Alessandro Falco
Assolutamente assoluto
Markus è sdraiato sul prato e rilassa i muscoli delle gambe con una oscillazione automatica. Chiude gli occhi, ascolta il proprio corpo come anni di allenamenti gli hanno insegnato a fare. Sente l’itto cardiaco che solleva il torace a sinistra, il sottofondo infrasonoro del sangue che scorre, lo scroscio delle articolazioni sollecitate dalla muscolatura possente.
Li apre, vede il cielo luminoso, nuvole bianche che corrono verso la struttura aerea dell’Olimpyapark di München. Gira la testa appoggiata all’erba tagliata di fresco, ne assapora il profumo penetrante, scruta il percorso di riscaldamento dove passano continuamente atleti impegnati in corse solitarie, scatti e allunghi di preparazione alla gara.
Il grande schermo, orientato verso il bosco e il villaggio, proietta le immagini della finale assoluta dei cento metri piani.
Alza il torso erculeo dal terreno, si appoggia ai gomiti: i finalisti si assestano sui blocchi. Dalla prima all’ottava corsia i campioni incastrano le protesi nelle sedi predisposte, ne caricano l’elasticità spingendosi all’indietro con le braccia, piegano e distendono le cosce per evitare le contratture dei quadricipiti femorali, ansimano per favorire l’iperventilazione di un sangue destinato ad impoverirsi di tutto l’ossigeno in una manciata di secondi.
Markus li conosce tutti, con tutti ha gareggiato sperando di batterli alternando vittorie e sconfitte, finché il regolamento della federazione internazionale ha introdotto la categoria assoluta, e ha permesso l’adozione di protesi senza limitazione alcuna.
Con un fremito di soddisfazione Markus articola le dita dei piedi libere nelle morbide scarpe da riposo, contrae i polpacci suscitando indolenzimento dai tendini d’achille e gonfiando le vene serpiginose che risalgono verso l’inguine, fa oscillare con forza rabbiosa le cosce piegate, ricaccia il rimpianto per la decisione che lo ha limitato alla categoria degli atleti integri, incapaci di prestazioni di livello assoluto.
Ora non puo’ adottare i blocchi di partenza allo stesso livello, spingere il corpo per i primi prodigiosi passi con le gambe unite come fanno quelli che al posto delle tibie hanno elastici fogli di balestra in titanio e carbonio, impiega due secondi più di loro per divorare la pista, incassa una minima parte dei loro guadagni.
Senza sonoro, le immagini sullo schermo sembrano provenire da un mondo irreale e lontanissimo, ma distante solo un chilometro dalla pista di gara , teatro delle olimpiadi di mezzo secolo prima.
Gli atleti scattano, il cuore di Markus accelera per riflesso condizionato. Uno, due, tre giganteschi salti in avanti, quindi i primi rapidissimi passi a capo chino, busto in caduta, poi, incapace di una ulteriore accelerazione, la corsa di tutti si distende in un movimento più armonico, in una velocissima serie di slanci elastici.
Markus sa che i giochi sono fatti; gli ultimi tre secondi dei sette necessari per giungere alla fotocellula non sono espressione di velocità, ma di resistenza delle strutture, dei sistemi vitali, della pompa cardiaca nel lavorare in completo debito d’ossigeno, alla soglia dell’infarto.
Una massa indistinta e colorata taglia il traguardo, l’immagine sfuma su nomi e tempi di esecuzione scritti direttamente dal computer collegato alla fotocellula. Markus emette una sonora serie di espirazioni e si lascia ricadere sul prato. La corsa degli altri, quasi fosse la propria, lo altera, lo spossa nel fisico, ma lo eccita sempre meno, gara dopo gara.
Per ritrovare la febbre della competizione, la voglia di vincere, ha bisogno di stimoli diversi da quelli provocati dalle tante sostenze che lo hanno plasmato nel fisico e depresso nel morale. Volge la testa all’indietro e cerca un’atleta tra i tanti, l’unica capace di dargli serenità. Alla vigilia della finale mondiale per atleti integri ha bisogno di lei.
Zina scivola veloce sul sentiero in mezzo agli alberi senza rumore né fatica apparente. Perfino la pelle, lucida e nera, sembra la più adatta al suo sforzo atletico
Il fisico minuscolo appare proiettato in avanti da una successione di passi leggeri, mentre il bel viso camitico dalle labbra semiaperte sembra illuminato dal lieve sorriso di una grande pace interiore.
