Per
fortuna avevano non solo cambiato casa, ma anche regione, perché
dopo quello che gli era capitato in quel viaggio, la gente avrebbe spettegolato
e non poco.
Prima della partenza si erano trasferiti in Toscana, in una bella cittadina
rivierasca dove avevano acquistato una villettina circondata da un piccolo
giardino. Lì volevano trascorrere gli ultimi anni della loro
vita. “Ormai ci avviciniamo alla settantina”. Diceva sempre
più di sovente Osvaldo alla sua compagna. “Perché
non vendiamo fuori tutto e ci compriamo una casetta in riviera? Siamo
pieni di acciacchi, vivere al mare non può che allungarci la
vita”. Armida aveva avuto qualche remora a lasciare la Lombardia,
ma alla fine si era lasciata convincere. “Avere un posto in Toscana
è il sogno di tutti; ci sono fior di inglesi che sono andati
ad abitarci, e poi, finché le forze ce lo consentono, continueremo
a viaggiare anche da là, pure Firenze ha il suo bell’aeroporto”.
E avevano appena fatto il trasloco, che già preparavano le valigie;
la loro pensione glielo consentiva e poi, la vendita del loro appartamento
in centro a Milano, non li aveva certo lasciati privi di risorse. Volevano
festeggiare la nuova vita con un bel viaggio, di quelli che di solito
si fanno quando si è un bel po’ più giovani, quando
la salute non manca. “Magari è l’ultimo di questo
genere, poi dovremo accontentarci di andare a Loreto.” La punzecchiava
lui. “Godiamoci queste briciole di salute che ci rimangono”.
E così erano saliti su quell’aereo che li avrebbe condotti
a Roma e da lì nientemeno che in Indonesia.
Mentre
facevano quella interminabile trasvolata Osvaldo si rivide bambino,
chino sulla carta geografica, mentre percorreva cogli occhi quel misterioso
arcipelago lungo quasi cinquemila chilometri: Sumatra, Giava, il Borneo,
Bali, Lombok, Sulawesi, la Nuova Guinea, nomi magici ed evocativi. Su
quella carta lui aveva immaginato di vedere la gente piccola piccola,
i grandi fiumi dal corso sinuoso, le intricate foreste pluviali, gli
oranghi rossi rossi con quelle buffe teste che gli ricordavano le noci
di cocco.
Il viaggio non finiva mai e gli faceva male il collo; la cervicale non
si era dimenticata di lui neppure in vacanza, e a sua moglie, nonostante
le calze elastiche si erano gonfiati un po’ i piedi. “Questi
aerei sono dei veri e propri carri bestiame” gli aveva detto Armida,
“stiamo chiedendo troppo alle nostre forze”. “E dai,
lo sai che una volta arrivati ci faremo una bella doccia, una dormitina
e poi andremo a mangiare qualcosa di buono al ristorante dell’hotel”.
Lei aveva alzato le sopracciglia. “Dovresti essere contenta invece
di lamentarti sempre. Pensa un po’ a quelli della nostra leva
che stanno peggio, che sono in ospedale o addirittura sono già
morti. Noi invece siamo in giro, siamo ancora giovani nell’animo,
siamo pieni di curiosità, di interessi”. La moglie gli
sorrise e appoggiò la testa grigia sulla sua spalla cercando
di dormire un pochino.
Ad un certo punto il comandante annunciò che c’era un fuori
programma, che avrebbero dovuto atterrare ad Hong Kong invece che a
Jakarta e sarebbero ripartiti per la meta finale il giorno appresso.
Tra i commenti dei passeggeri Osvaldo ne captò uno proveniente
dal sedile anteriore. “L’ho detto io, che quel motore di
destra non funziona bene! Mica sono ingegnere aeronautico per niente”.
Osvaldo strinse la mano di Armida e pensò che se doveva morire
sarebbe stato meglio nel viaggio di ritorno. Invece tutto andò
bene e loro, così come gli altri, trascorsero un giorno a spasso
per quella città che ormai di orientale non aveva più
nulla, trasfigurata com’era dalla selva di grattacieli. “Mia
cara Armida, come vedi, dell’affascinante Hong Kong del film L’amore
è una cosa meravigliosa non rimane che il ricordo”. Ed
ella pensò a William Holden e alla sua giovinezza.
Quando
sbarcarono a Jakarta lui percepì subito l’odore dell’aria,
dell’aria orientale, così diversa da quella che si respira
in Europa; gli capitava così tutte le volte che erano stati in
Asia, e quegli afrori fatti di caldo umido, spezie, kerosene, alimenti
in decomposizione, essenze fiorite, lo rassicuravano, gli davano la
stramba sensazione di essere arrivato in quella sua seconda grande patria
che era per lui il sud est asiatico. E sorridendo di se stesso, pensava
che in una vita precedente forse era stato un orientale, altrimenti
perché tanta passione per quei luoghi?
