LA DECISIONE

Correva, Francesco, sulla spiaggia deserta. Era l’alba e il cielo iniziava a schiarirsi. Il mare si riversava sul bagnasciuga e cancellava le sue orme con fruscii di schiuma bianca.
Correva, come ogni mattina, il ritmo cadenzato dei passi in sincronia con i battiti del cuore, i pensieri tenuti a freno dall’attenzione che concentrava sugli esercizi respiratori. Correre, inspirare, espirare, impedendo alle emozioni di attorcigliarsi attorno alla sua anima.
Raggiunse il pino che segnava la fine della spiaggia, gli girò attorno e tornò sui suoi passi senza fermarsi.
Correre, uno, due, correre senza pensare, per frenare i ricordi che minacciavano di travolgerlo. Ma per quanto ci sarebbe riuscito?
Il promontorio roccioso gli si parò davanti. Anziché deviare per tornare in paese prese il sentiero tra i pini che s’inerpicava fino in cima e solo quando arrivò al punto più alto interruppe la sua corsa.
Davanti a lui la bellezza incomparabile dell’alba.
Si lasciò cadere su una roccia piatta, i gomiti appoggiati alle ginocchia, le mani a sorreggere il mento e gli occhi fissi alla linea dell’orizzonte dove lo schiarirsi del cielo delineava le sagome ancora indistinte delle isole Tremiti.
Tolse di tasca un fazzoletto e si terse il sudore
Da lassù riusciva a vedere tutto il paese, piccolo e deserto. A quell’ora, sembrava proprio un gabbiano che planava in mare: l’alto promontorio a disegnarne il capo e il corpo e le due spiagge che si dipartivano ai lati a formarne le ali.
Ma i suoi pensieri andavano agli avvenimenti degli ultimi giorni.
Vecchie emozioni e nuova rabbia si mescolavano in lui diventando tutt’uno, unendo il passato remoto al presente, senza nessun nesso logico a parte un nome.
Non sapeva più che fare. Il vuoto attorno a lui si allargava a macchia d’olio. Non c’erano accuse, niente di definito, eppure non poteva ignorare gli sguardi che si abbassavano al suo passaggio, le mamme che impedivano ai ragazzini di andare all’oratorio o alle funzioni e la chiesa sempre più vuota. La parola infamante pareva urlata.
Dio!
Era opinione di molti che un uomo per fare il prete doveva essere brutto. Se non lo era, ed era anzi bello e in perfetta forma fisica, allora sicuramente nascondeva qualche scheletro nell’armadio. Lui il suo scheletro l’aveva, eccome se l’aveva, ma non era certo l’accusa che gli veniva gettata contro.
Era arrivato in paese da poco più di due mesi. Troppo pochi per riuscire a farsi conoscere, apprezzare, troppo pochi per instaurare un rapporto solido con gli abitanti del luogo. E i gravi misfatti erano iniziati subito dopo il suo arrivo.
I pochi indizi raccolti dai carabinieri avevano un unico filo ad unirli: l’oratorio e lui.
Si coprì il volto con le mani chiedendo la forza per superare anche quella prova.
Non sarebbe passato molto tempo prima che il maresciallo lo convocasse per un interrogatorio. Nel frattempo il vuoto attorno si allargava sempre di più.
Dalla gente era già stato giudicato e condannato in base a illazioni: nessuno si sarebbe schierato dalla sua parte.
Non aveva amici fidati lì; si poteva persino dire che non aveva amici in nessun luogo.
Vent’anni prima aveva rinunciato di proposito a quel privilegio. Il suo scheletro ben nascosto gli aveva fatto compiere quella scelta e ora tutto veniva messo in dubbio: tutto, persino la sua vocazione o se mai l’avesse avuta.
Dubbi, assillanti quanto una corda che stringeva il collo e impediva il respiro. Dubbi che riportavano a galla episodi che pensava di aver dimenticato e invece scopriva di aver solo relegato in un angolo e ora si ripresentavano con prepotenza facendolo dibattere come un pesce preso nella rete.
