FENDER STRATOCASTER

Antonio è seduto in treno e guarda la campagna che sfreccia fuori del finestrino. Il portatile è aperto davanti a lui.
Causa Scapelli- Brigantini.
Una cosina facile facile: il vecchietto rintronato che, andando in retromarcia per evitare un camion della Nettezza Urbana, con la sua Panda preistorica ha sfasciato il cofano della Micra ultimo modello, superaccesoriata, appena uscita dal concessionario. E poi è anche scappato, per giunta. Si sa che le Micra sono fatte di plastica, comunque. Carine, però, e adatte alla città. Quando Serena si stuferà della Ka, potrebbero anche prenderne una…
Ha poca voglia di pensare al lavoro. L’Eurostar fila veloce conciliandogli il sonno con il lieve dondolio. Ecco, sì era proprio la stazione di Novi Ligure quella appena sorpassata.
Antonio torna al file, corregge un paio di frasi e salva.
Caso Salinghieri – Parodi.
Il cretino che ha fatto inversione in curva coperta facendosi disfare la fiancata, finendo in ospedale e mandandoci pure il Salinghieri. Qui ci si lavora bene: due mesi di prognosi… una carriera di rappresentante messa in discussione… perfetto. Bene, bene.
Meno interessante il camion che in un sorpasso ha spinto fuori strada la Focus. Non si è fermato, ma la scusa addotta dal conducente, il non essersene accorto, dovrebbe reggere: non c’è stata una vera e propria collisione. Vincerà anche questa causa di sicuro, pensa Antonio con sufficienza.
Sbadiglia, si toglie gli occhiali, strizza gli occhi e si stiracchia.
Un uomo di mezza età, dimesso, grassoccio e tarchiato avanza lungo il corridoio. I capelli grigiastri, troppo lunghi, ondeggiano ai lati della fronte stempiata e la barba mal fatta si nota da lontano.
Antonio, con un moto di superiorità, si sistema il nodo perfetto della cravatta rossa a disegnini d’oro.
Che gente si incontra sui treni. C’è proprio di tutto, in giro.
Il tipo discute ad alta voce sul diritto di precedenza nel corridoio con una massiccia tedesca che si trascina dietro un trolley spropositato.
Antonio torna ai suoi file. Calcola qualche percentuale.
«E’ libero?».
Siamo su un Eurostar, cretino, i posti sono prenotati, pensa, ma poi risponde a mezza voce e senza alzare il capo che, sì, crede sia libero.
Il tizio traffica col giubbotto e sbatte lo zaino sul tavolino, facendo traballare pericolosamente il portatile. Poggia sul sedile un quotidiano, raccoglie il biglietto che gli è caduto, ripone lo zaino nello scompartimento superiore, lo ritira giù per recuperare un’agenda piena di fogli che sfuggono da tutte le parti, lo rimette su, toglie di tasca un cellulare enorme e antiquato, appallottola e spinge il giubbotto accanto allo zaino. Stando ancora in piedi, si stiracchia, guarda fuori dal finestrino, ondeggiando minaccioso sopra il portatile, e, infine, piomba giù di botto a sedere. Si rialza per recuperare il giornale. Inizia a sbuffare e a emettere strani rumori col naso.
Antonio finge di concentrarsi sui tasti.
Sente il suo stesso fastidio nell’elegante signora di fronte a lui e i due si scambiano una rapida occhiata partecipe. Poi, per distrarsi, si dedicano entrambi al panorama. Campagna, filari di alberi, nebbia ottobrina.
«Ma tu, tu non sei Antonio?»
Ha un tuffo al cuore. Di nuovo, mentre gira lo sguardo, intercetta quello della dirimpettaia. Stavolta vi legge la delusione e il disgusto nello scoprire la sua connivenza con simili creature.
«Ma va là, ma bada te che combinazione! Antonio il chitarrista».