Dopo un giorno trascorso nella moderna capitale dove niente l’aveva
colpito tranne le montagne di immondizia ai bordi della città,
sopra le quali rovistavano come insetti, sventurati esseri umani, si
imbarcarono su un volo che li avrebbe condotti a Sumatra.
Il loro itinerario, per il quale avevano noleggiato un’auto con
conducente, prevedeva un percorso che andava dal capoluogo, Medan, al
lago Toba, il più esteso bacino vulcanico del mondo.
Dagli oblò i loro occhi filmarono un’isola ricoperta da
una giungla rigogliosa, inframmezzata dai reticolati geometrici dei
campi nei quali crescevano palme da olio; e coste paludose in cui sfociavano
serpeggianti fiumi gonfi d’acque che, prima di giungere in mare,
disegnavano ricami nel verde della foresta.
L’albergo che li ospitava, sebbene fosse il migliore della città,
non era certo uno specchio di pulizia. “Osvaldo, guarda che lenzuola!
Sono tutte macchiate e rattoppate”. E abbassò gli angoli
delle labbra a sottolineare il suo disgusto. “Sei a migliaia di
chilometri da casa, in un paese del terzo mondo, dove la gente vive
in baracche di legno e foglie di palma, assieme a galline e maiali dalle
setole nere. Cosa vuoi pretendere?” “Pensavo che ci fosse
almeno una parvenza di standard internazionale”. “C’era
a Jakarta perché è la capitale, ma qui! Questo è
sicuramente uno di quei vecchi alberghi dove alloggiavano i mercanti
olandesi quando l’Indonesia era ancora una loro colonia. Una volta
sarà stato confortevole, ma ora...”
Uscirono. Iniziarono il giro di Medan accompagnati dalla loro guida
autista, che era andato a prelevarli all’aeroporto con un fuoristrada
piuttosto malmesso. Un caldo umido stagnava sulla città mentre
quell’uomo dalla pelle scura e dagli strani occhi azzurri, probabile
frutto di una scappatella di qualche colono con una sua ava, raccontava
nel suo inglese scolastico, che Medan, fino al XIX secolo, era solo
un insieme di villaggi trasformatisi in un vasto agglomerato commerciale
quando erano arrivati gli olandesi. Quegli uomini alti e biondi e dalla
pelle chiara, si erano arricchiti con l’agricoltura di piantagione
e tutto ciò che lì c’era di moderno, era quello
che rimaneva del loro dominio.
“Ma non sono stati gli unici invasori” precisò, “prima
di loro c’erano stati gli Arabi, che ci hanno fatti diventare
musulmani”.
“Effettivamente la città è punteggiata di moschee”
sottolineò Armida “e molti uomini indossano quella sorta
di fez senza nappa”. Visto il loro interesse, Ahmed li portò
a visitare la Mesjid Raja, la più importante moschea del capoluogo,
una costruzione verdina che a loro non parve così straordinaria
come voleva fargli credere l’indonesiano.
La sera, dopo una cena piccante a base di nasi goreng, i due portarono
in camera delle coca cole e accesero una vecchia televisione che trasmetteva
unicamente programmi in indonesiano. Seduta su una poltrona di finta
pelle Armida si grattava con insistenza una gamba. “Mi deve aver
punto una zanzara gigantesca. Mi fa un sacco di solletico”. Allora
Osvaldo, che stava frugando tra i medicinali alla ricerca di un digestivo,
le passò una crema contro le punture d’insetto.
“Hai notato caro che strani manifesti ci sono per le strade? Sembrano
le copertine che una volta apparivano su La Domenica del Corriere, sono
disegni e non foto”.
“Sì, li ho notati e ho visto anche quelli con la grande
scritta che dice Reumathon”. E sorrise. “Significa che anche
qui, che fa caldo, non scherzano coi dolori”. “E’
un caldo umido questo. Non dirmi che è salubre vivere all’equatore”.
Lui annuì.
Si sedette sul letto dopo aver bevuto un sorso di quella bevanda dolciastra
e poggiò il bicchiere sul comodino. “Sono stanco, il cambiamento
di fuso mi fa sentire più stracco del solito”. E mentre
lo diceva già si faceva rapire dal sonno, mentre la moglie disponeva
su quel letto lurido, il salviettone del mare, e indossava dei calzini
di cotone come per mettere un ulteriore filtro tra lei e quelle lenzuola.
