Patrizia Emilitri Ruspa
La volta del Bricolla
Piero passeggiava assorto, il dolce movimento dell’acqua gli sfiorava i piedi nudi.
Il suo lago. Lo aveva lasciato da ragazzo e ritrovato alla soglia degli ottant’anni, con il paese minuscolo, perso tra le colline affacciate sul lato povero del Lago Maggiore. Povero come lui, tanti anni prima.
Una nave pronta per salpare e l’America. Cinquant’anni di lavoro duro, una moglie straniera - Susan - e un figlio - Robert - morto in Vietnam. Nella sua casa in Ohio, da quando era rimasto solo, sentiva l’anima riempirsi di malinconia e pensieri cupi, perciò era tornato nella sua terra: per ritrovare la pace..
La casa dei suoi genitori era ancora lì, l’avrebbe ristrutturata e con il geometra quella mattina si era recato in Comune.
Era in attesa, nel corridoio del piccolo municipio.
«Il Bricolla. Me l’avevano detto che eri tornato.»
Si voltò.
«Ti ricordi di me? Sono Giulio Bisacca, il fratello del Moro.»
Gli strinse la mano con forza.
«Sei invecchiato» disse Piero.
«Tu sei sempre uguale. Ero qui per vedere il sindaco, conosci anche lui, vieni con me.»
Entrarono in un ampio ufficio, un uomo robusto, sulla sessantina li accolse.
«Sindaco, le presento un nostro concittadino. Piero Viganò. Ha fatto la storia di questo paese anche se è rimasto poco. Si ricordano ancora le sue scorribande su e giù per le montagne.»
«Un secolo fa» disse Piero imbarazzato.
«Piacere signor Viganò, sono Michele Santamaria»
Quel nome spalancò le porte della sua memoria.
Si congedò in fretta. Nonostante l’aria fresca di fine autunno, andò verso il lago, si tolse le scarpe e cominciò a camminare.
Lentamente, accarezzava il terreno umido e lenti riaffioravano i ricordi del Bricolla e di Michele Santamaria.
Il Bricolla. Il nome del suo strumento di lavoro: una sacca irrigidita dal cartone che conteneva fino a quaranta chili di sigarette. Era pesante, ma ancora di più lo era la povertà, perciò non sentiva la fatica quando correva con il carico lungo i sentieri impervi.
Nel luogo previsto, a poche centinaia di metri dal confine svizzero, lo aspettavano il Moro, capo del gruppo e il Battista. Riempiti gli zaini, tornavano al paese, consegnavano e ritiravano il denaro.
Fuggivano dai finanzieri con le sigarette, fuggivano dalla fame con i soldi del contrabbando.
Piero sognava di aprire un bar in città. Dopo sei anni di notti nei boschi, con le spalle piegate sotto il peso della bricolla, aveva guadagnato quanto bastava.
Cominciava una nuova vita. I suoi compagni erano avvertiti, ancora qualche mese, poi se ne sarebbe andato.
Ma quella notte. La notte di Michele Santamaria cambiò per sempre la sua vita.
Piero si sedette su un sasso davanti al piccolo molo. Voleva concentrarsi e ricordare ogni momento.
Quella notte si coprì bene, faceva freddo e la neve foderava i sentieri nel bosco. Si doveva stare molto attenti. Le orme aiutavano i finanzieri più delle lampade.
A metà strada incontrò i compagni e il Battista.
«Come mai sei così in basso?» chiese Piero
«Il Moro ha un carico speciale.» disse il Battista.
«Sarebbe?»
«Lo saprai quando saremo in cima.»
Si arrampicarono a fatica, la neve era gelata e si scivolava facilmente.
Sul pianoro nascosto tra gli alberi, il Moro gli andò incontro.
«Il Battista verrà con te fino in paese, lascerai il carico in Chiesa.»
Si chinò ed estrasse un fagotto dalla cesta che aveva accanto ai piedi.
Piero rimase a bocca aperta. Non poteva essere vero: un neonato addormentato.
