Parte
prima
A Zauberdorf
camminando su e giù per il lungo viale del centro durante
i periodi di villeggiatura era difficile non incontrare almeno per
una volta un personaggio illustre. Zauberdorf era da tutti conosciuto
come il villaggio che dava quiete e riposo alle menti più
acute e illuminate dell’Impero. E a Zauberdorf tutti conoscevano
il rinomato caffè letterario “All’Aquila Cieca”
dove si davano appuntamento scrittori, filosofi, politici, artisti,
insomma la crema culturale del Paese. Il nome, leggermente irriverente
nei confronti di uno dei simboli dell’Impero, gli conferiva
quel tocco di anarchia tanto caro ai nostri letterati; ma non era
certo soltanto per il nome che riscuoteva successo! Situato a pochi
passi dalla piazza centrale del villaggio, ampio e comodo, ma nello
stesso tempo, intimo, era arredato con gusto, senza esagerazioni
o pretese di eleganza cittadina. Durante la bella stagione ci si
poteva accomodare ad alcuni tavolini all’aperto, mentre all’interno
vi erano due sale al piano terra e un altro salone al piano di sopra;
il servizio era sempre impeccabile e i camerieri facevano di tutto
per venire incontro ai piccoli capricci dell’esigente clientela.
Si sussurrava inoltre, ma questa credo fosse una leggenda, che non
si gustasse un caffè più buono nemmeno a Vienna. Al
di là di tutti questi pregi, il segreto del locale era dato
appunto dall’importanza degli avventori stessi. Da tempo immemorabile
i rappresentanti più in vista della cultura mitteleuropea
lo avevano eletto come luogo ideale per i loro incontri. Pare che
tra quei tavolini fossero nate idee geniali, abbozzati alcuni dei
più grandi capolavori, discusse leggi che avevano modificato
la società imperiale, calcolate alcune formule matematiche,
scoperti nuovi pianeti e che, addirittura, fosse stato scritto un
breve racconto dedicato al caffè!
Impossibile dunque per le nuove leve, per gli scrittori emergenti,
per gli studenti con velleità artistiche, non subirne il
fascino. E così era garantito il ricambio generazionale,
per quanto, nel corso del tempo, non si notassero i mutamenti, e
i personaggi di spicco sembravano essere sempre gli stessi.
Pur essendo molto grande era un’ardua impresa trovare un tavolino
libero e quando lo si trovava c’era il rischio che fosse prenotato,
in alcuni tavoli era perfino impensabile accomodarsi. Il tavolo
numero cinque, ad esempio, apparteneva al “Professore”,
una delle colonne del locale, e doveva rimanere a sua disposizione
anche nel caso si fosse trovato a Vienna. Nessuno sapeva come si
chiamasse veramente il Professore, nessuno, d’altronde, se
lo domandava più. Di lui si sapeva soltanto che aveva pubblicato
un libro sulle masse oppresse.
Una volta un turista si era inavvertitamente seduto al suo tavolo
vedendolo libero, e il cameriere lo aveva aspramente redarguito.
Per fortuna avventori così avventati non ce n’erano
tanti. Ad ogni modo il Professore era quasi sempre presente ed era
uno spettacolo sentirlo parlare. Non aveva mai più di uno
o due interlocutori, ma il suo tono di voce era talmente alto che
lo si poteva distinguere anche al piano di sopra. D’altra
parte tutti dovevano udire le sue sagge parole.
Quando parlava teneva le palpebre socchiuse, credendo di avere così
un’espressione più intelligente, e faceva svolazzare
una mano paffuta nell’aria.
“Giustappunto” lo si poteva udire rivolto a un giovane
magro con gli occhiali che lo ascoltava con attenzione, “detta
in forma aforistica, nevvero, la fattispecie, se strutturata, e
ribadisco: strutturata, procede appunto, determinata dalla necessaria
convenevolezza della medesima, in un iter paradigmatico, per dir
così, esiziale, inerente al criterio sovrapposto che nulla
attiene alle esigenze contestuali.”
Succedeva spesso che l’ascoltatore di turno ripetesse una
o due paroline per dimostrare di avere seguito il discorso. Consapevole
di avere l’attenzione su di sé non poteva certo dar
prova di non avere compreso il Professore.
“Se strutturata.” Ribadiva quindi il giovane occhialuto
con tono sicuro.
“Si capisce.” Confermava il Professore, dopodiché
scuoteva la testa e tenendo sempre le palpebre socchiuse emetteva
un lungo sibilo: “Sssìììììì…
strutturata; fino a un certo punto però!” Era infatti
sua regola non dare mai completamente ragione all’ interlocutore
nemmeno se ripeteva le stesse cose che aveva appena detto. “Non
come lei crede. Sic et simpliciter. Strutturata nella misura in
cui, mutatis mutandis, il contesto paradigmatico si innesta alla
sua base.”