La mattina, la prima cosa che Osvaldo vide quando sollevò le
palpebre, fu qualcosa che annaspava nel bicchiere della coca. Quando
mise a fuoco, le sue pupille scorsero chiaramente due lunghi scarafaggi
rossicci che si dibattevano sulla parete di vetro senza riuscire più
ad uscire da quella trappola. Contemporaneamente un altro di quegli
schifosi insetti si contorceva nel bicchiere che Armida aveva posato
accanto alla televisione.
“Chissà che via vai c’è stato qui stanotte”
disse alla moglie che lo guardava attonita. “Sono più grossi
dei nostri” si azzardò a dire lei, “e rossi”.
“Hai proprio ragione, questo è un albergo del put”.
Furono presto in macchina dove Ahmed li aspettava con quella sua aria
deferente, in attesa di percorrere quei 176 chilometri che li dividevano
dal lago Toba. Iniziò a guidare con molta calma lungo la principale
arteria per il sud. La strada fino a Tebing Tinggi era costeggiata da
piantagioni di caucciù, palma da olio e cacao. Pranzarono sulla
veranda di quel paese, accanto ad un pianoforte a coda, cimelio del
periodo coloniale, dopo aver bighellonato per il grande mercato colorato
sparpagliato per tutte le vie della cittadina. Verdura e frutta dalle
forme bizzarre erano esposte sui banchetti o per terra, o appoggiate
su grandi teli o in canestri; ma si vendevano anche uccellini posti
dentro a gabbie troppo affollate, vasellame di plastica, spezie il cui
profumo impregnava praticamente tutto il villaggio. Osvaldo scattava
una diapositiva dopo l’altra, tale era il tripudio delle tinte
e il caos delle merci.
Quando
risalirono sul fuoristrada Ahmed, che fino a quel momento era stato
taciturno, si mise a parlare. “Tra poco saremo in territorio Batak”
disse con aria quasi solenne. “Anch’io appartengo a quest’etnia”,
precisò dopo una breve pausa. “Fino all’inizio del
Novecento la mia gente ha vissuto in uno stato di completo isolamento
nella zona del lago Toba. I nostri antenati si erano rifugiati quassù
già al tempo dell’invasione islamica, non volevamo diventare
musulmani, e nemmeno volevamo essere sottomessi agli olandesi. Il fatto
di esserci nascosti ci ha preservato a lungo da contaminazioni esterne;
noi volevamo mantenere la nostra di cultura e di questo ne eravamo fieri”.
“Eravate?” domandò Osvaldo.
“Oggi non sappiamo più nemmeno noi cosa siamo: un po’
musulmani, un po’ animisti, un po’ luterani...Ah, stiamo
entrando a Pematangsiantar, qui visiteremo un importante museo della
cultura Batak”. Poco oltre accostò di lato ad un basso
edificio: il museo.
Appena scesa da quella specie di jeep, Armida si massaggiò le
reni. Ahmed la guardò. “Alla mia età, questa strada
tutta buche non è certo l’ideale per la mia schiena”.
L’uomo le sorrise. Allora proseguì: “Lei è
un giovanotto confronto a me e a mio marito”. “Beh, proprio
un giovanotto non direi, ho anch’io la mia età”.
“E quanti anni ha, se non sono indiscreta?” “Sessantaquattro”.
Armida sgranò gli occhi. La donna si avvicinò al marito
che era girato dall’altra parte ad osservare un battibecco tra
un venditore di stuoie e un cliente. “Teh, hai sentito cosa ha
detto la nostra guida?” “Cos‘ha detto?” “Ha
detto di avere sessantaquattro anni...”. “Avrai capito male,
non vedi che ne ha una ventina di meno?” “Ma ha detto proprio
sessantaquattro”. “Armida, chissà cos’hai capito,
lo sai che il tuo inglese non è gran che”. La donna assunse
un’espressione imbronciata mentre il marito la prendeva a braccetto
per invitarla ad entrare nel piccolo edificio; proprio in quel momento
alcuni cani iniziarono ad abbaiare con insistenza.
In una grande stanza un po’ polverosa erano esposti oggetti di
legno di varie fogge, i cui colori erano praticamente quattro: il bianco
a rappresentare le ossa, così come gli raccontava la guida, il
nero simbolo della morte, il rosso del sangue, mentre il significato
dell’ocra si perse coperto dal rumore di un camion. Terminata
la sua breve disquisizione sulla simbologia delle tinte tradizionali,
Ahmed si volse verso l’uomo per dirgli che quell’enorme
lucertola lignea che li sovrastava di un bel metro abbondante, era per
loro il simbolo della fertilità. Esattamente in quel momento
Osvaldo percepì sotto ai piedi una strana vibrazione che istantaneamente
si trasformò in un movimento sussultorio. Una scossa tellurica.
