Assalti
al cielo
Pontificie
Legazioni di Romagna, confini appenninici con la Toscana
Novembre 1834
Non
siamo eroi.
E la nostra non è una rivoluzione.
Siamo solo un pugno di anime che si ostinano a sognare un mondo migliore.
Qualunque sia la strada, quale che sia il costo.
Intorno
all’uomo in nero, l’aria era carica delle umide fragranze
autunnali. Il bosco di castagni, ormai spoglio, visto da quell’altezza,
sembrava il manto di un riccio vegetale. Il vento correva tra le gole
fino a risalire i fianchi della montagna. Due pareti scoscese si stringevano,
lasciando appena lo spazio per il passaggio di due uomini affiancati.
A monte, cinquanta, forse sessanta metri, l’apertura di una grotta.
L’uomo in nero, ombra tra le ombre. Intorno a lui cinque sagome,
appena più visibili ma altrettanto immote.
L’ombra tra le ombre (l’ombra di se stesso), strinse tra
le dita uno stropicciato pezzo di carta. L’inchiostro pregiato
iniziava a sbiadirsi per il tempo e l’usura, ma non importava.
Era buio per leggere e il testo troppo noto per soffermarsi sugli svolazzi
arabescati della calligrafia elegante.
“Non
dobbiamo mai dimenticare, amico mio, l’ardua e doppia impresa
del nostro secolo... distruggere e fecondare nello stesso tempo. Non
dobbiamo dimenticare che lo scopo finale del nostro destino sulla terra
non è l’incivilimento, ma l’amore sociale, la fratellanza
degli uomini, il trionfo della verità e del bene assoluto.”
L’amore
sociale... La fratellanza degli uomini... il bene assoluto... L’uomo
in nero sorrise amaro guardando verso il fondovalle.
Giù in basso, lungo le rive del Fiumarino si sentiva, di quando
in quando, un cavallo nitrire. I miliziani sedevano appresso al fuoco,
scaldandosi, mangiando, fumando. Qualcuno si aggirava per il bivacco,
sbrigando le corvé. Altri sollevavano il naso in direzione della
grotta; l’uomo in nero era lontano nel buio e non poteva vederli,
ma sapeva che era così. Lui era il miraggio di una taglia esosa
e il terrore suscitato della ribellione al sistema.
No. Nessun amore, nessuna fratellanza. E di assoluto su quelle pendici
non c’era altro che una reciproca voglia di uccidere. Di uomini
nessuna traccia: solo nemici, belve allo stato ferino. Per fame, per
disperazione, per fede.
L’ardua
e doppia impresa del nostro secolo, Cristina, è una chimera in
cui solo gli angeli come te continuano a credere.
*
Giù nell’accampamento qualcuno imprecò tra i denti
parole ignominiose, altri maledirono gli assediati, ma nessuno bestemmiò.
Ai miliziani dell’Esercito di Dio non era permesso. Stupri, torture,
immotivati assassinii, quelli sì. Todo modo para buscar la
voluntad de Cristo, parola di Tomàs de Torquemada. E gli
inquisitori dell’Europa medioevale si erano risvegliati in una
Romagna schiacciata dalla spietata restaurazione dello Stato della Chiesa,
seminando violenza e terrore nelle Legazioni che continuavano, testarde,
a cercare l’amore sociale, la fratellanza degli uomini, il
trionfo della verità.
Smessi gli abiti domenicani, indossavano adesso la porpora dei cardinali-commissari,
la coccarda dei gonfalonieri e la raffazzonata divisa delle milizie
volontarie.
I loro roghi: le forche e le fucilazioni. La loro nemesi: l’eresia
della rivoluzione.
*
“Basterd chiesaroli ed merda, durmiv con un bell’oremus;
che domani molti di voi rendran conto al Signore delle proprie malefatte.
Cagnaz!” Canappia osservò i fuochi dei bivacchi, biascicando
tra i denti tutta la sua rabbia.
Si era sistemato fuori dall’imboccatura della caverna, in un cono
d’ombra, uno stecco tra i denti e lo Springfield tra le braccia.
Quello strano fucile sottile, che arrivava da lontano e sembrava un
giocattolo.
Un balocco letale con quelle, come si chiamavano? Cartucce. Roba mai
vista e dire che Canappia, dopo aver lavorato per anni alla polveriera
di Bologna, era uno che se ne intendeva. Un’arma leggera e maneggevole:
la imbracciava bene anche una donna e soprattutto era veloce a sparare.
Mentre un papalino caricava un colpo nel suo fucile, con lo Springfield
c’era il tempo di far fuoco anche quattro volte.
Roba mai vista, e in grado di fare la differenza: anche solo in sei,
con quelle armi erano un piccolo esercito.
“A cosa pensi?” Nigher si sedette vicino a lui.
“Al ragaz” mentì Canappia. “Cum al stà?”
