Un insolito
vento aveva preso a turbinare fra le stradine tortuose, fra
gli archi, le volte, le scalinate, fra le piazzette di quel
paese tenacemente aggrappato alla sua cresta montuosa, sbatacchiando
e stropicciando i panni ancora stesi sotto le finestre delle
vetuste abitazioni e facendone cigolare i battenti. All’improvviso
ad Amanda giunsero degli spruzzi d’acqua fredda. Si girò,
e notò che anche il velo d’acqua dell’antica
fontana Soprana, molto tempo addietro dedicata ad Ecate-Diana,
veniva sollevato da quelle inconsuete folate. In quel momento
l’aria prese a soffiare con maggiore impeto; le falde
dell’impermeabile le si alzarono insieme ai vaporosi capelli
ramati. Turbata si schiacciò contro la parete di una
casa, dentro il vano del portoncino. E sì che la zia
le aveva detto: “Non uscire tesoro, questa sera d’autunno
è meglio starsene in casa. E poi non sei venuta qui apposta
a trovarmi? Voi giovani volete sempre fare di testa vostra.
Ma d’altronde, se è venuto il tempo...” “Il
tempo di che?” le aveva chiesto, ma l’altra era
già andata a farsi la tisana. In quel momento il vento
iniziò a spirare con così tanta forza che faceva
fatica a respirare e per quanto tentasse di uscire da quel suo
minuscolo rifugio, non riuscì a muovere un passo. Le
luci delle finestre di fronte d’un tratto si spensero
tutte, e fu allora che le parve di udire un vociare confuso,
degli strepiti esagerati e un trepestio caotico, che aumentava
progressivamente, fino a che, dall’oscurità, emerse
una torma di gente ondeggiante che, a passo inusitatamente veloce,
sghignazzava, gesticolava, urlava parole spregevoli diffidando
chiunque gli si fosse trovato davanti ad intralciare quel loro
forsennato passaggio. “Le ossa vi sfracelliam! Le budella
sputar vi facciam! Toglietevi dalla via se no con noi vi portiam
via!” Il tremendo corteo era formato da uomini e donne
di tutte le età e, incredibilmente pure da bambini. Amanda,
impressionata, cercò di farsi più piccola che
poteva e di sparire nell’oscura rientranza della porta.
Erano più o meno una cinquantina di persone vestite con
abiti di foggia antiquata. Allora le venne in mente che era
la notte del trentuno ottobre e che forse quelli erano dei pazzoidi
di qualche paese vicino, venuti a festeggiare Halloween con
quella messinscena di pessimo gusto. Ma, a scanso di equivoci,
decise comunque di starsene nell’ombra. Appena quegli
scatenati si furono dileguati il vento scemò e la stradina
tornò tranquilla e silenziosa; allora i suoi occhi videro,
in una delle finestre di fronte, qualcuno che tenendo un lume
in mano pareva osservarla, ma fu solo un attimo, perché
una tenda riportò il buio. Fu in quel momento che si
accorse che il fanale della strada era spento. Nel borgo era
andata via la luce. Riuscì a tornare all’abitazione
a fatica, perché non c’era la luna. Quando arrivò
trovò Grisou, il micio della zia, che sembrava aspettarla
sullo zerbino; lui le si strusciò sulle gambe e poi entrarono
insieme. Quella notte, prima di addormentarsi sotto al tiepido
piumino, pensò a quanto stava bene senza Gianugo, che
viveva principalmente di lavoro, attaccato com’era al
suo grosso negozio di elettrodomestici, a lui che la domenica
andava in brodo di giuggiole per le partite e pretendeva che
lei stesse in casa e preparasse la cena per gli amici; a lui
che in vita sua non aveva mai letto un libro per intero; a lui
che d’estate voleva andare esclusivamente al mare senza
mai visitare una località dove ci fosse qualcosa d’artistico
da vedere, fosse pure esternamente; a lui che amava solo i gialli,
i western e quelle ignobili pellicole con Boldi e De Sica, che
il povero Vittorio si sarà già rivoltato nella
tomba.
Quando si
svegliò era tardi, ma non riusciva ad uscire dal letto:
si stiracchiò tutta, persino le dita dei piedi come fanno
i gatti, ma si sentiva intontita e stanca. Alla fine alzò
le palpebre e poi la schiena, appoggiò i piedi nelle
morbide pantofole e andò a farsi un bel caffèllatte
e, mentre ammorbidiva i biscotti nella tazza, vide sulla tovaglia
un biglietto della zia che le chiedeva di fare un po’
di spesa visto che lei era andata a dare il granoturco alle
galline.
Mentre camminava sullo scomodo acciottolato che le faceva dolere
le piante dei piedi, pensava a quello che le era capitato la
notte precedente, e smaniava di parlare con qualcuno per saperne
di più. Giunta che fu alla posteria, a quell’ora
peraltro piena di donnette in fila, ascoltò le varie
chiacchiere, ma nessuna accennava a quel fatto. “Un etto
di prosciutto cotto Rovagnati” disse quando venne il suo
turno, e continuò: “Che vento pazzesco c’è
stato ieri sera!” “Davvero” fece la donna
dall’altra parte del bancone, “e che fracasso ha
fatto quella banda di scalmanati!” “Quale banda?”
“Quei maleducati che correndo per il paese minacciavano
la gente di starsene in casa...” La commerciante alzò
le sopracciglia. “Non mi sono accorta di nulla. Ma a che
ora è successo?” “Verso mezzanotte”.
