IL MAGO DEGLI SCACCHI


C’era a Zauberdorf tanti anni fa un accogliente caffè dove si poteva giocare a scacchi; ora non esiste più, al suo posto è stata costruita una banca, ma all’epoca veniva considerato uno dei più rinomati locali dell’Impero. Si chiamava, se non ricordo male, “All’Aquila Cieca” e vi si ritrovavano, soprattutto durante le villeggiature estive, le personalità più in vista della cultura mitteleuropea tra cui molti appassionati del nobil gioco. Il gestore stesso si vantava di essere, come si usa dire in gergo scacchistico, un abile manovratore di legname e al secondo piano aveva allestito dei tavoli da gioco. Sembra che a uno di quei tavoli si fosse seduto una volta perfino il famoso campione del mondo Igor Sdriboscenko e a testimonianza dell’evento era stata posta una targa con inciso il suo nome in perenne memoria. Io, che in quel fatidico giorno ero presente, vi svelerò come realmente andarono le cose.
In una tarda mattinata di fine autunno arrivò a Zauberdorf un tale dall’aspetto miserevole, con un logoro e cencioso cappotto grigio, la barba mal rasata, gli occhi rossi e segnati che tradivano diverse notti insonni. Questi si diresse subito al caffè. Nessuno lo aveva mai visto prima e di certo non era un cliente che potesse passare inosservato. All’Aquila Cieca, infatti, gli avventori erano sempre molto eleganti; lì si radunava la crema della società asburgica. Tutta gente seria e preparata, la maggior parte con una mentalità aperta e pronta ad accogliere le nuove idee sia in campo politico, che scientifico, che culturale; di alcuni si sussurrava perfino avessero abbracciato le teorie socialdemocratiche tanto in voga in quel periodo. Erano queste caratteristiche della clientela a rendere il locale così chic.
Eppure costoro non si mischiavano volentieri a gente di bassa estrazione come il nostro nuovo arrivato. Un personaggio simile poteva venire accolto, e giustificato della sua ineleganza, soltanto se si fosse trattato di un artista, meglio se già famoso, o di un campione di scacchi, il che, in fin dei conti, è la stessa cosa. Ebbene, la sensazione comune a tutti, quando lo sconosciuto entrò nel locale, fu quella di trovarsi di fronte a un mago degli scacchi, sensazione che venne confermata quando questi, senza dire una parola, si diresse al piano di sopra e iniziò a maneggiare distrattamente alcuni pezzi su una scacchiera.
Come certo voi saprete è abbastanza facile riconoscere a prima vista un forte giocatore di scacchi. Non è per le sue capacità tattiche e strategiche, né per la conoscenza della teoria e la comprensione del finale, al finale, anzi, è meglio non arrivare mai, né per il titolo o per i tornei ai quali dice di avere partecipato, neppure, come sostengono i dilettanti, dal numero di mosse che riesce a prevedere, quasi si trattasse di un semplice indovino. No, il vero giocatore di scacchi lo si riconosce dalla mimica, dalla gestualità, da come, e non dove, pone i pezzi. Che il nuovo arrivato fosse un grande maestro c’erano pochi dubbi: pareva avesse una calamita tra le mani. Un solo movimento impercettibile e l’alfiere attraversava tutta la scacchiera, un battito delle ciglia e si verificava l’arrocco lungo, i pedoni scomparivano tra le sue esili dita per ritrovarsi come per incanto nella casa seguente; e dovevate vedere come cambiava i pezzi, con quale rapidità sparivano dal campo di battaglia per collocarsi ormai inermi ai lati del tavolo. La gente si fermò ammirata; guardarlo analizzare era uno spettacolo. Si mormorò il nome di Sdriboscenko, l’allora campione del mondo; alcuni, in modo un po’ irriverente, lo pronunciarono ad alta voce e il misterioso personaggio sollevò d’istinto lo sguardo facendosi in questo modo scoprire, dopodiché si rifugiò con aria infastidita tra le sue analisi. Della presenza del campione venne subito avvisato il gestore, il quale si precipitò al piano di sopra seguito da tre camerieri.
“Igor Sdriboscenko” esclamò una volta arrivato tutto rosso in viso per l’emozione e per la rapida salita, “quale onore!”