“La ferida ha provuché un’infeziàun superficiale.
L’ha mal, ma gliela fa.”
“Può sparare?”
“Foursi.”
Canappia sollevò lo sguardo e scorse, fioche, le luci di Saludecio.
“Domain matéina srà una giurné ed sole.”
Nigher annuì pensoso.
“Avrem potuto esser già in Toscana, vero?” chiese
Canappia serio.
“Se non ti fermavi ad acupper al sacerdote. Foursi...”
“Un priit ed meno l’è un pas in piò vers il
paradiso.”
“Te sei strano, vé.” Nigher sbuffò una nuvola
di fumo dalla sua pipa d’osso e gli puntò contro il bocchino,
“N’ho mega mai capè parché lo fai.”
“D’amazer i priit? Perché lo vuole Dio. Ecco perché.”
Nessun eroe. Nessuna rivoluzione...
L’uomo in nero udì lo scambio e di nuovo stirò le
labbra in un sorriso forzato. Si voltò verso il giaciglio su
cui il più giovane del gruppo duellava con la febbre. Stefano
si chiamava, e veniva dalla Bassa, Boncellino, vicino al fiume Lamone
di cui il padre era traghettatore. Tutti i risparmi di una vita per
far studiare il figliolo, e invece che sui banchi di scuola, il ribelle
Pasadòr era finito a far da staffetta per una banda di fuorilegge...
una vita gettata, a detta di molti. L’unica possibile, a sentire
l’uomo in nero che gli aveva fornito qualcosa in cui credere davvero,
per la prima volta nella sua giovane vita. Probabilmente anche l’ultima.
Vicino a lui, il P’cher continuava inarrestabile ad affilare i
coltelli sulla cote. Alle volte sembrava non esistesse altro per lui
al mondo: i suoi coltelli e le gole di nemici in cui affondarli. Tutto
il resto faceva volume, nulla più. Mai una parola dal P’cher.
Canappia sosteneva che aveva smesso di parlare il giorno in cui gli
avevano sgozzato il fratello minore davanti agli occhi per colpe che
solo lui aveva commesso. E adesso lo sfregare della lama sulla cote
era l’unico messaggio che mandava al mondo. Zang, morte. Zang,
morte. Zang, e ancora morte. Non poteva esserci altro
per il P’cher.
Al suo fianco Stìaf, pancia sotto, penna d’oca in mano,
continuava a scrivere la sua romanzata biografia di nobile sedotto dagli
ideali liberali e abbandonato da tutti nel momento dell’azione.
Era stato al fianco dell’uomo in nero fin dal periodo presso la
casa di Cristina, a Marsiglia. Poi il lungo viaggio attraverso la padania
sabauda e i grandi giorni della rivoluzione di Bologna culminati con
la creazione delle Province Unite. Grandi giorni per enormi delusioni.
Un fallimento totale quello dei Bolognesi del ‘31; tanta passione
per la diplomazia, e ben poco ardore nell’imbracciare le armi.
Ma Stìaf era rimasto; fino alla fine e anche oltre.
Cosa
c’è dopo la fine? Tu lo sai mia dama di Belgioioso? Io
credo di si, purtroppo: niente. Non c’e niente oltre la sconfitta.
Nessun eroe. Nessuna rivoluzione... Nel nostro caso solo un pugno di
uomini che si ostinano a sognare, qualunque sia la strada, qualunque
sia il costo.
Una brigata di disperati, che non può far altro che accanirsi
nel suo ultimo assalto al cielo.
Uno
sparo, all’improvviso scosse l’oscurità e un grido
lo seguì, d’abbasso. Dopo pochi secondi, lampi nella valle
e il secco crepitare della fucileria. Nigher e Canappia corsero dentro
alla grotta, inseguiti da schegge di roccia e spruzzi di fango.
“Cos’è stato?” chiese l’uomo in nero.
Canappia rideva, seduto a terra, con il fucile in braccio.
“Canappia ha tiré a un papalino.”
L’uomo in nero squadrò il compagno ghignante.
“Il cane ha impicié la pipa con un tizzone e io gli ho
tirè intal naso. Il fumo al fa mel, al digieva semper Don Armando.”
“Rischiare di sprecare munizioni sparando al buio...” Stìaf
aveva interrotto la scrittura e spento la candela per non indirizzare
i tiri degli assedianti.
“Par te, domain, arriusciamo a usarle tutte quelle che abbiamo?”
Canappia aveva risposto con rabbia.
“La speranza è l’ultima a morire.”
“Alaura nuetar siam dii cadaver chi parlan, ché la speranza
l’è morta da un pez.”
Nigher si passò una mano tra i capelli corvini e si lisciò
la barba. “Domain ci vengono a prendere. Una bela caursa fin quassù
e ci stanano.”
Stìaf si mise a sedere. “Una corsa in salita si paga a
caro prezzo.”