“Ah, ma io a quell’ora dormo”. “Anch’io,
anch’io” fecero come in coro le presenti, tranne
una, che fissò stranamente Amanda e la seguì con
lo sguardo finché fu uscita.
Lei non sapeva cosa pensare e si diceva che forse aveva fatto
la figura della scema, ma era andata sul sicuro, possibile che
nessuna avesse sentito nulla? Erano tutti sordi in quel paese?
Giunta sulla piazza grande che fungeva anche da belvedere, andò
alla balconata ad ammirare il paesaggio, a dir la verità
un po’ tetro quel primo giorno di novembre. Un tappeto
fatto di nuvoloni sparsi, tinti dai grigi più disparati,
galleggiava sulla vallata tappezzata da alberi verde cupo. L’aria
era immota, ma il suo naso percepì un insolito odore.
Non molto distante da quello strambo monumento che rappresentava
una strega con la scopa in mano, le apparve un uomo che dipingeva
su un cavalletto da campagna. La rete della borsa piena di provviste
iniziava a tagliarle le dita, ma invece di tornarsene subito
a casa andò ad osservare la tela.
Si avvicinò di spalle all’uomo e, prima ancora
di guardare il dipinto, notò i suoi lunghi capelli biondi,
il maglione macchiato da gocce di colore, e le mani, che avevano
dita lunghe e ben modellate. Quando posò gli occhi sul
quadro vide una composizione che le parve astratta: belle le
linee, ben sfumate le tonalità delle tinte; se stringeva
gli occhi le sembrava di vedere l’abbozzo di una strada,
ma solo quello.
“Come le pare?” le domandò l’uomo senza
neppure girarsi. “Istintivamente mi piace, anche se il
soggetto appare incomprensibile”. Si nettò la mano
con uno straccetto e gliela allungò. “Piacere,
sono Telemaco”. Lei sorrise: “Io sono Amanda. Che
nome antiquato il suo...”. “Colpa di mia madre a
cui piaceva l’Odissea”, ribatté. “Allora
non è una colpa, ma un merito”. “Sbaglio
o lei non è del paese?” “Infatti, sono ospite
di una zia per qualche giorno. La città cominciava ad
andarmi stretta”. “Anch’io vengo da una città,
ma vista la tranquillità del posto sono già alcuni
mesi che me ne sto qui rintanato a dipingere. Ho bisogno di
solitudine”. “A volte capita di avere bisogno di
riflettere sulla propria vita”. Un refolo d’aria
smosse alcune foglie secche color zafferano che volteggiarono
intorno alla statua. I suoi occhi neri brillarono quando le
chiese: “Era lei ieri sera che ho visto rifugiarsi dentro
il portoncino di fronte a casa mia?” “Era lei alla
finestra?”. Entrambi abbozzarono un sorriso. “Mi
scusi, ma la borsa comincia a pesarmi e devo dare una mano a
mia zia a preparare il pranzo”. “Aspetti”,
le disse prendendole il polso, “Posi un istante la rete
e metta questi”. Nello scollo del maglione a V portava
appesi degli strani occhiali, dalle lenti spesse di colore diverso.
“Se li metta e osservi il dipinto e vedrà il soggetto
del quadro”. Lei l’aveva guardato dubbiosa. “Li
ha inventati un mio amico, un tipo strambo”. Disse per
vincere la ritrosia di lei. Amanda li prese, li inforcò
e guardò. Ci volle qualche istante prima che riuscisse
a capire, a mettere a fuoco, ma poi le pupille le si dilatarono
ed ebbe un capogiro. Sulla tela compariva una scena del tutto
analoga alla orrenda processione cui aveva assistito. Quelle
che a occhio nudo le erano parse semplici pennellate ondulate,
erano invece esseri umani urlanti che parevano davvero ondeggiare
sulla tela, passando per un’antica strada del paese, forse
la stessa della notte precedente. Quando si levò quelle
lenti il quadro tornò a sembrare astratto, ma lei continuò
a provare quello strano senso di vertigine.
In quel momento suonarono le dodici e un quarto. Si ricordò
della zia e afferrò la borsa da terra. “Arrivederci”
gli disse mentre se ne andava di fretta. “Sa dove abito!”
le gridò, mentre una goccia di pioggia colpì il
dipinto e poi il suo viso.
La zia non
era ancora tornata, così pelò delle patate, grattò
delle carote e le mise a lessare nella pentola a pressione.
Pose un foglio di giornale sul tavolo e cominciò a sbucciare
una barbabietola. Fu in quel momento che le parve di udire un
trapestio dabbasso. Allora aprì l’uscio a vetro
della cucina e si sporse dal pianerottolo per vedere. Era proprio
zia Matilde, ma non era sola. “Dai entra un momento”
stava dicendo, “Sta piovigginando”. Dall’alto
vide una donna col foulard. “Davvero ha detto così
quando era al negozio?” “Ho sentito con le mie orecchie”.
“E la salumiera cosa ha detto?” “Ha fatto
finta di niente...come la Piera, la Maria e l’Anita. Magari
poi quelle non ci hanno fatto caso”. “L’avevo
detto subito a mia sorella, non appena era nata la bambina,
ma lei mi aveva risposto che ero matta, che sono vecchie stupide
credenze”. “Allora lei non sa niente?” l’incalzò
l’altra, che a quel punto Amanda aveva riconosciuto. “No
di certo, e non so come comportarmi”. “Se fossi
in te non farei niente; nel caso s’arrangerà da
sola. Be’ è ora che vada se no il Peppino si arrabbia
se non trova niente in tavola”.
