DOPO OGNI ABBANDONO
Brunella
Schisa
Garzanti
322 pagg – euro 17,60
Brunella Schisa ha un debole per le donne che un tempo la psichiatria
giudiziaria definiva “duttili”. Aggettivo colorito, e freddamente
lombrosiano. Solo che lei non riesce a non dare ascolto ad un orecchio che
pompa poesia a trecento all’ora. E quindi scrive, deve scrivere di donne che
si sono perdute in un gorgo fatale, quello dell’amore che non perdona.
Dopo La donna in nero, storia misteriosa di una donna e del pittore
Manet nonché dei quadri che ne vennero come figli dal buio, la Schisa si
danna su Dopo ogni abbandono, dove racconta la storia maledetta, e
ancora un poco di più se è possibile, della Contessa Lara. Nome in codice di
una delle prime giornaliste donne della letteratura italiana, una che faceva
concorrenza a Matilde Serao per intenderci.
Evelina Cattermole, questo il vero nome al secolo, fu protagonista di
scandali amorosi sentimentali, scrisse e collaborò a decine di riviste alla
fine dell’Ottocento (Cronaca Bizantina, Il Fanfulla della Domenica ed altre)
quando scrittori come Gabriele D’Annunzio avevano già incendiato una Roma
furoreggiante di cipressi e donne in deliquio splendido con Il Piacere.
La sua vita venne troncata da uno dei suoi spasimanti, Giuseppe Pierantoni,
che la assassinò la sera del 30 novembre del 1896 con un colpo di
rivoltella, talmente insidioso e a bruciapelo da colpire un punto troppo
vitale per essere operato in tempo o con una fondata speranza.
La Schisa è una burattinaia delle emozioni nel senso che, per renderle più
potenti e manifestarle con la cera lucida dell’epoca, prende come
protagonista e voce narrante un medico, Fabrizio Parboni, giovane chirurgo
drogato di Keats e libri di poesia, che vede amore dove magari non ce n’era
mai stato.
La sua inclinazione romantica, molto foscoliana, lo porterà per destino e
per passione a essere il medico che nella notte fatale della sparatoria si
troverà nelle mani il corpo della scrittrice. Tarda a denunciare l’episodio
e convoca chirurghi di fama e a lui superiori l’indomani, quando ormai la
ferita è divenuta inoperabile.
La donna muore e lui perde il senno e brucia una carriera da chirurgo come
una falena le ali alla fiamma.
La voce narrante di Fabrizio è perciò una voce ulcerata, eco diretta di chi
aveva anche un preciso interesse di giustizia in quella storia, tanto da
essere tirato in ballo dall’avvocato della difesa, stupendo oratore alla
ricerca di una concausa plausibile che potesse attenuare la colpevolezza del
proprio assistito.
Il colpo di pistola viene esploso a novembre ed il processo si celebra nel
novembre dell’anno successivo. Il romanzo è diviso in parti che vanno dal
colpo di pistola, al processo, fino ad un epilogo in cui un colpo di scena
ci viene inferto quando si pensava che i giochi fossero già quelli svelati.
La nota dominante è la discesa dentro il clima di un’epoca come se la Schisa
fosse abituata a camminarci dentro. Roma è effettivamente quella di fine
Ottocento e il processo è reso come una volta il rito accusatorio imponeva:
poche prove raccolte in istruttoria da un giudice che sembrava un pubblico
ministero, e grandi orazioni durante il dibattimento, anzi memorabili
discorsi che avevano la forza di commuovere le folle e funzionavano da
moral suasion verso una tesi o l’altra.
La Schisa fa parlare i propri personaggi con una scaltrezza linguistica che
non fa sentire pesantezza alcuna. E racconta una storia che tenne sulle
spine mezza Roma e mezza Italia ricordando come anche in altri tempi il
gossip fosse un grande motore di natura sociologica. Minori i mezzi di
informazione, nel senso quantitativo, ma esattamente pari ad oggi il clamore
che un assassinio per amore poteva montare. Non è cambiata nulla da allora,
l’amore e le passioni sono motori che fanno inturgidire le coscienze e fanno
acquistare le copie dei giornali. Non c’è niente di nuovo sotto il sole.
Questo libro può funzionare a capire D’Annunzio, Capuana, Benedetto Croce
molto più di tanti libri scolastici perché si vede che è stato scritto con
un cuore spaccato esattamente a metà: il rigore storico da una parte (che
porta la Schisa nei ringraziamenti finali a non ringraziare
l’emeroteca della Biblioteca Nazionale per la illeggibilità dei suoi
microfilm) e l’amore per la letteratura, quella per cui una si scrivevano
romanzi capaci di infuocare le vite degli altri.