“Sicur, che ne amaziam parecchi. Alla fine però riusciranno
a salire. Cosa sono? Zant pertiche, zant vint? Quanto impiegheranno
ad arrivare? Datemi retta: non le spariamo neanca tutte... al nostar
cartoci.”
“Tenerli svegli con qualche sparo nella notte può servire
a farli diventare più nervosi” intervenne l’uomo
in nero.
Stìaf si ribellò. “Parlate tutti come se fossimo
già morti.” Guardò il P’cher che, impassibile,
continuava ad affilare la lama e riprese. “Capisco lui. Non ha
nulla da perdere. Ma noi? Vogliamo valutare la possibilità di
scappare? È buio. Conosciamo la zona. Dobbiamo provarci.”
“Impussebil” sentenziò Canappia.
“E con questo? Se le cose stanno così, tentiamo ugualmente,
almeno moriremo provando.”
“Da quassù, però, ne amaziamo di più.”
Canappia accarezzava il fucile.
“Sai qual è il tuo problema? Tu hai più fame di
morte che di vita!”
L’uomo in nero li guardava in tralice pensando che nessuno aveva
ancora parlato dei sacchi pieni di Franchi di Luigi Filippo che giacevano
in fondo alla grotta. E che il Papa rivoleva.
“E i sold?” Una voce flebile interruppe i suoi pensieri
e la discussione. “Vlì dar indietar i sold? E la nostra
rivoluziaun?”
Il giovane Pelloni si era sollevato dal suo giaciglio. Gli occhi gli
brillavano di febbre, ma sembrava animato da nuovo ardore. “E
al Pepa? Vlì che tutto ‘sto denaro torna in tal tasch ed
Gregorio, cal gran basterd?”
Poche parole, dette da un ragazzo ancora imberbe, che lasciarono il
segno, per un istante. Poi il P’cher riniziò la sua opra.
Zang, morte. Zang, morte. E la chiosa di Nigher riaccese le tenebre:
“Canappia l’ha razòn. Non c’è scampo.
Fam saltè pr’aria il bottino e fam basta cogli’armi
in man.”
Stiaf
si alzò con foga piantando gli occhi in quelli dell’uomo
in nero. “Invece io dico che il Pasadòr ha ragione. Abbiamo
percorso migliaia di chilometri per venire a combattere questo fetente
Stato Pontificio, ho visto compagni cadere, a decine... non ho sopportato
tutto questo per finire schiacciato in una grotta dopo un anno che vivo
da pezzente.”
Alle sue spalle Canappia strinse il calcio dello Springfield fino a
sbiancarsi le nocche. Di fianco a lui, Nigher gonfiò il petto
pronto a scattare. Perfino il P’cher interruppe la sua nenia letale
lasciando lo sguardo perdersi nel vuoto.
“Al mi bel damerino aristucratic! Sarà meglio che stai
attento a come parli.” Gli occhi di Canappia scintillavano. “Nuetar,
da pezzenti, ai vivain da quando siam nati, e non ce ne siam mai vergugnè.”
“Nessuna vergogna nell’essere poveri. Ma nel restare servi
della chiesa sì. Per quello sei qui adesso, come noialtri.”
“Me son qui parchè sparo ai chiesaroli. E li uccido di
solito.”
Il gruppo riprese fiato e la tensione scemò. Il P’cher
riprese con la cote. Zang, morte. Zang, morte.
Sotto lo sguardo impassibile dell’uomo in nero Stiaf si voltò
e prese Canappia per le spalle con una stretta fraterna. “Se è
questo ciò che conta per te, pensa a quanti altri ne farai fuori
se continui a vivere invece di morire domani. Ci deve essere un modo.”
“Ci deve essere un modo” ripetè voltandosi verso
Nigher. “Anche tu... Che ne è dei progetti di tornare nella
tua terra e sposare la ragazza che ti è stata promessa? DOBBIAMO
trovare il modo!”
Silenzio intorno a loro. Zang, morte. Solo il P’cher
ribadiva il suo concetto. Zang, morte.
“I franchi di Filippo.” Fu la voce rauca dell’uomo
in nero. “Ci hanno portati in questo buco; loro ce ne tireranno
fuori.” Gli altri lo guardarono con attenzione, la stessa di un
condannato alla forca che intravede la corda sfilacciarsi.
“Facciamo un accordo con i papalini. Gli lasciamo l’intero
malloppo in cambio del via libera fino al traghetto sul Fiumarino e
cinque cavalli pronti sopra. Se rifiutano, i franchi glieli facciamo
saltare per aria davanti al naso.”
“Zeinq caval e noi siam sei.” Canappia si avvicinò
all’uomo in nero. “Non torna.”
“Io resto qui.”
“Parché? Se si fa l’acordo, si va. Tutti.”
“Sveglia!” Stìaf alzò la voce. “Sveglia,
ragazzi! Di quelli là fuori non ci si può mica fidare.
