IL MIO UOMO
di Ornella Zambelli


 


Lo so già. Arrivo a casa e l’Eraldo è lì che mi aspetta. Seduto sullo sgabello di legno che abbiamo comprato insieme alla fiera del Lavello, il braccio appoggiato sul mobile bianco, e aspetta. Entro, lui mi guarda e non parla, lo fa apposta. Ma io non gli do soddisfazione, faccio finta di non vederlo, così impara. Da quando è morto ogni giorno è la stessa storia. Se ne sta lì, appollaiato sullo sgabello, e mi fissa in silenzio.
Quando è successo, due anni fa ormai, io ero a casa, non sapevo dove fosse lui. Non era rientrato e non aveva telefonato, sono stati quelli dell’ospedale ad avvisarmi. Io non ero preoccupata, non avvertiva mai, non gli piaceva render conto dei suoi affari. Affari poi! Le sue cause perse, diciamo. I guai in cui si infilava. Con me sembrava tanto forte e burbero, ma in realtà era un pulcino bagnato, ingenuo e credulone. Un tipo così fa presto ad incontrare chi ne approfitta. I suoi amici non erano tanto più svegli di lui, ma più furbi sì, e riuscivano sempre a farlo andare di mezzo quando le cose si mettevano male. Per colpa loro aveva trascorso anche un anno in carcere, soltanto lui, gli altri se l’erano cavata a buon mercato. Era buono l’Eraldo, non era capace di fare la spia, e così si prendeva anche le colpe degli altri. Solo io lo conoscevo bene, solo io gli sono sempre stata vicina e lui è sempre stato vicino a me. A volte sentivo che c’eravamo solo noi due, noi due contro il mondo.
Era il mio uomo l’Eraldo, anche se non mi ha mai picchiato. Qualche volta ha alzato il pugno per colpirmi, ma io gli avevo riso in faccia e a lui era mancato il coraggio. Aveva abbozzato un sorriso storto e si era grattato la testa. Succedeva quando eravamo troppo ubriachi. Io ho la sbornia allegra, bevo e mi viene una ridarella incontenibile. Lui invece diventava triste, a volte gli veniva anche da piangere, poveretto, è sempre stato sfortunato nella vita.
L’ho conosciuto una sera d’inverno l’Eraldo. Nel pomeriggio ero andata all’asilo a prendere la bambina, le maestre non me l’hanno voluta dare e hanno telefonato all’assistente sociale. Sostenevano che puzzavo di vino, che non ero lucida. Saranno lucide loro quelle due scimmie! La più anziana ha sposato uno che va con gli uomini, l’ho visto io e non mi sbaglio. L’altra, perché ogni tanto fa un corso di aggiornamento di quattro ore alla volta, si crede una dottoressa. Alle riunioni dei genitori dice pedagogia, psicologia, empatia, socializzare… sembra un pappagallo che ripete la lezione.
Ero uscita dall’asilo, con le lacrime agli occhi per la rabbia, ho attraversato di corsa lo stradone e per poco un camion non mi metteva sotto. Si è fermato con uno stridore di freni e un sacco di bestemmie del camionista. Le donne che passavano in quel momento strillavano come indemoniate. Io ero caduta davanti al camion, ma non mi ero fatta niente, mi sono rialzata da sola, se aspettavo il loro aiuto stavo fresca.
Non me la sentivo di tornare a casa da mia madre. Sapevo che alla fine le maestre avrebbero chiamato lei per andare a prendere la bambina. Mi faceva male il cuore pensare a mia figlia, sola nell’asilo, gli altri bambini che uno alla volta andavano a casa, tenuti per mano dalla loro mamma. Avevano mamme belle, eleganti, gli altri bambini, mamme con i capelli tagliati dal parrucchiere e il golfino color pastello.
Chissà a che ora sarà arrivata mia madre a prenderla. Da quando ha avuto l’ictus va in giro tutta sbilenca, trascinando la gamba che non funziona più. E chissà quante maledizioni mi avrà tirato ad ogni passo. Mi viene ancora il magone se penso agli altri bambini che tornano a casa a fare merenda, a guardare i cartoni animati, a giocare nella loro cameretta arredata con i mobili colorati dell’Ikea, e la mia bambina per mano ad una nonna infuriata che la strattona e le chiede chi è quel disgraziato di suo padre. Lo chiede a lei perché io non lo so. E’ successo in un periodo confuso, frequentavo molti uomini. Non lo so proprio chi potrebbe essere il padre di Lisa.
Camminando senza meta ero arrivata in riva al fiume, c’era una nebbia densa e io la prendevo a sberle. Cosa potevo farci io se ero così? Se non ero mai stata brava a scuola? Se guadagnavo sempre poco? Se dimenticavo le cose da fare? Avevo preso una quantità di botte da mio padre, ma non mi erano servite a niente, si vede che ero una rogna, allora era meglio buttarsi giù dal ponte. Ad un certo punto mi si è avvicinato l’Eraldo, infagottato in un cappotto logoro, macchiato, troppo grande per lui. Aveva in mano una bottiglia di vino, mi ha sorriso e me l’ha allungata. E’ iniziata così. Quella notte abbiamo dormito insieme dentro un’auto abbandonata sotto il ponte della ferrovia.