Gli bastò una frazione di secondo per intuire che il grande rettile
sarebbe precipitato sopra l’indonesiano. Con un’insolita
energia gli diede uno spintone tale che entrambi ruzzolarono per terra,
mentre Armida lanciava un urlo per lo spavento. Alcune foto seppia,
mostranti uomini Batak vissuti all’inizio del Novecento, caddero
a terra e i loro vetri si frantumarono o creparono lasciando delle ragnatele
sui ritratti. Quando Ahmed si accorse di quanto era appena avvenuto,
e soprattutto dello scampato pericolo, si prostrò ai piedi di
Osvaldo in segno di ringraziamento. “Mi ha salvato la vita. Ora
ho un debito con lei” gli aveva detto guardandolo con quei suoi
occhi azzurrognoli. “Ma per carità, l’avrei fatto
per chiunque” si era schernito lui. “Sì, ma oggi
l’ha fatto per me”. Il custode del museo arrivò in
quell’istante preoccupato per l’incolumità dei visitatori
e degli oggetti. Segnò meticolosamente su di un quadernetto i
danni, e Osvaldo notò che aveva annotato pure l’ora e il
giorno: erano esattamente le 14.30 del 9 agosto 1982. Appena ebbe assolto
quel compito, insieme ai due uomini, rialzò il lucertolone un
tantino ammaccato, e raccolse gli altri reperti finiti sul pavimento.
“Un momento” disse poi, “Offrire drink”, e tornò
con alcune bibite per festeggiare a suo modo la fine del terremoto.
Quando i tre, rinfrancati, tornarono sulla vettura, era per raggiungere
la meta più importante: Prapat, la località sul lago Toba
che li avrebbe ospitati durante il tour lacustre.
L’isola
di Samosir emergeva dall’acqua in tutta la sua selvaggia bellezza.
Osvaldo e Armida la osservavano affascinati. “Mi ricorda un po’
il Monte Isola del lago d’Iseo...non trovi caro?” “Beh,
non è esattamente la stessa cosa. Qui siamo all’equatore;
guarda che vegetazione rigogliosa cresce sulle pendici dei monti che
ci circondano; la guida dice che sono alti più di 2.000 metri”.
Ahmed, che nel frattempo era tornato dopo aver fatto portare il loro
bagaglio in camera, si intromise col suo solito tono reverente. “Una
leggenda racconta come è nata quest’isola...” e guardò
i due per vedere se aveva calamitato la loro attenzione. “Pare
che nella notte dei tempi il vulcano, perché come potete vedere
dalla forma circolare, il lago è il cratere del vecchio vulcano,
durante una terribile eruzione catapultò in cielo un rigurgito
di lava che, ricadendo nella caldera e raffreddatosi, formò l’isola...l’isola
dei miei padri”. “Affascinante” commentò Osvaldo
mentre Armida gli sussurrava che era stanca a avrebbe voluto ritirarsi
fino all’ora di cena.
Le camere di quell’albergo erano delle vere e proprie riproduzioni
delle capanne Batak: palafitte coi tetti a ripidi spioventi che paiono
selle. L’interno era molto accogliente con quelle sedie e quei
letti in rattan, e le tendine rosa antico alle piccole finestre che
davano alla stanza una luminosità irreale. Mentre Osvaldo era
seduto sul letto a guardare sua moglie che apriva le valigie sul pavimento
di legno, ebbe una sensazione che non provava da un bel po’: una
sorta di languidezza subdola che all’improvviso gli prendeva le
reni e si tramutava progressivamente in lascivia. Gli venne da sorridere.
Sono troppo stanco, disse a se stesso, nonostante il suo sesso si fosse
quasi completamente risvegliato dandogli una gradevole reminescenza
di giovinezza.
Le
onde del lago sciabordavano contro le murate di quel battello che trasportava
solo loro con Ahmed, verso Samosir. Dopo un’ora arrivarono a Tomok,
uno dei villaggi costituito completamente da quelle insolite case dal
tetto a sella. Mentre seguivano il sentiero principale l’indonesiano
li informò che quella stradina portava alle tombe degli antichi
re e dei loro guerrieri. “Questi sono sarcofaghi a forma di vascello;
si chiamano parholian, e simboleggiano le mitiche barche con cui, secondo
la nostra mitologia, gli dei approdarono sulla Terra. La nostra tradizione,
voleva che i defunti fossero prima seppelliti nella foresta e poi, le
ossa degli uomini di casta più elevata, recuperate e poste in
queste arche, dove Singa, che qui vedete raffigurato da questa grossa
testa scolpita sulla parte anteriore di quest’arca, li avrebbe
difesi durante il lungo viaggio verso la Terra delle Anime che Riposano”.
