Patrizia Emilitri Ruspa
LA LUCE BIANCA
Il vento soffia
tra le foglie, come un sospiro, e il sole attraversa i rami
accarezzandomi gli occhi.
Il mio viso scotta per la febbre, sporco della terra sulla quale è
appoggiato.
Forse sono vicina a casa, forse no. Devo alzarmi e cercare aiuto, devo
sollevare la schiena, puntare le braccia sul terreno e sollevarmi. Non è
difficile. Quante volte sono caduta da bambina e mi sono sempre
rialzata, con orgoglio, da sola, senza l’aiuto di mamma e papà.
Ma le gambe sembrano di pietra, la schiena rigida, fredda e umida e le
braccia, abbandonate lungo il corpo sembrano senza vita. La mente non
vuole ancora dormire, ma gli occhi già annebbiano ogni immagine.
Sento l’odore del sangue e so di esserne ricoperta dalla vita alle
caviglie.
«Non preoccuparti, è un medico preparato, un primario.» Così aveva detto
Davide in macchina quella mattina.
Aveva ritrovato il sorriso perso un mese prima, quando gli avevo
confidato con cautela, ma con orgoglio, la mia maternità.
Il suo volto era impallidito, si era schiarito la voce tentando di
parlare, poi aveva preso un fazzoletto dalla tasca interna della sua
giacca elegante - con tanto di distintivo Lions sul bavero - e si era
asciugato la fronte dal sudore improvviso.
Un’espressione di paura, qualcosa di più: terrore.
Lui aveva già due figlie che possedevano il suo cuore e una moglie che
possedeva il suo portafoglio, la sua macchina sportiva, gli abiti
firmati, le cene nei migliori ristoranti, le vacanze alle Maldive e la
settimana bianca a Cortina. Era lei la padrona assoluta dell’azienda e
di tutta la famiglia. Una storia vecchia come il mondo.
«Non possiamo» mi disse balbettando.
«Non diremo nulla» risposi, ma sapevo di mentire. Non avrei mantenuto il
segreto con mia madre. Lei non sapeva di Davide, ma ora, con un nipotino
in arrivo, avrei rotto la promessa di nascondere la nostra relazione,
almeno per qualche tempo.
«Non possiamo e basta» ripeté.
Discussioni, liti, minacce, rabbia e tanta umiliazione, ma non avevo
ceduto. Avrei avuto il mio bambino.
Si convinse, o almeno così pensai. Mi coccolò, pregandomi di mantenere
ancora il segreto, fino alla prima ecografia, fino a quando lo avremmo
visto, sano e vivace nel mio grembo.
Ecco perché sono sdraiata in un bosco, sola, con la vita che sfugge dal
mio corpo, quel corpo che fino a qualche ora fa sentiva battere il cuore
di mio figlio.
Ha preso lui l’appuntamento con il medico. Un primario ginecologo che ha
seguito le gravidanze di sua moglie e la nascita delle sue figlie.
Avrebbe pagato tutto lui, naturalmente.
«Per mio figlio voglio solo il meglio.» Io, innamorata e fiera, sono
salita sulla station wagon dell’azienda.
Abbiamo viaggiato per molto tempo: due ore o anche di più.
«Tanta strada per un’ecografia?» ho chiesto.
«Ne vale la pena.»
Lo studio era un appartamento sporco, il medico una signora grassa che
puzzava di cibo rancido e sudore.
La penombra avvolgeva l’arredamento e il volto della donna. Mi ha
stretto la mano e mi ha fatto accomodare su un lettino accanto ad un
monitor acceso.
Ho diciannove anni, nessuna esperienza di maternità e visite
ginecologiche e talmente innamorata del mio primo ed unico amante che
non ho chiesto il perché di quell’iniezione nel braccio sinistro.
Qualche minuto dopo, ho sentito la testa leggera, la saliva amara e il
corpo intorpidito.
Quando mi sono risvegliata ero ancora su quel lettino. L’unica finestra
aveva le tapparelle abbassate, Davide mi teneva la mano.
«E’ tutto a posto, possiamo andare se vuoi.»
«Come sta il bambino?»
«Bene, non preoccuparti, tutto bene.»