Proprio in quel momento fischiò la pentola a pressione.
La zia la trovò che affettava la barbabietola nell’insalatiera.
“Ma che brava! Stai preparando la verdura. Pensavo che
una farmacista non se la sapesse cavare in cucina.” “Zia!
Mi stai prendendo in giro?” Le sorrise mentre deponeva
delle uova sul tavolo. “La sai fare la frittata?”
“Certo che sì”. “Guarda che queste
sono le uova delle mie galline, sentirai che bontà”.
Quando si misero a mangiare zia Matilde la prese alla lontana
cominciando a parlare del tempo, e Amanda che aspettava al varco,
fingeva noncuranza. “Allora” le disse ad un certo
punto “come è andata la passeggiata ieri sera?”
“Ho fatto un bel giro, fino a quando non si è sollevato
un ventaccio che mi ha costretta a rientrare. Peccato, perché
si stava proprio bene. Passeggiare in un posto senza automobili
è tutta un’altra cosa”. “Non hai incontrato
nessuno?” insisté. La nipote trattene un sorriso.
–Eccoci – pensò. “A dire il vero mi
è capitata una cosa assai strana...” e le narrò
di quella tremenda processione. Matilde si bevve le parole della
ragazza e poi trangugiò d’un fiato il bicchiere
di vino rosso che aveva davanti. “Hai sentito qualcosa
zia o dormivi?” La punzecchiò. La donna un tantino
pallida, nonostante il vino, si schiarì la voce. “Siccome
sono tua zia, e sono anche un po’ balorda, credo di avere
il diritto di raccontarti una vecchia credenza”. Amanda
la guardò interessata e smise di sgranocchiare il pane
dei morti che si era comprata quella mattina in posteria.
“Sai cara, anche se ho la televisione e qualche rivista
la sfoglio, nell’animo sono rimasta una contadina, così
come gli altri del nostro paesino, e mi piacciono ancora le
storie che mi raccontava mia nonna”. “Quali storie
zia?” “Per esempio quella che alcune persone, in
certi giorni dell’anno, possono vedere cose che gli altri
non vedono”. “Quali cose?” “Cose come
la processione di ieri sera”. Amanda corrucciò
le sopracciglia: “credi che ho avuto un’allucinazione?
Io non bevo né prendo stupefacenti zia!” “Non
ti arrabbiare per piacere, non ho detto che sei malata, sto
solo cercando di farti sapere una cosa che tua madre non ti
ha mai detto”. “Cosa avrebbe dovuto dirmi la mamma?”
“...che sei nata con la camicia”. “Allora
sono una ragazza fortunata” disse ridendo. “In un
certo senso...diciamo che hai un dono”. “Un dono?”
“Chi nasce con indosso la placenta può vedere nell’aldilà”.
Ad Amanda corse un brivido per la schiena. “Ieri sera”
proseguì la zia, “forse qualcuno può anche
aver sentito gli strepiti che si dice facciano quei poveracci
quando corrono inferociti per le vie dei paesi, ma possono aver
dato la colpa al vento, perché sai, i vivi non vogliono
aver niente e a che fare coi trapassati. Ma tu, cara mia, li
hai visti e inoltre...” “Inoltre...” l’incalzò,
“li hai visti da sveglia, e questo è molto strano,
perché di solito si fanno vedere in sogno, e parlano
perché chi li vede possa comunicarlo ai loro parenti”.
Amanda dopo l’iniziale timore, cominciò a pensare
che la zia aveva qualche rotella che non funzionava. “Non
mi credi vero? Ma non importa. Stanotte sarà un’altra
di quelle notti”.
Dopo pranzo
Amanda si ritirò nella sua stanza. Acciambellata sulla
poltrona vicina alla finestra, con il plaid sulle gambe, leggeva
“Kitchen” della Yoshimoto. Quando giunse al punto
in cui la protagonista vede oltre il fiume, nella foschia azzurrina
dell’alba, il fantasma di Hitoshi, il suo ragazzo morto
prematuramente, alzò gli occhi e fissò il vuoto.
– Ho bisogno d’aria. Devo uscire –. Fece per
alzarsi, ma si accorse di avere un piede informicolato. Mentre
aspettava che il sangue tornasse a circolare, accese il cellulare.
C’erano due messaggi di Gianugo – ciao pupa, tutto
bene dalla zia? – I miei amici si lamentano che manca
la cuoca. Baci. Spense il telefonino, si infilò gli stivaletti,
si calcò in testa il basco verde e uscì. Camminò
fino a San Dalmazzo perché dal sagrato poteva guardare
il panorama e lei aveva bisogno di vedere lontano. La conversazione
di mezzogiorno le dava ancora un senso di oppressione. In fondo,
si chiedeva, perché prendersela tanto per una fantasia
della zia? Ma le venne in mente che lei quella fantasia l’aveva
vissuta davvero, e che nel quadro di quell’attraente pittore
l’aveva rivista. Stava sognando o era sveglia? Un colpo
d’aria fece cigolare la porta della chiesa. Amanda notò
uno spiraglio. - Strano - pensò, - è aperta- .