A Osvaldo quelle parole ricordarono che era ora di dare una rinfrescata
alla cappella di famiglia, ma poi, la magia del luogo cancellò
rapidamente, così come era venuto, quel lugubre pensiero.
Risalirono sul battello per raggiungere Ambarita, un altro piccolo centro
che conservava quasi intatte case dai tetti di paglia di riso e la Corte
di Giustizia: uno spiazzo composto da due tavoli, uno rotondo e l’altro
quadrato, circondati da sedili scolpiti in pietre monolitiche e guardati
da statue. Mentre Armida si faceva aria con un ventaglio vegetale l’orientale
disse loro che quel tribunale era un po’ diverso da quelli attuali.
“Qui si processavano ladri, assassini e adulteri; talvolta la
pena consisteva nell’essere mangiati”. “Mangiati?”
domandò il viaggiatore credendo di aver capito male. “Vedete
quella grande pietra?” Osvaldo e la moglie si girarono seguendo
il dito dell’uomo. “Era lì che venivano squartati”.
I due coniugi sentirono stringersi lo stomaco. “Sapete qual’è
la parte più gustosa di un uomo?” “Quale?”
domandò lui dopo che il pomo d’Adamo gli era andato su
e giù. “Le mani”. Concluse l’altro con gli
occhi che gli ridevano per lo sgomento che aveva provocato.
L’ultima tappa era il villaggio di Simanindo, che oltre alle tipiche
abitazioni, conservava i magazzini del riso, piccole palafitte dipinte
coi colori tradizionali che recavano come ornamento una lucertola. Mentre
passeggiavano tra quegli edifici in attesa di assistere a delle danze
che si sarebbero tenute giusto quel giorno, a Osvaldo venne un capogiro,
così si sedette all’ombra creata da alcuni alberelli, in
attesa che gli passasse.
Chiuse gli occhi. Le palpebre gli parevano così pesanti che si
sentiva come in uno stato ipnotico. Inaspettatamente, come una boa che
si slega dal fondale e torna a galla, gli riemersero delle immagini
dal suo passato.
Gli pareva di trovarsi nello studio di suo nonno Berto, in mezzo a tutti
quei suoi libri dalle copertine di marocchino. In quella stanza quieta
dove l’uomo preparava le sue lezioni di letteratura italiana,
il nonno gli raccontava tante cose; lo affabulava con molte belle storie,
tra cui anche le vite dei suoi autori preferiti e le opere per lui più
significative. Riebbe la sensazione di stare seduto su quel seggiolone
di cuoio e borchie, e gli parve di risentire la voce del nonno che declamava:
Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol
esser lieto, sia: di doman non c’è certezza. “Mio
piccolo Osvaldo, sai cosa voleva comunicare con questa ballata Lorenzo
il Magnifico?” Lui si ricordò che era rimasto zitto con
gli occhioni spalancati a guardare il vecchio. “Significa, mio
caro, che la vita bisogna godersela, perché il tempo fugge, ché
dopo la giovinezza arrivano gli affanni, le malattie e i dolori, che
se non abbiamo passato al meglio la nostra primavera, poi la rimpiangiamo.
Questo naturalmente non vuol dire che tu non abbia dei doveri verso
te stesso e gli altri, perché il divertimento non esclude che
tu debba rispettare i tuoi genitori e continuare ad essere un alunno
diligente, però ricordati che è meglio ricordare che rimpiangere.
La gioventù è un bene prezioso. Non scordartelo”.
E proprio mentre lo diceva, il nonno svanì inghiottito da una
nebbia grigia.
“Osvaldo! Ma cosa fai, ti addormenti come un vecchietto?”
La voce della moglie lo riportò alla realtà. E intanto
che riapriva gli occhi vide Ahmed sorridergli. “Molto rilassante
questo lago” disse per darsi un contegno.
Fu proprio in quel momento che notò, qualche centinaio di metri
più in là, sulle sponde del lago, una goffa figura che
usciva dall’acqua, ed altre che la attendevano vociando e agitandosi.
