Il
carro procede lentamente attraverso il deserto lungo la strada
per il Cairo. Da alcuni giorni Myriam ha una strana febbre: la
temperatura si abbassa durante il giorno, mentre la notte torna
a salire violentemente. Non c’è un medico tra di
noi, a parte Soraya che una volta preparava unguenti per i soldati.
Quando arriviamo all’oasi di Selima, il capo-carovana decide
di lasciare Myriam all’accampamento. Dice che ci raggiungerà
non appena starà meglio, ma io temo di non rivederla più.
Il viaggio sembra non avere mai termine, le razioni di acqua talvolta
scarseggiano. I nostri abiti di scena sono in una cassa di legno
intarsiato con i profili dorati. In quel baule c’è
racchiusa tutta la nostra vita fatta di sacrifici immensi, di
passione e di speranze. Alcune di noi hanno quasi trent’anni,
presto non potranno più danzare ma di questo non parliamo
mai.
Una mattina di luglio giungiamo al Cairo. Guardo le immense mura
che cingono la città e sento una sottile angoscia crescermi
dentro. Mi sento straniera in terra straniera. La carovana penetra
nelle mura sotto gli sguardi dei giannizzeri armati. Ci dirigiamo
verso il centro. Durante il tragitto incrociamo donne vestite
con ampi baracani che trasportano pesanti ceste di frutta e bambini
che giocano con i cammelli.
E’sempre così. Ogni volta che arriviamo in una nuova
città, sappiamo che il nostro compito è più
difficile: dobbiamo conquistare la fiducia e la stima del popolo
prima di esibirci. Per questo portiamo piccoli doni per i bambini
e stoffe pregiate per le donne. Se riusciamo a catturare il loro
interesse assisteranno allo spettacolo e noi avremo la nostra
paga e il nostro successo.
Il carro si arresta davanti al mercato. Scendiamo e veniamo condotte
verso una tenda che qualcuno ha preparato per noi. I venditori
gridano e illustrano le loro mercanzie, alcuni soldati ci osservano.
Guardano oltre le nostre vesti cangianti, i nostri gioielli falsi,
i capelli nerissimi e lucidi come la seta; si soffermano sui fianchi
morbidi o sui seni generosi. Sembrano soddisfatti di ciò
che vedono, forse lo spettacolo avrà successo.
Entriamo nella tenda e subito ci raggiunge una donna per indicarci
il catino con l’acqua, la frutta di stagione e gli abiti
puliti. Dopo esserci rifocillate e rinfrescate, ci sediamo per
terra sulla stuoia per prendere il tè.
Un uomo grasso entra nella tenda senza annunciarsi. E’ seguito
da una guardia. Si ferma davanti a noi con un sorriso compiaciuto.
- Sono queste le nuove schiave?
Le altre ragazze ricambiano il sorriso, io no, perché parlo
la loro lingua.