Incuriosita entrò in quel piccolo edificio medioevale.
Quando i suoi occhi si furono abituati alla debole luce delle
candele, prese a osservare qual grande quadro che le era capitato
di vedere una volta, da bambina. Lesse un minuscolo cartello
che diceva: # Messa di San Pietro Nolasco. Il valore del sacrificio
della Messa per la liberazione delle Anime dalle pene del Purgatorio
#. La fiammella delle candele riverberò ondeggiando per
qualche istante nelle sue pupille, e lei, come le era già
accaduto tanti anni prima in un’altra chiesa, ebbe un
mancamento; per evitare di perdere i sensi si trascinò
all’aperto e si sedette su una panca di pietra. Qualche
istante più tardi vide comparire Grisou. “Cosa
fai qui!” l’apostrofò “Non sei un po’
troppo lontano da casa?” “Miaou. Sgronf sgronf”
fu la sua risposta. Poi le si buttò sulle gambe e iniziò
a girarle attorno. Era così coccolone con lei, anche
se non era la sua padrona. Quando Amanda si alzò il micio
le si mise dinnanzi e fecero un pezzo di strada insieme. Poi,
quando lo chiamò per tornarsene verso casa, lui miagolò
nuovamente e girò per un altro vicolo. Amanda, incuriosita
pensò di seguirlo. Ogni tanto lui si girava a guardarla.
Mentre attraversavano lentamente quelle stradine solitarie osservava
i portali delle case, con ciò che rimaneva degli stemmi
familiari, e pensava alle generazioni che lì si erano
susseguite, alle vicende del piccolo borgo che aveva apprese
grazie al suo amore per la storia, e al fatto che in passato,
quando veniva a trovare la sorella di sua madre, tornava a visitare
quel piccolo museo etnografico. Grisou si fermò davanti
ad una porta sopra cui stava uno stemma raffigurante un uomo
con una lunga barba e uno scudo con un’aquila ad ali spiegate.
Amanda si guardò attorno: era proprio il vicolo dove
aveva visto quel gruppo di scalmanati. E quella era la porta
d’entrata dove abitava quello strambo pittore.
Il gatto si alzò sulle zampe posteriori appoggiandosi
all’uscio di legno e si mise a miagolare e a grattare.
“Grisou!” lo chiamò sottovoce Amanda, “cosa
stai facendo? Non è mica casa tua. Dai andiamo!”
E visto che il micio non aveva nessuna intenzione di mollare,
si chinò per sollevarlo e portarselo via. Fu un quel
preciso istante che la porta si aprì e lei si ritrovò
col naso all’altezza di due ginocchia ricoperte da un
paio di pantaloni di fustagno color castagna. “Salve e
benvenuta” sentì dirsi, e nel rialzarsi incontrò
due occhi nerissimi, quelli del pittore. “Prego, entri
che le mostro il mio atelier”. “Ma” balbettò
lei, “a dire il vero non vorrei disturbare...”.
“Dai vieni, che non disturbi affatto. Ti spiace se ti
do del tu visto che siamo più o meno coetanei?”
“No, no” rispose con un fil di voce. Titubante salì
per quelle antiche scale fino a che entrò in un ambiente
con un tavolaccio sul quale stavano alla rinfusa tubetti di
colore, pennelli, straccetti; per la stanza invece erano sparse
tele appoggiate un po’ dappertutto. Alcune finite, altre
no. “Questo è il mio regno” le annunciò
sorridendo. Siediti dove vuoi, o meglio, dove puoi”. Amanda
adocchiò una sedia di paglia un po’ zoppa, ma vi
si sedette ugualmente. Il micio intanto era andato a mangiare
della carne in una ciotola posta in mezzo a quel caos. “Ecco
perché viene da te”. “Mi piacciono molto
i gatti e lui è particolarmente intelligente e affettuoso”.
“Traditore d’un Grisou!” disse Amanda mentre
il gatto si stava leccando i baffi soddisfatto, “se lo
sapesse la zia”. “Ma non lo saprà vero?”
la blandì con gli occhi che gli ridevano. “Ok,
non farò la spia”. “Allora, che ne pensi
dei miei quadri?” “Beh, sono piuttosto astrusi”.
“Vedi, la realtà non è mai esattamente quello
che ci appare a prima vista. Bisogna saper vedere oltre l’apparenza”.
“Allora avrei bisogno dei tuoi occhiali magici”.
“Non è detto, tu mi sembri una di quelle persone
che hanno la vista buona”. “Cosa te lo fa pensare?”
“Il mio intuito”. Amanda provò un leggero
imbarazzo: quell’uomo voleva forse guardarle dentro? Cercò
di darsi un contegno. E, visto che sul cavalletto stava il quadro
di quella mattina, gli domandò: “Come ti è
venuta l‘idea di rappresentare questa massa di gente urlante?
Chi sono?” E mentre lo diceva deglutì. Telemaco
la fissò per un lungo istante con quei suoi occhi di
giaietto, poi prese una di quelle vecchie sedie di paglia e
le si sedette accanto, mentre il micio si accomodava sulla mensola
del calorifero. Amanda lo fissava attenta. Lui volse lo sguardo
verso il quadro e disse: “Quello è l’esercito
furioso. Sono i morti anzitempo che percorrono di notte, implacabili
e terribili le vie dei villaggi e gli abitanti, al loro passaggio,
sbarrano le porte in cerca di protezione. Sono anime purganti
costrette a vagare finché non sia trascorso il periodo
che dovevano passare sulla terra: bambini rapiti troppo presto
dalla vita, vittime di una fine violenta, morti in battaglia.