Abbiamo vissuto in quella macchina per tre mesi, poi mi hanno convocato in municipio e mi hanno assegnato un appartamento. All’inizio ho pensato che il sindaco e gli impiegati del comune si fossero stancati di vedere me e l’Eraldo che usavamo sempre il loro bagno, poi mi sono ricordata che l’assistente sociale mi aveva fatto firmare delle carte una volta. Sulle prime mi era antipatica l’assistente sociale, con i suoi tailleur tutti grigi, chiedeva con insistenza se mi prostituivo. No, non ho mai fatto la prostituta, gli uomini con cui sono stata non mi hanno mai dato soldi. Se me li avessero dati li avrei presi, non sono mica stupida. Lei scuoteva la testa, lo chignon dondolava come un grosso topo aggrappato ai capelli, diceva che avevo ventisei anni e mi buttavo via, però poi mi ha aiutato. Non ho capito bene il motivo, pare che il fatto di essere una ragazza madre e disoccupata mi dava dei punti e così io l’Eraldo siamo venuti ad abitare qui, dove abito ora. E’ un palazzo ristrutturato, con tanti appartamenti simili tra loro. Per raggiungere il mio si passa sotto un portico, si sale una scala, si percorre un lungo terrazzo e si entra direttamente nel tinello con angolo cottura. In mezzo c’è un tavolo rotondo con quattro sedie, a sinistra un divano a due posti e sopra un quadro con il mare. Sul lato di fronte all’ingresso c’è un mobile bianco, con sopra il televisore. A destra c’è un corridoio con la porta del bagno e quella della camera. La lavatrice l’ho messa nell’angolo cottura, sotto il lavello, e i panni lavati li stendo sul terrazzo. Non è una casa molto grande, bisogna mantenere la linea per muoversi qua dentro, ma è molto meglio che dormire in macchina.
Poco tempo dopo ci hanno chiamato anche dall’ufficio di collocamento, le cose avevano cominciato a girare bene, io sono andata a lavorare in una mensa scolastica, solo di mattino, prendevo mezzo milione il mese, ero contenta. Con l’Eraldo tutti facevano storie perché beveva, nessuno lo voleva assumere, dicevano che era pericoloso. Lui era un tipo che si scoraggia subito e tornava a casa avvilito. Dopo un po’ si è arreso e non ha più voluto saperne di andare a lavorare, passava il tempo a letto a dormire, era sempre più stanco.
A volte di sera stava male, aveva dei dolori addominali, delle forti nausee, io lo portavo al pronto soccorso e sono convinta che non lo visitassero nemmeno. Sentivano odore di vino e lo tenevano una notte in osservazione, dicevano loro, invece gli davano un calmante qualunque, lo mettevano in un letto e lo lasciavano lì fino al mattino. Quando poi l’hanno trovato svenuto su una panchina, l’hanno portato via in ambulanza a sirene spiegate. E’ morto appena arrivato in ospedale, da solo, senza riprendere conoscenza. Gli hanno fatto l’autopsia e il medico di turno, un damerino con l’erre moscia, ha avuto il coraggio di dirmi che l’Eraldo non si era mai curato, che aveva un fegato che faceva paura, epatite, cirrosi … Gli sono saltata addosso, gli volevo cavare gli occhi. Mi hanno tenuta in quattro. Ma come, io ve lo porto, vi dico che sta male, e voi lo lasciate tutta notte sulla barella? E adesso è colpa sua se è morto, è lui che non si è curato?
Quella notte ero a casa da sola, l’Eraldo nell’obitorio dell’ospedale. Piangevo come non avevo mai pianto in vita mia. Mi chiedevo se almeno sarebbe andato in paradiso e me lo vedevo seduto tra le nuvole a bere il caffè. Lo immaginavo con tazzina in mano e quel sorriso obliquo, gli occhi che ridono come quelli di un bambino monello che guarda di qua e di là. Gli veniva sempre quella espressione, quando gli capitava qualcosa di buono, forse credeva di non meritarlo. Ad un certo punto ho sentito bussare alla porta, colpi forti, decisi. Mi sono tirata su, ho soffiato il naso e ho chiesto:
- Chi è?
- Porco boia, Nora, apri questa cazzo di porta!
- Ma chi è?
- Sono l’Eraldo, porca vacca!

Mi sono alzata dal letto per andare ad aprire, ma lui era già entrato, l’ho trovato seduto sullo sgabello, il braccio appoggiato all’armadio bianco del tinello e ho capito che non se ne sarebbe mai andato, che non mi avrebbe mai lasciata sola. Lui sarà sempre il mio uomo.


 

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