Se si fa l’accordo bisogna che qualcuno resti a controllare che
lo rispettino. Cinque di noi vanno, uno resta. Cinque si salvano, uno
muore.”
“Un prezzo alto da pagher.” Nigher svuotò la pipa
contro una roccia. “Un per zeinq, ma nelle nostar condizion l’è
anc al menùm.”
“No, non mi sta bene.” Il Pasadòr si era di nuovo
sollevato. “Te vai con loro e me, che ferito son un peso, resto
a controlare.”
“Al Pasadòr parla bene.” Nigher si accorse che il
P’cher non affilava più e, insolitamente partecipe, ascoltava.
“Ad aver del sale in zucca si sacrifica quello più debole.”
Guardò il ragazzo. “Scusa eh.”
“T’ha razòn, Nigher. Sono il debole. Non so manco
se la ferida ha fè infeziàun. Son quello con meno probabilità
di sopravvivere. Laseem que.”
“Non se ne parla nemmeno.” L’uomo in nero fece sentire
la sua voce profonda. “Io vi ho convinti a partecipare alla rapina
alla diligenza pontificia. Io ho delle responsabilità.”
“Semm tott grand. Avaim decis colla nostra testa; e avaim semper
avuto boni mutiv per far fuori chiesaroli, anca sainza la tu pruposta.
Siam que parché lo vogliamo, non ci hai oblighé.”
Canappia si mise al centro della grotta.
Si girò attorno per vedere le facce dei compagni. “Tiraim
a sort par chi resta intla grota. Al bacchetto più corto.”
Tutti annuirono.
“Par me l’è una stupidagin” bisbigliò
il Pasadòr. Ma il tutto venne tacitamente rimandato all’alba.
Nigher si sporse dalla grotta, imbracciò il fucile, mirò
un po’ a lato del fuoco del bivacco pontificio e sparò.
Rientrò di corsa ghignando nel fragore degli spari di risposta.
“Amentre pensiamo alla tombola di domani, anche quelli là
stan svegli.”
Questa volta la fucileria dei papalini fu più breve. Qualcuno
nella valle spense il fuoco e il buio ingoiò ogni cosa.
Nella grotta la tensione era elevata. Il P’cher si era andato
a sdraiare vicino al ragazzo e, ogni tanto, sentiva col dorso della
mano se avesse ancora la febbre. Stìaf, riaccesa la candela,
aveva ripreso a scrivere.
Nigher e Canappia ghignavano, raccontandosi storie di vita: insurrezioni,
catture di preti, ricordi di bordello e di dado. Intanto preparavano
le mine: di polvere ne avevano abbastanza da far saltare la cima della
montagna, con il grosso del bottino. Se dovevano lasciarlo lì
per inscenare l’accordo, tanto valeva distruggerlo. L’uomo
in nero, avvolto nella sua pesante cappa pensava.
Cosa c’è dopo la fine se non il memento? Solo se ti
ricordano sei esistito. E di questi uomini, chi ne rammenterà
nomi e fattezze? Se tutto andrà male, un bollettino negli archivi
della polizia pontificia. Oppure cosa? Chi? Il volto schietto e olivastro
di Nigher, il naso enorme di Canappia, il ciuffo impertinente del Pasadòr,
l’elegante eloquenza di Stìaf, la sete di sangue del P’cher...
La storia di questo assalto al cielo deve essere raccontata. Non ci
sono ricordi senza uomini, e non ci sono uomini senza ideali. Dopo ogni
fine, restano gli ideali che l’hanno causata. E la nostra é
un’idea che vale la pena di tramandare.
Nigher
si alzò con uno scatto. Spense il piccolo cero che illuminava
a malapena la caverna schiacciando lo stoppino con il palmo calloso
della mano.
“Ma cosa diavolo…?” Stiaf fece per protestare ma si
zittì immediatamente al gesto secco dell’uomo in nero.
Il P’cher aveva estratto i coltelli e la debole luce della notte
stellata li faceva scintillare come schegge di ghiaccio.
“Rumori” sussurrò Nigher, impugnando la lunga pistola.
Nella sinistra era apparso il coltellaccio da cucina che teneva, infilato
nello stivale.
Canappia, appoggiato lo Springfield alla parete, stava acquattato vicino
all’entrata della grotta con le due misericordie in mano. Pugnali
buoni, le misericordie; pensati nel medioevo per dare il colpo di grazia
ai condannati.
Misericordie per uccidere i soldati del papa... Una sfumatura
simbolica di un certo rilievo, aveva notato l’uomo in nero. “Quanti?”
chiese ad alta voce tornando alla questione pregnante.
Nigher si affacciò per un attimo, con movimenti lenti e misurati,
poi fece segno.
Cinque, più cinque. Forse qualcuno di più.
L’uomo in nero annuì. “Ci stanno venendo a prendere.