Sono così furiosi che è meglio non trovarsi nei
paraggi ai loro passaggi che avvengono in certi periodi dell’anno:
le quattro tempora”. Amanda era talmente impallidita da
parere una statua di cera, ma trovò la forza di chiedere:
“Quando cadrà la prossima...tempora?” “Queste
sono le notti” le rispose impensierito. Le tornarono in
mente le parole della zia: “alcune persone, in certi giorni
dell’anno, possono vedere cose che gli altri non vedono”.
Intanto il gatto li osservava con quei suoi occhi fosforescenti.
“Senti, ieri sera alla finestra cosa guardavi?”
gli domandò mentre sentiva una vaga oppressione sul petto.
Telemaco le prese le mani e gliele strinse. “Dimmelo,
per favore!” lo pregò, “Vuoi davvero saperlo?”
“Sì”. “Ho visto l’esercito. Esattamente
come te”. Lei chinò la testa e sussurrò
come se stesse parlando a se stessa: “Perché nessun
altro in paese ha visto o sentito niente?” Le scostò
alcune ciocche di capelli dagli occhi. Fuori una persiana sbatté,
iniziava a sollevarsi il vento. “Abbiamo il dono”
le disse trafiggendola con quei suoi occhi scuri come una notte
senza stelle. “Siamo Benandanti” “Bene cosa?”
In quel momento squillò il suo cellulare. “Amanda?”
“Che c’è zia?” “Mi sono dimenticata
di dirti che stasera dobbiamo andare a mangiare dalla mia amica,
la Lucetta, te la ricordi?” “Perché dovremmo
andare a mangiare dalla tua amica?” A quella sua frase
Telemaco la tirò per la manica e scosse la testa. “Resta
con me” sussurrò. “Suo marito in questi giorni
non c’è e lei non vuole stare sola proprio la sera
dei morti” rispose la zia, “Sono costretta a venirci
anch’io?” “No, non è che sei costretta,
ma cosa fai a casa tutta sola?” “A dire il vero
ho ricevuto un invito a cena” butto lì “E
da chi?” “Ho conosciuto un pittore”. “Telemaco?”
“Perché, lo conosci?” “Gioia bella,
quel ragazzo abita in paese da alcuni mesi, anche se è
un tipo schivo, tutti lo sanno. E’ bello neh!” “Ma
zia!” “Zia un corno, sarò vecchia, ma i miei
occhi ci vedono ancora bene. Ma sì, stai pure da lui
stasera; in fondo, il tuo fidanzato è un tale noioso”.
Staccando la comunicazione pensò che forse quello che
le stava capitando era solo un sogno, una strana storia che
al risveglio sarebbe svanita come nebbia al sole. “Mi
sono autoinvitata a cena” gli disse girandosi. “Pasta
al sugo di qualcosa?” Fu la sua risposta. “Intanto
se vieni in cucina ti offro da bere”.
Seduta davanti a quel tavolo di marmo, mentre lui apriva due
lattine di chinotto, continuò la conversazione. “Ora
puoi rivelarmi chi sono i Bene...” “I Benandanti?”
“Quelli”. “Se non ti dispiace vorrei risponderti
prendendola un po’ alla larga”. Amanda annuì.
“Io non sono ligure”, “Difatti non ne hai
né la pronuncia né l’aspetto” rimarcò
lei “Infatti sono nato a Latisana, un paese vicino a Trieste,
e attualmente abito in quella città”. “Come
mai uno che abita nell’estremo levante è venuto
qui, in questo sperduto paesino dell’estremo ponente?”
“Credevo d’avertelo detto. Ho bisogno di stare solo
per lavorare come dico io e poi, questo luogo, famoso per il
tremendo processo alle streghe è congeniale per i miei
interessi: crea l’atmosfera giusta per dipingere”.
“Che strano, lo sai che mio padre è friulano pure
lui?” Telemaco le sorrise, e mentre lo faceva mise in
mostra dei denti così belli che sembravano perle. Lei
osservò quei suoi capelli biondi e ondulati che gli cadevano
sulle spalle –Sembrerebbe un angelo- pensò –se
non avesse gli occhi neri come il fondo dell’inferno-.
“Abbiamo qualcosa in comune Amanda”. “Sì,
abbiamo qualcosa in comune, ma cosa c’entra tutto ciò
coi Benandanti?” “C’entra eccome, perché
un tempo erano molto diffusi in quella regione”. Lei guardò
fuori dalla finestra, ormai era buio e il vento ogni tanto tornava
a soffiare creando mulinelli di foglie morte. “Ma insomma,
si può sapere chi erano?” “Ecco, diciamo
che erano i difensori della comunità contro le carestie
e i malefici dei Malandanti”. “I Malandanti?”
“Streghe e stregoni legati da un patto col Diavolo”.
Amanda sgranò gli occhi. “Nelle notti delle quattro
tempora, cioè nei giorni dei cambi stagionali, combattevano
contro di loro per salvare i raccolti dai malefici che avrebbero
portato la grandine e la carestia”. “Insomma, mi
stai dicendo che noi due saremmo delle streghe buone?”