Il giocatore lo guardò di sottecchi; non amava venire riconosciuto. Nel frattempo i camerieri avevano posato su un tavolo vicino ogni ben di Dio.
“No grazie” sussurrò parlando per la prima volta e allontanando con un gesto della mano quelle vivande, “non ho tutta questa fame.”
“Non fate complimenti” lo esortò l’oste, “offriamo noi.”
Dovette però insistere parecchio prima che quello iniziasse a spiluccare qualche cosa. Assaggiò alcune tartine imburrate per poi passare a dei piccoli panini soffici e caldi, imbottiti di speck e formaggio fuso, il tutto innaffiato da un bel boccale di birra fresca; dopo ripetuti inviti si dedicò alle salsicce, sarebbe stato un peccato lasciarle lì, e diede alcuni morsi a dei toast farciti, alcuni con funghi, altri con carciofini; per pura cortesia degustò il vino rosso della casa e trangugiò alcune grappe di lampone, more, e ribes nero.
“Non so proprio come poter ricambiare la vostra gentilezza” ripeté più volte mentre con estremo garbo sorseggiava il caffè. Attorno a lui il gestore e gli altri avventori stavano in ossequioso silenzio osservandolo e annuendo di tanto in tanto, beati e un po’ intimiditi di trovarsi al cospetto di un personaggio così importante da non riuscire a pronunciare alcuna parola.
“Veramente” riprese a dire il nostro eroe imbarazzato da quel silenzio, “non ho mai ricevuto durante la mia carriera un’accoglienza tanto premurosa e mi sembra quasi di approfittare della vostra generosità.”
“Oh, se è per questo” riuscì finalmente a parlare l’oste, “un modo per ricambiare ci sarebbe…”
“Ah si?” fece lui inarcando una sopracciglia, “e quale?”
“Beh, sì, ecco, vero” farfugliò il gestore.
“Una partitina” intervenne in suo aiuto il professore, uno dei clienti storici del locale, una partitina con il nostro padrone di casa che è un amante degli scacchi.
“Mah” fece Sdriboscenko stringendo le labbra e scuotendo la testa, “non credo di potere, sono un professionista, la mia reputazione, insomma, non so se mi spiego.”
A questa risposta seguì un brusio di delusione tra i presenti, delusione subito dissipata dal ritorno dei camerieri con vassoi pieni di torte, pasticcini, e calici di champagne per tutti. Il campione fu di nuovo invitato ad assaggiare i dolci, vera specialità del locale. Prese la meringata, lo strudel, e la crostata della nonna, ma fu la torta sacher di Zauberdorf, famosa persino a Vienna, a far vacillare la sua già esitante coscienza.
“Se proprio insistete” disse dopo averne divorate due fette con panna, “una partitina; con quel che mi avete fatto bere e mangiare ho almeno una scusa in caso di sconfitta.” Pronunciò questa frase con un sorriso accattivante.
Iniziò così la sfida tra l’oste dell’Aquila Cieca e Sdriboscenko campione del mondo, partita che non troverete scritta in alcun manuale.