Ne voglio uno vivo, in grado di tornare a valle e, P’cher, in
grado di parlare.”
Tutti annuirono, appallottolarono i bagagli e i mantelli a formare fagotti
informi, e si schiacciarono negli anfratti della caverna.
Il Pasadòr prese il coltello da caccia e armò il cane
della pistola, ritirandosi nel fondo della caverna, al riparo di una
sporgenza rocciosa.
I rumori della notte sembravano amplificati nel silenzio carico d’ansia.
Da fuori solo vento, stormire di fronde, lieve strusciare di piccoli
animali. Suoni consueti per uomini della macchia. Null’altro.
Canappia fissò Nigher, con sguardo interrogativo. Questi si passò,
nervoso, la mano sulla barba incolta, ma non rispose. L’uomo in
nero sembrava una statua, intabarrato nella sua cappa, contro la parete,
tuttt’uno con la roccia. Il Pasadòr respirava pesante.
Improvvisamente uno scricchiolio anomalo, un ramo spezzato di netto,
un breve raspare sulla roccia e ombre, davanti alla grotta, guardinghe.
Davanti, per primo, un uomo con una corta sciabola; nuvole di fiato
rischiarate dalle stelle. Dietro, respiro e gambe fiaccate dall’impervia
salita, le sagome indistinte di un manipolo di armati ondeggiavano come
marionette.
Ad un gesto dell’uomo con la spada la pattuglia si precipitò
all’interno della grotta prendendo a menare colpi su fagotti di
stoffa e bisacce, accorgendosi ben presto dell’inganno.
Un colpo di pistola, poi un secondo. Il Pasadòr e Nigher spacciarono
i papalini più vicini.
I lampi degli spari illuminarono la scena per una frazione di secondo,
abbastanza per permettere ai briganti di identificare gli assalitori.
Il tempo sufficiente per far capire ai soldati del Papa di essere caduti
in trappola.
Nessuno gridò, imprecò, fece rumore.
Fu solo un frusciare di tele, sibilare di lame e roteare di mazze. Uno
scontro breve e cruento, una lotta spietata e muta, come in un’allucinazione.
Danza macabra, di rapidi gesti, archi letali di armi acuminate, lento
spegnersi al suolo di corpi trafitti, segati, tagliati.
Le misericordie di Canappia si muovevano in rotazioni continue e cadenzate,
come quelle del mietitore con la falce, la frina di Dio, le chiamava
lui. Al suo fianco, la furia silente del P’cher affondava i due
grossi coltelli con meccanica determinazione. Un avversario dopo l’altro.
Uno sbuffo all’affondo, un grugnito all’estrazione, l’indifferenza
su ogni corpo morto che cadeva ai suoi piedi.
Presto si percepì nell’aria l’odore del massacro,
il caldo e ferruginoso sentore del sangue appena sgorgato e l’aspro
fetore delle viscere strappate.
Pochi minuti e tutto finì. Sul terreno una decina di corpi fumanti
di morte e nelle mani di Stiaf, al sicuro dalla foga omicida del P’cher,
il superstite richiesto dall’uomo in nero. Era l’ufficiale.
“Ottimo lavoro. Ora, accendiamo una luce, che devo fare due chiacchiere
con questo gentiluomo.” L’uomo in nero indicò al
sopravissuto, tremebondo, di sedersi in fondo alla grotta, lontano dagli
altri. “Gettate i cadaveri di fuori. C’è già
troppa puzza, qui dentro.”
Tutti quanti si misero all’opera, lasciando l’uomo in nero
a confabulare con il prigioniero.
Questi, in un bagno di sudore, assentiva continuamente, passando lo
sguardo dal volto in nero alla punta acuminata del coltello che gli
sfiorava il torace.
Il Pasadòr era crollato, febbricitante, sul suo giaciglio.
Dopo una decina di minuti la grotta era stata svuotata dai morti e i
briganti sentirono dire all’uomo in nero “Capito? L’è
tot cier?”
“Sé.”
“Ripeti, pulid!”
“Zeinq caval, par domain matéina, la chiatta sul Fiumarino
a dispusizion e un lassapasser par il Granducato di Toscana in tal tasc
dla sela.”
“Sennò?”
“Feev scuppià tott.”
“Brev. Và mò la, che avan premura.”
Il papalino sgusciò fuori dalla grotta, sbirciando impaurito
i volti duri e arcigni dei briganti. Appena uscito si bloccò
per qualche secondo davanti al mucchio di cadaveri dei suoi compagni.
“Spicciati!” intimò l’uomo in nero e l’ufficiale
scapicollò giù dalla collina.
“Ci sarà da fidarsi?” domandò Stiaf.
“Abbiamo alternative?”
“Certo, la minaccia di far scoppiare tutto quanto il bottino dovrebbe
tenerli a bada per un po’.”
In quel momento Nigher crollò al suolo.
Canappia gli corse vicino, per sorreggerlo e si lordò le mani
di sangue.
