’animale con una furia cieca, lo aveva fatto a brandelli. Anastasia giaceva immobile e pallida. La vita la stava abbandonando e non potemmo far nulla per lei. Il serpente era nascosto dietro una roccia. Anastasia aveva inavvertitamente spostato un sasso e si era trovata davanti l’orrendo animale. Un balzo e i denti si erano affondati nel suo polpaccio. Rimasi col machete a mezzaria incredula, terrorizzata. Il serpente mi guardò, una luce affilata nello sguardo.


Mi alzo dal divanetto decisa a farla finita. Raggiungo la scrivania e gli sputo addosso. “Lui” non fa una mossa, non si asciuga neppure. Mi guarda avido. «Tutto a beneficio delle telecamere.»
Soltanto allora guardo in alto. Lungo la parete ci sono dei fili sottili che si uniscono a delle minuscole telecamere agganciate ai piedistalli posti ai quattro lati della stanza. Quattro occhi indiscreti che ci spiano.
«Bene, vedo che lo spettacolo non è ancora finito. Manca il pezzo forte a quanto pare.»
Prendo il pugnale dalla tasca, soltanto allora “Lui” sembra aver paura, comincia a capire che non si tratta più di un gioco e che sono lì per ucciderlo. Trasale ma non fugge. «Dovresti ringraziarmi invece. Ti ho salvato la vita.»
«Ma non hai salvato la vita di Luke!!!!» Grido.
Piango, adesso posso farlo. Tutto quello che è stato, tutto ciò che abbiamo fatto, mi sembra un'altra vita fa. Quest’uomo davanti a me è un mostro, un demonio, non merita di vivere. Mi preparo a colpirlo con il pugnale. Devo solo trovare il suo cuore. Ammesso che ne abbia uno.

Dopo la morte di Anastasia Luke era come svuotato. Non gli importava più nulla del gioco, neppure della sua stessa vita. Ero io a trascinarlo verso la vetta, io che volevo andare fino alla fine. Pazza! L’ultimo messaggio lo portò un colombo viaggiatore. Non ricordo neppure cosa dicesse, non mi importava più. Eravamo quasi in cima. L’erba era gelata e l’aria cominciava a farsi rarefatta. Luke era assente, gli occhi perennemente bassi, non c’era alcuna vitalità in lui. A volte si abbandonava sulla mia spalla e si addormentava.
Erano i momenti che preferivo. Gli accarezzavo i capelli e gli parlavo dolcemente. Gli facevo promesse, gli dicevo che tutto sarebbe andato a posto, che presto il tempo lo avrebbe aiutato a dimenticare. Ma non ci credevo neppure io.
Erano solo istanti magici in cui io e Luke potevamo essere una sola cosa. Avrei voluto baciare le sue labbra mentre dormiva. Accostare le mie e respirare il suo respiro. Ma non osavo. Era come profanare un luogo sacro. Io dovevo proteggerlo. Sentivo di essere deputata a questo. Ma non ebbi modo di farlo.Improvvisamente comparvero silenziosi e ostili, uomini coperti di pelli con tatuaggi assurdi sul corpo e segni indecifrabili sul viso. Fummo presto circondati, le lance mandavano bagliori sinistri sotto il sole. Non facemmo in tempo a fuggire, quegli uomini erano troppo agili e veloci: si muovevano come animali e gridavano in una lingua sconosciuta. Cademmo sotto i loro colpi violenti, vidi Luke attonito massacrato da quei selvaggi. Non oppose resistenza, semplicemente si lasciò uccidere. Io gridavo e scalciavo, ma fu tutto inutile. Luke fu colpito a morte, trafitto dalle lance e lasciato lì, a morire. Mi condussero verso la cima trascinandomi per i piedi. Ero tramortita e ferita ma cercai disperatamente di girarmi mentre le rocce appuntite penetravano nella mia carne tra fitte di dolore inimmaginabile. Ma non riuscii più a vederlo.
Gridai con quanto fiato avevo in corpo «Luke!» Continuai a gridare il suo nome. C’è una parte di me che grida ancora, lo farà per sempre credo.

Ho tirato fuori il pugnale. Era avvolto nella carta stagnola. “Lui” retrocede, pallido in volto, le labbra in preda ad un fremito nervoso.
«Noi abbiamo ucciso tutti i selvaggi salvandoti la vita!»
«Siete arrivati tardi. Ero già morta.»
La lama si illumina sotto la luce delle lampade, rimango un istante di troppo a fissarla. Gli uomini della produzione irrompono nella stanza e mi immobilizzano. Il pugnale cade a terra e non fa rumore. Lo spettacolo è finito, cala il sipario, si spengono le telecamere. Ho ancora una domanda prima di sparire oltre la porta dove mi attende il nulla. Glielo dico tra i denti: «Cosa significava: chi tocca il bianco muore?»
La sua risposta mi gela il sangue: «Era riferita ai selvaggi. Se vi toccavano, li avremmo sterminati. E così è stato. Tutto secondo programma.»
Adesso capisco. La montagna, l’ultima area ancora vergine era stata espugnata. Per farlo occorrevano degli innocenti e delle telecamere che riprendessero tutto. Avevano solo bisogno di un pretesto per uccidere quegli indigeni, per appropriarsi di una riserva naturale protetta, di un'area sacra. Noi eravamo le cavie, loro i burattinai. Pensai a Luke mentre percorrevo il corridoio asettico. Da solo avrebbe illuminato tutto. Adesso, solo le tenebre.

Angela Catalini

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