E in mezzo a tutto questo marasma di stati d’animo un nome risuonava nella mente senza sosta: Bruno Vallini.
Il compagno di gioventù, il brillante avvocato in carriera, l’unico vero amico che avesse mai avuto…l’uomo di cui aveva tradito la fiducia.
Con determinazione si alzò e riprese il cammino verso il paese. Forse chiamare Bruno non avrebbe risolto niente. Magari non avrebbe neppure risposto. Però doveva provarci…e poi sarebbe stato quel che Dio voleva.
Quando arrivò alla Chiesa, Vincenzo, il sagrestano, stava preparando le sedie per la prima messa.
Lo salutò con un cenno del capo e quindi uscì da una porta laterale dirigendosi verso la sua abitazione. Maddalena stava spolverando nello studio.
“Buongiorno Don Francesco”
“Salve Lena!”, rispose con un sorriso alla donna che fin dal primo giorno si era offerta di tenergli in ordine la casa.
“Ho finito qui, mo me ne vado” replicò lei evitando di guardarlo.
Francesco la seguì con lo sguardo, comprendendo il suo disagio.
In fretta e furia lei ripose lo strofinaccio, afferrò il cappotto ed uscì lasciandolo solo.
Si sedette alla scrivania e, tolto un foglio bianco dal primo cassetto, si accinse a scrivere la lettera più difficile di tutta la sua vita.
 
“Quel figlio di puttana!”
Nella piccola sala da pranzo il camino spandeva calore e allegria e dalla cucina proveniva un leggero tintinnio di pentole che si interruppe di colpo.
Annalisa si affacciò alla porta asciugandosi le mani in un canovaccio pulito. “Che c’è, Bruno?”.
Rimase sorpresa dalla scena che le si presentò davanti agli occhi.
Bruno camminava infuriato attorno al tavolo preparato per il pranzo con in mano un foglio di carta che sventolava continuamente. La rabbia irrigidiva i suoi lineamenti fini, gli occhi fissavano un punto indistinto e la bocca rimaneva serrata in una linea sottile. Non le era mai capitato di vedere Bruno così arrabbiato…o forse solamente in un’altra occasione, tantissimo tempo prima.
“Cos’è?”, chiese indicando il foglio
“Niente, niente. Lavoro” disse lui, cercando di infilarsi la lettera in tasca senza riuscirci.
“Non ci credo. Dimmelo”
Era l'ultima cosa che avrebbe voluto fare. Allungò alla sorella il foglio stropicciato. Vide gli occhi azzurri riempirsi di lacrime e il viso scolorirsi.
“Cosa conti di fare?” chiese lei alla fine.
Tacque. Non sapeva rispondere. Annalisa lo fissava con un’espressione indecifrabile sul viso. Un viso bello e sereno, con grandi occhi azzurri in cui luccicava una cieca determinazione. Bruno capì che lei non aveva dimenticato, e ancora adesso dopo vent’anni era pronta a difendere Francesco.
Non si sorprese quando lei parlò.
“Io parto domani”, disse. Con una voce in cui si sentivano decisione, calma e ineluttabilità. Eppure Bruno ci provò.
“Non puoi partire lancia in resta per combattere contro i mulini a vento!”
“Tu non sei disposto ad aiutarlo, vero?” ribatté “Anche se lui ha avuto l’umiltà e il coraggio di chiederti aiuto, tu vuoi lasciarlo affogare. Per cosa, poi? Per un crimine che sappiamo tutti e due che non ha commesso. Aiuteresti chiunque ma non lui.”
“Cazzo, Anna!” esplose. “Ma hai dimenticato quello che ti ha fatto?”
“Non mi ha fatto niente. E non so di cosa lo accusi tu. Non ne abbiamo mai parlato e forse è arrivato il momento di farlo”.