Antonio studia meglio il tipo: avrà sì e no cinquant’anni, vestito come un ragazzino, con quei capelli anacronistici anni ’70…
Piano piano qualcosa preme per emergere dalla nebbia dei ricordi, qualcosa di non chiaro e indefinito che lui non ha nessuna voglia di fare affiorare.
«In effetti, più di venti anni fa, suonavo la chitarra…» ammette suo malgrado.
«Accidenti, se la suonavi. E dimmi un po’: la Fender Stratocaster, l’hai poi comprata o no?».
La carriera della loro pop band non era stata così clamorosa da giustificare fan acclamanti, pertanto deve per forza trattarsi di qualcuno della compagnia.
«Calma, prima di tutto, lei chi sarebbe?».
«Ma come, andiamo, va là. Ora mi fai uno dei tuoi soliti scherzi. Non sei proprio cambiato!». Lo sconosciuto gli tira una pacca sulla spalla. Poi, vedendo l’espressione sinceramente attonita di Antonio, fa marcia indietro: «Non mi dire che non ti ricordi. Andiamo, saranno passati, che so dieci, quindici anni…».
«Anche venticinque, a occhio e croce».
«Hai ragione… sono Gabriele. Gabriele Ferri. Gabriele Ferri il batterista».
Antonio lo guarda stralunato. In effetti, sì, ha conosciuto un Gabriele Ferri, batterista. In un’altra vita. Ma… quello? Gabriele Ferri è quell’uomo? Ma avrà cinquant’anni! Già, è vero, anche lui ne ha quasi cinquanta, va be’ quarantasette… D’accordo, il tempo passa, si sa.
«Ma guarda…». Antonio non sa che dire. E si vede.
«Già, già».
C’è un momento di silenzio.
«Allora che fai? Suoni per la Rai?».
«Per la Rai? E perché dovrei suonare per la Rai?».
«Che ne so? Vestito in un modo così ridicolo… Conoscendoti ho tirato a indovinare», e Gabriele si stringe nelle spalle.
Calma Antonio, calma, calma.
«No. Niente più musica. Faccio l’avvocato».
«L’avvocato? Ah già, studiavi legge, mi pare, nei ritagli di tempo. Ora mi ricordo… I risultati mi sembravano scarsini, all’epoca, però, eh?». Ride «Allora, alla fine, ce l’hai fatta a laurearti? E dove eserciti, se eserciti?».
«A Torino. Nello studio di mio suocero. Sinistri automobilistici».
«Tu?», stavolta la risata è clamorosa «chissà che avventure, eh? Sinistri automobilistici! Andiamo! Molto meglio la musica!».
Antonio è un po’ seccato per la reazione dell’altro, ma prima che possa rispondere, Gabriele incalza:
«E allora, la Fender Stratocaster, l’hai comprata o no? Non mi hai ancora risposto».
La Fender Stratocaster, la mitica chitarra elettrica… il sogno dei suoi vent’anni, struggente, appassionata, arrabbiata, con i tre pick up e la tipica leva del vibrato a conferirle versatilità e suono inconfondibile…
«Un avvocato?», li interrompe la signora di fronte con aria di disapprovazione «Dovreste vergognarvi, voi avvocati. L’anno scorso ho pagato fior di quattrini a un suo collega. E quello mi ha anche fatto perdere la causa!».
«Si vede che non c’erano gli estremi per vincerla, cara signora», risponde meccanicamente. Nella mente vibrano le corde della chitarra, parole galleggiano contro il suo volere… Nothing’s gonna change my world…
«Proprio una brutta razza, siete. Lo stesso identico discorso di quell’altro! Dovreste vergognarvi». La voce della donna è lontana e gli arriva come ovattata. ...let it be, let it be, let it be. Whisper words of wisdom, let it be...
Incontra lo sguardo divertito di Gabriele:
«Ma sarai proprio buffo vestito così? Non so proprio come ho fatto a riconoscerti! Allora, la chitarra?».
«No», riemerge controvoglia «non l’ho mai comprata».
«Ma suoni sempre, no? ».
