UN MOMENTO PARTICOLARE
di Ornella Zambelli
Intabarrati con berrette, sciarpe, guanti, giacche a vento aggrediamo con entusiasmo la salita che diventa subito ripida. C’è nell’aria il silenzio solenne della domenica pomeriggio e un freddo secco e asciutto. Man mano che procediamo, ci togliamo qualche indumento, siamo in febbraio ma questo sole scalda davvero. Camminiamo chiacchierando, passiamo tra querce, castagni, carpini, un maestoso agrifoglio con le bacche rosse e le foglie lucide di un bel verde scuro. Presto ci limitiamo alle parole essenziali, la fatica di salire ci taglia il fiato, eppure marciamo allegri e spediti. Intorno a noi la primavera ha voglia di incominciare la sua ariosa festa. Sono sbocciati i primi crochi, gli ellebori, le primule, le viole. Incontriamo un bucaneve, altri bucaneve, poi una distesa di bucaneve, non li avevo visti da lontano, adesso non so più dove mettere i piedi per non calpestarli, così belli, gentili, delicati.
Più avanti troviamo piccoli cumuli di neve ai lati della strada, poi sempre di più, e ad un tratto il riverbero del sole sulla neve immacolata ci abbaglia. Il sentiero è scomparso, sepolto dalla nevicata, ad ogni passo affondiamo appassionatamente con tutto lo scarpone. Le giacche a vento le abbiamo legate in vita, annodando le maniche. Il cielo è limpido oggi, sullo sfondo si vede il massiccio del Monte Rosa. Ci fermiamo ad ammirare il panorama, la cornice delle montagne intorno a noi, mi piace indicarle chiamandole per nome. Lui osserva un deltaplano, sorride, lo segue con lo sguardo. Io guardo lui. Ho imparato ad amare i nostri silenzi. Mi piace camminargli accanto, o seguire le sue orme nella neve, o poggiare il piede sul sasso dove l’ha appena messo lui. Mi infonde sicurezza, calore. In queste domeniche all’aria aperta i sentimenti trovano spazio per espandersi. Le stanchezze, le delusioni, perdono consistenza, semplicemente si dissolvono, oppure si frantumano contro le rocce delle montagne, non so.
Arriviamo ad un piccolo borgo di case in pietra. Ci fermiamo di botto, tratteniamo il respiro. I tetti sono coperti da uno spesso strato di neve. C’è una quiete ovattata. E’ bellissimo. La neve è intatta sulla panchina di sasso e sul lavatoio. Ricopre la tettoia, sotto di cui è accatastata in ordine la legna per il camino. Alcuni attrezzi, dimenticati accanto alla porta di casa, sono stati sorpresi dalla nevicata e sono lì, fermi, nell’attesa del disgelo. Riprendiamo fiato, o forse non osiamo proseguire per non rovinare questa cartolina di Natale.
Come giungiamo in cima alla montagna folate di vento freddo ci investono all’improvviso da tutte le direzioni. Il nostro spirito pionieristico ci abbandona all’istante. Indossiamo alla svelta le giacche a vento, infiliamo i guanti, la berretta e ridiamo, meravigliandoci della nostra spavalderia di poco prima.
Allargo le braccia, faccio una giravolta, lui ne approfitta per avvolgermi la sciarpa intorno al collo, mi attira a sé. Questo momento è solo nostro.