“Nigher! Nigher, sei ferito!”
“Sto per morire, Canappia” sussurrò scoprendo i denti
bianchissimi, velati di sangue. “Al papalino m’ha freghé.
Intla panza... al cultel. Fa male sai, Canappia, un coltello nella pancia.”
Gli altri compagni guardavano i due in rispettoso silenzio.
“Tieni botta, Nigher, che domani andiamo in Toscana e troviamo
un bravo barbiere che ti ricuce per bene.”
“Lassa ster, Canappia…”
“Nigher, fer mia l’esen! Brotta bistia. Tieni botta!”
“Canappia… Vado dal Signore a far i conti. Se c’hai
ragione te, finisco dritto tra i beati, con tutti i chiesaroli che ho
accoppato.”
Nigher tossì e un rivolo di sangue nerastro gli uscì dalle
labbra. Canappia lo pulì con la manica della camicia.
“Spero proprio c’hai ragione Canappia. All’inferno
si deve stare male; che poi, noi, all’inferno ci siamo nati…”
Spirò d’un tratto, gli occhi sbarrati riflettevano la debole
fiamma del cero, le labbra tirate parevano sorridere. L’uomo in
nero si tolse il cappello, Stiaf si voltò verso la roccia e la
percosse con un pugno, mentre il P’cher scosse la testa, si sedette
e, estratti i suoi coltelli, riprese ad arrotare. Canappia pianse, senza
singhiozzi; poche, piccole lacrime che si andarono a perdere nella barba
folta.
*********
Alba.
Di un giorno come tanti. In un anno del signore, in una terra di nessuno.
La foschia alzata dai primi raggi di sole avvolgeva la cima dell’altura
con un’irreale luce vermiglia. L’uomo in nero si affacciò
verso l’interno della grotta. Il Pasadòr riposava, finalmente
graziato dai tremiti della febbre. Canappia, di fianco al corpo esanime
di Nigher, si era addormentato con la testa tra le ginocchia. Il P’cher
era supino, con le braccia incrociate e le lame in pugno; i suoi occhi
inanimati fissavano le pareti. Stìaf sonnecchiava composto con
la testa sullo zaino.
L’uomo in nero appoggiò un fagotto in un angolo, si mise
una mano in tasca e ne tirò fuori cinque bacchetti chiusi in
un pugno. Si avvicinò al giaciglio del Pasadòr posandogli
il dorso della mano sulla fronte, tiepida. Un ragazzo forte. Forte,
e disperatamente ostinato.
“È ora di muoversi” disse ad alta voce.
Il giovane Pelloni aprì gli occhi e si tirò a sedere.
Il P’cher e Canappia furono subito pronti. Stìaf si stiracchiava
indolente, sempre quello più lento a svegliarsi del resto. Retaggio
del suo passato di privilegi. Infanzia destata al mattino tra lenzuola
di lino pregiato, la domestica a servirgli il caffellatte, il nuovo
giorno annunciato con parole gentili a suggerire un buon futuro. Molta
strada invece, molto destino. Diverso da ciò che tutti si aspettavano
da lui.
“Quattro
stecchetti uguali: lunghi. Uno solo corto: chi lo pesca resta.”
I compagni annuirono. Si avvicinarono alla mano curata dell’uomo
in nero e tirarono la loro sorte.
Quello del P’cher: lungo. Nessuna espressione.
Canappia: lungo. Uno sguardo al corpo di Nigher, uno all’esterno
verso la luce del sole nascente. Vita, morte. Tutto assieme, tutto così
veloce e ravvicinato, sovrapposto. Tutto così complicato. Un
ambiguo grugnito, la sua unica reazione.
Dal giaciglio la mano tremante del Pasadòr scelse il terzo legnetto.
Tirò: lungo. Uno sbuffo e si lasciò cadere sdraiato.
Stìaf si avvicinò, strinse uno dei due stecchi rimasti
e fissò l’uomo in nero facendo no con la testa. Già
sapeva che il suo sarebbe stato lungo. E così fu.
L’uomo in nero aprì il pugno e la diagonale della mano
fu il mezzo stecco che scriveva una sentenza. Capitale e inapellabile.
P’cher e Canappia si girarono verso le loro cose, Stìaf
no. Stìaf rimase immobile, gli occhi incatenati a quelli del
capo. Fece per dire qualcosa, ma l’uomo in nero gli mise una mano
sulla spalla, e si portò l’indice dell’altra alla
bocca in un chiaro invito, e in un pugnace comando.
Silenzio.
Il silenzio di chi ha capito.
Il silenzio di chi deve accettare.
L’uomo
in nero riprese a minare il bottino. Nell’allacciare la prima
miccia le sue mani si fermarono. Che spreco far esplodere tutti quei
soldi. Quanta gente avrebbe potuto arruolare, quante braccia armare,
quanti morti da sacrificare alla sua utopia, quanti inutili lutti. Deglutì
amaro e riprese l’opera. Forse è meglio così dopotutto.