“Che perspicacia” “Accipicchia”. “Non
sfottere cara Amanda. Guarda che l’Inquisizione li ha
perseguitati come gli altri, li ha torturati e bruciati”.
Ad Amanda si accapponò la pelle. “Poi”, proseguì
Telemaco, “i Benendanti hanno il dono di vedere e parlare
coi trapassati, non solo durante le quattro tempora, ma anche
nelle notti del 31 ottobre e del 1 novembre, e lo fanno allo
scopo di riportare ai vivi i loro messaggi; infine” aggiunse,
“se in quelle notti scrutano tra le fiamme di un bacile
d’oro, vedono, tra le persone che conoscono, quelle destinate
a morire entro l’anno”. “Mi stai dicendo delle
cose spaventosamente tremende. Non è che mi prendi in
giro?” “Eppure ieri notte c’eri tu vicino
all’esercito”. E Amanda si rivide rincantucciata
nel portoncino. Bevve l’ultimo sorso amarognolo della
sua bibita. “Lo sai cosa dice mia zia, che è una
che crede ancora a certe cose?” “Cose come queste?”
Amanda assentì e proseguì: “Dice che i morti
si possono vedere solo nei sogni e allora, come mai noi due
li abbiamo visti da svegli?” “Touché”.
“Bella domanda vero?” “La risposta dovresti
saperla, ma la tua memoria è labile, non riesci ancora
a ricordare”. Amanda rimase interdetta e così lui
ne approfittò per dirle: “Tra un po’ dovremo
mettere qualcosa sotto i denti, quindi, mentre io cerco che
tipo di pasta c’è in casa, perché non guardi
in quell’antina lassù e prendi uno dei sughi pronti?”
“Non sai cucinare?” “Non molto” si scusò.
Amanda prese una sedia, si tolse gli stivaletti e ci montò
sopra e cominciò a frugare nell’armadietto. Intanto
lui la osservava di soppiatto. Sugo al pesto, alle noci, all’amatriciana,
alla bolognese, bottarga. Stava per prendere quello alle noci
quando notò alcuni vasetti con appiccicata un’etichetta
scritta a mano. Josciamo, stramonio, belladonna, papavero, aconito.
-Che diavolerie tiene mai in casa? Sono tutte droghe, narcotici
e allucinogeni-. Non era una semplice farmacista, aveva anche
una specializzazione erboristica. Lo guardò di straforo
e subito incrociò i suoi occhi. Per un attimo si sentì
imbalsamata su quella sedia. “Se dobbiamo cavalcare tra
le anime dell’esercito furioso è raccomandabile
farlo in spirito piuttosto che in carne ed ossa. Ieri sera non
ti hanno vista, o forse non hanno voluto vederti per rispetto
a quello che sei. Ma stasera ti consiglio di non rifarlo”.
E mentre glielo diceva la prese per i fianchi e la depose a
terra e l’abbracciò. Amanda premuta contro di lui,
sentì che sotto quell’apparenza delicata aveva
muscoli saldi. Cercò di respingerlo, ma quando Telemaco
premette quelle labbra tumide sulle sue, non seppe sottrarsi.
Quell’uomo l’aveva come ammaliata con quella sua
inconsueta bellezza, con quel suo straordinario racconto e poi...aveva
qualcosa di incredibilmente famigliare. Abbandonò la
testa nella nicchia del suo braccio. Chiuse gli occhi e nel
buio delle palpebre emerse progressivamente una fantasmagoria
di colori. “Vieni” le disse cùpido sospingendola
nella stanza accanto. Nel centro stava un letto di ferro battuto
decorato da un intreccio di foglie d’edera e tutte le
pareti erano incredibilmente dipinte con delle scene agresti
legate alle quattro stagioni. Ancora attonita per la meraviglia,
sentì le mani di Telemaco che le sollevavano il maglione,
e le sue labbra sul collo e lo zip della gonna che scendeva.
Come sotto ipnosi lasciò fare e si ritrovò tra
le morbide coltri di quell’alcova nuova, avvinghiata all’affascinante
Telemaco. Per un istante le apparve il volto di Gianugo che
svanì subito sotto quelle carezze appassionate. “E’
troppo che aspetto questo momento” le sussurrò
all’orecchio. “Cosa dici? Ci conosciamo solo da
poche ore...” biascicò Amanda col cuore e le tempie
che le martellavano. Mai aveva sentito un turbine d’emozioni
come quelle che stava vivendo con quello sconosciuto.
Quando la prese provò un tale brivido per tutto il corpo
che le sue reni si inarcarono come se avesse ricevuto una scossa,
e i piedi solitamente freddi le si scaldarono in un istante.
“Ti ho troppo amato perché tu abbia dimenticato
tutto” ansimò tra i suoi lunghi capelli ramati.
“Devi essere pazzo...” sibilò scotendo con
forza il bacino come per imprimere forza alle sue parole. E
lui gemette, facendo rotolare quei riccioli d’oro sul
suo viso. Sollevò il capo e la trafisse con quei suoi
occhi d’ebano: “Sei sempre così bella...”
“Che significa sempre? Ma chi sei? Un sogno? Un incubo?