E proprio da quel gruppo uscì correndo, una persona che venne
verso di loro. Disse qualcosa in tono concitato alla guida che rimase
un attimo immobile e poi si mise a correre anch’essa verso quel
raggruppamento. I due coniugi si guardarono con aria interrogativa,
e si affrettarono anche loro verso quel luogo. Tra il capannello di
gente giaceva una bimbetta di neanche dieci anni, zuppa zuppa, e col
faccino verdastro.
Osvaldo si fece largo e vide, inginocchiato accanto al corpicino, Ahmed
che le toccava la fronte. “I am a doctor” aveva detto con
tono deciso. La gente si scostò. La guida lo guardò mentre
si genufletteva accanto a lui e le praticava un massaggio cardiaco e
la respirazione bocca a bocca. Di lì a poco si sentì tossire.
La bambina era ancora viva. L’italiano la sollevò tra le
sue braccia. “Where does she live?” aveva domandato, e l’indonesiano
gli aveva fatto strada verso una di quelle case di legno.
Armida lo attese per una mezz’ora sulla veranda dell’abitazione
insieme ad altre donne che parlottavano fra loro e le offrivano della
frutta. Nella capanna entrò pure Ahmed. “Sono il nonno”
aveva detto.
Quando la nipotina si fu ripresa definitivamente, l’uomo si prostrò
di fronte a lui e gli disse: “Ieri avete salvato la mia vita,
oggi quella di Utuya. Vi sono doppiamente debitore”. “Ma
no” protestò il medico “dovere. Dopotutto ho fatto
il giuramento di Ippocrate...” “Che significa?” “Significa
che come dottore ho il dovere di intervenire ovunque ci sia necessità
del mio operato”. L’uomo annuì e aggiunse: “Domani
vi porterò in un luogo non previsto dal vostro programma di viaggio.
E’ qui vicino, nel folto della foresta. E’ un luogo nel
quale vale la pena di andare”. “Ma faremo in tempo a prendere
l’aereo in serata?” “Non preoccupatevi”. “Allora
va bene” gli disse per non offenderlo, “andiamo a vedere
questo posto misterioso”. “Mr. Mauri, si ricorda che tra
un po’ ci saranno le danze in paese?” “Ah sì,
le danze. Andiamo pure” disse mentre Armida lo tirava per una
manica. “Non me le voglio perdere. Per oggi hai già fatto
abbastanza l’eroe” sussurrò sorridendo al marito.
Sulla piazzetta del villaggio alcune ragazze coi capelli agghindati
da verdi ramoscelli accennavano morbide flessioni sulle ginocchia e
facevano ruotare lentamente i polsi al suono tintinnante del gamelan.
“Questa è la danza del corteggiamento” lo informò
Ahmed, la cui ombra si fondeva con la sua sul terreno polveroso. “Poi
eseguiranno il Si Gale Gale, che rievoca la storia del nobile Rahat
Raja, il mitico patriarca di noi Batak”.
Quel tardo pomeriggio, mentre il battello solcava placidamente le acque
del lago, Ahmed osservava l’italiano che carezzava il gatto di
bordo, e la cosa lo meravigliò, perché quel felino non
si era mai lasciato toccare da nessuno; si avvicinava sì per
mangiare, se voleva si strusciava pure, ma chi aveva provato ad allungare
la mano si era sempre beccato una bella graffiata. “Dev’essere
un uomo dall’animo veramente buono, altrimenti l’animale
non si fiderebbe a questo modo” pensava. E gli tornò alla
mente quello che aveva fatto per lui e per la nipotina. “Devo
mantenere la promessa fattagli, se no gli dei non mi ascolteranno più.
Mio padre e mio nonno che erano sciamani così come tutti i loro
predecessori e come avrei dovuto esserlo io, sostenevano che la vita
è il dono più prezioso che gli dei ci fanno, e se bisogna
essere grati a chi ce la salva, per chi ce la salva due volte, la nostra
legge parla chiaro:bisogna fare il dono”.
I
cartellini dicevano: fried eggs, boiled eggs, scrambled eggs. Mi farò
un bell’uovo fritto, pensò Osvaldo mentre con la paletta
prelevava un po’ di prosciutto fritto anch’esso. “Ma
caro! Vuoi che ti salga il colesterolo?” “Armida! Per una
volta che faccio l’american breakfast, quante storie. E poi il
mio colesterolo è a postissimo”. Si sedettero al tavolo
e mentre lei pasticciava con vari dolci interpellò il marito
su quel fuoriprogramma. “Si vede che vuole ricambiare per le mie,
chiamiamole gentilezze. Sicuramente è un posto nel quale vale
la pena di andare, uno di quelli che ai turisti come noi non fanno vedere”.
