FUGA
La Spezia, 12 Giugno 1944
Adorata
madre mia,
Oggi ho fatto portare nel mio ufficio una statua lignea, una polena,
notata nei giorni scorsi in una sala del Museo Navale di La Spezia dove
abbiamo stabilito il comando di piazza del nostro contingente d’occupazione.
Sin dal primo giorno, da quando avevamo perlustrato tutto lo stabile
all’interno dell’arsenale per insediarvi i servizi logistici
che io comando, ero stato colpito dalla statua come se avesse provocato
di proposito la mia attenzione.
La scultura era stata accantonata in un angolo buio insieme ai pezzi
ritenuti di minore importanza per decisione del direttore italiano del
museo, il quale, a suo gusto, ne aveva trascurato la bellezza.
Il busto di mogano, perfettamente conservato, non mostra danni o rotture,
mentre la scheda che lo riguarda ne afferma il ritrovamento sulla spiaggia
della Versilia dopo una mareggiata di Libeccio.
Proprio come il corpo di Percy Shelley.
Raffigura il busto di una donna, e la dura espressione del viso è
temperata da un sorriso enigmatico, sibillino, forse evocato dal fatto
di non aver seguito nel naufragio la nave affidatale invano dal costruttore.
La polena guarda in avanti con le pupille convesse, e sembra osservare
tutto quanto si trova dinanzi a lei.
I capelli incorniciano il viso di virago e sono mossi all’indietro
dal vento di quella corsa che, dalla prua di una nave, la donna aveva
tentato inutilmente di dirigere.
Posta davanti alla scrivania la donna di legno mi affronta, mi accusa
di non essere adatto al compito cui altri mi hanno preposto, m’insulta
per le ricorrenti debolezze nell’evocare te, la Germania irraggiungibile,
e per la tendenza del mio spirito a soffrire di profonde depressioni.
Tutto quel che faccio appare inutile, e ciò che penso diventa
insopportabilmente doloroso.
Non posso confidarmi con nessuno, qui, e posso solo sperare che ti giunga
questa lettera.
Temo che la polena abbia saputo leggere nei miei sentimenti e capisca
le ansie che mi tormentano.
Non ho più fiducia nei compagni e neppure nei superiori. Ho capito
come mi raccontino, tutti, solo menzogne.
Il grado di Tenente della Wermacht mi obbliga a fraternizzare con giovani
troppo distanti da me, per attitudine e comportamento; mi allontana
dai superiori, resi irraggiungibili dal grado e dalla responsabilità
marziale che ne consegue.
La polena, lei sola, mi scruta, capisce e sorride.
Il suo atteggiamento muta con il variare dei miei stati d’animo.
Non le interessa l’intensità della mia sofferenza, irride
il travaglio della mente, disprezza la fatica della mia inutile speculazione.
Sempre più a lungo rimango in ufficio a pensare, controllo il
messaggio della polena, la sua capacità di suscitare sensazioni.
Spesso mi sento respinto, eppure provocato a formulare pensieri...ancora.
Sono stimolato a perfezionare le mie costruzioni mentali nell’illusione
di compiacerla, per osservare la continuità di quel sorriso di
cui non riesco a comprendere l’essenza.
L’attitudine del volto m’inquieta, i suoi seni protesi m’insultano
fisicamente.
Non riesco ad avere reazioni virili, né mentali né fisiche.
La sua muta domanda mi eccita e spossa, l’incapacità di
girarle le spalle o rimuoverla dalla stanza per ricacciarla in una buia
cantina mi frustra definitivamente.
Madre mia, il senso della realtà mi sfugge ogni giorno di più.
Sto scivolando in una consapevole ossessione.
Ludwig

La Spezia 12 Marzo 1965
Adele mia,
Non ne posso più.
Sto malissimo, e non so spiegare perché soffro.
Se trovassi il coraggio di parlare, spiegare a voce le pene che mi tormentano,
mi esorteresti a essere pratico ed esporre i problemi reali della nostra
vita quotidiana.
Da sempre mi occupo dei problemi d’ogni giorno, e ogni giorno
ho lavorato per guadagnarmi la vita fin da quando ho memoria. Ogni notte
ho studiato contro voglia per ottenere il diploma che mi ha dato la
possibilità di lavorare ancora.
Ci siamo sposati, troppo giovani per farlo, e per avere i figli con
le loro enormi esigenze.
Abbiamo finto di essere vecchi per credere in noi stessi e in quanto
stavamo facendo.
Ora ti ho tradito.
Ho sognato per mesi di trovare un amore che mi facesse impazzire e mi
rendesse le emozioni che non ricordo di aver provato mai.
Sento la necessità di estraniarmi dalla realtà divenuta
insopportabile, di sentirmi dominato da passioni che ho sempre soffocato,
o non ho avuto la capacità di avvertire.
Ho trovato una donna, e lei mi ha fatto impazzire di desiderio.
Ogni mattina, quando vado al lavoro ed entro all’arsenale, passo
per il museo e mi fermo davanti a una polena.
Immagino che lei attenda ogni giorno, mi guardi, e provochi la mia visita
con il suo muto sorriso.
Comprende i miei stati d’animo, mi eccita con la sua soda nudità,
mi sfotte per le mie debolezze.
Conosce i miei rimorsi, la nostra situazione, mi attira e nello stesso
tempo mi respinge da te, sapendo che noi due ci siamo definitivamente
allontanati. Poi, mi getta in faccia il suo irridente disprezzo.
Con te riesco ancora a fingere, a illudermi di essere capace di amministrare
la solitudine.
Con lei non ci riesco più. Mi rende consapevole della mia pochezza
fino in fondo, e con il suo atteggiamento altero pare che urli il suo
disprezzo.
Ne sono attratto, e ne ho paura. Vorrei possederla.
Lei già lo fa.
Antonio