“Che cosa ti ha fatto? Ma stai scherzando? ”
Si bloccò, pentito e cercò di calmarsi. Non sarebbe riuscito comunque a farla ragionare. Vent'anni prima quella storia aveva sconvolto le loro vite, cambiandole per sempre. Dopo qualche anno avevano potuto tornare a vivere in paese, ma i loro genitori erano morti senza aver mai più guardato la gente a testa alta. E poi c'era Cristiana.
“Tu non puoi perdonare te stesso per non averlo impedito. Questa è la verità“.
Non ribattè, non poteva. Lui aveva invitato l’amico a pranzo e a cena, lui gli aveva presentato tutta la famiglia compresa la sorella ventenne, lui aveva spinto Annalisa ad unirsi al gruppo di giovani che aiutavano in parrocchia e sempre lui era stato così cieco da non accorgersi di niente.
Annalisa gli si mise di fronte prendendogli una mano tra le sue.
“Ascoltami, una volta per tutte. Non è stata colpa tua. Era destino che succedesse. A volte penso che sia stato Dio in persona a volerlo. Se non ci fossimo trovati lassù, soli, in mezzo a una tempesta di neve… “. Annalisa scostò la lunga ciocca di capelli neri che nel chinarsi le era caduta sugli occhi. C'era qualcosa nel suo sguardo. Bruno si era chiesto spesso come doveva essere un grande amore e ora l’aveva davanti agli occhi.
“Io sapevo di non avere speranze”, proseguì. “Eppure nemmeno questa consapevolezza mi ha fermata. Francesco non mi aveva dato illusioni…mai. Anzi, aveva cercato in tutti i modi di soffocare quel sentimento assurdo. Tra noi la più determinata ero io.”
“Hai ottenuto solo sofferenze…”
“Ho avuto Cristiana. Senza di lei avrei vissuto solo con rimpianti e recriminazioni”.
“Stai dicendo idiozie! Guarda che io mi ricordo la tua disperazione… non sapevi come dirlo a mamma e papà! E lui intanto se ne andava lontano a svolgere la sua missione infischiandosene del tuo stato e di quale futuro ti aspettava come ragazza madre!”
“Lui non l’ha mai saputo.”
“Cosa?”
“Non gli ho mai parlato della gravidanza.”
“Mi hai mentito?”
“Sì. Non volevo che tu intervenissi. Io volevo che scegliesse me perché era me che voleva, una vita da marito e padre. Invece Francesco aveva scelto Dio e per questo se ne andava. Dicendogli della bambina lo avrei trattenuto, ne sono sicura. Avrebbe lasciato il sacerdozio per assumersi la sua responsabilità. Ma sarebbe stato infelice, e io più di lui”
“E che vita hai avuto crescendo una bambina da sola?”
Annalisa sorrise scrollando la testa.
“Non mi sono mai lamentata. Ho il mio lavoro e una splendida ragazza”
“Non hai mai avuto una vita tua, un uomo, una famiglia”
“Non l’ho mai voluto. Mi sono capitate tante occasioni. Ma nessuno era Francesco”.
 

Alla messa serale c'erano cinque persone. Francesco era rassegnato. Uscì nella sera fredda e ventosa. Nessun rumore tranne quello della risacca, nessuno per le strade. In quel periodo dell’anno il paese sembrava deserto. Il vento pungente lo convinse a concedersi un tè caldo al bar della piazzetta prima di tornare a casa.
L’ambiente era piccolo e fumoso, alcuni giovani ai videogiochi, quattro uomini anziani che giocavano a carte seduti a un tavolino. Al suo ingresso tutti gli sguardi si puntarono su di lui. Sembrava il fermo immagine di un film: i gesti troncati a metà, i sorrisi congelati sulle facce dei ragazzi e un silenzio assordante.
“Buonasera”, disse e si avvicinò al bancone. “Michele, fammi un tè per favore”.