Altra caratteristica del Professore era infatti quella di infarcire
i discorsi con brevi frasi latine.
Il tavolo numero tre, invece, era sempre occupato da uno scrittore,
il quale nel tempo libero si dedicava anche all’arte del medico.
Questi, a differenza del Professore, non parlava mai e si limitava
a prendere appunti su un taccuino minuscolo.
C’era poi il tavolo dei “sovversivi”, un gruppo
formato da alcuni giovani che, a quanto pareva, avevano abbracciato
alcune pericolose teorie socialistoidi; li si vedeva parlottare
a bassa voce in modo equivoco, a volte guardandosi attorno con sospetto.
Davano l’idea di tramare un complotto da un momento all’altro,
e questo atteggiamento schivo e idealista affascinava le belle ed
eleganti signore che in gran numero frequentavano il caffè.
Chi non subiva affatto il loro fascino era il gestore, e non tanto
per le opinioni politiche, ma perché, pur provenendo da famiglie
agiate, non amavano spendere e consumavano sì e no un caffè
in tutta la giornata. Il gestore li avrebbe volentieri cacciati
via se non fossero diventati ormai anche loro un’istituzione;
inoltre godevano della simpatia del Professore il quale per attirarne
l’attenzione citava spesso nelle sue dotte elucubrazioni il
titolo del suo unico libro: “Le masse oppresse”.
Ma il tavolo più esclusivo di tutti si trovava al piano superiore.
Vi si era seduto una volta il campione del mondo di scacchi, il
grande maestro russo Sdriboscencko, capitato per sbaglio a Zauberdorf.
Da allora il tavolino era sempre rimasto libero in perenne memoria
dell’evento, nella speranza che il campione potesse, anche
per sbaglio, ritornarci. Vi era stata posta sopra una scacchiera
con tutti i pezzi preparati e un biglietto con la scritta: “Riservato
a Sdriboscencko.” Nessuno aveva mai osato sedersi a quel tavolo.
Il gestore ne era molto fiero essendo un esperto dilettante del
nobil giuoco o, come si dice in gergo scacchistico, un abile trasportatore
di legname e sembra che il campione gli avesse persino concesso
una partita.
Come già ho avuto modo di raccontarvi, ogni cliente aveva
delle particolari esigenze e i camerieri cercavano in tutti i modi
di soddisfarle. Il Professore era solito mescolare il caffè
con due o tre cucchiaini di panna al posto dello zucchero. La panna
doveva essere fresca e montata al momento. Lo scrittore, invece,
voleva che insieme alla polvere del caffè fosse mescolata
anche della finissima polvere di cacao rigorosamente olandese e
di una marca particolare il cui nome ora mi sfugge, un nome complicato,
impronunciabile come solo gli olandesi possono escogitare. Uno dei
giovani sovversivi, un certo Mark, voleva il caffè molto
forte e ristretto, accompagnato da un bricco di acqua bollente di
modo da poter stabilire lui la dose.
Un pittore innaffiava la sua piccola tazzina di caffè con
litri e litri di latte. Per non parlare poi dei musicisti che facevano
sempre le richieste più stravaganti. D’altronde quello
era lo stile del locale: gli artisti, i geni, si sa, sono eccentrici,
e bisogna in qualche modo venire loro incontro.
Al rinomato caffè “All’Aquila Cieca” non
passava giorno che non venisse organizzato qualche evento culturale:
la presentazione di un libro, un concerto, una mostra di quadri.
Tutta la cittadinanza di Zauberdorf era orgogliosa di possedere
un simile locale e anche il più umile e povero degli abitanti
conosceva per filo e per segno quello che lì avveniva.
Parte seconda
Johannes
si svegliò di mattina presto e di buon umore. Di solito preferiva
indugiare sotto le coperte e continuare i sogni interrotti, ma quel
giorno aveva un importante appuntamento che non voleva più
rimandare e, benché non avesse dormito per l’emozione,
si sentiva stranamente energico. Aprì i balconi della piccola
stanza d’albergo respirando a pieni polmoni l’aria fresca
e salutare di Zauberdorf. Da quando la casa dei nonni era stata
venduta non era più ritornato in quello che era stato il
paese incantato della sua infanzia e ora gli faceva un certo effetto
ritrovarsi in quella camera insignificante.
Diede una fugace occhiata alla strada sottostante e si accorse che
già brulicava di gente a dispetto dell’ora, diresse
poi lo sguardo più in lontananza, là dove cominciava
il grande viale del centro. Quante volte lo aveva percorso! Chiuse
gli occhi e vagò con la mente a quei giorni, a quelle lunghe
e spensierate passeggiate in compagnia del nonno che lo teneva per
mano e gli parlava con la sua voce calma e paziente. Non c’era
volta che non fossero passati davanti al caffè “All’Aquila
Cieca”. Allora il nonno gli raccontava divertenti aneddoti
sui personaggi illustri che lo frequentavano. Quel che era sorprendente
è che riusciva a ripetere persino alcuni brani di un discorso
del Professore pur non essendo mai entrato nel locale. Il nonno,
infatti, aveva sempre preferito accompagnarlo in altri anonimi bar.