Sono forse impazzita?” Lui ricominciò e Amanda
lo avvinghiò a sé con le cosce, lo afferrò
per i capelli e lo baciò con una tale furia che all’angolo
delle sue belle labbra fiorì una goccia di sangue. “Amanda
ti amo” ansimò, mentre con impeto riprendeva la
sua danza d’amore. Ad Amanda parve di essere su una spiaggia
dalla quale il mare si è improvvisamente ritirato e per
un breve istante tutti i rumori cessano fino a quando, in lontananza,
si ode una sorta di oscuro boato: quello di un’onda gigantesca
che sta per abbattersi sull’arenile. Si aggrappò
istintivamente alle lucide foglie d’edera abbarbicate
al letto e si lasciò travolgere insieme a lui da quel
mare tempestoso. Ma mentre il piacere la sommergeva la visione
mutò, e si vide imprigionata in una fredda e umida segreta.
Davanti a lei delle sbarre, oltre le quali stava Telemaco vestito
con un abito d’altri tempi, mentre un ripugnante carceriere
apriva la cella. Improvvisamente tutto divenne buio: “Telemaco
aiutami! Non voglio essere bruciata viva!” urlò.
Poi perse ogni forza e si abbandonò tra le braccia di
lui quasi priva di coscienza. Telemaco alzò la testa
dall’incavo del suo collo e la osservò angosciato.
Quando Amanda sollevò le palpebre, vide che aveva gli
occhi bagnati. Se lo strinse al petto e baciò quelle
lacrime. Se ne stettero teneramente abbracciati sotto il piumone,
e lei gli raccontò di quella visione. “Mio amore,
non era una visione...era un ricordo”. Le belle labbra
rosee le tremarono dallo sgomento quando gli chiese: “Un
ricordo di quanto tempo fa?” Il gatto intanto era entrato
silenziosamente in camera ed era andato ad acciambellarsi in
fondo al letto, tra le spighe che ornavano la trapunta. Telemaco
la baciò delicatamente su una tempia. “Più
o meno trecentocinquant’anni fa” fu la sua risposta.
“A quell’epoca abitavamo a Latisana, ed eravamo
promessi. Mio padre aveva un negozio di stoffe ed io lavoravo
con lui, disegnavo i tessuti; tu eri una brava ricamatrice ma...”
“Ma?” “Ma non eravamo gente comune, eravamo
entrambi nati con la camicia, eravamo dei predestinati. Venuto
il tempo abbiamo cominciato a partecipare alle battaglie notturne
contro i Malandanti e poi alle cavalcate dell’esercito
furioso. Inoltre, certe donne del paese venivano da te con la
scusa di fare una chiacchierata, e invece volevano sapere dei
loro cari morti e poi tu...” “Io?” “Conoscevi
le erbe e facevi lozioni, impiastri e sciroppi, come ti aveva
insegnato tuo zio Giacomo, un vecchio frate. Ma le donne difficilmente
sanno mantenere un segreto e la voce incominciò a girare
e venne all’orecchio di Caterina Soppe, la figlia di mastro
Batista, l’armaiolo del paese. Non te la ricordi?”
Ad Amanda parve raffiorare come da un profondo e buio pozzo
l’immagine sfocata di un volto di donna. “Una bocca
dalle labbra sottili...un naso appuntito e dei capelli neri
con delle trecce che le facevano corona” “Inizia
a tornarti la memoria!” disse infervorato. “E’
stata lei a denunciarti all’Inquisizione. Era gelosa”.
Amanda ebbe delle visioni confuse di sai, cappucci, cordoni,
mozzette, di scranni lignei, di antichi libri con le pagine
profilate d’oro e la copertina di marrocchino nero, di
ambienti ecclesiastici tetri. Un tremore la percorse da capo
a piedi. “Ora sei al sicuro tra le mie braccia”
le sussurrò affettuoso, “nessuno ti farà
più del male”. Fuori intanto il vento turbinava
facendo sbattere le persiane che cigolavano sui cardini. Ma
quello spaventoso ricordo la tormentava. “Sono stata giustiziata!?”
Gli domandò affondando involontariamente le sue lunghe
unghie in quella mano che teneva stretta stretta. A quella domanda
lui impallidì e Amanda, appoggiata ad un gomito, lo fissò
corrucciata. Anche il gatto aveva alzato la testa e guardava
i due coi suoi occhi di topazio. “Quando il carceriere
che avevo corrotto uscì, mi sedetti accanto a te su quel
lurido pagliericcio. Ero disperato. Non ero abbastanza ricco
da pagarti la fuga; mi rimaneva una sola cosa da fare per evitarti
il tormento del fuoco. Ma tu non dovevi sapere che non ci ero
riuscito”. Lei continuava a trafiggerlo con lo sguardo
mentre il cuore, a quelle parole, aveva cominciato a martellarle.
“Questa notte passerà l’esercito. Ti ho portato
l’unguento” ti dissi. “Con questo la tua anima
potrà andare all’incontro, mentre io e Bartolomeo
vestiti con un saio ti porteremo fuori su una barella, di modo
che tu possa rimanere supina, e le guardie che non sanno, penseranno
che sei morta”. “Hai corrotto il capo delle guardie?”
Era stata la tua domanda. “Ma certo, col denaro si compra
tutto”. Ti avevo detto. Volevo rassicurarti e c’ero
riuscito. Mi abbracciasti forte, poi ti stendesti ed io ti spalmai
quella miscela soporifera. In breve cadesti in un sonno profondo,
catalettico. Il tempo era contato e avevo paura di non farcela
se tu non ti fossi addormentata presto”. Si sedette sul
letto mostrando le sue spalle squadrate. “E poi?”