“Te ne devi andare da qui” urlò un tale con i capelli ritti in testa, il pearcing e l'orecchino.
Gli anziani buttarono le carte sul tavolo. Francesco serrò i pugni ma non rispose. Un gruppo gli si radunò attorno minaccioso.
“Guardatelo lì” riprese il ragazzo, sghignazzando “Il prete schifoso! Devi andartene, qui nessuno ti vuole. E se non te ne vai da solo ci pensiamo noi ” concluse sollevando il pugno minaccioso.
Francesco scosse la testa. Poi con calma tolse di tasca pochi spiccioli, li mise sul banco e uscì nella notte. Il suo tè rimase intatto nella tazza di porcellana bianca.
Seduti a un tavolino appartato, Bruno e Annalisa avevano assistito alla scenata.
Bruno si alzò e andò a pagare , quindi uscirono sottobraccio nella piazza deserta.
“Adesso tu te ne torni in albergo”, le intimò appena si allontanarono dal bar “E io vado da Francesco”
“Voglio esserci anch’io”.
Stavolta non avrebbe ceduto. “No. Tu torni in albergo. È meglio che Francesco non sappia che eri in quel bar".
Aveva scelto l'argomento giusto. Annalisa si incamminò verso il loro vecchio albergo sul lungomare. Bruno rimase qualche minuto a seguirla con lo sguardo, poi si incamminò a sua volta verso la casa parrocchiale.
Un’unica finestra brillava nel buio e lui sbirciò.
Francesco sedeva alla scrivania con il capo tra le mani. Pochi minuti prima, in quel bar, Bruno aveva pensato che il tempo con lui era stato clemente. A cinquant'anni ne dimostrava dieci di meno: ancora in perfetta forma, bello, i lineamenti decisi. E gli occhi larghi e verdi identici a quelli di Cristiana. Ma ora, dietro a quel vetro, pareva sconfitto.
Suonò il campanello e pochi attimi dopo la porta si aprì.
“Bruno!”, disse soltanto.
“Mi fai entrare?”
Francesco lo precedette, gli indicò una poltrona di fianco al camino e prese posto in quella di fronte. Nel silenzio che seguì, si udiva solo lo scoppiettio del fuoco.
“Grazie per essere qui. Capisco che non sia stato facile per te”.
“Io non ho dimenticato e nemmeno perdonato. Ma non potevo ignorarti. Sapevi che sarei venuto”.
“Lo speravo”
“Bene. Adesso raccontami cosa sta succedendo: ero al bar poco fa e ciò che ho visto non mi è piaciuto”
“Già…La gente è esasperata. Nell'ultimo mese e mezzo, sono stati stuprati due bambini. Sono ricoverati, adesso, sotto la protezione del magistrato e sotto segreto istruttorio. Ci sono delle coincidenze. Entrambi sono stati presi dal maniaco mentre tornavano a casa dall'oratorio Entrambe le volte io non ero qui a casa, ed ero uscito in macchina. Prima del mio arrivo non era mai accaduto nulla di simile. La gente fa in fretta a fare due più due. Devo sperare nella testimonianza dei bambini, ma… e se non fossero in grado di dire nulla di preciso? Sarò trasferito, certo: e poi? Mi porterò appresso la fama di pedofilo? Non so che fare”.
“Questa non è una novità. Hai sempre lasciato che le cose facessero il loro corso naturale. Fin dall’inizio quando i tuoi genitori ti hanno messo in seminario.”
“Ho l’impressione che questo sia l’inizio di una brutta discussione…”
“E come al solito tu preferiresti nascondere la testa nella sabbia ed evitarla. Ho promesso ad Annalisa di non rivangare il passato ma non posso. Anche allora non sapevi cosa fare e così te ne sei andato senza una parola, come un ladro! Lei dice che hai scelto Dio: palle! Non hai mai avuto la vocazione e io lo so. Non hai avuto fegato, ecco”.