Mi sono rialzata, stordita. La testa mi faceva male e anche il ventre.
Toccandomi, ho sentito qualcosa tra le gambe: un assorbente.
Confusa, ho abbassato le mutandine.
«Perché sanguino?»
«Un po’ di perdite sono normali dopo un’ecografia interna, non ti
preoccupare.»
Siamo tornati all’auto. Davide mi sorreggeva sorridente.
Sfrecciava sicuro lungo l’autostrada e io sentivo il sangue scendere tra
le gambe.
«Davide, mi sento male. Fermati per favore.»
Mi sono addormentata, o forse ho perso i sensi.
Mi sono risvegliata qui, dove sono ora.
Davide mi ha aiutata a scendere dall’auto.
Un fiotto di sangue ha sporcato i pantaloni chiari e le gambe hanno
ceduto.
Davide mi ha distesa sotto una pianta.
«Dove vai?» ho chiesto, vedendolo tornare verso l’auto.
«A chiamare aiuto, chiamo un medico e torno.»
«Ma cosa succede?»
«Probabilmente hai perso il bambino.»
L’ho visto togliere della plastica sporca di sangue dal sedile.
«Lo sapevi?»
«Ma cosa dici?»
«Hai messo la plastica sul sedile, lo sapevi? Hai ucciso tu il bambino?
Tu e la tua amica?»
«Non dire sciocchezze» ha detto, gettando il telo accanto ai miei piedi.
E’ salito in auto e se n’è andato.
Lo aspetto. Ha detto che tornerà con un medico e mi riporterà a casa. Ma
è trascorso tanto tempo. O forse, tutto il sangue uscito dal mio corpo
mi ha indebolita e non ho più il controllo. Potrei guardare l’orologio,
ma le braccia non si muovono. Tento di gridare, la voce non esce, come
in un brutto sogno.
Non so dove sono e non lo sa nemmeno mia madre. Pensavo di tornare da
lei con una fotografia del suo nipotino e raccontare di me e Davide.
Mamma non saprà dove cercarmi se Davide non torna.
Ma non può lasciarmi qui, sotto un albero, in mezzo al nulla. Non sento
rumori. La strada dev’essere lontana. Il sole non è più così caldo,
segno che il tempo è passato davvero, tra poco sarà sera, sarà buio.
Davide saprà ritrovarmi?
Mi sento così stanca e così lontana dal mio corpo. Forse devo dormire un
po’. Ma se Davide mi chiamerà non lo sentirò. E’ meglio restare sveglia.
Le palpebre sono pesanti, chiudo gli occhi solo un momento.
«Se non ti alzi morirai. Davide non tornerà. Devi alzarti e andartene.»
Chi ha parlato? Non c’è nessuno.
Ormai il buio avvolge ogni cosa e io sono così stanca e ho tanto freddo.
Dal folto del bosco una luce sembra venire verso di me. Forse è la mia
immaginazione, come la voce di prima. E’ una luce bianca.
Sto morendo. E’ la luce bianca della morte. La luce di cui raccontano
quelli tornati dal coma. Morirò.
Ho diciannove anni, per Dio, ho una vita da vivere e errori da
correggere. Ho sbagliato a fidarmi di Davide, ad amarlo, ad annullarmi
per un suo bacio, per le sue labbra morbide che cercavano la mia bocca,
il mio corpo vergine.
La luce si avvicina, si avvicina anche la mia fine.
Chiudo gli occhi e aspetto. Non mi alzerò mai più da qui. Qualcuno mi
troverà, povero corpo martoriato, e mia madre non sopravvivrà al dolore.
Sento un rumore. Riapro gli occhi. Davide è tornato.
E’ Davide, solo, con una vanga tra le mani. Tento di chiamarlo, di
avvisarlo che sono viva.
Sono ancora viva.
Lo sento scavare, ansimare e sbuffare. Il mio corpo si solleva, il tonfo
nella fossa compatta, il sapore della terra umida e fredda mi riempie la
bocca, le narici, l’anima e il cuore.
Il mio unico pensiero è che mia madre non mi troverà.
Racconto secondo classificato al concorso Edigiò Donne
in giallo 2009

in copertina
particolari del Trittico del giardino delle delizie di P. Brugel