Il giorno precedente alla maratona è consacrato al riposo attivo, alla ricostituzione di tutto il glicogene esaurito nelle settimane di allenamento intensivo, alla fluidificazione del sangue ispessito da iniezioni di globuli rossi artificiali e preparati chimici destinati ad aumentarne la captazione di ossigeno.
Non ha più sensazioni di benessere o di stanchezza. La necessità di correre quattro maratone per stagione impone di condizionare il corpo di quarantacinque chili, farne un concentrato di energia erogabile in modo fluido, costante e inarrestabile, e dimenticare emozioni, elementi esterni, influssi estranei alla corsa.
Il cicalino dello strumento da polso segnala il raggiungimento dei tassi biologici impostati per l’ultimo allenamento, e Zina calibra le falcate per arrestarsi senza inerzia vicino a Markus e al mucchietto di indumenti abbandonati sul prato.
Il massiccio velocista scatta in piedi con prontezza e protende l’argentea tuta termica:
«Il francese ha vinto ancora, l’hai visto?», e senza aspettare risposta (presto, prima che arrivi il tremito), con gesti precisi e accurati sfila la canottiera alla fondista e la riveste della tuta calda come a proteggere qualcosa di fragile e prezioso.
Senza sforzo apparente, la solleva e la adagia sul telo di alluminio. Con grande attenzione le sfila le scarpe, protegge i due minuscoli piedi con il palmo di una sola mano, le calza un altro paio estratto da una borsa riscaldata, le infila un berretto di lana indugiando in una carezza.
La ragazza resta muta ma i suoi grandi occhi sembrano ritornare alla realtà, acquistano una piega dolce, accarezzano con lo sguardo il gigante bianco che si dedica a lei con amorevole efficienza. Afferra il termos che le porge, comincia a suggere dalla cannuccia la soluzione di aminoacidi ramificati, si stende e richiama Markus con un cenno.
La sua voce è debole, ma ferma: «Le nuvole corrono, questa sera, ma domani tu correrai più del vento, e io sarò il vento. Domani vinciamo.»
Davanti alla mensa del villaggio Markus si sofferma a guardare la grande lapide che ricorda un remoto atto terroristico, poi si distoglie e rivolge la testa calva verso Zina per ascoltare le sue parole volte verso l’alto:
«Domani c’è la corsa, ma è la notte che mi fa paura. Questa volta più delle altre. Vorrei che fosse l’ultima.»
«Sono le sostanze, lo sai, è così tutte le volte. Ma se vinci vinco anch’io, se smetti, anch’io mi fermo. Se decidiamo che è l’ultima corsa, lo facciamo insieme. Questa notte ti aiuto, domani corriamo, poi decidiamo. Va bene?»
Un sorriso degli occhi quasi coperti dal berretto risponde alla domanda, il tocco della mano delicata dalle lunghe dita pilota l’uomo verso il bancone del servizio, il più lontano possibile dal gruppo degli allenatori, alla ricerca di una improbabile intimità nel vasto ambiente illuminato.
Seduti al tavolo d’angolo, defilati dietro a un gruppo di lottatori mongoli, Markus toglie i piatti dal vassoio, la pasta davanti a Zina, la bistecca per sé.
Un medico dell’organizzazione si alza dalla sua postazione e dispone sui tavoli le bottigliette e i termos destinati a ogni atleta.
Zina punta l’indice sul contenitore di Markus:
«E a te, che effetto fa?»
Lui rallenta appena il metodico assalto alla gigantesca costata.
«Sembra di stare sulla luna. Serve per rendere meno viscosi i muscoli, a eliminare l’attrito interno. Devo stare attento a non sbattere nei muri, a centrare le porte, rompo sempre qualche oggetto. Ma non sento male. Nella corsa lo brucio tutto, poi passa. Ma non mangi?»
La ragazza infilza i maccheroni con la forchetta in modo meccanico e svogliato
«Mangio. A me fa schifo tutto, ma mangio. La mia, lo sai, mi fa stare male. E se non la bevo, me la fanno in vena. Mangerei tutta la notte, se mi facesse stare meglio.»