Lo incitò Amanda. “E poi...” I suoi begli
occhi neri in un attimo si riempirono di lacrime come acque
carsiche tornate inspiegabilmente in superficie. “E poi
ti ho voltata bocconi. Il tuo spirito non ha più potuto
rientrare. Nessun Benandante può essere girato prima
del rientro”. Amanda si coprì il volto con una
mano. “Era l’unico modo capisci!” proseguì
lui, “Altrimenti non saremmo qui oggi”. “E
tu che fine hai fatto?” chiese Amanda dopo qualche istante
cercando di riprendere la padronanza di sé. “Sono
tornato a casa e ho messo anch’io l’unguento, e
poi sono stato girato da Anselmo”. “Lui aveva la
capacità di predire il futuro” ricordò improvvisamente
lei, “era nato la notte di San Giovanni”. Le parole
le erano uscite automaticamente di bocca e lei stessa si meravigliò
di quello che aveva appena detto. Rincuorato Telemaco continuò.
“Lui era un vero amico, nessun’altro l’avrebbe
fatto, e poi mi aveva predetto che sarebbe venuto un giorno
in cui le nostre due anime, dopo aver vagato per un’atmosfera
fluida e grigiastra nell’attesa del momento propizio,
si sarebbero rincontrate”. Intanto Grisou si era avvicinato
ai due e si era messo a fare le fusa. “E lui? Che c’entra
in tutta questa storia?” “E’ il tuo vecchio
gatto. Prima era tutto nero, ora sembra uscito da una nuvola
di fumo, ma è sempre lui”. Amanda se lo strinse
al petto e appoggiò il suo naso su quello umido dell’animale.
“Ho fame” disse d’un tratto Telemaco, “che
ne pensi se ci facciamo due spaghetti al sugo di noci?”
“E facciamoceli” rispose lei mentre scostava la
coperta. “E’ bene che alla cavalcata furiosa non
andiamo a stomaco vuoto. Non ti pare?” Mentre erano in
cucina ad armeggiare con pentole e stoviglie, lui le ricordò
che almeno un’ora prima di mezzanotte avrebbero dovuto
ungersi con l’impiastro che aveva già pronto. “Ma
sei sicuro che non ci avveleniamo?” “Il dosaggio
è giusto, l’ho usato già un altro paio di
volte e sto benissimo”. “Fammi comunque vedere la
composizione degli ingredienti, visto che sono farmacista...”
“E sia mia piccola strega, pardon Benandante”. E
la baciò. “C’è gente qui in paese
che domani spera nel nostro responso”. “La gente
del paese sa che noi...?” “Qui tutti credono a...”
“Ma se quando ero in posteria le acquirenti hanno fatto
finta di niente!” “Queste non sono cose che si gridano
ai quattro venti; tua zia dice che è meglio mormorarle”.
“Hai parlato con mia zia?” “Dopo alcuni mesi
che sei qui ti conoscono tutti e poi, lei ha un sesto senso
e ha capito ben presto di queste mie doti e delle tue presunte
che, prima o poi, sarebbero venute a galla, visto che ora hai
la maturità per farlo”. “Ma pensa te, quella
vecchia barbabietola di mia zia va in giro a raccontare delle
stramberie sul conto di sua nipote”. Disse fingendosi
irritata. E mentre si cacciava in bocca una bella forchettata
di pasta, ad Amanda venne in mente che lui non aveva ancora
risposto al perché entrambi avevano visto l’esercito
furioso da svegli e glielo domandò.
“Vedi, amore mio, prima di trasmigrare in un’altra
esistenza, esperienza che non tocca tutte le anime, abbiamo
attraversato gli oceani del tempo bevendo al calice dell’oblio
che ha confuso i nostri spiriti, ma le nostre potenzialità
sono rimaste intatte, anzi, si sono amplificate, e quando ci
siamo nuovamente materializzati ci siamo ritrovati con una percezione
molto più acuta dell’invisibile”. Amanda
allungò la mano e accarezzò quei capelli di grano.
“Sai, Théophile Gautier dice che nessuna forza
può annientare ciò che una volta è stato.
Credo abbia proprio ragione”.
Verso le ventitré si sdraiarono sul letto mano nella
mano, dopo essersi spalmati l’unguento. “Telemaco
ho paura”. “Mia adorata Amanda non temere, questa
volta, dopo esserci mischiati a quelle povere anime, torneremo:
nessuno ci girerà mai più. Non è vero Grisou?”
“Miaooou!” fu la sua magniloquente risposta.
Luciana
Benotto
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COMMENTI |
Lettore:
GIOVANNI GIUMMARRA - 23/02/2006
Diciamo la verità: "Benandanti" o meno,
la storia intrigante di Amanda e Telemaco, capace di rinnovarsi
e trovare conclusione oltre "gli oceani del tempo"
chi, in cuor suo, non avrebbe desiderato vivere?
Inoltre, se "nessuna forza può annientare ciò
che una volta è stato", allora anche noi, poveri
mortali, sebbene incapaci di "vedere nell'aldilà",
potremo ben sperare che tutta la nostra storia personale
possa acquistare chiave adeguata di lettura, lasciandola
cullare dalla malla del sentimento amoroso (in senso lato).
Nello scontro atemporale tra Benandanti e Malandanti (leggi:
Bene/Male) il "boato" di climax ripetuti la fa
davvero da padrone! |
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