La quarta serata
di “Quattro chiacchiere con…”, organizzata dal C.I.V. di Diano
Marina, Biblos Libreria con la collaborazione del dottor
Maurizio Laudi ha avuto mercoledì 15 luglio un altro ospite
d’eccezione: lo scrittore e giornalista calabrese Paride
Leporace.
Simpatico,
modesto e alla mano, Leporace ha efficacemente illustrato al
folto pubblico intervenuto alla presentazione del suo lavoro
letterario e di documentazione “Toghe rosso sangue-La vita e
la morte dei magistrati italiani assassinati nel nome della
giustizia” (Newton Compton Editore). Abilmente incalzato nel
corso della serata dal magistrato dottor Maurizio Laudi, il
giornalista scrittore ha tracciato un excursus sulle importanti
figure di tutti quei magistrati che, nello svolgimento del loro
dovere e lavoro, sono caduti per mano della mafia o del
terrorismo.
In particolare Leporace ha voluto ricordare i meno ‘famosi’, i
meno ‘ricordati’; egli afferma con decisione “Mi sono accorto
che molte vittime non erano conosciute nemmeno fra noi
giornalisti e così ho voluto scrivere questo libro per ricordare
i morti, ma ricordarli da vivi”. E, infatti, nel prologo è
riportata la frase di Ascanio Celestini “Ricordate i morti ma
ricordateli vivi”.
Paride Leporace, dunque, incalzato dal dottor Laudi, parla del
rituale terribile nelle storie dei caduti siciliani come il
giudice Terranova ucciso nel centro di Palermo; di Rocco
Chinnici, vittima della prima strage effettuata con l’utilizzo
del plastico; parla con commozione del biglietto d’amore, che
per delicatezza non ha ovviamente pubblicato, di Francesca
Morvillo al marito Giovanni Falcone; ma non dimentica tutti gli
agenti di polizia e i carabinieri caduti con i magistrati. E di
nuovo sostiene “Ricordare non basta. Proprio di questi giorni è
emerso un dibattito animato sulla morte del giudice Borsellino
per conoscere la verità grazie alle dichiarazioni di due pentiti
di mafia che sostengono la tesi di un complotto, quindi di
connivenza tra mafia e Stato. E’ importante stabilite una volta
per tutte come siano in realtà andate le cose”.
Sul suo rapporto con i familiari delle vittime Leporace confessa
al pubblico presente “Malgrado sia un cronista navigato con il
pelo sullo stomaco, avvicinare i parenti non è stato facile;
l’ho fatto con rispetto, comprendendo anche chi non mi ha voluto
parlare. Ritengo un fatto molto bello quello che molte famiglie
abbiano voluto dedicare alla memoria dei loro cari l’istituzione
di fondazioni a loro nome”.
Molto toccante la sua testimonianza sul giudice ‘ragazzino’,
Rosario Livatino (oggi addirittura in odore di beatificazione),
e sulla figlia del giudice Antonino Scopelliti, Rosanna, che
dopo l’omicidio Fortunato è scesa in piazza alla testa della
manifestazione dove i partecipanti portavano manifesti con la
scritta “E ora ammazzateci tutti”. Leporace racconta “E’ un
segno di speranza che molti dei figli proseguano nel lavoro dei
padri”.
Sulla difficile domanda se condivide la presenza di Adriano
Sofri tra i redattori de La Repubblica, il giornalista ha
chiaramente risposto “Il nostro è un paese pieno di
contraddizioni: mentre molti parenti delle vittime sono
dimenticati dallo Stato, altri come Sofri o Segio, ricevono
onori e lavoro. Personalmente la mia concezione liberale è di
dare voce e spazio a tutti, magari con maggiore discrezione”. E
prosegue: “Credo in uno stato di diritto che recuperi chi ha
sbagliato ma lo stato deve fare uno sforzo maggiore per la
conciliazione; ci vorrebbe un po’ più di gusto e maggiore
giudizio che in questo momento c’è poco”.
Sulla giustizia di ieri e quella di oggi risponde “Mi sono
spesso fatto la domanda di quale sia migliore. Il nostro paese
ha affrontato emergenze enormi che hanno trovato risposta in
queste figure che giudico senza ombra di dubbio eroiche. Ora ci
sono più mezzi di allora ma non so se le cose sono migliorate
davvero”.
Oltre alle domande poste dal competente dottor Laudi, anche dal
pubblico attento e molto interessato sono giunti alcuni
interrogativi sulla situazione attuale. La serata si è poi
conclusa con la consueta firma dei libri e tanti complimenti per
questa preziosissima testimonianza che nel suo libro ridà
appunto vita a questi uomini che nel nome della legge e della
giustizia si sono spinti sino al sacrificio della propria vita.
Un libro interessante per gli addetti ai lavori ma anche per chi
vuole conoscere più approfonditamente questo pezzo di storia
recente della nostra nazione che tanta importanza ha avuto e ha
nella lotta contro il crimine.
Viviana Spada
Paride Leporace è
nato a Cerisano (Cosenza), il 3 giugno 1962 ed è laureato in
Lettere Moderne all’Università della Calabria con una tesi sul
“Cinema militante italiano. 1968-1975”.
Dopo aver superato l’esame professionale di giornalista
ottenendo il massimo dei voti e l’encomio della commissione, è
caporedattore centrale del “Quotidiano della Calabria”, giornale
dove ha lavorato fin dalla fondazione nel giugno del 1995
contribuendo con il direttore, Ennio Simeone, a farne uno dei
giornali più letti della regione. Ha poi ricoperto il ruolo di
direttore responsabile del giornale “Calabria Ora”, da lui
fondato il 14 marzo 2006, contribuendo a far aumentare gli
indici di lettura in una delle regioni con indici molto bassi di
diffusione. Attualmente dirige il “Quotidiano della Basilicata”
con settemila le copie vendute ogni giorno.
Nella sua breve direzione di “Calabria Ora”, durata tredici
mesi, il giornale si è caratterizzato per alcuni scoop di
carattere nazionale ripresi dai maggiori media italiani. Docente
a contratto di giornalismo e cinema all’Università della
Calabria per la facoltà di Scienze della Comunicazione, nel 2006
ha ricevuto il Premio Malafarina per il giornalismo e il Premio
Itaca assegnato da una giuria popolare di giovani.