Proprio in quel momento arrivò Ahmed. “Buongiorno. Tutto
bene? Ah, ieri mi sono dimenticato di dirvi di indossare il costume
da bagno. “E che ci facciamo col costume da bagno nel folto della
foresta?” “Ma io ho già chiuso le valigie”
protestò Armida. “Mrs.Mauri, è fondamentale”
ribatté lui con un tono che non ammetteva repliche.
Tre quarti d’ora più tardi erano già su quello sgangherato
veicolo. La strada si inerpicava tra la folta vegetazione fatta di piante
tropicali ma anche di conifere, cosa che la guida sottolineava come
una pregevolezza, piante epifete, e molte altre essenze estremamente
rigogliose. Ad un certo punto l’indonesiano accostò e fece
scendere i suoi passeggeri per mostrar loro qualcosa di insolito. I
due lo videro accosciarsi al ciglio della strada, chinarsi e avvicinare
le dita ad una piantina punteggiata da fiorellini violetti; non appena
le dita dell’uomo le si accostarono, le foglie di quell’essere
vegetale si ritrassero e chiusero. Armida e Osvaldo incuriositi, provarono
anch’essi. “E’ una pianta sensitiva” li informò
la guida, “il suo nome botanico è mimosa pudica”.
“La natura è davvero bizzarra, non trovi Osvaldo?”
“La natura è fantastica mia cara”.
L’orientale li guardava soddisfatto di essere riuscito ad interessarli
piacevolmente.
Poco oltre presero un sentiero sterrato la cui volta era una vera e
propria galleria vegetale. Tra un sobbalzo e l’altro giunsero
a destinazione, ovvero arrivarono dove, nascosto tra il verde, stava
un viottolo. Scesero dalla jeep e Ahmed li invitò a seguirlo.
“Santa polenta” protestò Armida “questo è
matto. Sarà pieno di ragni, serpenti e sanguisughe. Io non ci
vengo”. “Ma va là! Se ci porta significa che è
un posto sicuro”, gli aveva risposto il marito che invece era
eccitato da quell’avventura che lo faceva tornare ragazzo, quando
leggeva le storie di Salgari.
Man mano che penetravano all’interno, la selva si era fatta così
intricata che il sentiero originario non esisteva più, se non
nella mappa mentale di Ahmed. Filodendri dalle enormi foglie parevano
guardare i tre esseri umani che si erano intrufolati in quel regno vegetale,
mentre felci giganti che parevano reminescenze della preistoria gesticolavano
smosse da un impercettibile alito di vento. Rami e radici frenavano
il loro avanzare acchiappandoli per le caviglie, ma l’indonesiano
proseguiva imperterrito verso la meta.
Ad un tratto cominciarono ad avvertire un gorgogliare sommesso, un ribollire
fluido dalla provenienza indefinita; Armida ed Osvaldo cercarono con
gli occhi tra il fitto fogliame, ma erano come persi. Ad un certo punto
fu il naso che li aiutò. Un sentore di vapore mineralizzato gli
diceva che c’era una sorgente o qualcosa del genere, non troppo
lontano da loro. Giunsero, infatti, davanti ad una sorta di laghetto
verdastro le cui acque refluivano con una cascatella in una vasca sottostante
e di lì uscivano in un ruscelletto che spariva poi nel sottosuolo.
“Il posto è questo” annunciò Ahmed. I due
anziani si guardarono in faccia perplessi. “Sono acque medicamentose”
proseguì l’orientale. “Bagnatevi e tra qualche giorno
inizierete a vederne gli effetti benefici” e fece un cenno col
capo come dire che dovevano bagnarsi. Vedendo che i due non si muovevano
l’uomo si cavò gli abiti e rimasto in costume entrò
nell’acqua. “E’ calda, 29°Centigradi”. “Sono
acque termali?” domandò alfine Osvaldo. “Diciamo
che sono un più che acque termali...”. “Che significa?”
“Scusi, ma il mio vocabolario scientifico è un po’
scarso, non saprei spiegarglielo” mentì. “Si fidino
di me. Prego, scendano in acqua. Si sta benissimo: i reumatismi se ne
vanno” aggiunse per convincerli. “Dai, Armida, entriamo
anche noi. Fingiamo di essere a Ischia; d’altronde, siamo in una
zona vulcanica, niente di più normale che dal sottosuolo sgorghi
acqua calda ricca di sostanze minerali curative”. Armida titubava
ancora sulle sponde del laghetto quando Osvaldo già a mollo,
dopo aver sorriso ad Ahmed disse: “Si sta benissimo cara!”