«Non ci pensare, a stanotte. Corriamo, e domani sera mangi una bistecca più grossa della mia».
Una grande mano bianca si appoggia sul viso nero e lo contiene tutto in una carezza, l’altra posa il coltello e versa acqua pura nel bicchiere di cartone.
«Bevi, amore. Bevi tanta acqua, tutta quella che puoi. Questa notte stiamo insieme.»
Quando Zina comincia a tremare, Markus si volta nel letto scricchiolante e se la tira addosso ricoprendola con la pesante coperta. Sente il calore fluire dal proprio corpo a quello della ragazza addormentata, ne spia il respiro affannoso, la massaggia dolcemente per favorire la circolazione.
Il movimento gli provoca una serie di contratture lancinanti a tutti i muscoli, crampi che gli attanagliano per un attimo le dita dei piedi, gli fanno sobbalzare le ginocchia, lo pugnalano con fitte intercostali, gli bloccano la nuca e la mandibola in una smorfia dolorosa. E’ costretto ad alzarsi, passeggia per la stanza con le braccia allargate verso i muri guidato dalla luce accesa nel corridoio.
Appena sta meglio, solleva la ragazza incosciente, la porta in bagno, la convince a bere ancora. La rimette a letto, l’attira nell’incavo dell’ascella. La sua voce è un sussurro contro la tempia infossata:
«Prendi il mio amore, Zina. Con le sostanze è tutto l’amore di cui sono capace, ma è per te. Tutto per te, amore mio. Questa sarà l’ultima notte. Te lo giuro.»
Il vento è caduto e le nuvole appaiono immobili attraverso la copertura trasparente dello stadio. Chiuso nella cabina di vetro il commentatore cantilena nel microfono con entusiasmo professionale.
Oggi all’Olimpyastadium di Monaco di Baviera finale mondiale per atleti integri, e se non ci daranno i tempi e le misure viste ieri non mancheranno di offrirci grandi emozioni. Sono uomini e donne, signori miei, come la natura li ha fatti, e come loro stessi hanno deciso di diventare per correre più forte, saltare più in alto, lanciare più lontano. Citius, fortius, altius: è il motto di Olimpia per questi eroi del nostro tempo che combattono per loro stessi, senza vincoli di sorta, senza le ipocrite frontiere di nazionalità che per tanto tempo hanno provocato prestazioni mediocri e spettacoli deludenti. Questa è l’eccellenza, cari spettatori, oggi corre l’assoluto!
Nella zona di riscaldamento Markus si inietta l’ultima dose di stimolante per reagire allo sparo dello starter e comincia gli esercizi isometrici sotto l’occhio vigile del giudice addetto al gruppo dei velocisti.
L’irritabilità aumenta, un velo di sudore appare sul cranio rasato, l’odore aspro traspirato dagli atleti vicini lo disgusta, cammina avanti e indietro cercando ventilazione alla pelle bruciante. Nello schermo vede le immagini dei saltatori e dei lanciatori che hanno cominciato i loro concorsi. Dopo lo spot pubblicitario un gruppo di atlete saltellanti, frenetiche, si assiepa sulla linea di partenza. Zina è in prima fila, a capo chino, le lunghe dita si contraggono e distendono per attivare un sangue troppo denso, tracciano gesti misteriosi nell’aria, gli occhi lanciano un solo sguardo alla telecamera.
Via, partite! Sono venti, e ognuna di loro è in grado di battere il record mondiale. Quelle due ore che solo quindici anni fa sembravano impossibili anche per i maschi, mezz’ora in meno del record che è stato stabilito cinquant’anni fa su questo stesso percorso. Si dice che l’uomo abbia dei limiti, ma queste atlete oggi vi dimostreranno che non è vero.
Markus percorre lentamente la pista millimetrata e decide la tattica di corsa. Stacco, lancio, accelerazione, respirazione e velocità. Tutto in otto secondi e mezzo. Forse di meno. Stacco, lancio, accelerazione, accelerazione ancora, respirazione e velocità. Record mondiale, ultima gara.
L’ha giurato.
Il giudice avverte gli otto finalisti che a un’ora dallo sparo non si possono assumere più sostanze, tranne acqua. Il gruppetto muove verso l’antistadio.