Gli altri erano pronti. Nelle tasche, franchi a manciate, tanti quanti
potevano trovarvi posto senza insospettire. Negli zaini le poche cose
della loro vita raminga e le cartucce per gli Springfield.
Collocata l’ultima mina, l’uomo in nero si voltò.
I profili dei quattro compagni si stagliavano contro la soglia scuri
e immobili, intenti a fissarlo.
Lui si avvicinò, ma non abbastanza da farsi toccare.
“Sembra tutto a posto. Hanno issato una bandiera bianca e con
il cannocchiale di Stìaf ho controllato l’imbarco. Ci sono
cinque cavalli e la chiatta pronta. Quando siete di là dal fiume
sparate tre colpi. Sempre che il mio botto non sia arrivato prima.”
Stìaf fece per dire qualcosa ma non ci riuscì. La gola
faceva male. Il Pasadòr tentennava sulle gambe incerte, era ancora
debole per la febbre, e anche le immagini tremavano nei suoi occhi colmi
di lacrime. Canappia stringeva il calcio dello Springfield. Il P’cher
era privo di espressione, come sempre. Nessuno poteva sapere del fuoco
che gli bruciava dentro, in quel momento più di altri.
“È ora .” Fu l’ordine. Il capo si voltò
e riprese ad armeggiare con micce ed esplosivo. Era già tutto
pronto, ma non voleva trattenerli oltre con la sua presenza e il suo
sguardo.
Si
avviarono giù per il pendio tenuti sotto mira dai papalini. Giunti
sul pianoro, le file dell’Esercito di Dio si aprirono in due ali
di occhi rabbiosi. Camminarono lentamente, incerti, cauti. All’imbocco
dell’accampamento si fermarono. C’erano almeno un centinaio
di miliziani lì a pochi metri. Erano i loro nemici, rabbiosi
per via della notte trascorsa pressochè insonne. Ma nessuno si
mosse e i quattro ripresero ad avanzare. Lentamente.
Il sole appena sorto brillava basso alle loro spalle. Il contrasto della
luce celava la stanchezza, la polvere, il sangue delle loro figure stremate.
Rimanevano sagome scure: torreggianti, fiere sulle ombre lunghe dei
passi.
Sempre lenti, con le mani strette intorno alle armi, un passo davanti
all’altro; avanti. Stìaf in testa. Il P’cher a sorreggere
il Pasadòr dal passo malfermo. Canappia a chiudere il gruppo.
Giunti nel mezzo dello schieramento, videro i ranghi pontifici muoversi
per lasciar passare una figura in rosso. Era il cardinale Giuseppe Albani
in persona, il commissario speciale inviato da Gregorio XVI per sedare
i disordini delle indomite legazioni di Romagna. Sguardo affilato, volto
sbarbato e labbra vermiglie a luccicare in un sorriso gelido.
“La vostra fine è solo rimandata” annunciò
con voce rauca.
Stìaf non lo guardò nemmeno, si fece di lato e continuò.
Lo seguì il P’cher con il giovane Pelloni. Poi Canappia.
Questi si fermò un istante per fissarlo truce. “Anche la
tua prete. Anche la tua.”
Il colonnello Zamboni, capo militare dell’operazione, fece per
estrarre la sciabola, ma Albani gli appoggiò una mano sull’elsa
bloccandolo.
I quattro proseguirono.
Tutto intorno occhi furiosi, un amico lasciato alle spalle condannato
a morire e davanti, un centinaio di metri più oltre, i cavalli
a ridosso del barcone del guado. Vita, morte, tutto ravvicinato, tutto
sovrapposto. Così difficile da capire, da accettare...
Nessun eroe. Nessuna rivoluzione... Solo irrisolvibile complessità.
Arrivarono al pontile. Un veloce controllo ai finimenti, un ultimo sguardo
verso i papalini. Le file più avanzante avevano già iniziato
a risalire l’altura di corsa. Sulla cima, l’uomo in nero
non si vedeva più.
Stìaf e Canappia presero le redini dei cavalli, il P’cher,
lasciato il Pasadòr ciondolante in piedi, aveva già iniziato
le manovre di sgancio. Sul versante frontale dell’altura i papalini
sciamavano verso l’alto come un nugolo di vespe affamate.
Il barcone si staccò dal molo, Canappia imbracciò la seconda
pertica e si affiancò al P’cher per aiutarlo nella traversata.
Il traghetto avanzava a fatica nel mezzo del Fiumarino ribollente delle
acque d’autunno, lo sciame dei papalini continuava l’affannosa
salita.
Una spinta di Canappia. Una spinta del P’cher. Stìaf osserva
la cima dell’altura. Non può finire così. Un
assalto al cielo non può e non deve conoscere cadute.