Scuote il capo:
«Che vuoi: Serena, il lavoro. Ho smesso poco dopo la laurea, quando sono andato a Torino. E tu invece?», con gioia maligna Antonio cerca di sviare il discorso, ricercando la rivalsa sociale che l’aspetto dimesso dell’altro fa presupporre «Suoni sempre?».
«Ogni tanto, così, fra amici. Quando torno in Italia. Sono spesso all’estero, sai. Ti ricordi? Ero iscritto a Scienze, all’epoca. Ora ci lavoro, all’Università: Biologia, ricerche in Antartide».
«Oh», il sorriso della signora di fronte è radioso «Questo sì che è veramente interessante! Ma è vero che ci sono atterrati gli Ufo? Ho letto un articolo…».
«Se ne dicono tante, signora…», la interrompe Gabriele bonario, poi torna a rivolgersi a lui «E gli altri? Sei più in contatto con nessuno?».
Antonio scuote di nuovo la testa:
«Vedrai: Serena, il lavoro, Torino…», in Antartide, Gabriele Ferri il batterista che va in Antartide…
Il portatile segnala che sta finendo la carica. Antonio senza pensarci salva e spegne tutto.
«Fabrizio, invece, ha continuato con il basso, sai? Insegna, ogni tanto dà concerti…».
No, per carità, grida Antonio in cuor suo, ora non tormentarmi col resoconto di quello che è successo agli altri.
Non ha voglia di pensare alle vecchie cariatidi e ai fantasmi del passato. Ha faticato parecchio per sistemare tutti per bene in soffitta, per non pensare più alla musica, alla Fender Stratocaster, a Jimi Hendrix, a Eric Clapton… E ora, questo vecchio sconclusionato che sembra uno sbandato da due soldi ed è invece un ricercatore che lavora in posti inconsueti, viene a cercare di rispolverarli e tirarli fuori. Non è mica giusto, accidenti. Comincia a sudare dall’ansia. La sua camicia elegante lo stringe al collo. Allenta il nodo della cravatta rossa a disegnini d’oro. Ma quanto ci vuole per arrivare a Pisa? Quanto ci vuole per scendere da questo treno? Ecco, un’ispirazione:
«Dov’è che scendi?».
«Principe. Genova Principe».
Bene, è salvo.
«Allora preparati, ci siamo quasi. Questa è Sampierdarena. Muoviti, altrimenti resti sul treno».
Gabriele lo guarda divertito:
«Cos’è? Ti faccio così paura? ».
La signora si sistema la pelliccia sulle spalle:
«Bello. Proprio bello. Complimenti vivissimi. Che interessante, l’Antartide. Avessi tempo avrei tante di quelle domande…». Si allontana ondeggiando nel corridoio.
I due uomini si guardano. Quello è il momento peggiore. Di sicuro ora mi chiede il numero di cellulare e mi propone una rimpatriata…, pensa Antonio, e aspetta il colpo.
Invece l’altro si alza, tira giù con calma lo zaino e il giubbotto:
«Mi ha fatto piacere rivederti. Comunque, ripensaci, sai, intendo alla Fender Stratocaster. C’è sempre tempo per comprarla».
«Non credo proprio… oramai», Antonio si stringe nelle spalle «che me ne faccio? »
Gabriele lo fissa negli occhi. All’improvviso l’avvocato rivede in quello sguardo le immagini e i sogni dell’estraneo che era lui stesso venti anni prima.
«Tu pensaci lo stesso».
Più rapido di come è arrivato, l’uomo si allontana, mentre i freni fanno sobbalzare con grazia la carrozza.
Antonio lo scorge ancora allontanarsi lungo il binario con la sua andatura dinoccolata. Ma come ho fatto a non riconoscerlo prima?, si chiede, non è cambiato per nulla…
Prima di imboccare il sottopassaggio, Gabriele si volta e, al di là del vetro, solleva il pollice della mano in alto e le sue labbra sillabano ancora una volta:
«Fender Stratocaster».

Leonilde Bartarelli

scarica