Al gestore toccarono in sorte i pezzi bianchi e dovette dunque eseguire la prima mossa. Nella sala intanto erano arrivate altre persone attirate dall’evento di cui tutta Zauberdorf era ormai al corrente. La prima decina di mosse venne svolta in maniera piuttosto rapida; all’oste non sembrava vero di essere uscito dalla delicata fase dell’apertura senza danni, anzi, a parer suo, con un lieve vantaggio. Pensò che la scarsa conoscenza della teoria gli fosse stata in questo caso di aiuto e che l’aver deviato, seppur involontariamente, dagli schemi delle varianti principali avesse in qualche modo sorpreso il suo avversario, opinione questa comune a molti principianti, e, devo dire, del tutto ingenua. Nel medio gioco si trovò inaspettatamente in vantaggio di materiale. Il nero, infatti, aveva lasciato in presa un cavallo e poi un alfiere o, forse, li aveva soltanto sacrificati. Sdriboscenko doveva essere uno degli ultimi sostenitori del gioco romantico perché in seguito sacrificò anche le torri e la regina. Il pubblico osservava stupefatto queste spregiudicate combinazioni senza riuscire tuttavia a comprendere se ci fosse o meno un compenso. Dopo questi sacrifici, evidentemente innervosito dalla difficile situazione, il campione fece allontanare alcuni spettatori che si erano avvicinati troppo al tavolo. Si entrò dunque in un finale di partita in cui al nero rimaneva solo un cavallo, un alfiere, e tre miseri pedoni mentre il bianco, a parte due pedoni, aveva ancora tutti i pezzi. L’oste sospirando soddisfatto guardava ora la scacchiera, ora i suoi sostenitori tra il pubblico, sempre più lontano a causa delle continue proteste del grande maestro. Non riusciva a capire nemmeno lui come fosse riuscito a raggiungere una posizione tanto favorevole; aveva da temere solamente una risibile minaccia di scacco matto che poteva sventare in qualsiasi modo, con ogni pezzo; in più per attuarla il suo avversario avrebbe dovuto effettuare una lunga e complicata manovra di cavallo. Guardò sorridente il viso concentrato del campione il quale ormai pensava quasi un’ora per mossa, poi rivolse di nuovo lo sguardo verso il pubblico sempre più distante. Fu in quell’attimo che Sdriboscenko con un rapido gesto della mano fece attraversare al cavallo l’intera scacchiera tra i pezzi nemici come fosse un’invisibile regina.
L’oste riguardando la scacchiera ebbe subito la percezione che fosse accaduto qualcosa di strano: nonostante l’affollamento dei propri pezzi, che gli creava un po’ di confusione, l’audace spinta dell’unico cavallo nero difficilmente poteva passare inosservata; eppure gli sembrava assurdo che Sdriboscenko, il famoso campione del mondo, cercasse di imbrogliarlo; e che si trattasse di un semplice impostore non l’aveva neanche preso in considerazione: tanto era rozzo nel modo di vestire quanto elegante e raffinato nel comportarsi, nel muovere i pezzi, e perfino nel parlare; con quel tono di voce calmo e rassicurante e lo sguardo per così dire ipnotico. Durante tutta la partita lo aveva fissato con quei suoi occhietti neri, quasi nascosti dalle folte sopracciglia e quello sguardo profondo gli aveva a poco a poco tolto l’energia e la lucidità. Avrebbe desiderato domandare come fosse arrivato fin lì quel cavallo, ma le parole gli si bloccarono nel petto, un po’ per insicurezza, un po’ per rispetto al più titolato avversario.
“Per caso avete mosso?” si limitò a chiedere con una lieve espressione di dubbio dipinta nel volto.
“Oh, non ancora.” rispose imperturbabile Sdriboscenko; dopodiché con manifesta lentezza afferrò l’alfiere, lo sollevò, e lo depose sulla casa vicina.
“Matto” pronunciò a bassa voce come per paura di offendere l’avversario, “Matto” ripeté con delicatezza vedendo che l’oste non reagiva. Ci fu un mormorio di sorpresa nella sala: un matto simile non lo aveva ancora visto nessuno.
Prima che il gestore potesse riprendersi e magari contestare, Sdriboscenko gli afferrò la mano. “Voi giocate abbastanza bene” dichiarò stringendogliela forte, “mi avete messo in seria difficoltà.”

La sera seguente il nostro sedicente campione del mondo si trovava in treno verso un nuovo paese, un nuovo caffè del vasto Impero. Chiuso dentro il bagno aspettava che il controllore passasse. Dal logoro cappotto aveva tirato fuori un panino allo speck già mordicchiato. Aveva gli occhi stanchi e il viso tirato. “Devo assolutamente cambiare vita” pensava tra sé preso da sconforto, “non posso più andare avanti così. Troppe tensioni, troppi rischi. Dovrei per lo meno procurarmi un manuale di scacchi e imparare finalmente a giocare.”
Oggi, come vi ho detto, il rinomato caffè “All’Aquila Cieca” non esiste più, ma se per caso vi trovate a Zauberdorf andate allora alla banca che si trova nella piazza centrale: nella sala d’attesa del secondo piano troverete un tavolino con una scacchiera dipinta; sul tavolino c’è una targa con la scritta: “Qui giocò Igor Sdriboscenko, il mago degli scacchi.”
Alberto Velluti

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