Roma
26 0ttobre 1973
Nicole,
Lo sconforto provocato dal tuo abbandono non ha fine.
Dopo il tuo messaggio di addio fidavo in un ripensamento, pensavo che
mi avessi allontanato da te senza la piena consapevolezza del dolore
che stavi generando, obbligata dalla necessità sociale di dare
un’etichetta alla nostra relazione affettiva.
Poi, l’annuncio del fidanzamento con un altro uomo, incredibile
ed irritante, mi ha fatto urlare di rabbia e prostrato in modo insostenibile.
Ora so come un uomo può soffrire, lacerato dalla distruzione
del proprio affetto.
T'immagino con quell’altro, un uomo falso, ricordo quando ridevamo
insieme della sua personalità infantile, dei suoi atteggiamenti
ambigui, e non avevo capito, allora, che l’ambiguità era
in te e nel modo in cui mettevi alla prova la mia ottusità, il
completo coinvolgimento dei miei sentimenti, l’incapacità
di considerare un futuro senza la tua presenza.
Ora ti vedo con lui, disprezzare la mia solitudine e la disperazione
che hai saputo provocare in me.
Chi mi conosce mi suggerisce di dedicarmi con particolare attenzione
al lavoro.
Amavo il mio lavoro. Mi permetteva di analizzare le personalità
altrui, di costruire un’opinione attraverso lo studio dei fatti,
mettere in relazione accadimenti successivi in modo da comunicarli ai
lettori con una sorta di affettuosa complicità, con ambizione
sublimata dalla necessità di risultare chiaro, aperto e disponibile.
Potevo manifestare il desiderio di piacere, provocare reazioni favorevoli
restando coerente con me stesso. Attraverso i miei articoli esprimevo
le mie opinioni, le credevo coerenti al comportamento quotidiano.
Sono stato definito uno scrittore sensibile, un giornalista acuto e
profondo, capace di spiegare fatti e ragioni per forza di ragionamento.
Ora mi osservo agire al di fuori del corpo, e vedo la mia spoglia muoversi
per inerzia senza la forza necessaria per ricercare una finalità
nella sua inconcludente agitazione.
Cercando spunti interessanti nelle storie di pezzi da museo, relitti
restituiti alla terra da tragedie accadute in mare, ho analizzato lettere
di persone che hanno sofferto per un amore disperato.
Nella lettura di questi documenti trovo solo il dolore altrui, ed il
mio vi si rispecchia in un tragico compiacimento.
Due uomini, innamoratisi di una donna di legno, hanno trovato in sé
un baratro di solitudine di cui non sospettavano l’esistenza,
o forse, frustrati da sempre nei loro sentimenti profondi, si sono rivolti
ad una compagna senz’anima.
Mi sono accostato al loro dolore con curiosità.
Trovo analogie nell’inutilità dei nostri comuni slanci,
nella nostra ansia di avere un corrispondente cui comunicare la raffinatezza
della nostra passione.
Sono andato a vedere la polena esposta nel museo navale, e ho trovato
il sorriso che non ha fornito soddisfazione al desiderio suscitato in
uomini vivi. Proprio come il tuo silenzio, o l’educazione formale
con la quale hai risposto alle mie telefonate.
Non ti telefonerò più. Non ho la forza né il coraggio
di sostenere un dialogo.
Posso solo continuare ad amarti e scrivere per dirtelo.
Giovanni

