A
volte, di notte, attraverso la strada, e solo con stanchezza riesco
a sollevare lo sguardo. Nessuno sa più sollevare lo sguardo,
diceva il tuo innamorato Osea… Così le stelle che, attraverso
immensità oscure, mi filtrano nella coscienza, spesso le ricevo
senza provare alcuno stupore. Ed è questo a deludermi. E’
questo che mi disturba… Non tanto che i miei occhi abbiano perso
un’ingenuità, una qualche trasparenza che permetta loro
di leggere ciò che il firmamento annuncia di te. Bensì
il fatto che, nonostante le veda, vi sia ancora per me la possibilità
di dimenticarti.
Ti scrivo, oggi, per ricordarmi di un sogno. Tu sai quello che hai fatto
per me. Ed io so che tu sei l’unico Signore della storia, di questa
storia come di tutte le storie che attraversano il deserto del tempo.
L’immenso esodo dell’umanità verso quell’orizzonte
ultimo, il limite estremo che come un punto fra cielo e terra lancia
bagliori aurorali, è nient’altro che una grande promessa
in cui possiamo immergerci, un sogno in cui dal principio non cessi
di immaginare l’uomo, e di tessergli intorno il mantello della
tua tenerezza. Anche se la storia ogni giorno sembra impazzire, e ci
sconcerta per le assurdità, le contraddizioni, la violenza che
l’affollano – ti accorgi di quanto è facile disperare,
quando sembra che in ogni istante il destino dell’uomo sia versato
come acqua? – non posso cedere alla tentazione di non credere
a ciò che mi dicono gli occhi del cuore: che come presenza discreta,
misteriosa, tu rimani dietro e dentro a tutto questo, e continui a vegliare,
e a respirare l’umanità verso di te.
Tu mi hai fatto come un prodigio… Mi hai fatto a
tua immagine, libero e capace di giocare una relazione con te,
con Eva, con gli uomini e il tuo meraviglioso universo. Ma a volte questa
libertà è così stanca… Ci sono giorni in
cui la tua confidenza sicura e avvolgente sembra non bastare. Guardo
i gigli del campo, penso che la mia vita vale assai più di un
passero, lo so e ne sono sicuro: lo porto come un sigillo sul cuore
della vita e della preghiera. Però non riesco a restare definitivamente
tranquillo come tu vorresti. Di pace ve n’è molta, da quando
sei passato, ma non abbastanza. C’è ancora una libertà
che ti chiama dal profondo, e continua ad avere un’inesauribile
sete di te.
Ci sono giorni in cui colgo sguardi spenti in chi mi sta accanto. Sono
occhi che non hanno ancora visto la vita che si è fatta visibile,
ovvero quella sottile trama di vita con cui hai intrecciato la tua presenza
alla storia, e che incessantemente siamo invitati a riconoscere e cercare.
Sono occhi che la notte si addormentano sentendo già la stanchezza
con cui si sveglieranno il mattino seguente. Occhi appannati da ansie,
e dalla paura di sbagliare. Occhi che l’amore frainteso dagli
uomini ha fatto inutilmente soffrire, o che qualche violenza ha ferito,
lasciando cicatrici spesse. Occhi che faticano a sopportare il passaggio
su questa terra, ma che non immaginano un’altra terra su cui passare.
Sono, a volte, i miei stessi occhi.
Solo tu puoi attraversarli, Padre, e liberarli. Solo qualcosa che viene
da te può restituirne la trasparenza. Solo la tua Bellezza –
quella fragranza che si spande dal tuo nome, un bacio sulla nostra quotidianità
confusa e frettolosa – ci ferma, ci trattiene, ci lascia a stupirci
per un attimo almeno – un attimo in cui anche la nostra libertà
– quella tua immagine – trattiene il respiro, e ricorda
a quale somiglianza è stata chiamata.
Padre, gli uomini hanno bisogno di Bellezza. La Bellezza salverà
il mondo – ma quale Bellezza se non la tua? La tua, che c’insegna
ciò che è vero, e ci permette di scegliere ricordandoci
la possibilità di amare. Ecco, io sono stanco di non poter sempre
scegliere te, piuttosto che le ragioni assenti di questo mondo.
Fa’ risplendere il tuo volto e saremo salvi… Non
trattenere più del necessario la tua luce: quel bagliore con
cui hai aperto la cecità di Agostino; quella claritas che ha
innamorato Tommaso d’Aquino, e che prima di lui ha placato l’inquieto
apostolo che dubitava, e il centurione ai piedi di tuo Figlio, e ancora
quei due discepoli itineranti verso Emmaus… Se illumini il tuo
volto, sarà la Bellezza a raggiungerci attraverso l’opacità
del mondo, a guidare il nostro arbitrio, a salvarci!
Ti scrivo, Padre, per ricordarmi di questo sogno, perché so che
è nella tua memoria, e non si cancella. Ti scrivo per chiederti
che la tua Bellezza ci raggiunga tutti, e tutti siamo pronti ad accoglierla,
anzi, a lasciarcene accogliere. Sarà la fiamma che hai messo
a bruciare alla fine del Cantico, e che consumerà le ultime inibizioni,
le ultime ansie, i residui fragili che ancora trattengono la nostra
libertà dall’essere pienamente libera… dall’essere
somiglianza.
C’è in fondo solo un grande segreto che vibra nel profondo
di questo mistero, inciso nei codici dello spirito che ti chiama, e
nelle fibre della carne che ti cerca: è il segreto che si pronuncia
con la parola Amore, che tu c’inviti eternamente a pronunciare.
Massimiliano
Colucci