“Sono un prete! La mia strada era tracciata. Non l’avevo scelta io e non ho avuto fegato, verissimo. Mia madre mi ha cresciuto alla sua maniera, insegnandomi che ciò che contava più di tutto era comportarsi in modo irreprensibile, non dare scandalo, non far parlare male di te. Per questo me ne sono andato senza una parola. Amerò sempre Lisa, ma non ce l'ho fatta. Non ne vado fiero e di certo non ne è valsa la pena. Basta guardare i miei superiori in questo frangente: non mi credono, ma nemmeno mi condannano. Ciò che conta è insabbiare tutto! Che schifo… Ma un merito questa storia ce l'ha. Tu sei qui“.
Bruno tacque. Aveva sbagliato un'altra volta e lo scopriva ora. Se avesse raggiunto Francesco dopo la sua partenza rivelandogli l’esistenza di Cristiana, forse al mondo ci sarebbe stata una famiglia felice in più e un prete scontento in meno. Si alzò.
“Vedrò cosa posso fare. Domattina andrò al comando dei carabinieri e cercherò di scoprire che piste stanno battendo. Poi mi farò vivo”.
“Come sta Lisa?”
Era ormai sulla porta pronto ad uscire quando le parole di Francesco lo bloccarono.
Un sussurro pieno di aspettativa, un rimpianto latente.
“Annalisa sta bene. Dirige un albergo a Maia Bassa e abitiamo tutti e tre nella casa dei nostri vecchi a Merano. Si vive.”
“Tutti e tre? Ti sei sposato?”
“Ho vent’anni della mia vita da raccontarti…ci vuole un po’ più di tempo e questa sera sono davvero stanco dopo il viaggio e tutto il resto. Ne riparliamo domani, ti va?”
 

A casa sua c’era un metro di neve, era tutto bianco e ovattato. Qui invece il sole splendeva, l’aria era tiepida e il rumore del mare creava un sottofondo piacevole ai suoi pensieri. Annalisa camminava assorta. Aveva lasciato il fratello al comando dei carabinieri e aveva raggiunto la spiaggia bianca.
Non poteva incontrare Francesco e lo sapeva. Era un capitolo chiuso e riaprirlo avrebbe portato solo altro dolore. Non poteva dimenticare l'unico uomo della sua vita e il padre di sua figlia, ma rassegnarsi era ormai un dovere. I suoi piedi affondavano nella sabbia fine. Raggiunse il pino solitario all’estremità della spiaggia e si lasciò cadere a terra con un sospiro. Che bello!, pensò. Il mare, il cielo blu e le onde leggere creavano effetti di luce in movimento. Il suo sguardo vagò sulla distesa di sabbia fino al promontorio dalla parte opposta. Alcuni ragazzi giocavano laddove rocce e pini formavano come un balcone naturale. Non aveva una macchina fotografica, purtroppo, perché quello non era un viaggio di piacere ma le sarebbe piaciuto immortalare quel momento di pace.
Un grido la riscosse. L'aveva portato il vento e veniva proprio da laggiù, dove quei ragazzi stavano giocando. Non era un grido gioioso. D'istinto si alzò e corse in quella direzione. Non stavano giocando. E lei li aveva già visti.
Stavano picchiando un uomo.
“Basta!” urlò.
Ma i ragazzi continuarono.
Allora lei si fermò, prese il cellulare e compose il 112. Poi li raggiunse.
“Smettetela! Maledetti!”
“Chi cazzo sei? La santa dei pedofili?”
In lontananza si udirono le sirene: i sei si dispersero e sparirono. Solo in quel momento Annalisa osò guardare l’uomo che giaceva a terra: era una maschera di sangue e il corpo pareva un ammasso di stracci. Si inginocchiò, gli prese il capo e con delicatezza se lo appoggiò alle ginocchia, e cercò di togliere il sangue e la sabbia con un fazzolettino di carta.