E finalmente si immerse pure lei. Dal basso salivano delle bollicine
che solleticavano la pelle e facevano venire voglia di ridere. “Qualsiasi
proprietà abbia o non abbia quest’acqua, ci ricorderemo
questo bagno come qualcosa di estremamente gradevole”disse Armida
al marito, mentre l’indonesiano li osservava sornione.
Quella sera a Medan si imbarcarono su di un volo per Yogyakarta. Lì
avrebbero continuato il loro fantastico viaggio visitando il Borobudur,
il misterioso tempio buddhista che aveva visto la luce nell’800,
ma che con l’arrivo degli Arabi e della loro religione, era stato
abbandonato al suo destino e gradualmente inghiottito dalla foresta.
Scoperto solo da qualche anno era riemerso in tutta la sua mistica bellezza.
Osvaldo era emozionato al solo pensiero di salire quelle terrazze che
come una spirale l’avrebbero condotto sino al Nirvana.
Quando
i due coniugi furono giunti alla sommità dell’edificio,
dopo aver visionato parecchi dei bassorilievi raffiguranti la vita di
Buddha, si sedettero e i loro sguardi si fusero con la linea dell’orizzonte.
“Come ti senti? Sei stanco?” “No. Non mi sento affatto
stanco, e tu?” “A parte il caldo, devo ammettere che anch’io,
per fortuna, mi sento bene”. “Vedi che viaggiare fa ringiovanire
e non solo lo spirito?”. Armida sorrise.
Le due settimane seguenti provarono solamente la stanchezza tipica dei
viaggiatori; quel viaggio gli pareva un vero e proprio toccasana.
La sera prima di imbarcarsi sull’aereo della Garuda che li avrebbe
ricondotti in Italia Armida, di fronte al grande specchio del bel bagno
dell’hotel cinque stelle che si erano scelti per finire in bellezza,
si vide diversa.”Lo sai,” disse ad Osvaldo che in quel momento
usciva dal box doccia “che questa crema antirughe che ho comprato
prima di partire è davvero miracolosa? Guarda la mia faccia”.
Lui la osservò direttamente nello specchio. “E’ vero,
sembri più giovane”. Poi guardò se stesso “Ma
non sono male neanche io, è come se si fossero cancellati che
so, quattro, cinque anni. Queste vacanze ci hanno fatto davvero bene”
concluse soddisfatto.
Ma la cosa più strana fu che nei due mesi successivi, notarono
ulteriori cambiamenti. Tra di loro non ne parlavano, facevano solo qualche
battuta sul fatto che la cervicale di lui era molto diminuita, che le
calze elastiche di lei facevano miracoli alla sua circolazione, che
la sua vecchia ulcera si era come assopita, e via di questo passo.
Ma quando ebbero la certezza che gran parte dei loro capelli crescevano
castani come un tempo, non poterono più negare l’evidenza.
“Ti rendi conto Osvaldo che dimostriamo circa quarant’anni?
Che diavolo ci è successo?” “Qualunque cosa sia,
e finché dura, io me la voglio godere”. Disse convinto.
“Però una cosa la voglio fare. Desidero scrivere all’agenzia
turistica di Sumatra per mettermi in contatto con quell’Ahmed”.
Il giorno che arrivò la risposta dall’Indonesia, Osvaldo
aprì la busta con le mani che quasi gli tremavano.
Gentili
signori,
abbiamo ricevuto la Vostra gradita lettera con la quale avete voluto
ringraziare la nostra agenzia per il piacevole soggiorno avuto sulla
nostra bella isola e, in modo particolare il Signor Ahmed Situmorang,
della cui professionalità siete stati soddisfatti. Per quanto
riguarda il suo indirizzo, siamo spiacenti di non potervelo fornire
perché, dalle notizie che ci ha dato il suo giovane e somigliantissimo
fratello, Ahmed risulta a tutt’ oggi disperso nella foresta della
sua zona nativa. Forse ha avuto un malore durante una delle sue passeggiate,
forse gli è occorso un incidente. Sta di fatto che nonostante
le ricerche, di lui non si è saputo più nulla. Comunque,
se la cosa può farVi piacere, suo fratello ci ha raccontato che
Ahmed gli aveva parlato di Voi dicendo che eravate una coppia di turisti
davvero simpatici, e che Lei Signor Mauri aveva salvato la vita sia
a lui che alla nipotina Utuya e per questo aveva contraccambiato con
un dono.
RingraziandoVi nuovamente per i graditi elogi, cogliamo l’occasione
per augurarVi un prossimo e felice nuovo soggiorno nel nostro arcipelago.
Cordiali Saluti.
Il Direttore
Nasjah Djamin
Luciana
Benotto