La
Spezia 6 Novembre 1944
Adorata Madre mia,
La decisione presa è irrevocabile.
Leggerai questo biglietto quando neppure il coraggio di una madre potrà
rigenerare una seconda volta il figlio prediletto.
Ho affidato al mio collega la sciabola, ho gettato in mare la pistola
d’ordinanza.
Non voglio coinvolgere il mio paese o l’uniforme nella vergogna
di una fuga.
Mi libererò da queste angosce per mezzo di un’arma anonima
che non deve difendere nessun ideale.
Il coraggio necessario lo sto traendo da queste righe che per me sono
una confessione, l’unica giustificazione dovuta al prossimo.
Il suggerimento alla risoluzione finale mi viene dalla polena.
Lei attende la lisi degli incubi quotidiani per liberarsi dal legno
che la imprigiona, e che in questa realtà le impedisce di raggiungermi
nel nostro comune vortice di follia.
In questi giorni mi ha guidato verso una svolta che ormai sembra ovvia.
Ci appartiene soltanto il buio totale e l’assenza di un futuro.
Unico scopo, la fuga dal dolore.
Io rendo a lei la realtà che ha saputo ispirarmi con il suo amore
impossibile, eppure intenso, e a te la vita che mi hai donato un giorno.
Ludwig

La
Spezia 6 Novembre 1965
Adele,
La polena mi ha chiamato.
Ho avuto il coraggio di toccarla, ho posato la mano sui suoi capelli,
ho accarezzato gli occhi di sfinge, poi ho cercato invano il sesso racchiuso
nel legno.
Da quel momento il desiderio di possederla è divenuto incontenibile.
La vedo dappertutto, e sono sicuro che alla prossima apparizione mi
si svelerà totalmente, abbandonando la massa di materia inerte
che le impedisce di farsi penetrare.
Passo al museo, poi vado al lavoro al bacino di carenaggio.
Vedo la sua immagine che si nasconde dietro i ponteggi, si materializza
nel calore della fiamma ossidrica.
Penso a te che mi rincorri incalzandomi con le mie responsabilità,
e poi penso a lei che m’illude e mi attira sempre più lontano
dal senso della vita.
Tu mi ricordi la sconfitta, lei mi provoca ad ipotizzare la vittoria
contro ogni logica.
Dalle murate della nave in riparazione cola acqua e liquame che si accumula
in pozze sul fondo del bacino.
Le pozze s’illuminano di sole, riflettono le nuvole, si animano
del volto della statua, la fanno vibrare, ne scompongono il viso ed
il corpo in atteggiamenti lascivi.
L’immagine della polena prende vita, assume la forma che io le
immagino, la bellezza di cui ho bisogno.
Vado a tuffarmi in quella pozza, sotto l’impalcatura, direttamente
venti metri sotto di me. Fuggo dal dolore, precipito nell’illusione.
Addio
Antonio

Roma
6 Novembre 1973
Nicole,
La mia ricerca dell’amore perfetto ha avuto successo.
Dopo la frustata iniziale che credevo composta da nostalgia per l’intimità
perduta, la gelosia per chi ti può avere ancora con sé
e l’incapacità di riadattarmi ad una solitudine che credevo
superata, ho capito, vedendolo rispecchiato in altri uomini, che la
sofferenza per un amore vano è estremamente semplice.
Un dolore adamantino, purissimo nella sua incidenza e possessivo con
la personalità di chi soffre.
Ho riletto con ansia morbosa le lettere dei suicidi per amore, ho visto
e rivisto molte volte la polena che aveva suscitato in quegli uomini
il loro folle amore.
Ho compreso il loro ragionamento distorto anche quando li ha condotti
alla fine.
Ho seguito con la mano l’onda dei capelli intagliati nel legno
levigato, ho restituito un sorriso a quegli occhi ciechi dalle pupille
convesse che sembrano intuire ogni presenza.
Mi sono soffermato a sfiorare il mogano dalla grana vellutata, quasi
epidermica, fino ai seni protesi dalla base larga, con i grossi capezzoli
rilevati.
Ho afferrato le spalle ampie, sono sceso ai fianchi appena accennati,
al pube risucchiato dal legno, sono risalito al volto ambiguo, massiccio
ed irridente.
Mi sono immedesimato nella personalità dei suicidi, ne ho tratto
l’articolo che mi era stato richiesto.
Sono soddisfatto di quest’ultimo mio lavoro.
Sono sereno nel condividere la risoluzione presa da quei due uomini
traditi, essi hanno saputo personificare la loro sofferenza.
Il loro amore per una donna di legno non è stato inutile. Ha
suggerito la fuga dalla realtà che non erano capaci di accettare.
Non è inutile il mio amore disperato quando reclama una sua sublimazione
e insieme la cessazione del dolore.
Nessuno dei due uomini ha voluto trovare un colpevole alla propria fine.
La polena, lungi dall’essere una causa di follia, è il
simbolo dell’amore senza interesse, della sua mancanza, ma senza
rivalse.
Nessun’arma provocherà la mia morte. Una fuga veloce nella
notte, un anonimo incidente e... chissà? La stanchezza e l’alcol
lo avranno provocato.
Nessuno dovrà sentirsi colpevole, nessuno dovrà recriminare
sul destino.
La donna di legno continuerà a sorridere e, scampata al suo,
sarà spettatrice di un ulteriore naufragio.
Giovanni
Alessandro
Falco