Si asciuga le lacrime passandosi la manica impolverata sugli occhi.
Una spinta di Canappia. Una spinta del P’cher. I primi miliziani
fanno ingresso nella grotta lasciando riecheggiare grida d’esultanza.
Una spinta di Canappia. Una spinta del P’cher. Un ultimo sguardo
di Stìaf. Il nostro assalto al cielo... non può finire
così.
Le
vespe voraci dalle uniformi bianche e gialle si ammassarono come in
un banchetto su una carogna. Continuarono a entrare nella grotta fin
quando non ci fu più spazio. Il grosso dello sciame si ritrovò
tutto dentro o a ridosso dell’entrata.
Poi la deflagrazione.
Devastante morte che esplode, strazia, disintegra forzieri, lacera carni.
La cima dell’altura venne sventrata come da un’eruzione
che sfonda una caldera occlusa da secoli. Frammenti di roccia e di corpi
umani piovvero in basso verso l’accampamento.
Canappia
ferma la sua spinta. Il P’cher fa altrettano. Il Pasadòr
crolla in ginocchio a piangere. Stìaf si volta verso i due compagni
vogatori con un ringhio. “Non fermatevi adesso! Avanti dioboia!”
Dell’Esercito
di Dio nessuno si mosse verso il Fiumarino. I quattro sarebbero stati
ancora a tiro, ma ci vollero parecchi minuti prima che i superstiti
dell’accampamento si riavessero dallo shock dell’esplosione,
dall’urto dei detriti e dallo sgomento dell’inganno. Su,
in alto, tutto era avvolto da una coltre di polvere. Sparuti lamenti
d’agonia lanciavano il loro richiamo disperato. Inascoltati per
lo più.
Con un tonfo sommesso sul rozzo pontile il barcone raggiunse l’altra
riva. Morte nel cuore e ben poche energie rimaste. Stìaf e i
suoi sbarcarono, con movimenti febbrili, montarono in sella e partirono
al galoppo. Nessuno li inseguì: i pochi a muoversi erano stati
i più pronti a cercare qualche conio rimasto intatto. Discutibile
concetto di carità cristiana.
A
ridosso di un’ansa del fiume, Stìaf si fermò, imitato
dagli altri. Lanciò un ultimo sguardo laddove qualcuno si era
appena sacrificato per concedere loro un po’ di vita in più.
Vita che non sarebbe andata sprecata. Il ribelle non sapeva ancora come,
ma il sacrificio dell’uomo in nero non sarebbe stato vano.
Avevano sbagliato la rivoluzione di Bologna e avevano fallito nella
sollevazione delle Romagne. Ma qualcuno avrebbe pagato. Albani e Zamboni
per primi.
Due rivoli di lacrime gli rigarono il volto incrostato di polvere e
sudore. Il P’cher gli si avvicinò senza dire niente, si
limitò a mettergli una mano sulla spalla.
Stìaf si scosse come svegliato da un incubo. Si voltò
e guardò i suoi compagni, i tre che gli erano rimasti.
Non siamo eroi. E la nostra, più che una rivoluzione, è
un disperato assalto al cielo. Gli aveva confidato l’uomo
in nero in una sera di sconforto.
Li guardò uno a uno. “Avevi ragione amico – disse
con un sibilo – Nessun eroe. Nessuna rivoluzione... solo vendetta!”
Spronò con rabbia il cavallo che scattò sollevando una
nube di ghiaia. “Avanti dioboia! Avanti.”
*********
Qualche tempo più tardi, vicino al luogo dell’esplosione,
un vagabondo avrebbe trovato il cadavere di un papalino privo di uniforme.
Nei pressi, un mantello nero, a una blusa e delle brache dello stesso
colore. In una tasca della blusa, un foglio di carta sul quale, con
inchiostro pregiato, si inneggiava all’amore sociale, alla fratellanza
degli uomini e al trionfo della verità. Non trattava di eroi
o di rivoluzioni. Decantava solo la grandezza degli assalti al cielo.
Michele
Rocchetta e Manuel Finelli
30 Ottobre 2006, Tra Bangkok e San Lazzaro
Cristina Trivulzio
di Belgioso, (Milano, 28 giugno 1808 - 5 luglio 1871) dinamica attivista
del Risorgimento italiano. Fu editrice di giornali rivoluzionari, scrittrice
e giornalista.
In dialetto emiliano P’cher significa “macellaio”.
Cosi come Nigher significa “nero”, Stíaf “schiaffo”
e Pasadòr “Passatore”. Per il resto, i dialoghi in
dialetto non rispettano alcuna parlata locale odierna e si rifanno tendenzialmente
a un ipotetico linguaggio dialettale riconducibile all’area emilianoromagnola.
“Falce” in dialetto bolognese.
Giuseppe Albani (Roma, 13 settembre 1750 - Pesaro, 3 dicembre 1834)
Cardinal Segretario di Stato.
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