Al venticinquesimo chilometro Zina sta bene. Con facilità ha preso la testa alla partenza, ha superato il disagio fisico dei primi chilometri, la nausea provocata dai rifornimenti di acqua e attivatori della glicolisi.
Confronta le sensazioni soggettive con le cifre verdi dello strumento a pellicola avvolto al polso sinistro e con il cronografo a schermo esposto sul veicolo battistrada.
Sopra i numeri luminosi sfarfallano le immagini delle gare nello stadio. Due minuti e cinquanta secondi al chilometro. Le sei atlete in grado di tenere il ritmo volano leggere, la corsa di ognuna sembra guidata dalla traccia blu segnata sulla strada, gli occhi assorti sognano la vittoria.
Il trentaduesimo è il chilometro del risveglio. Il glicogene accumulato nei muscoli e nel fegato si esaurisce, il corpo deve produrne di nuovo e scuote la mente assopita sotto la soglia cosciente. Zina avverte la consueta goccia di sudore scendere sulla schiena, sintomo del fenomeno metabolico innescato, fissa il cronografo per evitare inconsapevoli variazioni del ritmo, vede i velocisti assestarsi sui blocchi di partenza.
I signori della corsa sono ai blocchi. Ognuno di loro è una bomba pronta a esplodere, un concentrato di potenza fatto per sprigionare velocità. Che spettacolo signori! Lo starter alza la pistola...pronti...Via! Tutti insieme allo sparo, gettano il torso in avanti, impossibile per noi misurare i passi di accelerazione, impossibile per loro respirare con tutti i muscoli contratti allo spasimo...tre secondi, quattro, si distendono, no! Markus è ancora in accelerazione, incredibile! Gli altri sono lanciati. Ecco, alza la testa, ha la bocca aperta, gli occhi sbarrati, continua a grande frequenza, distende la falcata, tiene il vantaggio, vola...precipita sul traguardo...cade! E’ il record, signori, il record assoluto! Più veloce del respiro...Ma, attenzione, non si rialza.
Dopo la pubblicità rivedremo la gara al rallentatore, capiremo meglio.Che emozione, signori!
Un’altra goccia salata solca il viso contratto, subito si asciuga. E’ una lacrima.
L’ulteriore perdita d’acqua non era prevista. Trentanovesimo, due e cinquantasei. Troppo lento.
L’avversaria keniana allunga decisa, e si sposta sul lato dove troverà l’ultimo rifornimento. Zina si incolla al suo fianco, il braccio nella piega del gomito dell’atleta più alta, il movimento sincrono appare animato da un unico motore.
Quarantesimo chilometro. Due e quarantanove. Al rifornimento la keniana è costretta a rallentare, lascia sfilare l’avversaria e si torce verso il tavolo per afferrare il suo termos.
Zina accelera verso i tre contenitori che l’allenatore ha disposto nella sua zona, agguanta al volo quello di colore rosso, lo porta alle labbra, beve, lo scaglia a terra con un unico movimento del braccio.
Fosforilasi e altri enzimi lipolitici, nella massima concentrazione. Il gusto è di limone, la sostanza aggredisce i grassi per produrre energia. Dove ci sono, se ci sono. A quaranta gradi di temperatura, nella massa corporea magra dell’atleta in corsa, gli enzimi intaccano le guaine mieliniche dei nervi.
Quarantunesimo chilometro, due e quarantasette. Va bene. I numeri si confondono in una danza disordinata, il bracciale luminoso vira al rosso, nessuna cifra vi appare. Zina non lo vedrà.
Il silenzio scende, gli occhi si addolciscono in un sorriso, il mondo è una luce lampeggiante che si staglia nella bocca scura della porta di maratona.
Ecco la prima che entra sulla pista dalla porta di maratona! Sorride, capisce di essere al limite del record, sta per vincere, allunga ancora, è sotto le due ore... ce la fa... taglia il traguardo, si accascia al suolo. Che spettacolo, signori! Oggi all’Olimpyastadium assistiamo allo sport assoluto. L’allenatore ha raggiunto la vincitrice, richiama lo staff medico...Interrompiamo la telecronaca per pochi istanti di pubblicità, poi riprenderemo a raccontarvi questo spettacolo...non so come dirlo, assolutamente assoluto!
Le nuvole riprendono a correre sopra la copertura trasparente dello stadio, il vento è tornato.