«Posalo dietro l’ultima panca, quella più vicina alla sagrestia»
«Ma chi è? E dov’è sua madre?»
«Avrai doppia paga.»
«E se comincia a piangere? E se muore per il freddo? Ci vogliono più di tre ore di cammino da qui al paese e sono almeno dieci gradi sotto lo zero.»
«Allora lo lascio qui. Tanto i soldi li ho già presi.»
Piero guardò il Moro dritto negli occhi. Non scherzava.
Prese il piccolo, lo infilò piano nella bricolla e lo coprì. Girò le cinghie e appoggiò il carico sul ventre così da scaldare il neonato con il fiato.
Cominciarono la discesa. Piero sudava e sbuffava. La neve gelata lo costringeva a rallentare per non cadere.
«Dimmi tutto Battista.»
«La Svizzera è un Paese civile. Da loro non si abbandonano i neonati. Sua madre è una ragazza ricca e lui un errore. Così l’hanno passato dalla rete con una bella busta di soldi. Diventerà uno dei tanti Chiesa, Donato, Salvato, Senza casa, Trovato...chissà.»
«Lo avete già fatto altre volte?»
«Ne ho portati a Varese, a Como, uno persino a Milano. Ma adesso sono troppo vecchio. Dobbiamo dare una possibilità a questa creatura. Per morire, c’è sempre tempo.»
«Perché tu?»
«Io vengo da sotto una panca della Chiesa di Ranco.»
Piero non rispose.
Giunsero alle prime luci dell’alba. Piero eseguì gli ordini, salutò il Battista e tornò a casa. Si addormentò stanco per la fatica e l’emozione, si svegliò solo quando sua madre, dopo la messa, raccontò a gran voce del ritrovamento.
Don Tonino battezzò il neonato, lo chiamò Michele, come uno degli Arcangeli. Santamaria lo scrisse l’impiegata dell’Ufficio Anagrafe, dalla Chiesa che lo aveva accolto.
La guerra era appena finita e gli istituti erano zeppi di piccoli “errori”. Non c’era posto per Michele.
Piero aspettava risposte su alcuni bar in vendita a Varese e intanto andava in Chiesa ogni mattina, per vedere il bambino, addormentato sulle ginocchia di Anastasia., l’anziana perpetua.
Si sentiva responsabile di quella piccola vita e cercava di cancellare dalla sua mente i corridoi sporchi e i lettini sgangherati dell’orfanotrofio della città.
Trascorsero sei mesi. Finalmente Piero teneva stretto tra le mani la bozza di un contratto di acquisto per un buon locale, mancava solo la sua firma.
Andò in Chiesa prima di prendere il treno e raggiungere lo studio del notaio.
«Ieri è giunta una buona notizia. Michele raggiungerà gli altri bambini nell’istituto in città. Faremo una cerimonia di benedizione e una festa per il nostro piccolo e la sua nuova casa.» annunciò radioso il Parroco.
Piero sentì un gran freddo. Seduto sulla stessa panca dove aveva adagiato Michele, si sentì svenire.
Lasciò perdere l’incontro con il notaio.
Il giorno dopo, sul sagrato, una grande cesta aspettava i doni della comunità per Michele: un golfino, un paio di calze, un cappello di lana .
Piero depositò il suo pacchetto e se ne andò.
Prese il treno a Varese, andò a Nizza e s’imbarcò per l’America.
Senza un soldo.
Il Parroco trovò il denaro e la lettera:
«Chiedo a lei Don Tonino e alla sua carità cristiana di prendersi cura di Michele. Allego soldi sufficienti al suo mantenimento e ai suoi studi. Lo accolga nella canonica e lo cresca con amore. Michele è un dono mandato dal Cielo.»
Sapeva che il bravo sacerdote non lo avrebbe deluso.
Michele era rimasto alla canonica, aveva studiato e oggi era Sindaco, Primo cittadino del suo paese.
Piero si alzò con cautela. L’artrite faceva scricchiolare le ossa stanche.
«E’ cresciuto.» disse tra sé. Sorrise e s’incamminò verso casa.