“Le assicuro che Don Francesco non è né è mai stato indagato né sospettato“.
Così gli aveva detto il Maresciallo Gargiulo. Non si era scoperto di più, ma Bruno aveva capito. Lasciando correre in paese quella voce, il vero colpevole si sarebbe sentito al sicuro e magari si sarebbe scoperto. Era una decisione rischiosa ma presentava anche molti vantaggi. Bruno non aveva dubbi sulle capacità di Gargiulo e dei suoi uomini ma l’atteggiamento della popolazione lo preoccupava parecchio. La scena vista al bar la sera precedente non lasciava presagire nulla di buono.
Allungò il passo diretto alla casa parrocchiale ma la trovò deserta. Pensieroso s’incamminò verso la parte nuova del paese. Si lasciò alle spalle il lungomare, il centro storico e il piccolo porto per dirigersi verso la lunga spiaggia dove sapeva di trovare Annalisa.
La gazzella dei carabinieri lo superò a tutta velocità. Quando raggiunse l’ultima discesa, vide un capannello di gente fermo a ridosso del promontorio. Inconsapevolmente allungò il passo. Gli ultimi metri li percorse di corsa.
“Stai bene?”
Annalisa alzò lo sguardo e annuì incapace di parlare. C’era tutto nei suoi occhi: dolore, rabbia, impotenza. Allora Bruno spostò lo sguardo all’uomo steso sulla sabbia e un furore cieco si riversò in lui vedendo il viso tumefatto dell’amico. Si alzò e fissò con rabbia i curiosi che si accalcavano attorno. “Chi ha fatto questo pagherà” urlò a tutti e nessuno.
“Sappiamo chi sono e li prenderemo subito”, gli rispose il maresciallo Gargiulo. “Questa non ci voleva!”
“Ha corso un rischio troppo grosso, maresciallo“.
“Non potevo fare diversamente. Se tutto va bene in questo momento i colleghi di Vieste stanno arrestando quell'uomo”.
“Lo spero. Che tutto questo almeno serva a qualcosa“.
Francesco non riusciva ad aprire gli occhi e sentiva un continuo ronzio nelle orecchie. Ma sapeva di essere vivo: glielo confermavano i dolori insopportabili che aveva in ogni parte del corpo. Ricordava l’aggressione e distorte urla lontane e poi il nulla. C’era confusione nei suoi pensieri e nell’anima la voglia di arrendersi. Non si sforzò di alzare la palpebre pesanti non si impegnò a ricordare di più. L’odore pungente del disinfettante mischiato ad una lieve fragranza di fiori sembravano l’unico legame alla realtà ma non era certo nemmeno di questo, così come gli pareva un sogno la leggera carezza che sentiva sulla mano inerte. Pensieri incoerenti non voluti né cercati, si accavallavano nella sua testa confusa. Lasciò che la pace ovattata della semincoscienza lo avvolgesse come un bozzolo di nebbia.
Sussurri indistinti, un lieve ticchettio di passi che si allontanavano, il rumore di una porta aperta e subito richiusa.
Ancora una volta cercò di sollevare le palpebre e una lieve lama di luce rosata gli ferì le pupille irritate: era il tramonto.
Accanto al suo letto due persone, ritte una di fianco all’altra, in abiti talari neri parevano le sentinelle della giustizia divina. Le alte sfere. “Vedo che si sta riprendendo”.
Francesco cercò di sorridere ma ne ricavò solo una misera smorfia.
“Questo fattaccio ci ha molto addolorati” riprese il vescovo senza lasciargli l’opportunità di rispondere “Vedremo di trasferirla al più presto in una struttura in collina dove potrà passare la convalescenza. Nella pace e nella tranquillità di quel luogo questo brutto episodio verrà superato”
Francesco si sentì ribollire di rabbia. “Uscite” riuscì a sussurrare “Uscite e non tornate più”.
