Marta Bardi
Un ragazzino speciale
Ciao Guglielmo,
scrivo a te, che sei stato in questi primi mesi di scuola il mio insegnante e la mia guida, ma vorrei scrivere a tutti i miei compagni ad uno ad uno, perché, insieme a te, hanno cambiato la mia vita. Non ne ho il tempo, per questo scrivo a te, sicuro che domani mattina entrerai in classe col tuo passo sicuro e leggerai a voce alta queste parole. Scrivo e cancello, batto i tasti come mi hai insegnato tu.
Vedi. Qualcosa ho imparato. Li vedevo sai, i tuoi momenti di sconforto e li capivo e cercavo di farmi perdonare pestando più forte sul computer.
Stai attento, dicevi, è questo il tasto che devi battere. Riprova. E sorridevi. Ma io sapevo che eri scoraggiato e mi dispiaceva, Guglielmo, davvero, anche se non avevo le parole per dirtelo.
E mentre scrivo vi vedo e vorrei dire a Ivan “togli quella penna di bocca,” a Loredana “sei molto carina quando ti fai la coda di cavallo, a Maria Laura ”studia un po’ meno, non occorre che sai proprio tutto”, a Natalino ”studia un po’ di più, faccio sempre troppa fatica a suggerirti le risposte di educazione tecnica” E… Emilia "smettila di guardare sempre verso il banco di Fabrizio, che intanto lui ha in mente solo i suoi giochi sulla play 2 e gli occhi marroni di Lena, la biondina secchiona della II M".
E tu, Alvise, ti ho visto sai mentre cercavi di… oh ma questo non posso dirlo. Sarebbe come fare la spia. Ti pare?
La mia testa si riempie di ricordi. Che si accavallano e si inseguono come le onde. Al primo tentativo di afferrarne uno e di fermarlo, ecco che diventa schiuma e si dissolve.
Mi hai insegnato a correre. Ore che dedicavi solo a me, al di fuori delle scuola. Venivi a prendermi la domenica mattina e ti portavi dietro tre o quattro compagni di scuola, sempre diversi, perché potessi confrontarmi con tutti, dicevi. Aspettavo il tuo arrivo, ti vedevo scendere e sentivo il rumore della portiera che sbatteva, allora correvo giù per le scale.
Mamma non era contenta, sai, Guglielmo. Adesso te lo posso dire. Lei mi ha sempre protetto, troppo, diceva il medico di famiglia, troppo, ero d’accordo anch’io che spesso mi sentivo soffocato dalle sue attenzioni. “Sei più fragile di loro” diceva e mi accarezzava la testa e mi indicava i compagni che restavano nel pulmino ad aspettarci. Sei più fragile. Era il suo modo di dirmi che la colpa non è mia, se sono down. E poi mi spiegava che ero il suo bambino speciale, tanto speciale da essere diverso dagli altri.
Ma io non voglio essere speciale, io non mi sento diverso. Sai quante volte ho provato a spiegarlo, questo, alla mia mamma. Non sono mai riuscito a finire il mio discorso perché a un certo punto le si inumidivano gli occhi e mi abbracciava così stretto da impedirmi di parlare. Ma quando tu arrivavi col tuo carico di compagni, vedeva anche la mia felicità e mi lasciava venire. E io indovinavo il suo cuore in gola e immaginavo l’ansia con la quale avrebbe aspettato il mio ritorno.
Così in quelle domeniche ho imparato a correre insieme a Oriano, a Simone, a Ivan, a Guido. E poi ci sedevamo a guardare le ragazze che cercavano senza riuscirci, di superare i nostri tempi e tu dicevi, dai
Marzio, vai con loro, un giro solo, fai vedere chi sei e io mi schermivo, no, io, no, prof, no, Guglielmo, io non ci corro con le ragazze.
Guardavamo Maria Laura, Ilde, Loredana che si affannavano dietro a Emanuela, Priscilla già pronta a ritirarsi al secondo giro, Romina che riusciva sempre a superare tutte all’ultimo momento.
All’ora di pranzo, nelle giornate più calde, qualcuno tirava fuori, a turno, panini e coca. Natalino portava quei suoi tramezzini stracolmi di maionese che ci colava sul mento e sulle mani appena li addentavamo e le torte salate preparate dalla mamma di Anna Rosa? così… salate che non riuscivamo a mangiarle. In quel momento invidiavo quasi Emanuela che si apriva il suo “cartoccio speciale” come lo chiama lei, di cibo per celiaci.
E poi, la domenica non bastava più. Tutti quei pomeriggi al parco, a fare footing e guai a non fare come dicevi tu. Non capivo perché. Non l’ho capito sino a pochi giorni fa, quando mi avete dato la notizia. Lo sapevate tutti, vero? E non mi avete mai detto niente. Dello sponsor, intendo. Che dovevate fare quella gara e la dovevate fare per me. Che lo sponsor aveva messo a disposizione una certa cifra per la squadra che avrebbe vinto quella corsa. Era per questo che ci allenavi, Guglielmo, allora. E abbiamo vinto. E io ho corso per me, in mezzo a tutti voi, ragazzi, che correvate per me.
Perché questa è stata la sorpresa. Voi correvate per me e io non lo sapevo. Quella cifra, i soldi che lo sponsor ti avrebbe consegnato, Guglielmo, erano per me. Perché potessi partire e confrontarmi con altri ragazzi e ragazze e adulti.
E la mamma li ha accettati come un regalo da parte vostra e poi si è commossa e ha detto sì, ma come fa a saperlo, professore, come fa a sapere che è un suo sogno, è per questo che l’ha allenato tutto questo tempo, vero? E poi ha abbracciato tutti quelli che erano lì, Alvise, Priscilla, Filippo, Simone, Romina e non la finiva più e io che chiedevo mamma, ma che succede, che succede e mi appendevo al suo braccio e ancora non capivo…
Parteciperò alla maratona di Parigi! E domani parto, con la mia famiglia. E papà correrà accanto a me, e scatterà una montagna di foto che guarderemo insieme al mio ritorno. Perché so che con la mente, sarete con me domani sull’aereo e con me a correre per le vie di Parigi.
Mamma sta per uscire. Lascerà questi fogli nella tua cassetta delle lettere.
Ciao, Guglielmo, ciao a tutti.
E grazie
Marzio
Racconto menzione d'onore nel concorso Prader willi 2008