MI RICORDO (SAL 63,7)

A volte, di notte, attraverso la strada, e solo con stanchezza riesco a sollevare lo sguardo. Nessuno sa più sollevare lo sguardo, diceva il tuo innamorato Osea… Così le stelle che, attraverso immensità oscure, mi filtrano nella coscienza, spesso le ricevo senza provare alcuno stupore. Ed è questo a deludermi. E’ questo che mi disturba… Non tanto che i miei occhi abbiano perso un’ingenuità, una qualche trasparenza che permetta loro di leggere ciò che il firmamento annuncia di te. Bensì il fatto che, nonostante le veda, vi sia ancora per me la possibilità di dimenticarti.
Ti scrivo, oggi, per ricordarmi di un sogno. Tu sai quello che hai fatto per me. Ed io so che tu sei l’unico Signore della storia, di questa storia come di tutte le storie che attraversano il deserto del tempo. L’immenso esodo dell’umanità verso quell’orizzonte ultimo, il limite estremo che come un punto fra cielo e terra lancia bagliori aurorali, è nient’altro che una grande promessa in cui possiamo immergerci, un sogno in cui dal principio non cessi di immaginare l’uomo, e di tessergli intorno il mantello della tua tenerezza. Anche se la storia ogni giorno sembra impazzire, e ci sconcerta per le assurdità, le contraddizioni, la violenza che l’affollano – ti accorgi di quanto è facile disperare, quando sembra che in ogni istante il destino dell’uomo sia versato come acqua? – non posso cedere alla tentazione di non credere a ciò che mi dicono gli occhi del cuore: che come presenza discreta, misteriosa, tu rimani dietro e dentro a tutto questo, e continui a vegliare, e a respirare l’umanità verso di te.
Tu mi hai fatto come un prodigio… Mi hai fatto a tua immagine, libero e capace di giocare una relazione con te, con Eva, con gli uomini e il tuo meraviglioso universo. Ma a volte questa libertà è così stanca… Ci sono giorni in cui la tua confidenza sicura e avvolgente sembra non bastare. Guardo i gigli del campo, penso che la mia vita vale assai più di un passero, lo so e ne sono sicuro: lo porto come un sigillo sul cuore della vita e della preghiera. Però non riesco a restare definitivamente tranquillo come tu vorresti. Di pace ve n’è molta, da quando sei passato, ma non abbastanza. C’è ancora una libertà che ti chiama dal profondo, e continua ad avere un’inesauribile sete di te.
Ci sono giorni in cui colgo sguardi spenti in chi mi sta accanto. Sono occhi che non hanno ancora visto la vita che si è fatta visibile, ovvero quella sottile trama di vita con cui hai intrecciato la tua presenza alla storia, e che incessantemente siamo invitati a riconoscere e cercare. Sono occhi che la notte si addormentano sentendo già la stanchezza con cui si sveglieranno il mattino seguente. Occhi appannati da ansie, e dalla paura di sbagliare. Occhi che l’amore frainteso dagli uomini ha fatto inutilmente soffrire, o che qualche violenza ha ferito, lasciando cicatrici spesse. Occhi che faticano a sopportare il passaggio su questa terra, ma che non immaginano un’altra terra su cui passare. Sono, a volte, i miei stessi occhi.
Solo tu puoi attraversarli, Padre, e liberarli. Solo qualcosa che viene da te può restituirne la trasparenza. Solo la tua Bellezza – quella fragranza che si spande dal tuo nome, un bacio sulla nostra quotidianità confusa e frettolosa – ci ferma, ci trattiene, ci lascia a stupirci per un attimo almeno – un attimo in cui anche la nostra libertà – quella tua immagine – trattiene il respiro, e ricorda a quale somiglianza è stata chiamata.
Padre, gli uomini hanno bisogno di Bellezza. La Bellezza salverà il mondo – ma quale Bellezza se non la tua? La tua, che c’insegna ciò che è vero, e ci permette di scegliere ricordandoci la possibilità di amare. Ecco, io sono stanco di non poter sempre scegliere te, piuttosto che le ragioni assenti di questo mondo.
Fa’ risplendere il tuo volto e saremo salvi… Non trattenere più del necessario la tua luce: quel bagliore con cui hai aperto la cecità di Agostino; quella claritas che ha innamorato Tommaso d’Aquino, e che prima di lui ha placato l’inquieto apostolo che dubitava, e il centurione ai piedi di tuo Figlio, e ancora quei due discepoli itineranti verso Emmaus… Se illumini il tuo volto, sarà la Bellezza a raggiungerci attraverso l’opacità del mondo, a guidare il nostro arbitrio, a salvarci!
Ti scrivo, Padre, per ricordarmi di questo sogno, perché so che è nella tua memoria, e non si cancella. Ti scrivo per chiederti che la tua Bellezza ci raggiunga tutti, e tutti siamo pronti ad accoglierla, anzi, a lasciarcene accogliere. Sarà la fiamma che hai messo a bruciare alla fine del Cantico, e che consumerà le ultime inibizioni, le ultime ansie, i residui fragili che ancora trattengono la nostra libertà dall’essere pienamente libera… dall’essere somiglianza.
C’è in fondo solo un grande segreto che vibra nel profondo di questo mistero, inciso nei codici dello spirito che ti chiama, e nelle fibre della carne che ti cerca: è il segreto che si pronuncia con la parola Amore, che tu c’inviti eternamente a pronunciare.

Massimiliano Colucci

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