“Don Francesco, dobbiamo mettere a tacere questo scandalo. La chiesa non può permettersi di avere macchie simili. Dovrebbe capirlo”
“E voi dovreste capire quando un uomo è colpevole o meno. Mi state accusando di un crimine che non ho commesso.”
“Ma no, ma no cosa le viene in mente? Stiamo solo cercando di arginare lo scandalo in modo che si possa dimostrare la realtà dei fatti”
“Storie! Voi state solo cercando di mettere tutto a tacere. Andatevene”
Volse lo sguardo verso la finestra, fissando il tramonto aldilà dei vetri privi di tende. Sentì i passi dei due avvoltoi allontanarsi e spegnersi oltre la porta e chiuse gli occhi.
La realtà era quella. Nessuno credeva in lui, nessuno era pronto a difenderlo. Doveva lottare da solo ma per farlo non poteva rimanere in un ambiente che non gli concedeva la minima fiducia. Aveva sacrificato tutto alla Chiesa e da lei veniva condannato senza prove e senza appello. Vent’anni prima aveva infranto un voto, ora ne avrebbe infranto un altro: l'obbedienza. Non si sarebbe lasciato mettere in naftalina, nascondere come una vergogna.
La porta si aprì di nuovo. Riuscì a mettere a fuoco il viso di Bruno.
“L'hanno preso, Francesco"
“Chi? Chi è?”
“Un tale che bazzica l'oratorio. Rifornisce i distributori automatici di snack. Un tale di Vieste”.
”Giovanni?”
”Sì, un tale Giovanni. C'erano già stati casi simili sia a Vieste che in alcuni paesini dell’entroterra. Le indagini avevano portato a lui: in tutti gli oratori dei bambini molestati ci andava lui. I Carabinieri lo tenevano d'occhio da tempo ma non avevano prove“.
“E ora le hanno?”
“Sì. E per raccoglierle hanno lasciato che i sospetti cadessero su di te… quello che lui voleva. E' stata la sua rovina…ma anche a te è costato molto”
“Forse. Sì, forse in termini di dolori attuali mi è costato molto ma questa faccenda mi ha dato l’opportunità di riflettere.” Prese un lungo respiro prima di proseguire “Lascio la chiesa, Bruno.”
Guardò gli occhi dell’amico dilatarsi per la sorpresa e sorrise. “Sono successe diverse cose negli ultimi giorni prima del tuo arrivo…all’inizio solo consigli arrivati per lettera e lasciati cadere ad arte sul modo di comportarmi, poi telefonate e alle mie richieste d’aiuto veniva risposto che si stavano adoperando per farmi uscire da questo scandalo e alla fine…proprio pochi minuti fa, sono arrivati due vescovi con l’ordine preciso di ritirarmi in un convento a pregare per le mie colpe…Nessun aiuto per dimostrare la mia innocenza. Vogliono solo insabbiare lo scandalo. Ho detto basta.”
“Ma cosa farai adesso?”
“Mi cercherò un lavoro e una casa e comincerò una nuova vita”
“Niente rimpianti?”
“Se intendi per la chiesa e ciò che lascio…no, niente rimpianti. Potrò aiutare gli altri anche se non sarò più un prete.”
“Non avrai una famiglia, sarai solo…te la senti?”
“Mi farò degli amici e la famiglia…quella che volevo e che continuo a rimpiangere è quella che avrei formato con tua sorella. Non ne voglio un’altra. Forse un giorno troverò una donna che diventerà una compagnia per la vecchiaia ma per il momento evito di programmare questo aspetto del mio futuro”
Bruno rimase pensieroso nella stanza ormai buia poi senza una parola uscì nel corridoio.
Vide la sorella seduta ad occhi chiusi su una sedia poco distante. Sembrava addormentata ma appena sentì i suoi passi con uno scatto si alzò e lo raggiunse.
“Come sta?”
“Ha bisogno di te”
 
Alberta Colombo
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