“Quello non è un posto per noi” gli spiegava
tutte le volte che lui insisteva per andarci, “lì ci
vanno gli scrittori, i signori importanti. Se un giorno anche tu
diventerai… beh… ecco… allora… forse; ma
adesso no, ci sentiremmo soltanto a disagio.”
Johannes si ridestò da questi nostalgici ricordi, chiuse
la finestra e guardò la valigia aperta sul tavolino; si sincerò
che il libro si trovasse ancora dove lo aveva preparato la notte
prima. Si lavò e si vestì; giacca e cravatta per l’occasione.
Poi si tolse la cravatta perché così gli sembrava
di essere più eccentrico. Quando scese, un cameriere gli
domandò se gradiva accomodarsi per fare colazione. Gli rispose
di no con un sorriso divertito.
“Non faccio mai colazione la mattina.” Gli mentì
come per giustificarsi, dopodiché si chiese per quale motivo
avesse dovuto mentire e giustificarsi. Non era lui libero di fare
colazione dove voleva? E poi non aveva visto il libro che teneva
in mano? L’ho scritto io, avrebbe desiderato dirgli, ma si
trattenne. Uscì e si incamminò. Quando raggiunse il
gran viale il cuore cominciò a battergli forte. Gli vennero
in mente alcune frasi del Professore riportate da suo nonno: “Ecco
vero, come già ho avuto modo di appurare nella mia opera:
le masse oppresse, il teorema filologico quantistico…”
Lui, nonostante fosse stato troppo piccolo per capirle, non le aveva
mai dimenticate. “…Purché indicizzato, e si badi
bene: indicizzato…” Ora, divenuto adulto, riusciva a
malapena a intuirne la profondità. “…Risulta
apodittico, per non dire evidente, nella sua forma aprioristica…”
Uomini di così rara sapienza era difficile trovarli. “…inerente,
nevvero, alla nemesi biblica…” Sospirò pensando
alle grandi capacità di quel maestro, l’unico in grado
di spaziare da un argomento all’altro con un semplice e breve
discorso. “…Cum grano salis e, quasi superfluo rilevarlo,
qualora strutturato. E ribadisco: strutturato.”
Chissà se c’era ancora il Professore. Gli avrebbe fatto
molto piacere incontrarlo e magari iniziare con lui una discussione.
Certo, non aveva raggiunto ancora una simile eloquenza, ma non avrebbe
nemmeno sfigurato.
Mentre camminava incrociò alcune persone e si domandò
se queste lo avessero già riconosciuto. Si sentiva molto
osservato e si sforzava di mettere in mostra la copertina del libro;
con discrezione però! Che non si accorgessero che lo faceva
apposta.
Tutto preso dalla sua vanità, raggiunse la piazza centrale
e si fermò di colpo.
“Che sciocco” mormorò tra sé battendosi
una mano sulla fronte, “sono andato troppo avanti.”
Si voltò e ripercorse alcuni passi per poi fermarsi di nuovo,
questa volta rimanendo ancora più spaesato di prima. Johannes
in un primo momento pensò di essersi sbagliato, ma più
si guardava attorno, più si rendeva conto di trovarsi proprio
nel posto giusto.
“Una banca.” Sussurrò tra sé sconcertato,
“e io che sono diventato uno scrittore, avrei dovuto studiare
economia.”
Dalla banca uscì un signore distinto vestito in modo molto
elegante.
“Mi scusi.” Lo chiamò Johannes con un cenno della
mano.
“Sì?” Borbottò il signore che non amava
venire fermato da uno sconosciuto.
“Saprebbe indicarmi dove si trova il caffè All’Aquila
Cieca?”
“All’Aquila Cieca?” Ripeté come se avesse
detto una bestemmia.
“All’Aquila Cieca.” Confermò Johannes.
“Ah sì!” Esclamò quello con un’espressione
del viso più distesa, “ora mi ricordo, e dire che ci
andavo spesso anch’io.” Il signore, infatti, aveva fatto
parte del gruppo dei finti cospiratori. “Come vede non c’è
più. Al suo posto è stata costruita la banca.”
Di cui io sono il nuovo direttore, avrebbe voluto precisare.
Johannes lo guardò con un’espressione del viso piena
di sconforto.
“All’Aquila Cieca, già, già.” Continuò
a ripetere il distinto signore, “il rinomato caffè
letterario.” Aggiunse scuotendo la testa, “e sì
che me l’ero quasi dimenticato.”
Alberto Velluti